mercoledì 20 marzo 2013

«Francesco ci indica dove occorre fissare lo sguardo»


JULIÁN CARRÓN SU AVVENIRE


di Julián Carrón
16/03/2013 - «Davanti ai fedeli, con le telecamere di tutto il mondo puntate su di sé, il Papa ha mostrato, in atto, qual è il fattore che sta all’origine della Chiesa». L'articolo del Presidente della Fraternità di Cl dedicato a Papa Francesco (16 marzo)
Nel mondo dell’informazione è un luogo comune che una notizia si consumi, che non possa tener desta l’attenzione oltre un certo limite. E già il gesto imponente della rinuncia di Benedetto XVI sembrava aver “consumato” buona parte di quella attenzione, centrata sul cuore del mistero di Cristo e della sua Chiesa. Malgrado ciò, subito dopo aver visto Ratzinger scomparire con un sorriso, l’attenzione dei media si è concentrata su Roma, intorno ai cardinali elettori. È difficile sottrarsi alla domanda di che cosa nasconda la figura del successore di Pietro, tale da generare un’attenzione e un’attrattiva che vanno molto al di là delle “misure” normali degli eventi mediatici.

Durante le quasi due settimane di durata della sede vacante, si sono fatte, esplicitamente o implicitamente, molte ipotesi sulla natura del fenomeno chiamato Chiesa cattolica. Sono stati giorni in cui abbiamo rivissuto la domanda che lo stesso Gesù indirizzò ai suoi discepoli: «Chi dice la gente che io sia?» (Mc 8,27). E gli uomini hanno cercato di rispondere anche oggi, quasi con fretta, come di fronte a un fatto che esigeva una spiegazione. E hanno risposto applicando le categorie consuete delle quali ognuno dispone. Le categorie “politiche” che si sono applicate al Conclave nascondevano un’ultima incapacità di stare davanti a un fenomeno che, ieri come oggi, sorprende. Non basta che queste categorie siano state smentite diverse volte (con Giovanni Paolo II, con Benedetto XVI...) perché si cessi di applicarle: è necessaria una spiegazione esauriente del fenomeno che i nostri occhi vedono. Più propriamente, bisogna che questa spiegazione accada.

Ebbene, la Chiesa cattolica è accaduta davanti ai nostri occhi, nell’intenso dialogo fra papa Francesco e la folla in piazza San Pietro. L’attesa della gente, mentre i cardinali votavano in Conclave, rivelava un popolo fiducioso e nello stesso tempo bisognoso di un pastore, intorno al quale si produce una unità sempre sorprendente in un mondo come il nostro, abituato alla divisione. La fumata bianca ha ceduto il posto a una gioia debordante, che in più d’uno deve aver suscitato la domanda: «Come è possibile che si rallegrino, se non sanno ancora chi è stato eletto?». Con l’ondeggiare delle tende l’attesa cresceva, rivelando il desiderio diconoscere, vedere e ascoltare il pastore, come quasi duemila anni fa Aquila e Priscilla, oriundi di Roma, convertiti da san Paolo a Corinto, volevano conoscere Pietro, l’amico di Gesù, il primo Vescovo di Roma.

Il primo gesto del Papa ha preceduto il suo volto: ha deciso di chiamarsi Francesco, indicando sin dall’inizio dove occorre fissare lo sguardo. Come il poverello di Assisi, il Pontefice dichiara di non avere altra ricchezza che Cristo, e non conosce altro modo di comunicarla che la semplice testimonianza della propria vita. E subito, davanti ai fedeli, con le telecamere di tutto il mondo puntate su di sé, il Papa ha mostrato, in atto, qual è il fattore che sta all’origine della Chiesa: ha invitato la folla a raccogliersi in preghiera davanti a Dio Padre attraverso Gesù Cristo. In quel momento la Chiesa è accaduta davanti a tutti noi. Come il suo predecessore, l’impetuoso Pietro, Francesco ha confessato: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente» (Mt, 16,16). Come al primo Vescovo di Roma, anche a lui Cristo consegna, davanti al suo gregge, le chiavi della Chiesa.

