venerdì 24 maggio 2013

Papa Francesco incontra i movimenti: l’abbraccio dei 250 mila


«La novità ci fa sempre un po' di paura. Ma non abbiate paura», spiega il Pontefice nell'omelia davanti a 250mila pellegrini dei movimenti e delle comiunità

Papa Francesco incontra i movimenti in piazza San Pietro: 250 mila pellegrini (FOTO |VIDEO)
Papa Francesco incontra i movimenti ecclesiali in una piazza San Pietro gremita di fedeli: secondo le stime erano 250 mila sabato e altrettanti domenica. Un record per Papa Bergoglio. Che nell’omelia della Messa di Pentecoste, invita a “vincere la paura” –

LA VEGLIA DEL SABATO – Sabato pomeriggio, papa Francesco ha raccolto l’abbracio dei movimenti ecclesiali (da Comunione e liberazione all’Azione cattolica, dai focolarini al Rinnovamento dello spirito): 250 mila pellegrini, tra cui moltissime famiglie anche con bambini piccoli, hanno ascoltato la catechesi di Papa Francesco. Che si è lasciato andare anche a molti ricordi personali e autobiografici –
LA MESSA DI PENTECOSTE – Domenica mattina, poi, un altro bagno di folla per Papa Bergoglio, in occasione della messa di Pentecoste – 
“RINUNCIARE A SCHEMI E SICUREZZE”- “Rinunciare a schemi e sicurezze, per aprirsi agli orizzonti di Dio. E dire no a particolarismi, esclusivismi, cammini paralleli che portano divisioni. Così Papa Francesco nell’omelia della Messa di Pentecoste, celebrata ieri mattina in una piazza San Pietro gremita dai pellegrini di movimenti, nuove comunità, associazioni, aggregazioni laicali di tutto il mondo, giunti a Roma in occasione dell’Anno della Fede. 70 tra cardinali e vescovi e 400 sacerdoti hanno concelebrato la liturgia.

“L’AZIONE DELLO SPIRITO SANTO”- Novità, armonia, missione: tre parole che esprimono l’azione dello Spirito Santo, che “sprigiona il suo dinamismo irresistibile, con esiti sorprendenti”. Così Papa Francesco riflettendo sulla “effusione dello Spirito Santo operata da Cristo risorto sulla sua Chiesa”. “Un evento di grazia che ha riempito il cenacolo di Gerusalemme per espandersi al mondo intero”. Gli apostoli nel Cenacolo a Gerusalemme “colpiti nella mente e nel cuore” da “segni precisi e concreti”, un fragore improvviso dal cielo, quasi un vento impetuoso e lingue infuocate che si posano su di loro, vengono colmati di Spirito Santo, cominciano a parlare alla folla, in altre lingue dalla loro, delle grandi opere di Dio. Tutti fanno un’esperienza nuova.

“PROGETTARE LA VITA” – “La novità ci fa sempre un po’ di paura, perché ci sentiamo più sicuri se abbiamo tutto sotto controllo, se siamo noi a costruire, a programmare, a progettare la nostra vita secondo i nostri schemi, le nostre sicurezze, i nostri gusti”. “E questo avviene anche con Dio. – ha osservato il Papa – “Lo seguiamo, lo accogliamo ma fino a un certo punto; ci è difficile abbandonarci a Lui con piena fiducia, lasciando che sia lo Spirito Santo l’anima, la guida della nostra vita, in tutte le scelte”: “Abbiamo paura che Dio ci faccia percorrere strade nuove, ci faccia uscire dal nostro orizzonte spesso limitato, chiuso, egoista, per aprirci ai suoi orizzonti”.

“DIO VUOLE IL NOSTRO BENE” – Ma “la novità che Dio porta nella nostra vita è ciò che veramente ci realizza, – ha ricordato Francesco – ciò che ci dona la vera gioia, la vera serenità, perché Dio ci ama e vuole solo il nostro bene”. “Non è la novità per la novità, la ricerca del nuovo per superare la noia, come avviene spesso nel nostro tempo”. Da qui l’interrogativo: “Siamo aperti alle ‘sorprese di Dio’? O ci chiudiamo, con paura, alla novità dello Spirito Santo? Siamo coraggiosi per andare per le nuove strade che la novità di Dio ci offre o ci difendiamo, chiusi in strutture caduche che hanno perso la capacità di accoglienza? Queste domande, ci farà bene, anche, farle durante tutta la giornata”. E se lo Spirito Santo sembra creare disordine nella Chiesa, portando diversità dei carismi, dei doni, tutto ciò “sotto la sua azione – ha spiegato il Papa – è una grande ricchezza, perché lo Spirito Santo è lo Spirito di unità, che non significa uniformità”, ma armonia.

