lunedì 30 aprile 2012

Il nostro futuro in pericolo?


....Le rovine hanno un potere ipnotico, come documenta la poesia di Rutilio Namaziano di fronte al crollo e la devastazione del millenario impero romano.
Allora furono i monaci che sulle rovine ricominciarono a costruire, salvando la grande civiltà che si stava perdendo. Avendo gli occhi e il cuore alla Città di Dio, seppero ricostruire la città degli uomini.
Ci vuole un nuovo san Benedetto. Ci vogliono nuovi monaci. Tanto più necessari se dovesse scoppiare il grande botto e se le rovine fossero anche materiali, oltreché economiche, morali e spirituali.......
Il Papa ha detto: “Il nostro futuro e il destino del nostro pianeta sono in pericolo”. Parole testuali pronunciate pochi mesi fa. E il successivo 13 maggio, a Fatima, durante l’omelia ha esplicitato questo drammatico scenario: “L’uomo ha potuto scatenare un ciclo di morte e di terrore, ma non riesce a interromperlo…”.

15 APRILE 2012 / Socci

Gli uomini non sopportano troppa realtà, diceva Thomas S. Eliot. In effetti siamo già così angosciati per lo spread, in ansia per la recessione, la disoccupazione, l’aumento delle tasse, il crollo del consumi, il debito pubblico, la crisi dell’euro, il fantasma del default dell’Italia, che non ci siamo accorti – e non ci vogliamo accorgere – di un pericolo ancora più mostruoso che incombe sulle nostre teste: un conflitto nucleare in Medio Oriente fra Iran e Israele. Con tutto quel che ne seguirebbe.
Proprio in questo fine settimana riprendono a Istanbul le trattative fra Iran e i cinque membri permanenti del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite (con l’aggiunta della Germania) sul “potenziale nucleare” del regime degli ayatollah.
La crisi siriana – paradossalmente – ha rafforzato la posizione iraniana, quindi ha accresciuto i pericoli.
 Tanto che – come scriveva ieri Arrigo Levi sul Corriere della sera – “il mondo intero si sta ponendo con grande senso di urgenza questi interrogativi”, cioè “quanto è probabile un attacco nucleare iraniano a Israele per ‘eliminare dalla faccia della terra’ lo Stato ebraico” oppure se “dobbiamo aspettarci un attacco preventivo di Israele all’Iran”.
Non che in Italia non se ne parli. Del resto i media internazionali da mesi avvertono dell’avvicinarsi del botto e in Israele da tempo fanno continue esercitazioni – nei luoghi pubblici e nelle case – simulando l’eventualità di un attacco atomico.
Ma noi – comprensibilmente – siamo così distratti dai nostri guai, così sopraffatti dalle nostre ansie presenti, che navighiamo a vista senza guardare cosa succede fuori dai confini.


Sul “caso Ligabue-nella-liturgia” mi trovo attaccato da Corriere (Melloni) e Avvenire (Tarquinio)… E sentite come…



25 APRILE 2012 /  Antonio Socci
Bach come Jovanotti? Ieri, sul Corriere della sera, il corsivista Alberto Melloni, campione di cattoprogressismo, per rispondere al mio articolo sui funerali di Morosini, stabiliva una sorprendente equivalenza, per la liturgia cattolica, fra le canzoni di Ligabue e la musica di Mozart.  
Dunque cantare in chiesa, a un funerale, la Messa da Requiem di Mozart è la stessa cosa che schitarrare – come hanno fatto a Bergamo – le canzonette di Ligabue (con queste memorabili parole:“quando questa merda intorno/ sempre merda resterà/ riconoscerai l’odore/ perché questa è la realtà”).
Vorrei dire che, se Melloni detesta Mozart perché è amato da Ratzinger, provi a farsi spiegare la grandezza teologica del suo Agnus Dei da Karl Barth.
In ogni caso equiparare Mozart a Ligabue significa che manca o l’abc del giudizio culturale o il senso del ridicolo o la pietà. O forse tutti e tre.
Soprattutto manca la consapevolezza che la liturgia è la cosa più sacra della Chiesa e non se ne può disporre a piacimento, perché non è fatta da noi, non è il luogo delle nostre trovate, ma vi riaccade la passione e morte del Figlio di Dio.
Stabilito che in chiesa un corale di Bach non è la stessa cosa di una canzonetta di Vasco Rossi, c’è poi il capitolo della musica sacra della tradizione e delle moderne canzonette religiose.
Personalmente non ho pregiudizi, anche se la qualità dei testi e delle musiche va valutata. Ma quello che tracima dalla prosa di Melloni è soprattutto l’evidente disprezzo per la tradizione cattolica che lo induce a definire il gregoriano un “belare”.
E siccome Melloni sostiene che per avvicinarsi a Dio non c’è differenza fra “belare in gregoriano” e “quelle canzoni  stile Pooh che riempiono le navate di tante parrocchie”, voglio informarlo che invece la Chiesa stabilisce una rigorosa gerarchia. In particolare definisce il gregoriano come il canto proprio della Chiesa (poi viene la polifonia).
Lo ha proclamato non in uno di quei Concili che i cattoprogressisti disprezzano, ma proprio in quel Concilio Vaticano II di cui Melloni si proclama esperto e si autonomina portabandiera.
Infatti nella Costituzione “Sacrosantum Concilium” afferma che “la tradizione musicale di tutta la chiesa costituisce un tesoro di inestimabile valore, che eccelle tra le altre espressioni dell’ arte, specialmente per il fatto che il canto sacro, unito alle parole, è parte necessaria ed integrale della liturgia solenne”.


