Se lo parlate pero' la nonna e' piu' contenta e puo' sentirvi al telefono.
Con questo blog desidero dare la possibilita' a tutti di leggere articoli ,commenti ,interventi che mi aiutano a guardare la realta', a saperla leggere ed essere aiutati a vivere ogni circostanza positivamente. Mounier diceva "la vita e' arcigna con chi le mette il muso" (lettere sul dolore). E' importante saper abbracciare la realta' tutta per poter vivere la giornata con letizia.
lunedì 12 marzo 2012
DA CINCINNATI
Se lo parlate pero' la nonna e' piu' contenta e puo' sentirvi al telefono.
domenica 11 marzo 2012
QUANDO IL LIMITE DELL'AMMINISTRAZIONE COMUNALE VIENE SPACCATO DALLA SEMPLICITA' DEI BAMBINI

A settembre ,davanti alla scuola media di Brusaporto c'era un ragazzo che nel silenzio manifestava in favore del fratello.
Teneva in mano un cartello con scritto "Giovanni non e' a scuola"
Non diceva nulla ma per giorni e' stata una presenza simpatica per i ragazzini e scomoda per molti adulti.
Nel silenzio pero' suscitava in tutti una domanda,tutti si chiedevano cosa stesse accadendo.
Perche' quel cartello?
Non sto ora ad andare nei particolari perche' quel cartello,quella presenza denunciava certamente una poca attenzione nei confronti di uno scolaro che da quando e' nato porta un fardello sulle spalle pesante ,tanto pesante.
Gli adulti,i buon pensanti,quelli che forse noi senza tanto pensarci scegliamo per metterli a governare i nostri comuni,non per problemi economici(sarebbe stato semplice avremmo capito anche noi)ma per semplice demagogia avevano gia' deciso come giocare le loro carte.
La domanda che il cartello aveva suscitato aveva pero' destato in molti adulti il desiderio di capire ,di andare a fondo.
Cosi' i buon pensanti ,senza pensarci molto, hanno deciso di buttare in pasto ai cittadini dati sensibili del ragazzo,(calpestando cosi' i diritti del cittadino Giovanni)hanno anche sentenziato che un ragazzo cosi' provato doveva essere messo in una scuola potenziata.
Che cos'e' una potenziata? E' una scuola certamente.
Il rapporto in queste scuole e' 1 a 1 cioe' tanto il ragazzo sta a scuola tante ore un insegnante laureato lo segue.
Il ragazzo e' solo non vive in un contesto di normalita' e l'impegno economico sostenuto dalle amministrazioni e'forte (certamente piu' forte di quello che il cartello davanti alla scuola chiedeva)
La differenza!!! quest'impegno viene assunto dallo stato.
Quali sono state le evoluzioni?
Giovanni frequenta la prima media con orario ridotto( nessuno dell'amministrazione ha avuto il tempo di rispondere alle varie lettere in cui si richiedeva il motivo della scelta.)Le amministrazioni d'altra parte sono molto oberate di lavoro!!!!(specialmente quelle piccole )
Mentre gli adulti si arrabattano fra scartoffie e burocrazie i ragazzi ,liberi ancora da pregiudizi vivono la presenza di questo compagno un po' "diverso",regalandogli una grande amicizia..
Miracoli di generosita' di bonta' guidati da cuori semplici
Giovanni ha trovato un gruppo di compagni che si e' trasformato in gruppo di amici che lo fanno sentire a casa amato e benvoluto .
Un atteggiamento talmente fuori dalle righe che nuovamente sa interrogare il cuore e la mente di molti.Un esempio di bonta' gratuita che ha coinvolto anche tutto il corpo insegnanti.
Come si fa a rimanere indifferenti quando si vedono ragazzini e ragazzine che fanno a gara per accompagnare fuori dalla scuola Giovanni,che con lui giocano e trascorrono in letizia l'intervallo,che appena hanno tempo vanno a casa sua a giocare.....!!!!
Come si fa a rimanere indifferenti leggendo questo tema svolto in classe dal suo amico del cuore?