NO AI CAMMINI PARALLELI- “Anche qui, quando siamo noi a voler fare la diversità e ci chiudiamo nei nostri particolarismi, nei nostri esclusivismi, portiamo la divisione; e quando siamo noi a voler fare l’unità secondo i nostri disegni umani, finiamo per portare l’uniformità, l’omologazione.” “Il camminare insieme, guidati dai pastori, che hanno uno speciale carisma e ministero, è un segno dell’azione dello Spirito Santo”, ha ricordato Francesco ai fedeli dei movimenti e associazioni e comunità di tutto il mondo.
“LO SPIRITO SANTO È L’ANIMA DELLA MISSIONE” – “È la Chiesa che mi porta Cristo e mi porta a Cristo; i cammini paralleli sono tanto pericolosi!”. Il monito: “Non ci si avventura oltre la dottrina e la Comunità ecclesiale”. “Chiediamoci allora: sono aperto all’armonia dello Spirito Santo, superando ogni esclusivismo? Mi faccio guidare da Lui vivendo nella Chiesa e con la Chiesa?”. E, lo Spirito Santo è anche “l’anima della missione”: “Lo Spirito Santo ci fa entrare nel mistero del Dio vivente e ci salva dal pericolo di una Chiesa gnostica e di una Chiesa autoreferenziale, chiusa nel suo recinto”. “La Pentecoste del Cenacolo di Gerusalemme è l’inizio, un inizio che si prolunga”, ha concluso Francesco con un ultima domanda: “Chiediamoci se abbiamo la tendenza di chiuderci in noi stessi, nel nostro gruppo, o se lasciamo che lo Spirito Santo ci apra alla missione. Ricordiamo, oggi, queste tre parole: novità, armonia, missione”.

L’esorcismo che imbarazza il Vaticano


“Era solo una preghiera”. Ma restano i dubbi sul gesto del Papa
Giacomo Galeazzi
Città del Vaticano

Mistero sul Papa esorcista. E’ stata una giornata di fuoco per la Curia con i mass media di tutto il mondo che hanno chiesto chiarimenti su quello che è stato pressoché da tutti interpretato come un esorcismo. La sequenza, rilanciata ovunque da tv e siti web, era apparsa inequivocabile, così come l’espressione attonita del capo della sicurezza Domenico Giani che ha assistito all’insolita scena in piazza San Pietro. L’opera di «normalizzazione» è stata complessa e si è faticosamente snodata tra smentite a tarda notte, dichiarazioni ufficiali per ribadire il concetto e richieste di scuse da parte della rete Cei che aveva trasmesso lo scoop.
Tra i fedeli, però, domina l’impressione di aver assistito ad uno straordinario momento di lotta del Papa al Maligno. E si moltiplicano le voci di analoghi gesti compiuti durante il suo ministero episcopale a Buenos Aires. A più riprese il Vaticano ha negato che Francesco abbia praticato un esorcismo alla messa di Pentecoste, come aveva riportato l’emittente dei vescovi italiani, Tv2000, il cui direttore Dino Boffo si è pubblicamente scusato per «aver intaccato la verità».
Le immagini diffuse nel corso del programma «Vade retro» mostravano il Pontefice che si avvicinava a un malato, scambiava alcune parole con il sacerdote che lo accompagnava per poi concentrarsi e imporre le mani posandole con decisione sul ragazzo.Francesco abbandona l’abituale sorriso bonario e sembra incanalare la propria determinazione verso la liberazione dal male. Per la Santa Sede Bergoglio ha semplicemente voluto pregare per una persona sofferente che gli era stata presentata. Però il dubbi che sia trattato davvero di un esorcismo restano, anche perché agli altri malati il Pontefice non ha imposto le mani. «Il gesto del Papa è stato un esorcismo e chi dice il contrario, incluso il direttore della sala stampa vaticana, padre Lombardi, vuol dire che non ne capisce niente – ribatte padre Gabriele Amorth, leader mondiale degli esorcisti -. Il giovane al quale Francesco ha imposto le mani sulla testa è venuto da me questa mattina e l’ho esorcizzato per più di un’ora. Si chiama Angelo, è messicano e lui ha avuto questa particolare avventura che il Papa ha preso subito a cuore». Angelo ha 43 anni e, secondo padre Amorth, «è posseduto da quattro demoni». Ad esporre Angelo alla «vendetta del demonio» sono stati i vescovi messicani che «non si sono opposti all’aborto come dovevano fare». Precisa Amorth: «Un esorcismo è anche quello che uno fa mettendo le mani sul capo della persona e pregando, senza ricorrere agli esorcismi scritti».
Intanto nelle sacre stanze si minimizza l’accaduto. «Esprimo il rammarico per aver involontariamente determinato la diffusione di una notizia vera, ma vera solo in parte e in parte non vera perché il Papa non si riconosce nella parola esorcismo – dichiara Boffo-. Mi scuso personalmente per aver intaccato la verità dei fatti e per le persone coinvolte, in particolare il Santo Padre. I telespettatori hanno il diritto di fidarsi pienamente delle nostre parole perché siamo una tv cattolica». Dopo la secca smentita di padre Lombardi, Boffo ha ammesso che «l’esorcismo non c’è stato» anche se nel lanciare la notizia l’emittente televisiva aveva parlato lunedì «non di esorcismo ma di qualcosa del genere».
Da decenni gli esorcismi sono divenuti quasi una pratica marginale nella Chiesa postconciliare. In due mesi di pontificato Bergoglio ha disseminato la sua predicazione di riferimenti al demonio.

