domenica 29 gennaio 2012

I LETTORI SCRIVONO (ZIGULI')

Ho appena visto l'intervista di Daria Bignardi a Massimiliano Verga e mi sono immedesimata in questo padre, pur non conoscendo da vicino un dolore così forte ho capito il suo strazio e dalle sue parole traspariva il grande amore per questo suo figlio sfortunato

forza, alza lo sguardo forse ce la puoi fare,guarda fuori da , non fare del tuo credo una forza ma una risorsa come ha fatto il sig. Verga

Credo che chi ritenga questo un libro intriso di cattiveria, non abbia idea di cosa possa voler dire convivere con determinate problematiche. Siamo tutti bravi a parlare di cose belle, a chiamare le persone con handicap "diversamente abili"...si ma a loro cosa rimane? L'ipocrisia di quelli che fanno a finta di avere a cuore le difficoltà altrui (e lo fanno per il fine personale di sentirsi meglio con se stessi, di dormire sonni con una coscienza più a posto) o l'indifferenza di tutti gli altri. Solo Massimiliano può conoscere la rabbia e soprattutto il senso di impotenza e di ingiustizia che accompagna ogni giorno, anzi ogni minuto la sua vita, nel vedere un bambino, suo figlio, in una condizione che mai avrebbe immaginato. Soprattutto, secondo la mia personalissima opinione, dovremmo puntare il dito molto meno e piuttosto cercare di immedesimarci nelle situazioni di chi parla. Ma si sa, le persone col cuore puro sono veramente rare a questo mondo (ed io non ho la presunzione di arrivare a tanto, ma credo che per cominiciare basti anche solamente un po' di sensibilità).
RISPONDO

  • Non confondiamo.Quando si parla di disabili=diversamente abili in genere
  • lo si fa perche' effettivamente hanno capacita' diverse
  • Quando parliamo di handicap (nonostante i due vocaboli si pareggino)si parla di disabilita' gravi e multiple.
  • Sempre la vita viene sconvolta da un figlio"diverso"
  • Ci sono poi disabilita' che convivono meglio con la realta' dei normodotati
  • altre invece che trovano mille ostacoli.
  • Ci sono genitori che accettano altri che sopportano altri ancora che abbracciano.
  • Tutti sono da rispettare ,ogni padre ed ogni madre.
  • Non abbiamo bisogno di paladini come il lettore di sopra.
  • Non abbiamo bisogno di guerre fra poveri!!!
  • Trovo conforto non dalle persone che vorrebbero mettersi nei miei panni(quasi sempre si hanno misure diverse!!!!)ma da tutti quelli che vogliono fare un pezzo di strada con me.



LA FAMIGLIA CAGGIONI

TUTTE LE FATICHE TUTTI I DOLORI SI INFRANGONO SE IL NOSTRO SGUARDO SI DILATA .

BB scrive

Io non sono una perbenista e non vado a messa tutte le domeniche ma sono la mamma di un bimbo disabile grave. Conosco i momenti di sconforto, la fatica, la rabbia, l'impotenza, il "sentirsi guardati di continuo" perchè diversi, il non poter fare con tuo figlio le cose che fanno tutti i genitori, ma...i nostri figli, seppur diversi meritano l'amore e il rispetto dovuto ad ogni bambino, soprattutto da parte dei genitori!

Grazie BB condivido in pieno la tua posizione la sento piu' vicina alla mia.

CIAO

Ciao a tutti oggi parto per Osimo.
PER 3 SETTIMANE SONO ALLA LEGA DEL "FILO D'ORO
VI DARO' MIE NOTIZIE DA LI'

sabato 28 gennaio 2012

I LETTORI SCRIVONO

Sono mamma di un disabile e capisco benissimo lo stato d'animo che ci accomuna baci a Moreno

io ho un figlio autistico di 5 anni e condivido questo libro.... la realtà è ancora più dura di quanto ha scritto Massimiliano Verga e tu sei un ipocrita che non vuole capire perchè è più semplice....