- Ascoltare il mare
- Annusare la pineta
- Ho sentito il sapore della sabbia
- Toccare il vento con le mani
- Ho imparato a vedere con il cuore proprio come fa Giovanni perche' lui ti vuole bene e basta.
martedì 6 marzo 2012
FERRARA
Giuliano Ferrara attacca Lucia Anunziata per l’intervento sull’ipocrisia della Chiesa per i solenni funerali di Lucio Dalla in un ‘puntuto’ editoriale che ha costituito il nerbo della puntata di Qui, Radio Londra di questa sera, lunedì 5 marzo. ‘Che senso ha tanto rancore nei confronti di Lucio Dalla?‘ chiede ‘retoricamente’ Ferrara all’Annunziata di cui giudica scandaloso, irriverente e inappropriato l’outing nei confronti del cantante proprio nel corso del suo funerale. ‘Un gesto di efferata violenza‘ lo definisce Ferrara. In alto il video di Qui, Radio Londra di lunedì 5 marzo.
domenica 4 marzo 2012
francesca (prov. taranto) ha lasciato un nuovo commento sul tuo post "MARGHERITA CANNIZZARO SCRIVE":
come ti avevo promesso sono passata per il tuo blog.
e mi soffermo qui, sul pensiero di una logopedista e sulla tua risposta.
Ci siamo conosciute alla lega del filo d'oro poche settimane fa e ne abbiamo anche parlato. Sai che su alcuni punti non la penso come te e che rientro nella categoria di chi pensa che verga abbia usato questo mezzo per sfogare un sentimento che da PADRE e quindi UOMO non riesce più a tollerare. nonostante ammetta, e voglio credergli, che senza Moreno non riuscirebbe a vivere.il pensiero di questa logopedista, con tutto il rispetto, non lo comprendo nè condivido. sono un'educatrice e se, come hai detto tu, ho un piccolo stipendio è grazie alla disabilità dei vostri figli. ma spero sia riuscita a farti capire, che la mia presenza vicino a quelle principesse che hai conosciuto, non è mossa dal fine economico. io con loro dormo, gioco, sogno, sperimento, mi metto in gioco, andiamo al mare, in piscina, al parco, le assisto nelle situazioni buie e difficili, che sono difficili anche per me.
vorrei solo dire alla logopedista che noi "terapiste" seguiamo questi bambini per una o due ore al giorno (io anche di più) ma le famiglie vivono tutta la giornata in questa situazione. lei non si è mai trovata davanti ad un Moreno che le ha lanciato un pannolino pieno di feci. neanche io, nonostante ci sono stata nella fase successiva.io non ho mai pensato a quello che la mia Monica (nome di fantasia) non potrà mai fare, ma a quello che ogni giorno apprende. spero che lei cambi il suo modo di pensare, perchè alle mamme non servono terapiste pessimiste, non ha senso e non potranno portare dei miglioramenti. perchè questi piccoli sentono, più che le parole, i battiti del cuore.
sabato 3 marzo 2012
Michele ha lasciato un nuovo commento sul tuo post "BAMBINI CON SPINA BIFIDA LA PROVOCAZIONE DEL PAPA": Michele ha lasciato un nuovo commento sul tu
La vita merita SEMPRE di essere vissuta....
giovedì 1 marzo 2012
giovedì 23 febbraio 2012
Anno europeo del volontariato 2011 – Francobollo V.Pradal, A. Poles San Marino
Impegno, libertà, appartenenza, gratuità, bene comune, altruismo sociale. Centinaia sono le definizioni che potrebbero essere utilizzare per definire il concetto di "volontariato". Il medesimo si configura come una realtà esistenziale poliedrica, che nessuna legge può cogliere ed esaurire nella sua pienezza.
Il volontario è dunque testimone, interprete e protagonista all’interno della società civile, nell’azione di tutela e sviluppo dell’umana comunanza.
Il fotogramma in movimento (di Alberto Poles), scelto ed elaborato da Valerio Pradal, vuole sintetizzare la radice primigenia insita nella spinta sociale dell’uomo di porsi all’interno del mondo in relazione con gli altri, in un rapporto di condivisione.