Don Puglisi domani Beato. Il card. De Giorgi: la sua voce necessaria come non mai




Domani, sabato 25 maggio, don Giuseppe Puglisi sarà proclamato Beato. La messa con il Rito di Beatificazione si terrà alle 10.30 al Foro Italico Umberto I di Palermo. Presiederà la celebrazione l’arcivescovo della diocesi palermitana, il cardinale Paolo Romeo, mentre rappresentante del Papa sarà il cardinale Salvatore De Giorgi, arcivescovo emerito di Palermo, che il 15 settembre 1999 diede avvio al suo processo di Beatificazione. Don Giuseppe, o meglio padre Pino Puglisi, è stato un sacerdote diocesano noto per il suo impegno di contrasto alla criminalità organizzata, in particolare occupandosi della formazione di bambini e ragazzi di strada per i quali fondò il "Centro Padre Nostro”. Morì, ucciso dalla mafia, il 15 settembre del 1993, giorno del suo 56.esimo compleanno. Il decreto di Beatificazione di padre Puglisi per martirio "in odio alla fede” è stato promulgato da Papa Benedetto XVI il 28 giugno 2012. Adriana Masotti ha chiesto al cardinale De Giorgi che cosa rappresenta proprio per Palermo e la Sicilia l’evento di domani: RealAudioMP3 

R. – La Beatificazione come martire della fede di don Pino Puglisi rappresenta anzitutto il dono di Dio più atteso da tutta la Sicilia e non solo. Poi, anche uno splendido e stimolante messaggio di fede per tutti nell’Anno della Fede. Il riconoscimento ufficiale del suo martirio da parte della Chiesa è anche il sigillo della perenne autorità del suo messaggio, che con la voce del sangue invita tutti al coraggio, alla coerenza, alla fortezza, alla santa audacia nell’esercizio sia del ministero sacerdotale, come di ogni altro servizio nella Chiesa, per il trionfo delle forze del bene su tutte le aggressioni e le perversioni del male, soprattutto se, come quello mafioso, agisce da perversa struttura di peccato anti-umana ed anti-evangelica, tanto più subdola e pericolosa, quanto più si ammanta e si circonda di segni e di riferimenti religiosi.

D. – Con questa Beatificazione la Chiesa invia un messaggio chiaro: potrà essere dunque uno stimolo, o meglio un sostegno, a quanti anche oggi si impegnano nella lotta alla mafia?

R. – A 20 anni dalla sua sacrilega uccisione, don Puglisi parla ancora. Don Puglisi si rivolge anzitutto a noi, i suoi confratelli, per ricordarci che il nostro ministero, come d'altronde la vita di ogni cristiano, è ogni giorno per sua natura vocazione al martirio. Ci ripete che il nostro primo dovere è l’annuncio del Vangelo per aiutare i fratelli a seguire Cristo e quindi a vivere onestamente nell’osservanza dei suoi Comandamenti, per formare le coscienze al rispetto delle persone, all’amore vicendevole, al gusto della solidarietà, al senso della legalità, alla capacità del perdono, a vincere così ogni forma di prepotenza, di violenza, di sopruso, di collaborazione con il crimine. Queste sono piaghe antiche che ancora non si riescono a sanare, soprattutto dove il degrado ambientale e morale è maggiore. Ma la voce di don Pino giunge a tutti i cristiani per ricordare che oggi la testimonianza del Vangelo è necessaria come non mai. La sua voce giunge particolarmente ai genitori perché educhino al bene i propri figli, esposti in particolare oggi alle suggestioni della droga, dell’alcol e - anche soprattutto in certe zone - alla dispersione scolastica, alle peggiori forme di sfruttamento sociale, a violenze sessuali e ai tentacoli della malavita diffusa e organizzata. La sua voce giunge a quanti hanno responsabilità politiche e amministrative, perché abbiano sempre più a cuore la soluzione dei problemi dei quartieri più a rischio, come chiedeva don Pino per il suo quartiere Brancaccio, dove purtroppo i suoi sogni non sono stati ancora del tutto realizzati. La sua voce giunge infine anche – e direi soprattutto – ai criminali per ricordare loro che egli con Gesù ha versato il suo sangue per la loro conversione, per la loro liberazione dalla schiavitù del peccato. Il sorriso con il quale don Puglisi ha detto al suo killer: “Me lo aspettavo” è un invito a tornare decisamente a Dio, che nella sua misericordia infinita li aspetta come il Padre della parabola evangelica.

D. – Don Puglisi è riconosciuto martire in odio alla fede. Quale legame c’è stato nella vita di don Puglisi tra la sua adesione al Vangelo e il suo impegno a sottrarre alla criminalità organizzata i giovani della sua parrocchia?

R. – Don Puglisi è stato ucciso perché sacerdote, perché sacerdote coerente e fedele secondo il cuore di Dio, perché impegnato nell’annuncio del Vangelo e nel suo dovere di educatore soprattutto dei giovani. Don Puglisi è stato ucciso perché con la sua silenziosa ma efficace azione pastorale, sottraeva le nuove generazioni alle suggestioni del male. L’odio al suo zelo pastorale, alla sua opera di evangelizzazione, di formazione delle coscienze, è stato appunto la testimonianza del vero sacerdozio, del vero ministero sacerdotale. L’odio al suo zelo pastorale non è semplicemente l’odio verso un sacerdote, è l’odio a Cristo, alla Chiesa, al Vangelo. E per questo è stato riconosciuto come martire della fede. Don Puglisi è andato incontro alla morte con gli occhi aperti per essere fedele al suo ministero di sacerdote. E lì, ha realizzato quella coraggiosa testimonianza cristiana di cui aveva parlato Papa Giovanni Paolo II ad Agrigento: “La vera forza in grado di vincere queste tendenze distruttive sgorga dalla fede”. Così è stato don Puglisi. Così è riconosciuto dalla Chiesa.