Anche io e mia moglie e i nostri due figli "normali" condividiamo l'esperienza di un figlio handicappato...grave come Moreno...
Dalle pagine di Ziguli esce il profumo della vita di tutti i giorni in casa nostra e tutto l'amore del suo papa per Moreno.

E' stato scioccante, un po' come ritrovarsi davanti ad uno specchio. E non me ne vogliano le varie persone che la pensano diversamente ma quello che sentono e vivono i genitori dei bambini handicappati lo possono capire solo quelli che condividono questo "dono" (dono maledetto!).
Grazie Massimiliano.
RISPONDO

Si nel libro Massimiliano lo spiega bene "....un'intervista e' un modo per fare uscire una parte della mia rabbia e comunicare una parte del mio dolore non tutto,una parte soltanto........"

.......ti saluto con un bacio ,sapendo che sto baciando me stesso per riempire il vuoto che mi divora.Ogni volta,mentre mi piego su di te.penso che quello che sto facendosia tanto indispensabile quanto maledettamente inutile....

...se hai un figlio handicappato due piu' due non fa mai quattro.....

.....ti iscriviamo a una scuola speciale perche' sappiamo che li' starai meglio,anche se la nostra dignita' di genitori e di cittadini viene calpestata.Per non parlare della tua.Non ho ancora capito se devo sentirmi colpevole,o comunque complice di una tale schifezza.
Ma sono sicuro che chi mi costringe a compiere questa scelta sta facendo una figura davvero di merda.

Certamente da una lettura piu' approfondita si puo' capire quanto amore questo padre nutra per il suo Moreno.
Credo pero' , che pur condividento tutte le difficolta' le fatiche di Massimiliano,nonostante le sue fatiche siano anche le mie e le nostre,che sia necessario non fermarsi qui.Non puo' una realta' inchiodare cosi' le persone.Non possiamo e nemmeno dobbiamo barricarci dietro un muro gridando solo che nessuno puo' comprendere.I nostri figli sono prima di tutto persone e come tali meritano stima e rispetto.
Il nostro blog si ispira ad una frase "la vita e' arcigna con chi le mette il muso"
Aiutiamoci a vivere questo nostro quotidiamo con uno sguardo diverso.
I nostri amati figli respirano l'aria che creiamo intorno a loro ,si non basta amarli loro vogliono esigono di piu'.
Il dondolo piace a Moreno e l'altalena al mio Giovanni partiamo da un positivo.
La gente ci guarda male quando superiamo la fila alla cassa ?prendiamola con filosofia "lo vorreste anche voi un figlio cosi'!!!!"
Cerchiamo di godere dei vantaggi:traghetti gratis,autobus gratis,treni gratis,poniamo l'accento sul positivo senza necessariamente mostrare la fatica che si fa per utilizzare tutti questi mezzi.
Chiediamo e domandiamo e giustamente come scrive Massimiliano facciamo le nostre scelte sulle persone che frequentiamo.
Aiutiamoci fra noi,cerchiamo insieme come camminare.


martedì 24 gennaio 2012

LA NIPOTINA DI LUCIA DI FIRENZE

IL CRISTIANESIMO COME CONTEMPORANEITA'

DA IL CLANDESTINO


Nella intervista rilasciata al Corriere della sera nei giorni scorsi il presidente della fraternità

di comunione e liberazione,

don Julian Carron,

precisa la posizione del movimento

sia rispetto alla politica sia rispetto alla crisi.

Ne esce il ritratto di un movimento che da metà

degli anni '50 a oggi continua a crescere

in tutto il mondo – e non italianocentrico come

molti si ostinano a vedere - grazie a una passione

per la vita intera, a una distanza critica

dalla politica e a una libertà di giudizio

e di azione rispetto a quanto il potere

(ogni potere, compreso quello mediatico) vorrebbe.

Il cristianesimo resta - nel suo nocciolo

di esperienza umana di liberazione nel vivo

drammatico della esistenza - una cosa

sconosciuta se non ai semplici di cuore.

Il continuo tentativo di ridurre

una esperienza di Chiesa ad altro

è destinato a frangersi contro

questa semplice intelligenza dei cuori.