La fede che si manifesta nel gesto di Francesco, nella richiesta al suo popolo che chieda mendicando per lui la benedizione di Dio, è in modo commovente la stessa che abbiamo colto in Benedetto XVI allorché ricordava al mondo intero che la Chiesa è di Cristo. Lasciando i cardinali, Ratzinger ricordava, citando Guardini, che la Chiesa «non è un’istituzione escogitata e costruita a tavolino…, ma una realtà vivente… Essa vive lungo il corso del tempo, in divenire, come ogni essere vivente, trasformandosi… Eppure nella sua natura rimane sempre la stessa, e il suo cuore è Cristo». Ricordando l’Udienza del giorno precedente in piazza San Pietro, concludeva: questa «è stata la nostra esperienza, ieri, in Piazza: vedere che la Chiesa è un corpo vivo, animato dallo Spirito Santo e vive realmente dalla forza di Dio» (28 febbraio 2013).

Anche noi possiamo dire: «Lo abbiamo visto ieri». E adesso lo diciamo con Pietro, di cui conosciamo il volto, che ci invita, come ognuno dei Papi ha fatto con il suo popolo dell’Urbe e dell’Orbe, a incominciare un cammino insieme.



Uno stemma che è un programma



stemma
Nello stemma episcopale di papa Jorge Mario Bergoglio ci sono tre parole latine di non immediata comprensione: “Miserando atque eligendo”.
Ma se si va a vedere da dove sono riprese si scoprono tratti importanti del programma di vita e di ministero di papa Francesco.
In questa piccola caccia al tesoro è d’aiuto una nota del dotto teologo Inos Biffi su “L’Osservatore Romano” del 15 marzo.
Il motto proviene da un’omelia di san Beda il Venerabile (672-735), monaco di Wearmouth e di Jarrow, autore di opere esegetiche, omiletiche e storiche, tra cui la “Historia ecclesiastica gentis Anglorum”, per cui è chiamato il “Padre della storia inglese”.
Nell’omelia, la ventunesima di quelle che ci sono giunte, Beda commenta il passo del Vangelo che racconta la vocazione ad apostolo di Matteo, pubblico peccatore.
Nel brano da cui è ricavato il motto si legge:
“Gesù vide un uomo, chiamato Matteo, seduto al banco delle imposte, e gli disse: ‘Seguimi’ (Matteo, 9, 9). Vide non tanto con lo sguardo degli occhi del corpo, quanto con quello della bontà interiore. Vide un pubblicano e, siccome lo guardò con amore misericordioso in vista della sua elezione, gli disse: ‘Seguimi’. Gli disse ‘Seguimi’, cioè imitami. ‘Seguimi’, disse, non tanto col movimento dei piedi, quanto con la pratica della vita. Infatti ‘chi dice di dimorare in Cristo, deve comportarsi come lui si è comportato’ (1 Giovanni, 2, 6)”.
In latino, il brano inizia così:
“Vidit ergo Iesus publicanum, et quia miserando atque eligendo vidit, ait illi, Sequere me. Sequere autem dixit imitare. Sequere dixit non tam incessu pedum, quam exsecutione morum”.
Includere nello stemma il motto “Miserando atque eligendo” significa dunque mettersi al posto di Matteo, da Gesù guardato con misericordia e chiamato a lui, nonostante i suoi peccati.
Ma l’importante è il seguito del passo citato. Dove Beda spiega cosa comporta seguire ed imitare Gesù:
“Non ambire le cose terrene; non ricercare i guadagni effimeri; fuggire gli onori meschini; abbracciare volentieri tutto il disprezzo del mondo per la gloria celeste; essere di giovamento a tutti; amare le ingiurie e non recarne a nessuno; sopportare con pazienza quelle ricevute; ricercare sempre la gloria del Creatore e non mai la propria. Praticare queste cose e altre simili vuol dire seguire le orme di Cristo”.
Conclude Inos Biffi:
“È il programma di san Francesco d’Assisi, iscritto nello stemma di papa Francesco. E intuiamo che sarà il programma del suo ministero, come vescovo di Roma e pastore della Chiesa universale”

PAPA FRANCESCO


Papa Francesco: vero potere è il servizio
Non abbiate paura della tenerezza

«Il mondo perfetto non esiste». Tutti i grillini dovrebbero leggere questo testo di Ratzinger


DA TEMPI 




Caro direttore, i risultati elettorali e la grottesca rincorsa a Grillo stanno rendendo balbettanti intellettuali e commentatori di grandi testate. 