Sul fermento che attraversa la Chiesa e la città di Palermo in questa giornata di vigilia, riferisce dal capoluogo siciliano Alessandra Zaffiro:RealAudioMP3 

Palermo si appresta a festeggiare padre Pino Puglisi, primo martire della mafia, che domani mattina davanti a circa ottantamila fedeli provenienti da tutta Italia, sarà elevato agli onori degli altari. Don Pino ha vinto la sua battaglia contro coloro che lo hanno osteggiato fino a sentenziarne la morte, credendo di sconfiggere per sempre il sacerdote di Brancaccio e la sua opera al fianco di quei giovani che la criminalità organizzata reclutava per avere bassa manovalanza. Invece, padre Puglisi continua a vivere grazie alla sua testimonianza e al suo sacrificio. “Non sono un biblista, non sono un teologo, né un sociologo, sono soltanto uno che ha cercato di lavorare per il Regno di Dio”, diceva di sé don Pino, il cui senso della sfida, è racchiuso nella frase: “E se ognuno fa qualcosa”. Il rito di Beatificazione, cui prenderanno parte 40 vescovi e 750 presbiteri, sarà presieduto dal cardinale Salvatore De Giorgi, delegato di Papa Francesco, mentre la celebrazione eucaristica sarà presieduta dall’arcivescovo di Palermo Paolo Romeo. Allo svelamento della foto del sacerdote si canterà il Te Deum, quindi l’arcivescovo Emerito del capoluogo siciliano, De Giorgi, leggerà la Lettera apostolica e incenserà le reliquie di don Pino.

“Il martirio di Padre Puglisi – afferma oggi il cardinale di Palermo Paolo Romeo – richiama l’educazione delle coscienze e la Chiesa deve essere in prima linea. Qui si capisce la grandezza del martirio di don Puglisi, che è stato ucciso perché era un prete che formava le coscienze, costruiva la comunità parrocchiale e aiutava le persone a uscire dai meccanismi che le rendono schiavi. Questo evidentemente dava fastidio. Perciò - prosegue l’arcivescovo di Palermo - penso che la sua beatificazione ci aiuterà a prendere coscienza del vero cambiamento da attuare. La gente pensa infatti che devono cambiare gli altri. E invece don Puglisi ci dice che ognuno di noi ha qualcosa da cambiare nel proprio cuore, nel proprio pensare, nel proprio agire. Solo così la civiltà dell’amore potrà affermarsi”. Don Pino Puglisi sorride timidamente ai fedeli che custodiscono una sua immagine in casa o lo portano con sé fra piccole icone, documenti d’identità e foto di famiglia. Il suo sguardo ha la forza della Fede e a coloro che si rivolgono a lui, anche chi non lo ha conosciuto, ricorda che pur nelle avversità, possiamo farcela.


 



Papa Francesco: «Non siate cristiani da museo che rendono insipido il “sale della fede”»


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Maggio 23, 2013 Redazione
«Il sale conservato nella bottiglietta, con l’umidità, perde forza e non serve. Il sale che noi abbiamo ricevuto è per darlo, è per insaporire, è per offrirlo»
papa-francesco


Papa Francesco questa mattina, nell’omelia alla Messa alla Casa Santa Marta, ha detto che la fede cristiana aborre «l’uniformità» e che bisogna evitare di essere «cristiani da museo». Il pontefice, parlando del “sale della fede” donatoci da Dio, ha spiegato che questo dono non è fatto per essere nascosto o per essere reso insipido. Questo sale «non è per conservarlo, perché se il sale si conserva in una bottiglietta non fa niente, non serve. Il sale ha senso quando si dà per insaporire le cose. Anche penso che il sale conservato nella bottiglietta, con l’umidità, perde forza e non serve. Il sale che noi abbiamo ricevuto è per darlo, è per insaporire, è per offrirlo. Al contrario diventa insipido e non serve. Dobbiamo chiedere al Signore di non diventare cristiani col sale insipido, col sale chiuso nella bottiglietta. Ma il sale ha anche un’altra particolarità: quando il sale si usa bene, non si sente il gusto del sale, il sapore del sale… Non si sente! Si sente il sapore di ogni pasto: il sale aiuta che il sapore di quel pasto sia più buono, sia più conservato ma più buono, più saporito. Questa è la originalità cristiana!».
La fede, cioè la certezza che Gesù Cristo è morto e risorto per noi, va annunciata. «Quando noi annunziamo la fede, con questo sale – ha detto papa Francesco – coloro che ricevono l’annunzio, lo ricevono secondo la propria peculiarità, come per i pasti. E così ciascuno con la propria peculiarità riceve il sale e diventa più buono».

NON E UNA UNIFORMITA’. Questo annuncio, questo messaggio «non è una uniformità. Prende ciascuno come è, con la sua personalità, con le sue caratteristiche, con la sua cultura e lo lascia con quello, perché è una ricchezza. Ma gli dà qualcosa di più: gli dà il sapore! Questa originalità cristiana è tanto bella, perché quando noi vogliamo fare una uniformità – tutti siano salati allo stesso modo – le cose saranno come quando la donna butta troppo sale e si sente soltanto il gusto del sale e non il gusto di quel pasto saporito con il sale. L’originalità cristiana è proprio questo: ciascuno è come è, con i doni che il Signore gli ha dato».

IL DONO. Come non si disperde questo sale? Solo se non lo teniamo per noi, ma lo doniamo, ha spiegato il Santo Padre. Sia agli altri, sia «verso l’autore del sale, il creatore». Il sale, ha ribadito, «non si conserva soltanto dandolo nella predicazione», ma «ha bisogno anche dell’altra trascendenza, della preghiera, della adorazione». Solo così la fede non diventa insipida, e non si rischia di diventare dei «cristiani da museo».