L’immagine utilizzata intende riassumere metaforicamente, in una parafrasi evocativa, l’interezza dei "verbi" in essa contenuti. Ancor prima di basarsi sulle criticità nelle quali l’azione del volontariato va ad inserirsi, è il gesto nella sua ampiezza e complessità che vuole essere officiato.
Il volontariato lungi dal configurarsi come l’espletamento di una "buona azione", o il disbrigo di un obbligo caritativo risponde ad un verbo, ben espresso nell’immagine: "accompagnare".
Prendersi cura di un soggetto o del patrimonio culturale, equivale ad agire "con", in una relazione simbiotica, sorprendente per l’individuo stesso che presta la propria disponibilità.
Fabio Cavallari
La possibilità di un cammino veramente umano
di Julián Carrón
23/02/2012 - Saluto finale di don Julián Carrón, presidente della Fraternità di CL, al cardinale Angelo Scola al termine della messa per l'anniversario della morte di don Giussani. Duomo di Milano, 22 febbraio 2012
Don Carrón legge il suo saluto al cardinale Scola
(foto di Pino Franchino).
Eminenza Reverendissima,
mi consenta, a nome di tutti gli amici convenuti in Duomo nella memoria del settimo anniversario del “dies natalis” di don Giussani e del trentesimo del riconoscimento pontificio della Fraternità di Comunione e Liberazione, di ringraziarLa di cuore per averci confortati e illuminati con la Sua presenza e il Suo insegnamento.
È la prima volta che come Pastore dell’Arcidiocesi ambrosiana presiede e condivide con noi questo gesto in cui, partecipando al sacrificio di Cristo, abbiamo offerto la nostra vita riconoscenti al Signore per il dono di don Giussani, alla cui persona Lei, così come ciascuno di noi, è inscindibilmente legato e del quale Lei stesso ricordò, proprio in occasione dell’ingresso in Diocesi, il genio educativo.
La ragione profonda di questa gratitudine sta nel fatto, e lo dico a partire dalla mia personale esperienza, che don Giussani, affrontando con ardore instancabile e grande fascino umano la acuta tentazione oggi dominante di una subìta frattura, apparentemente insanabile, tra fede e vita, ci ha aperto la possibilità (e in essa ci accompagna tuttora) di vivere nell’incontro con Cristo un cammino veramente umano. Seguendo il suo carisma possiamo verificare ogni giorno la presenza del Salvatore come risposta a quel grido di bisogno di salvezza, che – come ha ricordato Lei stesso nel Suo intervento al recente convegno “Gesù nostro contemporaneo”- è del «cuore di ogni uomo di ogni tempo e luogo, per quanto confuso possa essere il suo incedere lungo la strada della vita».
Nel messaggio indirizzato al Convegno Benedetto XVI ci ha ricordato che «Gesù è entrato per sempre nella storia umana e vi continua a vivere, con la sua bellezza e potenza, in quel corpo fragile e sempre bisognoso di purificazione, ma anche infinitamente ricolmo dell’amore divino, che è la Chiesa». Non desideriamo altro che vivere con la Chiesa e per la Chiesa e servire con tutto noi stessi e secondo le nostre possibilità, in filiale obbedienza a Lei, questa Chiesa ambrosiana in cui il carisma di don Giussani è fiorito fino a portare frutti copiosi in tutti i continenti. In particolare, Le assicuriamo la nostra vicinanza e la nostra totale disponibilità nell’imminenza della Celebrazione del VII Incontro mondiale delle famiglie, che sarà benedetto dalla visita del Santo Padre che viene pellegrino a Milano per confermare la nostra fede.
Da ultimo mi consenta, Eminenza, di rendere noto in questa circostanza festosa che, attraverso il postulatore, Le ho presentato la richiesta di apertura della causa di beatificazione e canonizzazione di Mons. Luigi Giussani.
Che la Madonna - “di speranza fontana vivace” - ci aiuti ogni giorno a diventare degni delle promesse di Cristo e della immensa grazia che nel carisma di don Giussani abbiamo ricevuto e ancora riceviamo.