Le testimonianze di tenacia, di carità

e di impegno (senza esimersi dai

rischi che queste cose -la carità

compresa- comportano)

è il modo migliore con cui il movimento

parla di ciò che lo origina e muove.

La responsabilità dei cristiani

in questa epoca di crisi è di essere se stessi,

con la gioia del profondo e la passione

con cui la fede anima le nostre vite,

anche quelle piene di limiti e di difetti

come quelle di tutti.
dr

FRANCESCO SCRIVE

L'incidente di Matteo e i «sedici mesi più belli della mia vita»
23/01/2012 - Un'auto che piomba su un bar. L'inizio del calvario di un giovane neo-maturato. Fino alla sua morte. Fatti che, riguardati oggi, hanno il sapore della Grazia...

La copertina de <br>''Il senso religioso''.
Carissimo Julián,
finalmente mi sono deciso a raccontarti una storia grande che sta capitando a me e ad altri amici. È impressionante la coincidenza del lavoro che stiamo facendo su Il senso religioso come verifica della fede.

Varese, Basilica di San Vittore, 7 novembre 2011

Giovanni, un amico che ci ha mostrato Cristo

08/11/2011 - A Varese i funerali di Giovanni Bizzozero, lo studente di Veterinaria morto nella notte tra giovedì e venerdì in un incidente: «Attraverso di lui, il Signore ci chiede: cos'hai di più caro?». L'omelia di don Ambrogio Pisoni