Se alla Santa Messa si canta Ligabue: “quando questa merda intorno/ sempre merda resterà/ riconoscerai l’odore/ perché questa è la realtà”…



21 APRILE 2012 / IN NEWS
Ma i vescovi e i preti credono ancora alla vita eterna? Spero di sì, ma dovrebbero farcelo capire. Specie nei funerali, in particolare quelli di personaggi famosi.
Ho letto, per esempio, le cronache sul rito funebre del giovane calciatore Piermario Morosini che pure “Avvenire” ha messo in prima pagina con una grande foto notizia e questo titolo: “L’ultimo gol di Morosini. Folla ed emozione ai funerali a Bergamo”. Un altro sommario del giornale dei vescovi diceva: “Lacrime, canzoni e applausi. Commovente il ricordo del suo parroco”.
E’ sicuro “Avvenire” che non ci sia nulla de eccepire proprio su quelle canzoni e sul resto?
Scrivono i giornali che durante la santa liturgia – invece degli inni sacri che accompagnano un nostro fratello davanti al giudizio di Dio – sono state cantate le canzoni di Ligabue.
Dunque in chiesa, mentre davanti all’altare c’era la bara di quel povero giovane, con il dolore dei suoi cari, e si distribuiva la comunione, venivano schitarrate cose  del genere: “quando questa merda intorno/ sempre merda resterà/ riconoscerai l’odore/ perché questa è la realtà”.
Parole di grande spiritualità? Di evidente connotazione cristiana? Altri “immortali capolavori” dello stornellatore emiliano eseguiti durante la liturgia, dicono le cronache, sono stati “Urlando contro il cielo” (che è tutto un programma) e “Non è tempo per noi” il cui messaggio è espresso da queste parole: “certi giorni ci chiediamo è tutti qui?/ E la risposta è sempre sì”.
Tutto questo è accaduto all’interno di un rito liturgico, ciò che la Chiesa ha di più sacro. E mentre l’attuale papa Benedetto XVI si erge (è un caposaldo del suo pontificato) in difesa della sacralità della liturgia, contro invenzioni e contro ogni tipo di abuso.
Ma i vescovi – che in buona parte hanno opposto un muro alla decisione del papa di ridare cittadinanza all’antico rito della Chiesa – non hanno poi nulla da eccepire di fronte a trovate simili nella liturgia.


politica, Formigoni, Tantardini



....Intervista a Mons. L. Giussani a cura di Alessandro Banfi, , Il Sabato n.19, 9 maggio 1987

Ci sono stati tre “scandali” sulla stampa italiana che hanno coinvolto lei e il Movimento che dirige: il rapporto con i socialisti, l’incontro con l’MSI fatto a Roma, la relazione con Giulio Andreotti. Per usare un termine in voga tra i cronisti, potremmo parlare di tre patti con Belzebù. Può spiegare questi tre “scandali”?......