Per schiarirsi le idee, sarebbe utile che riflettessero su queste considerazioni (del 1986) di J. Ratzinger. Alla domanda, che si pone, «che cosa minaccia oggi la democrazia?» risponde: «C’è innanzitutto la incapacità di fare amicizia con l’imperfezione delle cose umane: il desiderio di assoluto nella storia è il nemico del bene che è nella storia. L’idea che la storia passata sia stata una storia di non libertà si afferma sempre di più; e che finalmente ora, o tra poco, si potrà o si dovrà costituire la società giusta».

IL MONDO PERFETTO NON ESISTE. «Io penso che noi oggi dobbiamo con ogni decisione chiarirci che né la ragione né la fede promettono, a nessuno di noi, che un giorno ci sarà un mondo perfetto. Esso non esiste. La sua continua aspettativa, il gioco con la sua possibilità e prossimità, è la minaccia più seria che incombe sulla nostra politica e sulla nostra società, perché di qui insorge fatalmente l’onirismo anarchico. Per la consistenza futura della democrazia pluralistica e per lo sviluppo di una misura umanamente possibile è necessario riapprendere il coraggio di ammettere l’imperfezione ed il continuo stato di pericolo delle cose umane».


IL MORALISMO È IMMORALE. «Sono morali solo quei programmi politici che suscitano questo coraggio. Immorale è al contrario quell’apparente moralismo che mira ad accontentarsi solo del perfetto. Sarà quindi necessario anche un esame di coscienza nella predicazione morale della Chiesa o vicina alla Chiesa, le cui ipertese esigenze e speranze spingono alla fuga dal piano morale a quello utopico».


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martedì 26 febbraio 2013

"Mio figlio disabile ora è murato in casa"



La città 'vietata'

 
Il giudice ha ordinato di smantellare la passerella costruita per uscire

di Alessandra Pascucci
Un disabile in carrozzina (Foto Newpress)
Un disabile in carrozzina (Foto Newpress)
Ancona, 21 febbraio 2013 - COSTRETTO su una carrozzina, rischia di rimanere murato in casa.L’appartamento in cui vive con i genitori, al primo piano di un condominio di via Flaminia, vicino alla stazione, è separato dalla strada da oltre 50 scalini, talmente ripidi da non permettere l’installazione di un montascale. Ora i vicini di casa vogliono far demolire la passerella che, dal 2003, consente al giovane di uscire per andare a scuola, sottoporsi a fisioterapia, socializzare. E’ la storia di Michele Sacchettoni (riportiamo il nome su autorizzazione dei genitori), 23anni, affetto da totale infermità fisica e psichica.
STEFANO ed Anna Maria Sacchettoni si battono dal 1998 per superare le barriere architettoniche che impediscono al loro figlio di uscire in carrozzina: solo tra il portone condominiale e la strada ci sono oltre 25 gradini, più ripidi della norma. Finché Michele era bambino i genitori lo hanno portato in braccio, impresa divenuta impossibile con gli anni. Nel 1998 la famiglia Sacchettoni ha chiesto di realizzare una sorta di pontile sul retro della casa, che si affaccia su via Berti, a livello più alto rispetto a via Flaminia: la passerella può collegare il giardino di casa con il garage privato, dove Michele può salire in auto. I condomini sono insorti ma, in virtù della legge 104/92, i genitori hanno avviato lo stesso i lavori. La maggioranza dei vicini (8 famiglie su 14) ha deciso però di ricorrere al giudice civile: «La passerella deturpa il condominio, facilita l’ingresso dei ladri, non rispetta le distanze di legge». Il giudice, dopo una serie di udienze cui i vicini hanno partecipato in forze, ha dato loro torto: nel 2003 ha respinto il ricorso e ha condannato i condomini alle spese legali.
I SACCHETTONI hanno quindi realizzato la passerella, ma i vicini non si sono arresi e hanno appellato, stavolta con successo, la prima sentenza: una decisione della Corte d’Appello del luglio 2012 impone lo smantellamento del pontile. Una vicina, in particolare, lamenta stati depressivi dovuti alla vista del manufatto. Ieri, assistiti dagli avvocati Maurizio Marinozzi e Manola Micci, i Sacchettoni hanno chiesto al giudice delle esecuzioni mobiliari di sospendere l’immediata esecuzione della sentenza d’appello: per Michele quella passerella è l’unica strada per uscire. «Reclamiamo il diritto di Michele a farsi curare e a frequentare la scuola — dicono i genitori — entrambi diritti costituzionalmente garantiti». Sul tema della disabilità, ieri, è intervenuto anche Roberto Zazzetti, presidente della Consulta regionale per la Disabilità, che paventa gravi penalizzazioni con gli annunciati tagli alla Sanità.
di Alessandra Pascucci