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Papa Francesco: “Anche gli atei possono fare del bene”


“Fare il bene” non è un’esclusiva dei cristiani, ma tutti possono e devono farlo. Lo ha detto Bergoglio commentando un passo del Vangelo: il Papa ha spiegato che i discepoli si sono ritrovati a essere chiusi nell’idea di possedere la verità: “Erano un po’ intolleranti”.


Papa Francesco: “Anche gli atei possono fare del bene”.
Ancora una volta, nel corso della messa celebrata il giorno di Santa Rita a Santa Marta, Papa Francesco si è mostrato aperto anche a quanti non fanno parte della Chiesa. Per esempio si è mostrato aperto nei confronti degli atei che, ha detto Bergoglio, possono e devono fare del bene come gli altri. Commentando il Vangelo in cui i discepoli mormorano contro una persona “esterna” e tendono a escluderla, il Papa ha spiegato come Gesù riprese i suoi: a nessuno va impedito di fare del bene. Chiusi nel pregiudizio di possedere la verità, i discepoli erano un po’ intolleranti – ha spiegato il pontefice. Il Signore – così il Papa – “ci ha creati a sua immagine e somiglianza, e siamo immagine del Signore, e Lui fa il bene e tutti noi abbiamo nel cuore questo comandamento: fai il bene e non fare il male. Tutti, anche chi non è cattolico può fare e deve fare del bene!”.



La parabola di Papa Francesco scuote le coscienze dei vescovi

.....Il testo di Bergoglio trae forza dai fondamenti del magistero ecclesiale basato sulla domanda di Gesù a Pietro: «Mi ami tu?; Mi sei amico?», ha detto il Papa richiamando il Vangelo di Giovanni. «La domanda è rivolta a ciascuno di noi: se evitiamo di rispondere in maniera troppo affrettata e superficiale, essa ci spinge a guardarci dentro, a rientrare in noi stessi»......


La mancata vigilanza rende tiepido il pastore; lo fa distratto, dimentico e persino insofferente; lo seduce con la prospettiva della carriera, la lusinga del denaro e i compromessi con lo spirito del mondo; lo impigrisce, trasformandolo in un funzionario, un chierico di Stato preoccupato più di sé, dell'organizzazione e delle strutture, che del vero bene del popolo di Dio».

mercoledì 20 marzo 2013

«Francesco ci indica dove occorre fissare lo sguardo»


JULIÁN CARRÓN SU AVVENIRE


di Julián Carrón
16/03/2013 - «Davanti ai fedeli, con le telecamere di tutto il mondo puntate su di sé, il Papa ha mostrato, in atto, qual è il fattore che sta all’origine della Chiesa». L'articolo del Presidente della Fraternità di Cl dedicato a Papa Francesco (16 marzo)
Nel mondo dell’informazione è un luogo comune che una notizia si consumi, che non possa tener desta l’attenzione oltre un certo limite. E già il gesto imponente della rinuncia di Benedetto XVI sembrava aver “consumato” buona parte di quella attenzione, centrata sul cuore del mistero di Cristo e della sua Chiesa. Malgrado ciò, subito dopo aver visto Ratzinger scomparire con un sorriso, l’attenzione dei media si è concentrata su Roma, intorno ai cardinali elettori. È difficile sottrarsi alla domanda di che cosa nasconda la figura del successore di Pietro, tale da generare un’attenzione e un’attrattiva che vanno molto al di là delle “misure” normali degli eventi mediatici.

Durante le quasi due settimane di durata della sede vacante, si sono fatte, esplicitamente o implicitamente, molte ipotesi sulla natura del fenomeno chiamato Chiesa cattolica. Sono stati giorni in cui abbiamo rivissuto la domanda che lo stesso Gesù indirizzò ai suoi discepoli: «Chi dice la gente che io sia?» (Mc 8,27). E gli uomini hanno cercato di rispondere anche oggi, quasi con fretta, come di fronte a un fatto che esigeva una spiegazione. E hanno risposto applicando le categorie consuete delle quali ognuno dispone. Le categorie “politiche” che si sono applicate al Conclave nascondevano un’ultima incapacità di stare davanti a un fenomeno che, ieri come oggi, sorprende. Non basta che queste categorie siano state smentite diverse volte (con Giovanni Paolo II, con Benedetto XVI...) perché si cessi di applicarle: è necessaria una spiegazione esauriente del fenomeno che i nostri occhi vedono. Più propriamente, bisogna che questa spiegazione accada.

Ebbene, la Chiesa cattolica è accaduta davanti ai nostri occhi, nell’intenso dialogo fra papa Francesco e la folla in piazza San Pietro. L’attesa della gente, mentre i cardinali votavano in Conclave, rivelava un popolo fiducioso e nello stesso tempo bisognoso di un pastore, intorno al quale si produce una unità sempre sorprendente in un mondo come il nostro, abituato alla divisione. La fumata bianca ha ceduto il posto a una gioia debordante, che in più d’uno deve aver suscitato la domanda: «Come è possibile che si rallegrino, se non sanno ancora chi è stato eletto?». Con l’ondeggiare delle tende l’attesa cresceva, rivelando il desiderio diconoscere, vedere e ascoltare il pastore, come quasi duemila anni fa Aquila e Priscilla, oriundi di Roma, convertiti da san Paolo a Corinto, volevano conoscere Pietro, l’amico di Gesù, il primo Vescovo di Roma.