Grazie, Eminenza.
In Danimarca uccidono i feti dei bambini Down per eliminare la malattia. «Evviva l'imperfezione»
«Mentono perché non è stata fatta alcuna scoperta per combattere la malattia. La verità è che rimediano uccidendo chi ne è affetto. Ma siamo sicuri di preferire la perfezione alla carità?», si chiede in un'intervista a tempi.it Josephine Quintavalle, la più nota esponente laica del movimento pro-life britannico, fondatrice e direttrice del Comment on Reproductive Ethics, l’osservatorio sulle tecniche riproduttive umane. Quintavalle si riferisce alla notizia del quotidiano daneseBerlingske secondo cui entro il 2030 la sindrome di Down (trisomia 21) somparirà in Danimarca grazie alla diagnosi prenatale, che permette di individuare ed eliminare prima della nascita i bambini affetti dalla malattia genetica.
Quale principio è sotteso a questa mentalità?
Pare che l'uomo voglia superare ogni limite. È la notizia stessa data dal giornale danese a dirlo: «Nel 2030 – è il titolo dell'articolo – nascerà l'ultimo bambino Down». Il problema è che eliminare l'imperfezione è impossibile e così si usa un linguaggio fuorviante per far sembrare che la malattia sarà debellata. In realtà non c'è nessuna scoperta medica che elimini la trisomia 21. Semplicemente verranno abortiti tutti i bambini down. La realtà è che per eliminare la malattia si uccide l'uomo. E questo è un controsenso.
Perché è un'illusione pensare di eliminare l'imperfezione?
Ora si eliminano i bambini Down, ma chi può determinare cosa sia l'imperfezione? In Inghilterra, ad esempio, lo fa lo Stato che ora si è spinto anche più in là, ritenendo inaccettabile qualsiasi anomalia fisica: la legge consente l'aborto fino al nono mese se il bambino ha il labbro leporino o se ha un dito in più. Anche il naso storto o le orecchie a sventola sono difetti: se seguiamo la logica perfezionista pure i bambini con queste imperfezioni dovrebbero essere abortiti.
Tutti nascono con dei difetti.
E infatti la prossima vittima, a seconda dei parametri di normalità decisi dagli Stati, potrebbe essere chiunque.
Che spazio c'è in un mondo così per l'amore? Come può finire l'uomo che per raggiungere l'efficienza rinuncia alla carità?
In una società come la nostra, perfezionista e con il mito dell'efficienza, il bisogno è visto come un peso: lo si vede nella vita fragile dei bambini (infatti oggi è forte il fenomeno della denatalità) e degli anziani (l'eutanasia è un rimedio sempre più diffuso). Questo significa scegliere di privarsi dell'affetto e dell'aiuto reciproco, della bontà di un atto gratuito. L'uomo, insomma, vuole essere efficiente per non aver bisogno. Il problema è che in questo modo non è felice, ma solo. E infatti molti chiedono il suicidio quando capiscono che iniziano ad avere bisogno: a quel punto, senza legami d'amore reali, si percepiscono solo come un peso.
Sta dicendo che l'imperfezione ci dà la possibilità di domandare e di accogliere l'affetto di cui si ha bisogno per vivere?
Nel libro sulla vita di Jérôme Lejeune - lo scienziato che ha scoperto la trisomia 21 e che ha utilizzato la diagnosi prenatale per aiutare i bambini con la sindrome di Down a curarsi (non nascose la sofferenza portata per il resto della vita per il fatto che la sua scoperta venne usata contro di loro) - c'è un episodio bellissimo: mentre riceveva un premio, un ragazzo Down gli saltò al collo per ringraziarlo per quanto l'avesse aiutato e si fosse sentito amato da lui. È preferibile una società di uomini imperfetti ma che si sentono voluti o di persone efficienti che non possono chiedere mai e quindi nemmeno ricevere amore?