lunedì 25 febbraio 2013

QUANDO LE BARRIERE MENTALI DIVENTANO FISICHE: LA STORIA DI MICHELE


Sono cinquanta gli scalini che dividono Michele Sacchettoni dal resto del mondo. Il ragazzo disabile, di 23 anni, abita con la famiglia in un condominio sulla via Flaminia ad Ancona e ora rischia di restare murato in casa, perché alcuni residenti del palazzo vogliono che venga abbattuta la passerella costruita ad hoc per il passaggio della carrozzina, perché deturperebbe il palazzo e non sarebbe costruita a norma di legge. La vicenda giudiziaria inizia nel 98 quando alcuni condomini avviano la causa civile contro la passerella, nel 2003 il giudice di primo grado respinge il ricorso e dà il via libera ai lavori. Pochi mesi fa il ribaltamento della sentenza in appello: la passerella va tolta.
Guarda il video..

giovedì 21 febbraio 2013

La famiglia pontificia rimarrà unita. Monsignor Georg Gaenswein e le Memores Domini abiteranno con Benedetto XVI


Febbraio 15, 2013 Redazione
Il segretario del Papa e le Memores Domini che servono nell’Appartamento del Pontefice, lo seguiranno nella nuova residenza

Monsignor Georg Gaenswein, il segretario personale del cardinale Joseph Ratzinger, che lo ha seguito dopo l’elezione del 19 aprile 2005 nell’Appartamento Pontificio, lo accompagnerà il 28 febbraio sera a Castelgandolfo e poi nella nuova residenza in Vaticano, allocata nell’edificio che ospitava le monache di clausura.

Vivrà lì, ma non avrà particolari incombenze perché, come ha precisato ieri il portavoce della sala stampa vaticana, padre Federico Lombardi, «resta il prefetto della Casa Pontificia», responsabilità alla quale è stato chiamato lo scorso dicembre e che continuerà ad esercitare.

Con il Papa e don Georg a Castelgandolfo andranno poi anche le Memores Domini che servono nell’Appartamento. Nell’ex convento ci sarà dunque l’intera “famiglia pontificia” di Benedetto XVI.



I cattolici montiani non dicono nulla sul fatto che Europa e Governo smontano la Legge 40?




Febbraio 15, 2013 Assuntina Morresi
La Cedu ha respinto il ricorso del governo sulla legge sulla fecondazione assistita. Una vicenda passata sotto silenzio per non disturbare il manovratore