Ti ringraziamo, Signore Gesù, perché ci hai commossi fin qui oggi. Non è una svista linguistica, ma un giudizio che dice fino in fondo la verità di quello che stiamo vivendo in questo momento assolutamente unico: siamo qui perché un Altro ci ha chiamati, ci sta muovendo, ha così a cuore la nostra vita che ci ha condotti fin qui insieme, cioè ci ha com-mossi. E ha cominciato a commuoverci qualche tempo fa: 23 anni fa per il padre e la madre di Giovanni, qualche tempo dopo (fino a poche ore fa) per ciascuno di noi. Altrimenti non saremmo qui.
Perché è il Signore, è Lui, Colui che non possiamo cercare tra i morti perché è vivo! È resuscitato, cioè è qui adesso. Sta accadendo adesso, nella festa della vita che è la Sua Santa Eucaristia che stiamo celebrando. È questo Signore che un giorno è entrato, discretamente e definitivamente, nella vita di Giovanni: nel giorno del suo Battesimo, il regalo più grande che i suoi genitori hanno fatto alla sua vita. E poi attraverso l’incontro definitivo, affascinante, pieno di bellezza, di musica, di gioia, di letizia: è stato l’incontro con il carisma donato a don Giussani che, a un certo punto, ha affascinato con la sua forza di bellezza irresistibile il cuore, la libertà, la ragione, la carne di Giovanni. Perché noi abbiamo avuto la grazia di incontrarlo così.
Così che oggi, alla radice del nostro cuore, sta balbettando in qualcuno, in altri forse in maniera più chiara, più potente, la domanda dei discepoli di Gesù consegnata per sempre al Santo Vangelo. La domanda che Pietro, Giacomo, Giovanni, Andrea, Bartolomeo, davanti alla persona di Gesù, davanti ai Suoi gesti e alle Sue parole, sentivano prepotente ergersi dentro di loro, fino ad affiorare sulle loro labbra: «Chi sei Tu, cui il mare e il vento obbediscono?». Chi sei Tu, che sei capace ancora oggi di affascinare così la nostra vita? Chi sei Tu, che hai preso fino alla radice il cuore di Giovanni e hai compiuto la sua vita? Perché quando ci si congeda da questo mondo, la ragione è una sola (la Chiesa l’ha ricevuta, questa ragione, la custodisce e l’annuncia al mondo in maniera instancabile): il congedo da questa vita avviene quando il nostro compito si compie, quando abbiamo assolto il nostro compito. A 23 anni, a 16 anni, a 100 anni… La morte, l’ultimo atto di una vita che si è consegnata, è il suggello di questo.
Siamo qui perché noi abbiamo avuto la grazia di incontrare questo amico. Con gli occhi sempre aperti, con il cuore sempre attento, con una generosità senza limiti non dovuta alla bellezza del suo temperamento. Giovanni non ha avuto pudore nel manifestare nella sua vita il segreto che l’animava, la forza che la rendeva giovane ogni giorno, la bellezza che l’affascinava: forza, bellezza, bontà, verità, che hanno il nome e il volto di Gesù Cristo. A questa Presenza, Giovanni ha consegnato la sua vita. E il Signore è stato generoso: attraverso di lui, infatti, ha toccato almeno le vite di noi qui oggi. E chissà quante altre. Così che il Signore, attraverso di lui, ancora una volta ha confermato il metodo con cui sta nella storia, con cui rimane presente, vivo tra i vivi: il metodo è la testimonianza. Così noi possiamo ancora oggi conoscere Cristo, e dopo la vita terrena di Giovanni possiamo dire, e dobbiamo dire: «Signore grazie, perché ti conosciamo di più: Ti sei concesso a noi, attraverso Giovanni». Perché è questo che è veramente accaduto.
Qualcuno, incontrandolo in questa stagione così intensa della sua vita, quando lo vedeva così limpidamente ingenuo di fronte alle cose, faceva fatica a trattenere un sorriso lievemente imbarazzato. Di quell’imbarazzo strano che ci prende sempre, quando siamo davanti ai testimoni del Signore, davanti ai bambini. Perché essere cristiani vuol dire essere chiamati a diventare grandi come un bambino, e Giovanni è diventato così rapidamente grande come un bambino, che il Signore gli ha detto: «Vieni, servo buono e fedele, vieni. Adesso continuerai a lavorare con me dall’altra parte». Cioè più presente di prima. Quel sorriso imbarazzato che ci mette un po’ in difficoltà, perché facciamo ancora fatica ad arrenderci di fronte alla testimonianza disarmante del Mistero. Eppure siamo costretti a renderci ancora conto che veramente si può vivere così, come ha vissuto Giovanni. Cioè lasciando che il Signore diventi realmente il Signore della mia vita. Il Signore dell’istante. Il Signore della libertà. Il Signore del cuore. Il Signore della ragione. Il Signore della carne e del sangue.