OMELIA DI S.E.R. CARD. ANGELO SCOLA, ARCIVESCOVO DI MILANO
Qoèlet non si limita infatti a rilevare l’inevitabilità della morte che, come un rumore di fondo, accompagna la vita di tutti gli uomini. Neppure si ferma all’angosciosa domanda: «L’uomo infatti ignora che cosa accadrà; chi mai può indicargli come avverrà?» (Prima Lettura, Qo 8,7). Entra nel quotidiano della esistenza in cui si mescolano verità e menzogna, bene e male, giustizia e ingiustizia.
L’intreccio dei fattori in gioco gli consente di tessere la tela dell’umana vanitas. Chi di noi, qui convenuti in preghiera, per rinnovare il paterno vincolo di comunione che ci lega al caro Mons. Giussani, può restare indifferente agli interrogativi angosciosi e alle amare constatazioni del Qoèlet? Non a caso la Chiesa, Madre e Maestra, ci invita a leggere la circostanza che ci riunisce attraverso la Parola di Dio proclamata in questa santa azione eucaristica. La liturgia è la forma (il paradigma) della vita che illumina la realtà, trama di circostanze e di rapporti come Mons. Giussani amava definirla.
Vanitas afferma il Qoèlet, cioè inconsistenza. Inconsistenza del nostro umano essere e del nostro agire.
2. «Tuttavia so che saranno felici coloro che temono Dio… e non sarà felice l’empio» (Prima Lettura, Qo 8,12-13). Riflettendo su ogni azione che si compie sotto il sole, Qoèlet incontra nel timor di Dio un legno a cui aggrapparsi nel vasto gorgo del male. Questo però non sembra liberarlo completamente dal rischio del naufragio, poiché «vi sono giusti ai quali tocca la sorte meritata dai malvagi con le loro opere, e vi sono malvagi ai quali tocca la sorte meritata dai giusti con le loro opere. Io dico che anche questo è vanità» (Prima Lettura, Qo 8,14).
Questa stretta del male che attanaglia il nostro io e fa sentire tutto il suo peso nel male del mondo, e di cui si parla a proposito e a sproposito in questi tempi di travaglio, non si può dunque sciogliere? Qoèlet anticipa il grido di Paolo: «Me infelice! Chi mi libererà da questo corpo di morte?» (Rm 7,24).
Un aspetto geniale della proposta educativa di Mons. Giussani non è stato forse l’efficace riproposizione della verità cristiana che nessuno può salvarsi da sé?
La scelta di celebrare la Messa votiva del Santissimo Nome di Gesù nel VII anniversario della morte di Mons. Giussani e per ricordare il XXX anniversario del riconoscimento pontificio della “Fraternità di Comunione e Liberazione”, indica chiaramente quale sia la strada della salvezza offerta ad ognuno di noi e all’umanità intera.
Così infatti ci ha fatto pregare l’Orazione dell’inizio dell’Assemblea liturgica: «Per il Figlio tuo venuto tra noi hai scelto, o Dio, un nome che chiaramente lo manifestasse come salvatore del genere umano…». Il nome di Gesù significa “Dio salva”. Veramente Gesù ha sciolto l’enigma dell’uomo rivelandogli la sua consistenza. Essa si radica nell’amore con cui «Dio ci sazia fin dal mattino» e «rende salda per noi l’opera delle nostre mani» (Salmo responsoriale, Sal 90,14a. 17).
3. In Gesù la vanitas (inconsistenza) è vinta. «Adorno del nome mirabile che esprime salvezza» - dice il Prefazio - Gesù ci accompagna, riscattandoci dal nostro peccato. E il testo liturgico aggiunge, dettagliando con intensità: «Dolce e rasserenante certezza è la sua protezione nei pericoli della vita, e nel momento della morte il suo nome invocato è speranza e conforto».
Ogni cosa ha consistenza in Cristo: «Omnia in Ipso constant» (Col 1,17). È importante meditare a lungo e piegare il nostro quotidiano vivere a questa convinzione. Ogni cosa significa tutto. Nel mistero glorioso del Verbum caro tutto è stato salvato perché tutto è stato da Cristo assunto. Fin dai suoi primordi la tradizione della Chiesa ambrosiana ha trasformato il metodo dell’azione di Dio nella storia degli uomini (incarnazione) in una feconda proposta educativa. Ha così generato, lungo i secoli, figli consapevoli che «troppo perde il tempo chi ben non ama» Gesù.