21 Aprile 2012( da stranocristiano)

Qualche giorno fa ero dal medico, aspettando il mio turno. Leggevo il Corriere della Sera, e nella pagina aperta c’era la foto di Renzo Bossi. Entra una signora, molto arrabbiata. Ha fretta, le serve urgentemente un certificato ma deve aspettare il suo turno: tutti abbiamo fretta, tutti siamo in fila. Si siede vicino a me, vede la foto del “trota”, e comincia ad inveire violentemente contro i politici, tutti “schifosi ladroni, rubano tutti, che schifo pure questo della Lega”. E poi, con un trucchetto – scusate, dice, devo fare solo una domanda al medico – appena si apre la porta dell’ambulatorio, ci si infila dentro, e salta la fila.
Ecco: l’Italia è diventata questo.  Tanta, troppa gente rancorosa, livorosa, che si è trovata servita su un piatto d’argento un capro espiatorio per le difficoltà della crisi – i politici, diventati oramai per la vulgata comune una massa indistinguibile di corrotti, sede di tutti i mali – e su quelli si sfoga, tutta questa gente rancorosa, accusandoli di ogni nefandezza, salvo fare, appena possibile, le stesse cose su cui hanno protestato fino a un secondo prima.
Certo, il mio esempio è minimale e non ha un gran peso, ma è indicativo di un modo di agire. I corrotti sono gli altri, sempre, e spesso non ci si rende conto che sono in tanti a cercare scorciatoie o facilitazioni illecite, per non dire d’altro. E ognuno di noi sicuramente potrebbe fare esempi più consistenti del mio.
Per buttare giù Berlusconi, al grido “muoia Sansone con tutti i filistei”, è stato inaugurato un nuovo metodo: basta con i processi, non serve neppure cercare reati, è sufficiente scoprire un lato debole dal punto di vista personale – le donne, il lusso - comportamenti inopportuni o imbarazzanti o sconvenienti per una carica pubblica, specie in un periodo di crisi e difficoltà economiche, e poi bisogna mettere tutto in piazza, paginate di giornali, indicare il puzzone, ed il gioco è fatto: la lapidazione è assicurata.
Con Berlusconi ha funzionato, e poi hanno cominciato a farlo con i suoi alleati, e funziona anche lì. La gente è indignata, giustamente – quando c’è chi si suicida perché perde il lavoro e le imprese chiudono, le vacanze lussuose e i festini diventano umanamente insopportabili – e su questo si giocano le campagne mediatiche al massacro.
Non importa più capire se qualcuno ha commesso reati o no, se i soldi del partito sono stati usati correttamente o no, se si tratta di soldi privati o pubblici, se si è governato bene o no, se fare vacanze lussuose sia peccato, reato, o solo incoerente o inopportuno: tutto va bene pur di alzare un enorme polverone, siamo entrati in una lunga notte in cui tutte le vacche sono nere, e niente più si distingue.
E quindi si urla contro la corruzione e i politici ladri, e poi si salta la fila dal medico, perché se non possiedi niente, solo quella puoi fare, di infrazione. Ma la logica, amici miei, rimane la stessa.
E allora? Allora cominciamo con l’aiutarci a guardare in faccia la nostra realtà italiana, a partire dai fatti per quelli che sono, cerchiamo di capire, e distinguere reati, peccati, incoerenze insopportabili, comportamenti inopportuni, e innanzitutto chiamare le cose con il loro nome.
Cominciamo a farlo con Formigoni, che governa, regolarmente eletto,  da 17 anni la regione più ricca d’Italia, con risultati che tutti possono verificare.
Non è indagato, non ci sono reati in gioco, per adesso, ma una violentissima campagna demolitoria, basata soprattutto su comportamenti personali giudicati inopportuni o imbarazzanti – una vita iperlussuosa ed incongrua per chi ha fatto voto di povertà - e una frequentazione con “faccendieri” momentaneamente in galera, con cui ha fatto vacanze da nababbo, sospettati di avergliele pagate per avere in cambio favori dalla regione Lombardia.
Su questo si è innestato il fatto più doloroso: uno dei “faccendieri” attualmente a San Vittore, su cui la magistratura sta indagando,  è Antonio Simone, un amico storico di Formigoni, che ogni ciellino sulla cinquantina conosce, almeno di nome. La loro amicizia, sua e di Formigoni, e di tanti altri del CLU, statale e cattolica di Milano, era mitica: insieme hanno letteralmente costruito un pezzo importante della storia del movimento di Comunione e Liberazione, in anni molto belli, molto difficili, molto intensi, che hanno segnato la vita di tanti di noi, e l’hanno cambiata in modo decisivo. Per quello, gliene siamo tutti grati, pure adesso. Io sono loro grata, pure adesso, comunque vada.
La moglie di Antonio Simone ha scritto una lettera al Corriere, ieri, furiosa, velenosa contro Formigoni.  E Formigoni ha risposto.


sabato 28 aprile 2012

commento BATTI UN CINQUE GIO

è bellissimo questo articolo! e in più è straordinario accorgersi quanto i piccoli vedano con il cuore... siamo noi grandi che spesso ci poniamo troppi problemi... spero stiate tutti bene, un bacio caggioni!
Francesca Perrini 

TOMMASO E MATTEO

CIAO TESORONI SIETE BELLISSIMI!!!
UN BACIONE A VOI E AI VOSTRI FRATELLINI!!

domenica 22 aprile 2012

Siate felici e imperfetti



«Andiamo dal Papa per testimoniare cos’è davvero la famiglia»: l’umana avventura di chi mette insieme figli e arrosto bruciato «finché morte non ci separi». Così Mariolina Ceriotti Migliarese sfida le coppie in crisi.
in Family 2012
06 Apr 2012
«Incontrare Dio andando in un monastero è una cosa abbastanza ovvia. Ma incontrare Dio andando verso Micheline, proprio quella che ha appena bruciato l’arrosto, ecco una cosa alquanto inesplicabile». Per Mariolina Ceriotti Migliarese neuropsichiatra infantile e psicoterapeuta di vasta esperienza, nessuna frase come questa di Fabrice Hadjadj calza meglio per descrivere la sfida rappresentata dal matrimonio: l’avventura tutt’altro che facile di chi si prende “finché morte non ci separi” e poi si trova a mettere insieme figli, arrosto, desideri e fragilità, uno per ogni giorno e pezzetto di vita trascorso insieme. Già, il pezzetto. «Cosa abbiamo combinato!», aveva esclamato con stupore divertito suo padre festeggiando quarant’anni di matrimonio tra sette figli e relativi figli, consorti, nipoti; ma perché la vita gli svelasse la sua gioiosa trama, restituendogli moltiplicato tutto quello che le era stato messo a disposizione, era necessario un orizzonte di tempo, «o forse meglio: un orizzonte di eternità». La Ceriotti Migliarese lo afferma in capo al suo La coppia Imperfetta, editato da Ares in occasione dell’Incontro mondiale delle Famiglie: un libro dedicato alla necessaria imperfezione di chi ha il coraggio di «muoversi nella dimensione del romanzo e non in quella, oggi più comune, del racconto breve», senza «lasciare la scena prima del tempo». 