Qualcuno tornerà a casa più pensoso, perché il testimone ci inquieta. Come è inquietante la presenza del Signore, quel Signore che - come don Giussani instancabilmente ci ricordava - ama la nostra libertà più della nostra salvezza. Per questo è inquietante. Eppure è così segretamente atteso, così desiderato. Così che quando incontriamo i Suoi amici, i Suoi testimoni, coloro che hanno avuto l’umiltà e il coraggio di rispondere alle domande di Gesù… Come è stato per Giovanni, perché Giovanni ha risposto alle domande di Gesù, alle domande consegnate per sempre alla Sua parola scritta e santa, il Vangelo: «Giovanni, che cosa stai cercando?». È la domanda che fa ad ognuno di noi: prima di morire bisogna rispondere a questa domanda! E non sappiamo quando accadrà. «Che dice la gente di me, Giovanni? E tu cosa dici?». Fino a quel momento drammatico e supremo in cui il Signore ha avuto il coraggio di chiedere a Giovanni, come a noi oggi: «Giovanni, se ne sono andati tutti. Non hanno retto di fronte allo scandalo di un amore così grande che si concede nella carne, perché se tu non mangi la mia carne… Giovanni, vuoi andartene anche tu come gli altri?». E Giovanni è rimasto: se andiamo via da te, Signore, dove andremo? Che ne sarebbe della nostra vita senza di te? Della nostra vita, del nostro piangere e del nostro sorridere, del nostro lavoro e del nostro amore, delle nostre lacrime e della nostra fatica. Fino all’ultimo: «Giovanni, mi ami tu? Ester, mi ami tu? Flavio, mi ami tu?». A ciascuno di noi che siamo qui: «Mi ami tu? Che cosa ti è veramente caro nella vita?». Il Signore attraverso Giovanni ce l’ha detto: «Non c’è nulla di più caro che la mia vita. Perché senza di me non potete vivere».
Per questo, oggi il nostro sentimento deve, almeno una volta (e forse per qualcuno è la prima volta), sottomettersi al giudizio. E il giudizio non è una parola astratta: il giudizio è questa assemblea di noi qui, che stiamo partecipando dell’atto di Cristo che rinnova il Suo sacrificio per la salvezza del mondo, l’Eucaristia. Questa assemblea è il giudizio sul mondo: Egli è vivo, non cercatelo più tra i morti! Egli è vivo ed è qui! E ha riempito di Sé a tal punto la vita di Giovanni, che il cuore di Giovanni a un certo punto sanguinava di amore per Lui. Questa è la verità sulla sua così breve e intensa vita.
Ma la nostra vita non è mai breve, perché il tempo - ci ricordava don Giussani - non è qualcosa che passa: è Cristo che ci viene incontro. Non dimentichiamolo. Questa è la grande risposta alla domanda inesorabile che Agostino ha consegnato a tutta la storia della Chiesa, a tutti gli uomini: che cos’è il tempo? Il tempo è Cristo che mi viene incontro. Il Signore dell’istante, il Re della gloria, dello spazio e del tempo, capace di riempire la vita nostra fino a quel punto. Di renderla piena di ingenua baldanza. L’abbiamo visto coi nostri occhi, cos’è l’ingenuità. E Giovanni era un ingenuo: non come può essere ingenuo un bambino, che paga ancora il debito dell’essere bambino, ma quell’ingenuità voluta che nasce da un amore totale. Da un sì a Cristo senza riserve. Così si sta nel mondo. A 20 anni e a 90 anni, si sta nel mondo così, perché questa è la ragionevolezza suprema cui siamo chiamati: vivere così perché Cristo è tutto, presente qui e ora.
Grazie, Signore, che ci hai permesso di incontrarlo. Perché adesso, tornando alle nostre case, dicendo «arrivederci» a Giovanni, conserviamo la memoria della sua testimonianza come sorgente della nostra speranza. Perché, nella vita della Chiesa, la speranza coincide con la memoria: fiori bellissimi che rinascono continuamente dalla radice della fede, cioè dall’uomo che Lo riconosce presente.
Torneremo alle nostre case più lieti, ne sono certo. La letizia è quella strana posizione del cuore che nasce miracolosamente dalla fede, e che convive anche con il dolore. E solo in quel momento svela il suo volto vero: il dolore, il nome vero dell’amore. Torneremo alle nostre case più certi, più lieti, e perciò più inquieti: «Chi sei Tu, Signore, capace di compiere (oggi, adesso, qui, in questo momento!) questo miracolo? E di convocarci così?». Non abbiamo potuto rimanere a casa, non abbiamo potuto vivere questo lunedì come il lunedì dell’anno passato o come il giorno prima. Non abbiamo potuto farlo. Perché? Chi sei Tu, capace di riempire di questa letizia la nostra vita? Chi sei Tu, capace di rendere così certa la nostra vita, in un mondo che grida tutto il contrario di questo? Eppure il mondo attende questo. Tutto il mondo e tutti gli uomini attendono Cristo, cioè i suoi testimoni. Giovanni non ha mai detto “no”. E, se è stato possibile per lui, è possibile per me ed è possibile per te. Nell’abbraccio di Cristo che è il Battesimo, nel germogliare continuo, nel rinnovarsi instancabile del nostro essere nuova creatura.
Per questo, Giovanni, ti diciamo grazie. E, così come ci hai accompagnato in questi brevi istanti così definitivi della tua vita su questa terra, Giovanni, ti preghiamo: non abbandonarci! Anzi, siamo certi che non ci abbandonerai, perché la memoria della tua storia diventa già adesso sorgente di speranza e di certezza rinnovata. Perché sappiamo (altrimenti non saremmo qui) che si può davvero vivere così. La tua testimonianza porterà alla vera domanda: abbiamo bisogno di Te, Signore Gesù. E basta. In ciò che viviamo abbiamo solo bisogno di Te.
Lasciamo che la nostra vita, come quella di Giovanni, si lasci mendicare da Cristo. La cosa più ardua della nostra vita è accettare di essere amati da Cristo così: «Egli, mendicante del nostro cuore, e il nostro cuore mendicante di Lui». Parole indimenticabili proclamate con voce vibrante di emozione e di certezza da don Giussani davanti al Papa (e perciò davanti al mondo intero), il 30 maggio 1998 in Piazza San Pietro. Questa è la bellezza della vita dell’uomo: Cristo, mendicante del nostro cuore, e il nostro cuore mendicante di Cristo. Questa mendicanza è la nostra ricchezza. Questa mendicanza è la nostra certezza. E, per questo, sia lodato Gesù Cristo.
(Appunti non rivisti dall'autore)