Il primo gesto del Papa ha preceduto il suo volto: ha deciso di chiamarsi Francesco, indicando sin dall’inizio dove occorre fissare lo sguardo. Come il poverello di Assisi, il Pontefice dichiara di non avere altra ricchezza che Cristo, e non conosce altro modo di comunicarla che la semplice testimonianza della propria vita. E subito, davanti ai fedeli, con le telecamere di tutto il mondo puntate su di sé, il Papa ha mostrato, in atto, qual è il fattore che sta all’origine della Chiesa: ha invitato la folla a raccogliersi in preghiera davanti a Dio Padre attraverso Gesù Cristo. In quel momento la Chiesa è accaduta davanti a tutti noi. Come il suo predecessore, l’impetuoso Pietro, Francesco ha confessato: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente» (Mt, 16,16). Come al primo Vescovo di Roma, anche a lui Cristo consegna, davanti al suo gregge, le chiavi della Chiesa.

La fede che si manifesta nel gesto di Francesco, nella richiesta al suo popolo che chieda mendicando per lui la benedizione di Dio, è in modo commovente la stessa che abbiamo colto in Benedetto XVI allorché ricordava al mondo intero che la Chiesa è di Cristo. Lasciando i cardinali, Ratzinger ricordava, citando Guardini, che la Chiesa «non è un’istituzione escogitata e costruita a tavolino…, ma una realtà vivente… Essa vive lungo il corso del tempo, in divenire, come ogni essere vivente, trasformandosi… Eppure nella sua natura rimane sempre la stessa, e il suo cuore è Cristo». Ricordando l’Udienza del giorno precedente in piazza San Pietro, concludeva: questa «è stata la nostra esperienza, ieri, in Piazza: vedere che la Chiesa è un corpo vivo, animato dallo Spirito Santo e vive realmente dalla forza di Dio» (28 febbraio 2013).

Anche noi possiamo dire: «Lo abbiamo visto ieri». E adesso lo diciamo con Pietro, di cui conosciamo il volto, che ci invita, come ognuno dei Papi ha fatto con il suo popolo dell’Urbe e dell’Orbe, a incominciare un cammino insieme.



Uno stemma che è un programma



stemma
Nello stemma episcopale di papa Jorge Mario Bergoglio ci sono tre parole latine di non immediata comprensione: “Miserando atque eligendo”.
Ma se si va a vedere da dove sono riprese si scoprono tratti importanti del programma di vita e di ministero di papa Francesco.
In questa piccola caccia al tesoro è d’aiuto una nota del dotto teologo Inos Biffi su “L’Osservatore Romano” del 15 marzo.
Il motto proviene da un’omelia di san Beda il Venerabile (672-735), monaco di Wearmouth e di Jarrow, autore di opere esegetiche, omiletiche e storiche, tra cui la “Historia ecclesiastica gentis Anglorum”, per cui è chiamato il “Padre della storia inglese”.
Nell’omelia, la ventunesima di quelle che ci sono giunte, Beda commenta il passo del Vangelo che racconta la vocazione ad apostolo di Matteo, pubblico peccatore.
Nel brano da cui è ricavato il motto si legge:
“Gesù vide un uomo, chiamato Matteo, seduto al banco delle imposte, e gli disse: ‘Seguimi’ (Matteo, 9, 9). Vide non tanto con lo sguardo degli occhi del corpo, quanto con quello della bontà interiore. Vide un pubblicano e, siccome lo guardò con amore misericordioso in vista della sua elezione, gli disse: ‘Seguimi’. Gli disse ‘Seguimi’, cioè imitami. ‘Seguimi’, disse, non tanto col movimento dei piedi, quanto con la pratica della vita. Infatti ‘chi dice di dimorare in Cristo, deve comportarsi come lui si è comportato’ (1 Giovanni, 2, 6)”.
In latino, il brano inizia così:
“Vidit ergo Iesus publicanum, et quia miserando atque eligendo vidit, ait illi, Sequere me. Sequere autem dixit imitare. Sequere dixit non tam incessu pedum, quam exsecutione morum”.
Includere nello stemma il motto “Miserando atque eligendo” significa dunque mettersi al posto di Matteo, da Gesù guardato con misericordia e chiamato a lui, nonostante i suoi peccati.
Ma l’importante è il seguito del passo citato. Dove Beda spiega cosa comporta seguire ed imitare Gesù:
“Non ambire le cose terrene; non ricercare i guadagni effimeri; fuggire gli onori meschini; abbracciare volentieri tutto il disprezzo del mondo per la gloria celeste; essere di giovamento a tutti; amare le ingiurie e non recarne a nessuno; sopportare con pazienza quelle ricevute; ricercare sempre la gloria del Creatore e non mai la propria. Praticare queste cose e altre simili vuol dire seguire le orme di Cristo”.
Conclude Inos Biffi:
“È il programma di san Francesco d’Assisi, iscritto nello stemma di papa Francesco. E intuiamo che sarà il programma del suo ministero, come vescovo di Roma e pastore della Chiesa universale”

PAPA FRANCESCO


Papa Francesco: vero potere è il servizio
Non abbiate paura della tenerezza

«Il mondo perfetto non esiste». Tutti i grillini dovrebbero leggere questo testo di Ratzinger


DA TEMPI 




Caro direttore, i risultati elettorali e la grottesca rincorsa a Grillo stanno rendendo balbettanti intellettuali e commentatori di grandi testate. 