Monsignor Giussani ha espresso questa sensibilità ambrosiana con forza profetica fin dagli anni ’50, educando all’assunzione integrale di ogni aspetto dell’umana esistenza. Per la logica dell’incarnazione il cristiano è colui che testimonia - in famiglia, al lavoro, nel sociale a tutti i livelli fino ad arrivare all’impegno politico - l’opera salvifica del Crocifisso Risorto.
4. Amici, l’azione eucaristica di questa sera pone ognuno di noi davanti ad un aut-aut che, a volte tacito e quasi impercettibile a volte prepotente, accompagna ogni nostra azione. Sotto la pressione del male, fisico e soprattutto morale, può prender peso anche nel cristiano la tentazione di pensare che tutto sia vanitas, inconsistenza. O il cristiano presume nei fatti di salvarsi da sé finendo talvolta come gli scribi per «cercare i primi seggi nelle sinagoghe» (Vangelo, Mc 12,38 e 39). Oppure la sua libertà cede all’amorevole sferzata del Salmo: «Tu fai ritornare l’uomo in polvere, quando dici: “Ritornate, figli dell’uomo”» (Salmo responsoriale), come ci ricorderà tra qualche giorno l’imposizione delle Ceneri.
Il ritorno, frutto del perdono, rende capaci di amore oggettivo ed effettivo. Come Qoèlet anche Gesù è un attento osservatore della realtà: «Seduto di fronte al tesoro, osservava …» (Vangelo, Mc 12, 41). La vedova, che ha gettato nel tesoro «tutto quanto aveva per vivere» (Vangelo, Mc 12, 44), mostra la forma piena della libertà del cristiano. In ogni azione egli è chiamato ad esprimere il primato di Dio nella sua vita. La vittoria sulla vanitas, la grazia della consistenza, sta tutta nel riconoscimento di Cristo presente che chiede il dono totale di sé. Memoria ed offerta esprimono in tal modo la pienezza affettiva cui ogni uomo anela e di cui il cristiano autentico può fare esperienza.
5. Il Vangelo di oggi ci offre un ultimo prezioso insegnamento. È contenuto in un piccolo passaggio narrativo, celato come una perla nelle pieghe del brano evangelico proclamato. «Chiamati a sé i suoi discepoli» (Vangelo, Mc 12, 43) Gesù li aiuta a comprendere il gesto della vedova.
Cosa traspare da questo gesto di Gesù? Il legame solido tra i membri di quella prima compagnia da Lui generata. Una parentela più potente di quella della carne e del sangue, una fraternità in cui si anticipa – come traspare nella Santa Eucaristia – la vita del Paradiso. Cristo chiama i Suoi a fare l’esperienza inaudita che la consistenza dell’io si chiama comunione.
Comunione come stima a priori per l’altro, perché abbiamo in comune Cristo stesso. Comunione disponibile ad ogni sacrificio per l’unità affinché il mondo creda. «L'espressione matura del condividere cristiano è perciò l'unità fin nel sensibile e nel visibile. Questa fu l'espressione del tormento finale di Cristo nella sua preghiera al Padre, quando in tale unità sensibile e visibile indicò consistere la decisiva testimonianza dei suoi amici» (L. Giussani, Il cammino al vero è un’esperienza, 52-53). Qui sta la vittoria sulla vanitas. Qui comunione è liberazione.
«La nostra comunione è col Padre e col Figlio suo Gesù Cristo» (1Gv 1, 3b). Quando per grazia si diventa amici di Dio, la comunione sviluppa un irresistibile moto di condivisione della vita di tutti i fratelli uomini in ogni ambiente dell’umana esistenza. La gratitudine per avere tutto ricevuto genera gratuità nel tutto dare.