lunedì 23 gennaio 2012

BATTESIMO MIRIAM

CIAO! DOMENICA 5 FEBBRAIO MIRIAM SARA' BATTEZZATA A BRUSAPORTO NELLA CHIESA PARROCCHIALE.
ALLE 11 C'E' LA MESSA .IL BATTESIMO SARA' CELEBRATO ALLE 11.50AL TERMINE DELLA MESSA.
SIETE INVITATI A PARTECIPARE (AVVISATE LORENZO PER IL NUMERO PARTECIPANTI.)
DOPO LA CERIMONIA SIETE INVITATI NELLA SALA SOPRA IL CENTRO SPORTIVO .
CONTINUIAMO LA FESTA MANGIANDO INSIEME BALLANDO E CANTANDO.
LA PARTECIPAZIONE DI FRANCO RIVA SI RENDE QUINDI INDISPENSABILE.

VI ASPETTO!PERO' NON GUARDATE SOLO LA MIA SORELLINA!!!!!!!!

Schettino è il capro espiatorio. Così ci indigniamo senza immedesimarci

Intervista allo psichiatra Eugenio Borgna sulla tragedia all'isola del Giglio.

La gogna mediatica cui è sottoposto il capitano è frutto di una semplificazione che lascia spazio solo alla recriminazione, allo sfogo e a certe magliette idiote. «Infierendo su una persona, perdiamo tutta la carica emozionale e ci ritroviamo così incapaci di riflettere sulla vera tragedia: la morte delle persone e il mistero del dolore».
Di Leone Grotti
19 Gen 2012
«La tragedia della Concordia mette in evidenza una delle tendenze dominanti di oggi: cogliere l’aspetto più evidente e facile da comprendere di una situazione per ampliarlo, ingrandirlo, fino a trasformarlo nella sola causa di tutto il male che ne consegue. Quella di semplificare e sintetizzare tutte le cause di una tragedia in un punto solo è una tendenza dominante di oggi».


Eugenio Borgna, primario emerito di psichiatria dell’Ospedale maggiore di Novara e libero docente in Clinica delle malattie nervose e mentali dell’Università di Milano, definisce così a tempi.it la predisposizione dei giornali e di una parte della società ad affrontare i problemi in termini di capro espiatorio. «Appena una persona considerata grande e importante, come un capitano di nave, diventa debole e cade, la gente lo prende di mira, dando sfogo così alle proprie inconsce frustrazioni. I giornali fomentano questo atteggiamento perché così possono semplificare i problemi, senza fare la fatica di approfondire niente. Il problema, però, è che nell’aggressione senza pietà dimentichiamo la morte, il dolore e ogni domanda sul mistero che esse rappresentano».


sabato 21 gennaio 2012

Il loden del premier non si può bagnare

...Così fanno i comandanti veri, così non fanno invece banchieri e professori. Perché se c’è una cosa che stride in questa vicenda è la totale assenza, fisica e mediatica, del premier Monti e del ministro dei Trasporti Passera. Capisco che chi è abituato ai salotti vellutati di congressi e seminari possa avere difficoltà a muoversi tra gommoni e soccorritori sporchi di fatica e fradici di sudore.....