Lo tsunami mediatico suscitato dalla rinuncia di papa Benedetto XVI ha fatto passare in sordina la decisione della Corte Europea dei Diritti Umani (Cedu) di respingere il ricorso del governo italiano, intervenuto a sostegno della legge 40 sulla fecondazione assistita.
È importante capire bene cosa sia successo, perché si tratta di un primo assaggio della politica che – forse – verrà, quella di rito montiano, con tutte le conseguenze del caso.
La Cedu aveva accolto il ricorso di una coppia italiana, che voleva accedere alla fecondazione assistita per selezionare embrioni malati di fibrosi cistica – di cui i due sono portatori – e scartarli, e trasferire in utero solo quelli sani. La legge 40 non lo permette. L’accesso alla fecondazione in vitro è consentito solamente alle coppie infertili, e quindi quelle portatrici di malattie genetiche, se fertili, non possono ricorrervi. La legge, infatti, non è eugenetica, non ha cioè come scopo la selezione degli embrioni, ma semplicemente dare la possibilità alle coppie infertili di tentare la via medicalmente assistita.
La Cedu ha accolto in prima istanza il ricorso della coppia, denunciando una presunta contraddizione all’interno della legislazione italiana: con la 194 si potrebbero abortire quegli embrioni (o feti) che la legge 40 non permette invece di sopprimere appena procreati. Una affermazione falsa, in punta di diritto: la 194 non consente l’aborto eugenetico, cioè se il concepito è malformato, ma solo quando ci sono problemi di salute fisica o psichica della donna.
Non c’entra qui la prassi – di cui potremmo sicuramente discutere – ma i testi di legge: né la 194 né la 40 prevedono la soppressione di feti o embrioni se malati.
In aggiunta, c’era un problema procedurale: la coppia si era rivolta direttamente alla Corte europea senza interpellare prima i tribunali italiani, come invece richiesto dalle norme internazionali.
Il governo Monti ha fatto ricorso alla Cedu, difendendo la legge italiana ma puntando tutto sulla questione procedurale. Lo affermava espressamente il comunicato del 28 novembre scorso da Palazzo Chigi: «La decisione italiana di presentare la domanda di rinvio alla Grande Chambre della Corte europea per i diritti dell’uomo si fonda sulla necessità di salvaguardare l’integrità e la validità del sistema giudiziario nazionale, e non riguarda il merito delle scelte normative adottate dal Parlamento né eventuali nuovi interventi legislativi».
Eppure il merito è importante: consentendo che la fecondazione in vitro serva a selezionare embrioni, distinguendo fra sani e malati, trasferendo i primi e scartando i secondi, si introduce una norma eugenetica, perché – piaccia o no – ogni selezione di una vita umana basata sul patrimonio genetico è eugenetica.
Ma queste considerazioni sono state volutamente escluse dal governo Monti, come rivendica il comunicato: una decisione evidentemente condivisa dai cattolici che ne fanno parte, dai quali non si è sentito alcun commento a proposito.
La Cedu adesso ha respinto il ricorso, e non ne conosciamo le motivazioni. La legge 40 per ora non è cambiata, quella coppia può accedere alla fecondazione in vitro e alla diagnosi preimpianto, e probabilmente qualche giudice userà – o forse lo sta già facendo – questa sentenza per portare di nuovo la 40 al vaglio della Corte Costituzionale e cambiarne il testo. D’altra parte, certa magistratura pare entusiasta all’idea di modificare quel che parlamento e referendum popolare hanno stabilito.

domenica 17 febbraio 2013

Per addentrarci nella situazione politica attuale



...«Nella loro esistenza non 
possono esserci due vite parallele: da una parte, la vita cosiddetta “spirituale”, con i suoi valori e
con le sue esigenze; e dall’altra, la vita cosiddetta “secolare”, ossia la vita di famiglia, di lavoro, dei 
rapporti sociali, dell’impegno politico e della cultura. Il tralcio, radicato nella vite che è Cristo,
porta i suoi frutti in ogni settore dell’attività e dell’esistenza. Infatti, tutti i vari campi della  vita 
laicale rientrano nel disegno di Dio, che li vuole come “luogo storico” del rivelarsi e del realizzarsi 
della carità di Gesù Cristo a gloria del Padre e a servizio dei fratelli. Ogni attività, ogni situazione, 
ogni impegno concreto – come, ad esempio, la competenza e la solidarietà nel lavoro, l’amore e la 
dedizione nella famiglia e nell’educazione dei figli, il servizio sociale e politico, la proposta della 
verità nell’ambito della cultura – sono occasioni provvidenziali per un “continuo esercizio della 
fede, della speranza e della carità”» (Esortazione Apostolica Christifideles laici, n. 59).....  