È la seconda volta che sdogana in copertina l’aggettivo imperfetto (suo, sempre per Ares, La famiglia imperfetta: quattro edizioni in pochi mesi). Perché scrivere un libro sull’“arrosto bruciato” mentre tutti si danno da fare a produrre manuali per educare, amarsi, lavorare, crescere in modo perfetto?
Il tema dell’imperfezione nasce dalla constatazione che la perfezione è un imbroglio, e sempre più spesso diventa anche un pericolo. La cifra dell’umanità è infatti il limite ma siccome l’uomo non lo sopporta finisce per adoperarsi con tutte le sue forze nel perseguimento di traguardi perfetti, nient’altro che abbagli che finiscono per portarlo fuori strada. Pensare di aver sposato la persona “migliore” è un abbaglio perché nella nostra idea di cosa è migliore è assente il limite connaturato all’umano, e quando esso emerge invece di essere capito, accolto, viene rifiutato e tutto va in crisi. Tutto, perché l’imbroglio della perfezione investe tutti i campi ed è capace di molti danni. Pensiamo a quelli che fa nell’ambito della sessualità, dove la realtà è ben diversa dal film, il limite diventa un sentimento di incapacità e l’incapacità diventa una colpa. Non è strano? La vulnerabilità delle persone dovrebbe spingerci a cercare di moltiplicare le nostre capacità di amarle e di prendercene cura. Invece prevale la paura, che ci spinge a volgere lo sguardo lontano da ciò che è fragile, a nascondere ciò che è imperfetto in noi, a evitarlo quando è presente nell’altro.

E a fare, come scrive nel libro, «modesti investimenti su piccole storie, nelle quali ciascuno starà bene attento a non consegnarsi troppo all’altro per non venire ferito». Perché è difficile muoversi nel solco di un amore che sfidi il tempo?
Perché la caduta di speranza che ha investito il piano culturale ed economico  ha coinvolto anche il piano delle relazioni, oggi consumate rapidamente come uno scambio volto alla sola, reciproca, soddisfazione. Il vero rischio, oggi, diventa allora quello di smarrire del tutto il senso della profondità delle cose, privilegiando la quantità delle esperienze a scapito della loro intensità, e questa mancanza di spessore dell’esperienza rende ogni cosa più noiosa e fragile. Non si ha più la pazienza di vedere “come va a finire”, nemmeno quando si tratta dei figli: oggi i genitori vedono “la crisi” davanti alla prima porta sbattuta di un adolescente, senza capire che l’educazione è un cammino che si gioca sui tempi lunghi, fatto anche di litigi e dolori. Ma il dolore fa paura e fa paura proprio perché non è inquadrato in un orizzonte di senso e significato. 

Sulla scomparsa della formula “finché morte non vi separi” nel matrimonio religioso lei scrive: «Mi sembra un peccato la scomparsa di quel riferimento così esplicito alla morte, perché concordo profondamente con Georges Bataille quando afferma: “È necessario alla vita comune di tenersi all’altezza della morte”».
Il riferimento alla morte è quell’orizzonte del vivere che ci permette di mettere ogni cosa nel giusto ordine e gustare ogni momento della vita nella sua preziosità e bellezza. Che non significa affatto perfezione. Da anni ascolto e accompagno coppie che si dicono in crisi, come se questa fosse l’ultima parola sul loro rapporto. Io invece nella crisi vedo una grande opportunità di riprendere nuova consapevolezza del disegno originario e sincero del matrimonio, ripulendolo da quella vocazione alla perfezione che nell’impatto con la realtà si sgretola e lascia il posto a un’idea di matrimonio simile a quella di un contratto sociale o di un luogo di reciproca sopraffazione.

Invece, lei scrive, «si tratta di far toccare con mano che la famiglia che hanno costruito è una creatura vivente, con una propria identità». Ma a cosa fa appello per rilanciare un orizzonte così grande davanti a chi è messo profondamente in discussione dal proprio limite?
Cerco di far capire alla coppia che una relazione non ha valore soggettivo, ma oggettivo: un rapporto diventato famiglia è un valore che rimane anche quando la relazione va in crisi. Figli, beni, storie, abitudini: quando si rompe una relazione coniugale si frantuma un mondo. Che resterà frantumato per sempre. Le persone davanti alla definitività, all’idea che qualcosa non ci sarà più, rimettono in ordine la loro progettualità. E c’è chi torna a investire su ciò che dà linfa a questo mondo, e nella fatica, nello sforzo di un’impresa comune, l’affetto rinasce.