Per schiarirsi le idee, sarebbe utile che riflettessero su queste considerazioni (del 1986) di J. Ratzinger. Alla domanda, che si pone, «che cosa minaccia oggi la democrazia?» risponde: «C’è innanzitutto la incapacità di fare amicizia con l’imperfezione delle cose umane: il desiderio di assoluto nella storia è il nemico del bene che è nella storia. L’idea che la storia passata sia stata una storia di non libertà si afferma sempre di più; e che finalmente ora, o tra poco, si potrà o si dovrà costituire la società giusta».

IL MONDO PERFETTO NON ESISTE. «Io penso che noi oggi dobbiamo con ogni decisione chiarirci che né la ragione né la fede promettono, a nessuno di noi, che un giorno ci sarà un mondo perfetto. Esso non esiste. La sua continua aspettativa, il gioco con la sua possibilità e prossimità, è la minaccia più seria che incombe sulla nostra politica e sulla nostra società, perché di qui insorge fatalmente l’onirismo anarchico. Per la consistenza futura della democrazia pluralistica e per lo sviluppo di una misura umanamente possibile è necessario riapprendere il coraggio di ammettere l’imperfezione ed il continuo stato di pericolo delle cose umane».


IL MORALISMO È IMMORALE. «Sono morali solo quei programmi politici che suscitano questo coraggio. Immorale è al contrario quell’apparente moralismo che mira ad accontentarsi solo del perfetto. Sarà quindi necessario anche un esame di coscienza nella predicazione morale della Chiesa o vicina alla Chiesa, le cui ipertese esigenze e speranze spingono alla fuga dal piano morale a quello utopico».


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sabato 2 marzo 2013

martedì 26 febbraio 2013

"Mio figlio disabile ora è murato in casa"



La città 'vietata'

 
Il giudice ha ordinato di smantellare la passerella costruita per uscire

di Alessandra Pascucci
Un disabile in carrozzina (Foto Newpress)
Un disabile in carrozzina (Foto Newpress)
Ancona, 21 febbraio 2013 - COSTRETTO su una carrozzina, rischia di rimanere murato in casa.L’appartamento in cui vive con i genitori, al primo piano di un condominio di via Flaminia, vicino alla stazione, è separato dalla strada da oltre 50 scalini, talmente ripidi da non permettere l’installazione di un montascale. Ora i vicini di casa vogliono far demolire la passerella che, dal 2003, consente al giovane di uscire per andare a scuola, sottoporsi a fisioterapia, socializzare. E’ la storia di Michele Sacchettoni (riportiamo il nome su autorizzazione dei genitori), 23anni, affetto da totale infermità fisica e psichica.
STEFANO ed Anna Maria Sacchettoni si battono dal 1998 per superare le barriere architettoniche che impediscono al loro figlio di uscire in carrozzina: solo tra il portone condominiale e la strada ci sono oltre 25 gradini, più ripidi della norma. Finché Michele era bambino i genitori lo hanno portato in braccio, impresa divenuta impossibile con gli anni. Nel 1998 la famiglia Sacchettoni ha chiesto di realizzare una sorta di pontile sul retro della casa, che si affaccia su via Berti, a livello più alto rispetto a via Flaminia: la passerella può collegare il giardino di casa con il garage privato, dove Michele può salire in auto. I condomini sono insorti ma, in virtù della legge 104/92, i genitori hanno avviato lo stesso i lavori. La maggioranza dei vicini (8 famiglie su 14) ha deciso però di ricorrere al giudice civile: «La passerella deturpa il condominio, facilita l’ingresso dei ladri, non rispetta le distanze di legge». Il giudice, dopo una serie di udienze cui i vicini hanno partecipato in forze, ha dato loro torto: nel 2003 ha respinto il ricorso e ha condannato i condomini alle spese legali.
I SACCHETTONI hanno quindi realizzato la passerella, ma i vicini non si sono arresi e hanno appellato, stavolta con successo, la prima sentenza: una decisione della Corte d’Appello del luglio 2012 impone lo smantellamento del pontile. Una vicina, in particolare, lamenta stati depressivi dovuti alla vista del manufatto. Ieri, assistiti dagli avvocati Maurizio Marinozzi e Manola Micci, i Sacchettoni hanno chiesto al giudice delle esecuzioni mobiliari di sospendere l’immediata esecuzione della sentenza d’appello: per Michele quella passerella è l’unica strada per uscire. «Reclamiamo il diritto di Michele a farsi curare e a frequentare la scuola — dicono i genitori — entrambi diritti costituzionalmente garantiti». Sul tema della disabilità, ieri, è intervenuto anche Roberto Zazzetti, presidente della Consulta regionale per la Disabilità, che paventa gravi penalizzazioni con gli annunciati tagli alla Sanità.
di Alessandra Pascucci

lunedì 25 febbraio 2013

QUANDO LE BARRIERE MENTALI DIVENTANO FISICHE: LA STORIA DI MICHELE


Sono cinquanta gli scalini che dividono Michele Sacchettoni dal resto del mondo. Il ragazzo disabile, di 23 anni, abita con la famiglia in un condominio sulla via Flaminia ad Ancona e ora rischia di restare murato in casa, perché alcuni residenti del palazzo vogliono che venga abbattuta la passerella costruita ad hoc per il passaggio della carrozzina, perché deturperebbe il palazzo e non sarebbe costruita a norma di legge. La vicenda giudiziaria inizia nel 98 quando alcuni condomini avviano la causa civile contro la passerella, nel 2003 il giudice di primo grado respinge il ricorso e dà il via libera ai lavori. Pochi mesi fa il ribaltamento della sentenza in appello: la passerella va tolta.
Guarda il video..