Appunti dall’intervento di Julián Carrón 

alla Scuola di comunità del 30 gennaio 2013

Voglio proporre cinque punti come percorso per addentrarci nella situazione politica attuale.
1) Il nostro bisogno. Siamo chiamati a votare. Sappiamo già chi votare? Di fronte alla situazione
attuale, la cosa che ci facilita di più è partire ciascuno dal proprio bisogno, che è bisogno di
chiarezza, di comprendere i dati della situazione, il che non è assolutamente scontato. Innanzitutto, 
dunque, occorre questa umiltà, perché questa volta, data la complessità della situazione, i conti non 
tornano immediatamente. Ma questo bisogno relativo a come vivere la circostanza delle elezioni, 
noi lo viviamo come un soggetto che ha la fede, un soggetto cristiano, ecclesiale. Da qui il secondo 
punto. 
2) La fede e la sua verifica. Come l’esperienza della fede che vivo mi aiuta ad affrontare questo
bisogno di raggiungere una chiarezza? Ciascuno di noi ha un punto di verifica della pertinenza della
fede alla esigenza di chiarezza circa le elezioni: come ha accolto e usato la Nota di Cl del 2 gennaio.
In tanti sono passati sopra i primi due punti della Nota (in sintesi, il primo punto afferma che «il
primo livello di incidenza politica di una comunità cristiana viva è la sua stessa esistenza», il
secondo che «la comunità cristiana non può non tendere ad avere una sua idea e un suo metodo
d’affronto dei problemi comuni, sia pratici che teorici, da offrire come sua specifica collaborazione
a tutto il resto della società»), dandoli per scontati, perché quello che premeva loro era arrivare in
fretta a decifrare per chi votare. In questa impostazione troviamo un esempio di quello che dice don
Giussani (l’ho citato nella Lettera alla Fraternità al termine dell’ultimo Sinodo): «Per molti di noi

La croce di Ratzinger


 ..........chi sei Tu, che affascini un uomo fino a renderlo così libero da suscitare anche in noi il desiderio di quella stessa libertà? «Cristo me trae tutto, tanto è bello», esclamava un altro appassionato di Cristo, Jacopone da Todi: non ho trovato altra spiegazione. 
Con la sua iniziativa il Papa ha dato una tale testimonianza a Cristo da far trasparire con potenza tutta la Sua attrattiva, a tal punto che essa in qualche modo ci ha afferrati tutti: eravamo davanti a un mistero che catturava l’attenzione. Dobbiamo ammettere quanto sia raro trovare una testimonianza che costringa il mondo, almeno per un istante, a tacere.....

di Julián Carrón
15/02/2013 - «Caro Direttore, il suo editoriale sull’annuncio di Benedetto XVI descrive la situazione in cui tutti ci siamo venuti a trovare lunedì mattina...». La lettera del Presidente della Fraternità di CL ("la Repubblica", 15 febbraio 2013)
Caro Direttore,
il suo editoriale sull’annuncio di Benedetto XVI descrive la situazione in cui tutti ci siamo venuti a trovare lunedì mattina. «È una notizia universale, che fa il giro del mondo e lo stupisce. (…) Guai a far finta di niente».

Per un istante il mondo si è fermato. Tutti, dovunque fossimo, abbiamo sostato in silenzio, specchiandoci nei volti altrettanto stupiti di chi avevamo accanto. In quel minuto di silenzio c’era tutto. Nessuna strategia di comunicazione avrebbe potuto provocare un simile contraccolpo: eravamo davanti a un fatto tanto incredibile quanto reale, che si è imposto con una tale evidenza da trascinare tutti, facendoci alzare lo sguardo dalle cose solite.
Che cosa è stato in grado di riempire il mondo intero di silenzio, all’improvviso?

Quel minuto stupefatto ha bruciato d’un colpo tutte le immagini che di solito ci facciamo del cristianesimo: un evento del passato, una organizzazione mondana, un insieme di ruoli, una morale circa le cose da fare o da non fare. No, tutto questo non riesce a dare ragione adeguata di ciò che è accaduto l’11 febbraio. La spiegazione va cercata altrove.


venerdì 18 gennaio 2013

Don Luigi Giussani: un padre, cioè un testimone

...... la tentazione di trasformare il cristianesimo in moralismo, il moralismo in politica. Monsignor Giussani ha creduto, anche in questa situazione, che l’incontro con Cristo rimane centrale, perché chi non dà Dio, dà troppo poco e alla fine non costruisce, ma distrugge, perché fa perdere l’azione umana in dogmatismi ideologici e falsi”.