Un appello alla famiglia oggi allora: perché partecipare all’incontro mondiale con Benedetto XVI?
Il valore di questo evento, che si terrà a Milano dal 30 maggio al 3 giugno, sta superando l’evento stesso: nelle parrocchie la comunità cristiana ha accettato la sfida di non limitarsi a incontri di carattere organizzativo, ha iniziato a misurarsi con il pensiero del Santo Padre, a dare valore a un momento che coinvolge le famiglie tra qualche settimana come occasione per la propria famiglia ora, in questo momento. Dobbiamo riunirci intorno a Benedetto XVI per testimoniare il coraggio di tornare a dare alla famiglia il suo ruolo e il suo peso, con la festa e la gioia propria di ciò in cui crediamo e che ci permette di non lasciare l’ultima parola agli aspetti disfunzionali in cui i media identificano oggi la famiglia. Andiamo dal Papa per testimoniare che la famiglia non è ciò che vogliono fare passare e non lo sarà mai. 

Perché l’imbroglio della perfezione e l’accanimento verso la famiglia oggi?
Io credo sia in corso un attacco profondo al pensiero cristiano, capace di unire e di un orizzonte fatto di eternità. Contro si propongono aggregati affettivi, sentimentali o sessuali, contratti a tempo. Il diavolo si muove a modo suo e mai in modo diretto per disgregare la culla della cristianità, il luogo dove tutto nasce e ha avuto origine.

È morto ieri sera don Giacomo Tantardini,



- 20/04/2012
in Attualità
È morto ieri sera don Giacomo Tantardini, stimato studioso di sant'Agostino e anima del mensile 30 Giorni e del settimanale Il Sabato. Era nato a Barzio nel 1946. I funerali si svolgeranno lunedì 23 aprile a Roma nella basilica di san Lorenzo Fuori le Mura. Pubblichiamo il nostro telegramma e un suo articolo su don Luigi Giussani: «Mi diceva: "Guarda tutti i giorni i giornali"».

AUGURI SIMONA 32 ANNI

AUGURI SIMONA!
DA:
Il tuo papa' Bruno, Tiziana e Claudio,Giovanni, Antonio e Valentina,Lorenzo e Sabina,Francesco e Alessandra,Giacomo e Miriam,Michele Anna e Paolo,Habib e Scherin con Simona.

venerdì 20 aprile 2012


«Batti il cinque Gio
amico speciale»
E la differenza
è il gioco più bello

Una mattina alla scuola media di Brusaporto
dove in prima A si fa a gara ad aiutare Giovanni,
ragazzino down e quasi cieco. Il tema di Filippo:
«Con lui ho imparato a vedere con il cuore»
DI MARTA TODESCHINI


La campanella della terza ora suona e il primo a uscire dall’aula è lui.
Palloncino viola in mano, gli occhiali legati dietro la nuca, un nugolo di compagni
addosso. Letteralmente, tanto da costringere l’assistente educatrice a «liberare» il loro ostaggio
dalla morsa di abbracci. «Batti cinque Gio», e lui batte a piene mani, cerca i suoi compagni,
è pronto per un altro pezzo di mattina insieme. Non vede che qualche ombra, ma gli basta
riconoscere le loro voci. Giovanni Caggioni frequenta la prima
A della scuola media di Brusaporto, il suo paese. Ha 14 anni,è down e quasi cieco e il suo
nome è comparso su queste pagine qualche mese fa, per un’originale forma di protesta che
aveva avuto per protagonista uno dei suoi cinque fratelli, Antonio.Lo chiamavano «l’uomo del cartello» per via del foglio che mostrava, silenzioso, fuori da scuola. Sopra c’era scritto«Giovanni ora non è a scuola»:
voleva ricordare che, nel passaggio dalle elementari alle medie, gli erano state riconosciute
nove ore di insegnante di sostegno e 21 di assistente educatrice,anziché le 30 chieste al Comune
dalla famiglia, in modo da garantire la compresenza delle due figure. Al diniego, i Caggioni avevano deciso di rinunciare a nove ore alla settimana di scuola.

Esplosione di attenzioni
Sono trascorsi sette mesi e ora la notizia da dare è esplosiva come la gioia di questi ragazzini
all’uscita dall’aula. Giovanni ancora frequenta la scuola per 21 ore settimanali, a seguirlo ci sono
l’assistente educatrice Betti Campana e Carmela Puglisi,l’insegnante di sostegno.
E il bilancio è più che positivo, sia per la cura degli insegnanti,sia per lo strabordante affetto
dimostrato dai compagni. «Si parla sempre in negativo, si sentono sempre fatti pesanti di
bullismo e a volte sarebbe necessario mettere il punto su ciò che accade di bello – commenta
Tiziana Caggioni, la mamma di Giovanni–. Giovanni è letteralmente circondato da ragazzini
e ragazzine che lo accolgono, lo aiutano e lo riempiono di  attenzioni».
Anche gli insegnanti osservano quasi stupiti «la gara a stare con lui», come conferma Sonia Venturelli,
la profe di lettere. L’amicizia vera, «da libro cuore», si sbilanciano i Caggioni, prosegue
anche fuori dall’aula. Così capita che se mamma Tiziana s’inventa un pigiama party a casa,
lo debba dire all’ultimo minuto, «se no arrivano tutti, e non c’è spazio sufficiente».
Arrivi in classe con lui e gli tolgono la giacca, zitti lo ascoltano all’opera con le nacchere, mentre
riproduce lo scalpitio del cavallo al trotto (il Medioevo si studia anche così), e non mancano
gli scherzi. Come quando Filippo ruba la sedia a rotelle che Gio utilizza per le gite e gli spostamenti più difficili e si fa portare in giro, cantando.