L'ordine di De Falco a Schettino è già cult. E qualcuno tira in mezzo Berlusconi. Ma se c’è una cosa che stride in questa vicenda è la totale assenza di Monti e del ministro Passera

di Alessandro Sallusti
Tratto da Il Giornale del 19 gennaio 2012

Vada a bordo, caz... L’ordine dato via telefono al riluttante capitano Schettino dall’ufficiale della Capitaneria di porto di Livorno è subito diventato un cult. Stampata su magliette, parafrasata in internet su migliaia di blog, la frase ha fatto il giro del mondo. È come se la tragedia già stesse scivolando in farsa. Lo provano anche le risate e gli applausi raccolti in studio dal comico Crozza l’altra sera a Ballarò. Battute di cattivo gusto che hanno dato la stura alla polemica che ancora mancava nel Paese dei parolai. O meglio, la mamma di tutte le polemiche, perché ovviamente non è che Silvio Berlusconi potesse essere tenuto fuori da questa vicenda. Secondo la solita compagnia di giro, Schettino sarebbe l’emblema dell’Italia berlusconiana. Ora, all’ex premier si possono rimproverare diverse cose, ma se c’è uno che si è immerso personalmente e fisicamente nei dolori e nei drammi degli italiani, questi è proprio Silvio Berlusconi. Da Onna all’Aquila, fino a Lampedusa, Berlusconi è sempre salito sulle navi in difficoltà ed è sceso soltanto quando anche l’ultimo dei passeggeri era stato messo al sicuro. E ancora oggi, che non è più al comando, il Pdl è rimasto sulla plancia di questa Italia incrinata.


Schettino, l’umiliazione di “quell’uomo” e il marciume del moralismo

....Perché “quell’uomo” è l’uomo. C’è in ciascuno “quell’uomo”, inescusabile e capace di mentire fino all’ultimo, possibile atto di redenzione.

E proprio in “quell’uomo”, di fianco, sotto, prima, dopo, tutt’intorno alla falsità sputata (“va bene Comandante”) c’è una segreta, silenziosa implorazione, che non riesce neanche a prendere forma, tanto è capacità dimenticata o rifuggita: “Perdonatemi”. Perdonami. Tu, a cui ho rovinato l’esistenza: perdonami. Tu, se puoi, perdona un inescusabile....


....Occorre un terremoto, qualcosa che scombussoli e, nello stesso tempo, realizzi la giustizia. Qualcosa di eccezionale, come un uomo che, nonostante la sua inescusabilità, sia capace di desiderare di fare l’unica cosa all’altezza della sua statura: dare la vita per l’altro. E al Giglio si è visto anche quest’uomo. Ma la strada del dono di sé è quella meno percorsa, meno abbracciata. Si capisce: è la meno probabile....


di Pier Paolo Bellini
Tratto da Il Foglio del 18 gennaio 2012

“Va bene, comandante”. Non c’è andato, Schettino. Il comandante Gregorio Maria De Falco, della Capitaneria di Porto di Livorno (lo sentiamo tutti) “ha ragione”: sta dicendo semplicemente quello che si impone alla coscienza come “obbligatorio”. Alla coscienza d’uomo.

mercoledì 18 gennaio 2012

COMMENTO SUL LIBRO ZIGULI'

cattiveria? vorrei ben vedere come vivresti con un figlio in una tale condizione, evidentemente non hai capacità di immedesimazione se non capisci che questo libro è soprattutto uno sfogo, una liberazione, visto che metà è stato scritto di getto, in una notte. Ne ho sentite tante ma accusare qualcuno che non solo deve curare se stesso ma un'altra persona, per il fatto di non farlo con il sorriso, è fuori dal mondo

Nessuno ha accusato questo padre.
Leggete bene sia l'articolo che i commenti.
Nessuno parla di cattiveria.
Capisco le difficolta' di questo padre credo comunque che non si pretenda che abbia stampato il sorriso ma le frasi che si leggono sono molto pesanti.

domenica con gli amici


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