6. Carissimi, il carisma cattolico che lo Spirito ha dato a Mons. Giussani, che la Chiesa ha universalmente riconosciuto, e di cui decine di migliaia di persone in tutto il mondo possono oggi godere, è fiorito in questa santa Chiesa ambrosiana. L’amore che Mons. Giussani le portava è documentato da mille e mille segni e testimonianze. Per i fedeli di questa diocesi appartenenti al Movimento di Comunione e Liberazione questo dato di fatto costituisce una responsabilità che chiede di essere sempre rinnovata: praticare, nella cordiale assunzione del principio della pluriformità nell’unità, una profonda comunione con tutta la Chiesa diocesana che vive ad immagine della Chiesa universale. Questa comunione è con l’Arcivescovo, con i sacerdoti, con i religiosi e le religiose, con tutte le aggregazioni di fedeli, con tutti i battezzati e con tutti gli abitanti della nostra “terra di mezzo”.
L’Incontro dei Movimenti ecclesiali e delle Nuove comunità del 30 maggio 1998 con il Beato Giovanni Paolo II ha segnato un irreversibile passaggio a una nuova fase ecclesiale confermata dagli eventi che si stanno producendo nella Chiesa e nel nostro Paese.
Come ricorda incessantemente Benedetto XVI questo è il tempo della nuova evangelizzazione a cui tutte le realtà ecclesiali debbono concorrere in armoniosa unità.
L’uomo post-moderno domanda salvezza, consistenza: per questo ha bisogno di testimoni di quella forma bella del mondo (Ecclesia forma mundi) che è la santa Chiesa di Dio.
7. «Donaci largamente l’aiuto della tua grazia e assicuraci la gioia di trovare scritti i nostri nomi in cielo». Queste parole della Preghiera dopo la Comunione dicono la fonte della nostra letizia e della nostra speranza: Gesù Cristo vivo in mezzo a noi ed il nostro esserGli familiari per il bene dei nostri fratelli uomini. Amen.
mercoledì 22 febbraio 2012
| In memoria di Giussani | |
| Si avvicina l'annuncio dell'avvio del processo di beatificazione di don Luigi Giussani,il fondatore di Comunione e Liberazione. A promuovere la prima fase del processo sarà la diocesi di Milano retta dal cardinale Angelo Scola | |
| VATICANISTA DE LA STAMPA | |
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sabato 18 febbraio 2012
"Quei soldi non sono arrivati"
di Fabrizio Boschi
Tratto da Il Giornale del 16 febbraio 2012
Come è stato bello vederlo entrare in sella a quel destriero bianco, stile Garibaldi, sul palco dell’Ariston, sventolando la bandiera tricolore e urlando «Viva l’Italia».
Quanto è stato bravo a recitare un monologo di quasi un’ora analizzando, verso dopo verso, tutto all’Inno di Mameli, come un vecchio professore di liceo. E che emozione, poi, quando con un filo di voce, senza accompagnamento musicale, ha fatto il patriota tenero, cantando l’Inno nazionale. Alla scorsa edizione del Festival di Sanremo, 15 milioni 398 mila spettatori seguirono lo special guest Roberto Benigni e la sua sorprendente performance che raggranellò il 50, 23% di share. Virtualmente i suoi fan raddoppiarono quando trapelò la notizia che il compenso che avrebbe ricevuto dalla Rai, 250 mila euro per una sola sera, sarebbe stato devoluto all’ospedale pediatrico Meyer di Firenze, per la costruzione di un nuovo padiglione. Decisione che, si tenne a precisare, era stata presa prima di firmare il contratto con l’azienda per la presenza dell’artista sul palco di Sanremo, e non come gesto riparatore per l’indignazione popolare che il suo cachet aveva scatenato. Può anche essere, infatti lascia ancora più perplessi venire a sapere oggi che, dopo un anno esatto, quei soldi al Meyer non sono mai arrivati. «Chiedete a Benigni!», risponde un po’ stizzita l’addetta stampa del pediatrico fiorentino. «A me non risulta che sia arrivato mai nulla», conferma sereno il direttore generale del centro di eccellenza per la cura delle malattie dei bambini, Tommaso Langiano.