Amici per la pelle


«Proprio Filippo ha dato il la a questa onda di entusiasmo –aggiunge mamma Tiziana –.
Lui con semplicità, dando un’amicizia sincera a Giovanni ha forse suscitato il desiderio anche
negli altri di conoscerlo meglio.È commovente vederli accompagnarlo all’uscita della scuola».
Filippo Cattaneo, il bambino di prima A che costruisce modellini in legno con il nonno e da
qualche anno si fa il suo orticello a casa, al suo amico Gio ha dedicato anche un tema. inizia
così: «Gio è il mio amico speciale.Per avere 14 anni non è molto alto, ha i capelli biondi, le
orecchie piccole, il naso corto e stretto su cui tiene sempre gli occhiali rossi perché non ci vede
bene. Ha la voce grossa come un tenore, però lo sentiamo di rado... Nel pomeriggio si appende
sugli anelli per fare ginnastica e fa anche acrobazie».
Nel tema ha anche ricordato la vacanza trascorsa insieme al mare lo scorso anno: «Ho imparato
tante cose: ascoltare il mare, annusare la pineta, ho sentito il sapore della sabbia, toccare
il vento con le mani, ho imparato a vedere con il cuore proprio come fa Giovanni, perché lui ti
vuole bene e basta!».


giovedì 19 aprile 2012

Benedetto, il “chiaroveggente”. L’omelia del suo compleanno



Benedetto XVITratto dal sito www.chiesa il 17 aprile 2012
Martedì 17 aprile, dopo mezzogiorno, la sala stampa vaticana ha diffuso la trascrizione in tedesco e la traduzione in italiano dell’omelia pronunciata a braccio da Benedetto XVI la mattina del giorno precedente, 85.mo anniversario della sua nascita e del suo battesimo, nella messa celebrata nella Cappella Paolina.
Ecco qui di seguito i passaggi iniziali e finali dell’omelia.
Cari fratelli e sorelle, nel giorno del mio compleanno e del mio battesimo, il 16 aprile, la liturgia della Chiesa ha posto tre segnavia che mi indicano dove porta la strada e che mi aiutano a trovarla. In primo luogo, c’è la memoria di santa Bernadette Soubirous, la veggente di Lourdes; poi, c’è uno dei santi più particolari della storia della Chiesa, Benedetto Giuseppe Labre; e poi, soprattutto, c’è il fatto che questo giorno è sempre immerso nel mistero pasquale, nel mistero della croce e della risurrezione, e nell’anno della mia nascita è stato espresso in modo particolare: era il Sabato Santo, il giorno del silenzio di Dio, dell’apparente assenza, della morte di Dio, ma anche il giorno nel quale si annunciava la risurrezione.

mercoledì 18 aprile 2012

MESSAGGIO URBI ET ORBI DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI PASQUA 2012


....Cari fratelli e sorelle! Se Gesù è risorto, allora – e solo allora – è avvenuto qualcosa di veramente nuovo, che cambia la condizione dell’uomo e del mondo. Allora Lui, Gesù, è qualcuno di cui ci possiamo fidare in modo assoluto, e non soltanto confidare nel suo messaggio, ma proprio in Lui, perché il Risorto non appartiene al passato, ma è presente oggi, vivo. Cristo è speranza e conforto in modo particolare per le comunità cristiane che maggiormente sono provate a causa della fede da discriminazioni e persecuzioni. Ed è presente come forza di speranza mediante la sua Chiesa, vicino ad ogni situazione umana di sofferenza e di ingiustizia.....






Cari fratelli e sorelle di Roma e del mondo intero!
«Surrexit Christus, spes mea» – «Cristo, mia speranza, è risorto» (Sequenza pasquale).
Giunga a tutti voi la voce esultante della Chiesa, con le parole che l’antico inno pone sulle labbra di Maria Maddalena, la prima ad incontrare Gesù risorto il mattino di Pasqua. Ella corse dagli altri discepoli e, col cuore in gola, annunciò loro: “Ho visto il Signore!” (Gv 20,18). Anche noi, che abbiamo attraversato il deserto della Quaresima e i giorni dolorosi della Passione, oggi diamo spazio al grido di vittoria: “E’ risorto! E’ veramente risorto!”.
Ogni cristiano rivive l’esperienza di Maria di Magdala. E’ un incontro che cambia la vita: l’incontro con un Uomo unico, che ci fa sperimentare tutta la bontà e la verità di Dio, che ci libera dal male non in modo superficiale, momentaneo, ma ce ne libera radicalmente, ci guarisce del tutto e ci restituisce la nostra dignità. Ecco perché la Maddalena chiama Gesù “mia speranza”: perché è stato Lui a farla rinascere, a donarle un futuro nuovo, un’esistenza buona, libera dal male. “Cristo mia speranza” significa che ogni mio desiderio di bene trova in Lui una possibilità reale: con Lui posso sperare che la mia vita sia buona e sia piena, eterna, perché è Dio stesso che si è fatto vicino fino ad entrare nella nostra umanità.