martedì 26 febbraio 2008
“Cristo e la Chiesa: senza mai separare l’uno dall’altra. Sta qui la sintesi della sua vita e del suo apostolato”. Così scriveva Giovanni Paolo II in occasione della morte di don Luigi Giussani, avvenuta tre anni fa, il 22 febbraio 2005.
E’ quanto ha sottolineato anche il nostro Arcivescovo, S. E. Mons. Piero Coccia, che per la ricorrenza ha celebrato sabato scorso, nel Santuario della Madonna delle Grazie, una Santa Messa, nella quale è stato ricordato, al tempo stesso, il 26° anniversario del riconoscimento pontificio della Fraternità di Comunione e Liberazione.
Cristo, ha detto l’Arcivescovo commentando le letture del giorno incentrate sulla simbologia dell’acqua, è stato per don Giussani l’unica “acqua” capace di dissetare la sete strutturale dell’uomo, una sete che nessun’altra fonte, nessun’altra oasi può estinguere nel deserto della vita. 
La sua non è stata una fede “labile, incerta, stagionale, emozionale”, ma una certezza salda, radicata nell’esperienza, capace di generare speranza e quindi di incidere profondamente sulla realtà.
Una fede “imperterrita” gli riconobbbe anche l’allora Cardinale Ratzinger, nell’omelia tenuta in occasione della cerimonia funebre: “In tempi in cui serpeggiavano tensioni e contrapposizioni tra movimenti e parrocchie, Chiesa carismatica e Chiesa istituzionale, mons. Luigi Giussani ha sempre comunicato intorno a sé un vero amore e una sincera fedeltà verso i Vescovi e i Pontefici, molti dei quali aveva conosciuto personalmente”. Ad iniziare da Paolo VI, che nel lontano 1975 gli aveva detto: “Coraggio, questa è la strada giusta, vada avanti così”.
La fede nella centralità di Cristo e della Chiesa, aggiungeva il futuro Benedetto XVI, ha permesso a don Giussani di decifrare in modo giusto, in anni difficili, i segni dei tempi e di evitare la tentazione seduttiva delle ideologie.
“Quando un primo gruppo dei suoi si recò in Brasile, si trovò a confronto con la povertà estrema. Che cosa fare? Come rispondere? Grande era la tentazione di dire: adesso dobbiamo, per il momento, prescindere da Cristo, prescindere da Dio, perché ci sono urgenze più pressanti; dobbiamo prima cominciare a cambiare le strutture, le cose esterne, dobbiamo prima migliorare la terra, poi possiamo ritrovare anche il cielo. Era la tentazione di trasformare il cristianesimo in moralismo, il moralismo in politica. Monsignor Giussani ha creduto, anche in questa situazione, che l’incontro con Cristo rimane centrale, perché chi non dà Dio, dà troppo poco e alla fine non costruisce, ma distrugge, perché fa perdere l’azione umana in dogmatismi ideologici e falsi”.
Vivere la comunione dentro tutti gli ambiti della realtà: questa è stata la strada, il metodo indicato da don Giussani. E non qualunque comunione, ha precisato l’Arcivescovo, ma la comunione con la verità stessa, con l’amore stesso, in Cristo e nella Chiesa. 
Questa fede e questo metodo si sono tradotti in testimonianza ed hanno generato una grande fioritura di opere culturali, caritative, missionarie in tutto il mondo.
Una fecondità che a noi, ormai avanti negli anni, che lo abbiamo incontrato e seguito come un Padre fin da quando eravamo uno sparuto gruppetto di giovani che si riuniva in uno scantinato di viale Venezia, riempie il cuore di commozione e di gratitudine.