giovedì 21 febbraio 2013

La famiglia pontificia rimarrà unita. Monsignor Georg Gaenswein e le Memores Domini abiteranno con Benedetto XVI


Febbraio 15, 2013 Redazione
Il segretario del Papa e le Memores Domini che servono nell’Appartamento del Pontefice, lo seguiranno nella nuova residenza

Monsignor Georg Gaenswein, il segretario personale del cardinale Joseph Ratzinger, che lo ha seguito dopo l’elezione del 19 aprile 2005 nell’Appartamento Pontificio, lo accompagnerà il 28 febbraio sera a Castelgandolfo e poi nella nuova residenza in Vaticano, allocata nell’edificio che ospitava le monache di clausura.

Vivrà lì, ma non avrà particolari incombenze perché, come ha precisato ieri il portavoce della sala stampa vaticana, padre Federico Lombardi, «resta il prefetto della Casa Pontificia», responsabilità alla quale è stato chiamato lo scorso dicembre e che continuerà ad esercitare.

Con il Papa e don Georg a Castelgandolfo andranno poi anche le Memores Domini che servono nell’Appartamento. Nell’ex convento ci sarà dunque l’intera “famiglia pontificia” di Benedetto XVI.



I cattolici montiani non dicono nulla sul fatto che Europa e Governo smontano la Legge 40?




Febbraio 15, 2013 Assuntina Morresi
La Cedu ha respinto il ricorso del governo sulla legge sulla fecondazione assistita. Una vicenda passata sotto silenzio per non disturbare il manovratore

Lo tsunami mediatico suscitato dalla rinuncia di papa Benedetto XVI ha fatto passare in sordina la decisione della Corte Europea dei Diritti Umani (Cedu) di respingere il ricorso del governo italiano, intervenuto a sostegno della legge 40 sulla fecondazione assistita.
È importante capire bene cosa sia successo, perché si tratta di un primo assaggio della politica che – forse – verrà, quella di rito montiano, con tutte le conseguenze del caso.
La Cedu aveva accolto il ricorso di una coppia italiana, che voleva accedere alla fecondazione assistita per selezionare embrioni malati di fibrosi cistica – di cui i due sono portatori – e scartarli, e trasferire in utero solo quelli sani. La legge 40 non lo permette. L’accesso alla fecondazione in vitro è consentito solamente alle coppie infertili, e quindi quelle portatrici di malattie genetiche, se fertili, non possono ricorrervi. La legge, infatti, non è eugenetica, non ha cioè come scopo la selezione degli embrioni, ma semplicemente dare la possibilità alle coppie infertili di tentare la via medicalmente assistita.
La Cedu ha accolto in prima istanza il ricorso della coppia, denunciando una presunta contraddizione all’interno della legislazione italiana: con la 194 si potrebbero abortire quegli embrioni (o feti) che la legge 40 non permette invece di sopprimere appena procreati. Una affermazione falsa, in punta di diritto: la 194 non consente l’aborto eugenetico, cioè se il concepito è malformato, ma solo quando ci sono problemi di salute fisica o psichica della donna.
Non c’entra qui la prassi – di cui potremmo sicuramente discutere – ma i testi di legge: né la 194 né la 40 prevedono la soppressione di feti o embrioni se malati.
In aggiunta, c’era un problema procedurale: la coppia si era rivolta direttamente alla Corte europea senza interpellare prima i tribunali italiani, come invece richiesto dalle norme internazionali.
Il governo Monti ha fatto ricorso alla Cedu, difendendo la legge italiana ma puntando tutto sulla questione procedurale. Lo affermava espressamente il comunicato del 28 novembre scorso da Palazzo Chigi: «La decisione italiana di presentare la domanda di rinvio alla Grande Chambre della Corte europea per i diritti dell’uomo si fonda sulla necessità di salvaguardare l’integrità e la validità del sistema giudiziario nazionale, e non riguarda il merito delle scelte normative adottate dal Parlamento né eventuali nuovi interventi legislativi».
Eppure il merito è importante: consentendo che la fecondazione in vitro serva a selezionare embrioni, distinguendo fra sani e malati, trasferendo i primi e scartando i secondi, si introduce una norma eugenetica, perché – piaccia o no – ogni selezione di una vita umana basata sul patrimonio genetico è eugenetica.
Ma queste considerazioni sono state volutamente escluse dal governo Monti, come rivendica il comunicato: una decisione evidentemente condivisa dai cattolici che ne fanno parte, dai quali non si è sentito alcun commento a proposito.
La Cedu adesso ha respinto il ricorso, e non ne conosciamo le motivazioni. La legge 40 per ora non è cambiata, quella coppia può accedere alla fecondazione in vitro e alla diagnosi preimpianto, e probabilmente qualche giudice userà – o forse lo sta già facendo – questa sentenza per portare di nuovo la 40 al vaglio della Corte Costituzionale e cambiarne il testo. D’altra parte, certa magistratura pare entusiasta all’idea di modificare quel che parlamento e referendum popolare hanno stabilito.