GRAZIE




martedì 17 aprile 2012

MOROSINI/ Vi racconto in uno sguardo il legame tra Piermario e la sorella



martedì 17 aprile 2012
MOROSINI/ Vi racconto in uno sguardo il legame tra Piermario e la sorella
PIERMARIO MOROSINI, IL RICORDO DI MARCO PINNA (ESCLUSIVA) – Si susseguono i ricordi di Piermario Morosini, il centrocampista del Livorno di 25 anni morto sabato in campo durante la partita con il Pescara (leggi la lettera di Luca Rossettini). Tutti sono stati colpiti dalla tormentata storia della sua famiglia e dal modo sempre sereno e ottimista con cui Piermario ha affrontato una vita certamente non facile (leggi le testimonianze di un amico di famiglia e di Eugenio Perico, allenatore delle giovanili dell'Atalanta), che ora resta composta dalla sorella disabile, per la quale è già partita una gara di solidarietà. IlSussidiario.net ha raccolto la testimonianza di Marco Pinna, educatore presso il centro in cui è ospitata la sorella: ecco cosa ci ha detto in esclusiva.
“Io anche stamattina ho parlato ad alcuni bambini di Piermario per come l'ho conosciuto io, cioè nel rapporto che aveva con la sorella. L'ho conosciuto da piccolo, quando aveva 10 o 12 anni e i miei contatti con lui erano limitati a questo. Sua sorella è in condizioni piuttosto gravi, lo riconosceva ma la loro comunicazione era quasi tutta basata sugli sguardi: non voglio dire altro per rispetto della privacy. Di certo ora bisognerà abituarla a questa novità, io stesso mi sono spaventato molto per questo, quando ho saputo la notizia”. 


Lettere nell'attesa storia del mio bambino Gabriel


....«Il bambino non ancora nato – ha scritto Madre Teresa di Calcutta ai coniugi Santorum in una lettera che fa da prefazione – è un dono di Dio per amare ed essere amati». È il paradosso cristiano per cui Dio si fa riconoscere come duemila anni fa nel volto di un piccolo indifeso.Perfino un dolore immenso può partorire nuovo amore......
Questa è la storia vera di un bambino vissuto due ore. Centoventi minuti. Nemmeno il tempo di aprire gli occhi sul mondo. Ma il piccolo Gabriel non è stata una meteora. Lo scrive la sua mamma, Karen Garver, moglie del senatore americano Rick Santorum, in questo libro struggente che ripercorre attimo dopo attimo una vicenda personale sconvolgente.
Un diario quotidiano di lettere aperte e tenere che sono state scritte già durante la gravidanza, per confidare al suo bimbo le proprie emozioni e tenerlo al corrente della vita familiare. Senza nascondergli anche i momenti cupi e i particolari più forti.

Il cardinale Caffarra: “La questione educativa è decisiva”


....La conclusione è affidata al Cardinale: "La questione educativa è decisiva. Perché si aiuta la persona umana a divenire soggetto protagonista nel bene, senza lasciarsi condurre da altre forze. L'errore più grande a cui la nostra società ha creduto è che la crescita più importante sia quella economica. Ma non è così. La crescita fondamentale consiste nel creare umanità. Il rapporto intergenerazionale deve saper trasmettere, attraverso l'esperienza di fede, la verità della persona".....

Tratto da Tempi del 15 aprile 2012
"La questione educativa oggi", in mille persone a Barzanò all'incontro promosso da Costruiamo il Futuro con Maurizio Lupi, Bruno Vespa e il cardinale di Bologna: "L'errore più grande a cui la nostra società ha creduto è che la crescita più importante sia quella economica. Ma non è così. La crescita fondamentale consiste nel creare umanità".
Oltre 1000 persone hanno partecipato venerdì sera a Barzanò all'incontro promosso dalla Fondazione Costruiamo il Futuro dedicato ad un tema oggi più che mai attuale: "La questione educativa oggi". Il presidente di Costruiamo il Futuro, Maurizio Lupi, ha lasciato spazio agli interventi di due illustri ospiti: il Cardinale Carlo Caffarra, arcivescovo di Bologna, e il giornalista e conduttore Bruno Vespa.

Caro Piermario, il dolore del tuo addio ci fa scoprire "Solo cose belle"


Dai tempi più antichi il giovane eroe che chiude gli occhi sul mondo in  età  prematura suscita domande e  spalanca gli occhi sul mistero. Non a caso gli antichi dicevano muore giovane colui che al cielo è caro, e il fatto che la ricantino i Queen per la morte di Freddy Mercury mostra solo che certi miti sono eterni, certe citazioni si adattano all’uomo di ogni epoca e cultura, non a caso si parla di classici. 