Paola Campanini
 
 

martedì 15 gennaio 2013

“Quale pace infinita deve provare oggi guardandoci insieme con il suo papà”



L’altro sì che ci ha chiesto Dio
07/01/2013 – Giacomo Cornara, diciottenne dell’hinterland milanese, è morto pochi giorni fa sulle nevi di Macugnaga, in Piemonte. A settembre era morto suo padre. Ecco le parole della sua mamma, Monica
  • Giacomo Cornara.Giacomo Cornara.
Il 29 dicembre Giacomo, 18 anni, primo di sei figli, studente al liceo scientifico Leonardo da Vinci a Milano, mentre faceva snowboard ha perso la vita sulle montagne di Macugnaga. A settembre era morto il padre, Gianni Cornara, per infarto. Pubblichiamo la lettera della mamma Monica, letta da don Beppe durante i funerali a cui hanno partecipato centinaia di ragazzi. 
Il giorno del nostro matrimonio, avevo scritto questa preghiera dei fedeli: «Maria, aiutaci a riconoscere e accogliere il Mistero del tuo Figlio per abbracciare ogni giorno con passione le circostanze della nostra vita. Per riconoscere e amare il destino buono che il Signore ci ha preparato, e aiutaci al dire, ogni momento, accada di me secondo la tua parola».
Ingenuamente pensavo a gioie e dolori di tutti i matrimoni, il dono dei figli, il rammarico per qualche incomprensione, lo stupore di una notizia inaspettata, Il disagio di fronte a ciò che non corrisponde.Puntualmente tutti questi piccoli sì hanno accompagnato i nostri 19 anni di matrimonio, costruendo la vita nostra e dei nostri figli.
Tre mesi fa il Signore ha chiamato a sé Gianni: il mistero della morte si è fatto presente, vivo, lacerante. Ho chiesto alla Madonna ogni giorno di sostenere la mia giornata, di offrire a Dio la mia stanchezza e il mio disorientamento, per continuare a comunicare ai miei figli che tutto è dono, che il bene a cui è chiamato Gianni è infinitamente più grande di quello di cui avrebbe goduto stando con noi. E la certezza della Sua grazia si è fatta carne in noi, lo abbiamo sperimentato attraverso tutte le persone che ci hanno sostenuto ed accompagnato in ogni istante.
Poi, o Dio, ci hai chiesto un altro sì. La ferita aperta nel mio cuore si è fatta una voragine, perché hai voluto chiamare a te anche Giacomo, hai donato anche a lui la felicità piena, quella che nell’inquietudine del suo cuore di 18 anni cercava ad ogni costo, in casa, a scuola con gli amici, nello studio e nel divertimento. Quale pace infinita deve provare oggi guardandoci insieme con il suo papà.
Grazie, o Dio, perché hai fatto a Giacomo questo grande dono e ti offro tutto il mio dolore umano, rinnovando “il mio accada di me secondo la tua parola”.
Sia la nostra ferita aperta, sempre sanguinante perché possiamo vivere ogni istante della nostra vita, con la coscienza che siamo fatti per il bene, per la felicità che Giacomo e Gianni stanno già contemplando.
Monica

martedì 1 gennaio 2013

AUGURI



da tempi

Pubblichiamo di seguito il Te Deum del vescovo Luigi Negri 

Il Te Deum per un anno trascorso è come un dialogo profondo tra il cuore nostro e quello di Dio. È guardando a Lui che vengono a galla le linee portanti delle sue grandezze, di nuove strade aperte e di nuovi cammini. Il primo grazie a Dio è per la presenza di Benedetto XVI, questo gigante mite e fortissimo che sostiene il cammino della Chiesa infondendole luce ed energia e quella novità che rende il cristiano un uomo “grande”. Abbiamo imparato tutti i giorni dalla grandezza del Papa. Ho avuto la straordinaria opportunità di stare al suo fianco durante il recente Sinodo in cui la sua presenza, testimonianza e insegnamento ci hanno garantito l’azione dello Spirito Santo in quei giorni

TE DEUM



È paradossale ma giunti alla fine di quest’anno la parola che più mi impressiona è “inizio”. Leggendo il prezioso libretto di Guardini intitolato L’inizio imparai, molti anni fa, che l’unico angolo di visuale con cui si può guardare il passato è l’insegnamento che da esso si può trarre nel presente per costruire il futuro. La fine di un anno, quindi, non può avere anzitutto il carattere di un bilancio ma è piuttosto l’occasione per trarre stimoli dalle circostanze favorevoli o sfavorevoli, dai rapporti facili o difficili, in vista di quell’attitudine che dice della grandezza dell’uomo: la disposizione a cambiare o, meglio, a lasciarsi cambiare.