lunedì 15 ottobre 2012

Nota del Centro di Ateneo di Bioetica dell’Università Cattolica in merito alla sentenza della Corte di Cassazione sul caso del risarcimento alla bambina nata con sindrome di Down


Nota del Centro di Ateneo di Bioetica dell’Università Cattolica  in merito
alla sentenza della Corte di Cassazione sul caso
del risarcimento alla bambina nata con sindrome di Down
Milano, 10 ottobre 2012 - Si può risarcire qualcuno perché nato con sindrome di Down?
La Corte di Cassazione, con la sentenza del 2 ottobre, ha risposto affermativamente a
questa domanda risarcendo con un milione di euro una bambina nata sedici anni fa con
tale patologia e, di fatto, condannando il medico per non aver eseguito una diagnosi
adeguata. Il testo che giustifica questa sentenza è estremamente articolato, infarcito di
argomentazioni e analisi che spaziano dal diritto alla filosofia. Riservandoci il tempo
adeguato per una puntuale disamina del testo stesso, che si inserisce a pieno titolo nel
dibattito bioetico sul cosiddetto “danno o torto da procreazione”, risulta in ogni caso
discutibile e confutabile il messaggio che ne esce. Per quanto si tratti, con ogni
probabilità, di una semplificazione, il giudizio è inevitabilmente quello che sarebbe meglio
non nascere che nascere con una patologia. Si ha l’impressione di un tragico salto di
qualità che porti ad attenuare i diritti fondamentali dell’uomo laddove una malattia o
menomazione ne mini la capacità di autonomia e indipendenza.
La questione non è solo riconducibile al tema dell’aborto e non può essere archiviata nel
dibattito tra “pro life” e “pro choice”.
In ogni caso è evidente nella sentenza un uso arcaico dei concetti di “handicap” e di
“diversa abilità” che non tiene conto dell’evoluzione concettuale che ha portato alla
Convenzione Onu dei Diritti delle persone con disabilità (Dicembre 2006, ratifica italiana
marzo 2009).
Quando si entra nella logica di una misurazione di danni e benefici che hanno al centro
non un atto volontario ma una condizione esistenziale come l’essere malato, si perde il
concetto di incommensurabilità dell’esistere dell’uomo concreto che la modernità ha
posto come marchio stesso della dignità e individualità umana, al di là di ogni patologia e
differenza di status sociale e economica: un valore che non ha prezzo.
La sentenza si serve e veicola una logica irrealistica e controfattuale per cui ogni evento
della vita, che per sua natura possa comportare una forma di disagio, viene interpretato
come un’ipotesi di colpa da addebitare a qualcuno.
Inutile fare trasmissioni e commuoversi di fronte alle Paralimpiadi se poi il messaggio che
l’opinione pubblica percepisce è che nascere con una patologia sia solo un peso
esistenziale, economico e sociale per se stessi e per gli altri. Interroghiamoci se questa
sentenza non dia, poi, nuova linfa ad una medicina difensiva che non avrà più a cuore la
tutela del paziente ma finirà, invece,  per vederlo come un possibile nemico.
I problemi sono molti e non si può e non si deve pensare che possano essere chiusi con
una sentenza.
Centro di Ateneo di Bioetica
Università Cattolica del Sacro Cuore
Via Nirone 15, 20123 Milano
Tel. 02.7234.2922
Fax 02. 7234.2207
E-mail: centrodibioetica@unicatt.it
www.centrodibioetica.it

Scrivi qui il resto dell'articolo
Posta un commento