MOROSINI/ Caro Piermario, il dolore del tuo addio ci fa scoprire Solo cose belle

MORTO PIERMARIO MOROSINI. Piermario Morosini non è un ragazzo sfortunato. Perseguitato da un destino crudele. Il dramma della sua morte in campo, i tentativi di rialzarsi e quell’abbandono con gli occhi spalancati, alzati al cielo, restano per tutti a segnare un fato beffardo, incomprensibile e ingiusto.
Si può morire così a 26 anni? Non ne aveva passate già abbastanza? Orfano di madre fin da piccolo, poi il papà, e quel fratello diverso, disabile che non aveva saputo tirare avanti, e continuare a vivere. Lui è rimasto, a curarsi del suo pezzo di famiglia, la sorella, malata anche lei. A rincorrere quel pallone che sognava fin da ragazzino, e che aveva tirato in rete una volta sola, 18 marzo 2008, Modena-Vicenza, 33 primo tempo. Una vita da mediano, che fatica a mezzo campo, che la gloria la regala agli altri.
Non era famoso, Piermario, ma molto amato, pieno di amici, ed è commovente leggere i messaggi, ascoltare i ricordi. Anche di chi non lo conosceva. E’ vero, muoiono tanti ragazzi ogni giorno, vicini a noi, e non toccano tante corde dell’emozione. E’ così, certi mondi sono più in vista, certe scene  attirano di più i riflettori. E l’inevitabile retorica. Ma non bisogna essere troppo severi.
Dai tempi più antichi il giovane eroe che chiude gli occhi sul mondo in  età  prematura suscita domande e  spalanca gli occhi sul mistero. Non a caso gli antichi dicevano muore giovane colui che al cielo è caro, e il fatto che la ricantino i Queen per la morte di Freddy Mercury mostra solo che certi miti sono eterni, certe citazioni si adattano all’uomo di ogni epoca e cultura, non a caso si parla di classici. Piangere Piermario non significa esaltare ancora e soltanto esaltare la figura del calciatore, del personaggio mediatico, di chi ha successo, e più facilmente nuove lacrime superficiali. Anche perchè non era così celebre, non era né un Dalla né un Simoncelli.
Anzi, quel suo essere un ragazzo normale, uno come tanti che consociamo, che aveva lavorato duro, per farcela, e mica a giocare al Barca, ma ad essere conosciuto in quella sua Toscana che amava…non era una leggenda del calcio. Ma il calcio questa volta ha saputo ricordarsi che è uno sport, che è fatta di passione  e lealtà e nobiltà e rispetto. Ha saputo ricordare che in campo ci sono dei ragazzi, non delle slot machine o dei fenomeni da palestra. E in tutte le sue piazze ha chiesto silenzio, ricordo. Hanno detto sì i grandi club e i circoli sportivi di periferia, dove i bambini stamattina hanno fermato i loro tornei giocosi per quel ragazzo che chiamavano il moro, e magari non avevano mai notato nell’album delle figurine.


lunedì 16 aprile 2012

Altro che quattro amici al bar...



Stefano Filippi
VITA DI CL
Centinaia di persone di ogni età, da tutta Italia e oltre. Che si ritrovano semplicemente per mettere a tema la vita e «ciò che il Mistero opera tra noi». Un fenomeno fuori da qualsiasi programma, nato tre anni fa in una birreria. Cosa rende questo posto così speciale? Siamo andati a vedere

Dialogo tra un giornalista incredulo e uno di “quelli della Birra”. «E così siete andati in 420 a Madrid per l’Encuentro». «Sì, tre giorni fantastici». «Chissà che sforzo organizzativo». «Per la verità, no». «Beh, tre giorni a Madrid, centinaia di persone di Milano e fuori... ci saranno voluti almeno due voli speciali». «Ci avevamo pensato, poi ci siamo resi conto che non ce la facevamo». «E quindi?». «Quindi abbiamo spedito una mail: non organizziamo nulla, chi vuole si arrangi. Era una proposta libera e la libertà si scuote se qualcosa la attrae». «Di solito ci si muove quando è tutto organizzato». «Stavolta no. Vuol dire che ci tenevamo veramente. Un’avventura per sé: non è uno slogan». «Si vede».
Questo luogo che sfugge a ogni tentativo di catalogazione è la “Birra con Nembrini”, inteso come don Eugenio, prete bergamasco rettore dell’istituto Sacro Cuore di Milano. Uno che dice (ma non è che lo dice, gli esce dalla faccia): «La vita funziona così, il bello ci trascina, ci fa girare la testa; il non bello, il non vero, ci allontana». La “Birra” è la palestra che il sabato sera, due volte al mese, si riempie di una quantità sempre crescente di persone che semplicemente vogliono stare con Nembrini e i suoi amici. Vengono da Milano, dalla Lombardia, ma c’è gente che si sobbarca anche centinaia di chilometri: Ferrara, Ravenna, un pullman da Rimini, un gruppetto da Transacqua, il paese trentino della «ceseta» resa immortale dai cori alpini; a volte persino da Napoli e Sardegna. Amici da una vita e neofiti assoluti, ciellini doc e gente che il gusto della fede lo sta scoprendo - o riscoprendo - proprio qui.