martedì 9 febbraio 2010

IN BELGIO UN IMPREVEDIBILE SI CONDANNA I GIUDICI ITALIANI

segnalato da Mariangela
Grazie

......Lo “scherzo” che hanno fatto i due belgi ai soloni togati è stato davvero beffardo. Uno dei due si è risvegliato dopo 23 anni (6 anni in più di Eluana), dimostrando ancora una volta che il cosiddetto “coma irreversibile” non esiste. L’altro, sottoposto ad esame attraverso una nuova tecnica di risonanza magnetica, ha manifestato segni di facoltà psichica, arrivando a “dialogare”, attraverso il cervello, con i medici.....


.....Non oso immaginare che cosa sarebbe successo se la povera Eluana fosse ancora qui tra noi e se, sottoposta al nuovo esperimento, avesse dato segni di coscienza. Probabilmente sarebbe caduto ogni velo di ipocrisia e il dibattito si sarebbe focalizzato, a quel punto, sul tema vero: l’eutanasia. Resta, comunque, una considerazione finale. Ad Enzo Jannacci sarebbe stato sufficiente un battito delle ciglia per fargli sentire vivo suo figlio. Al signor Englaro, probabilmente, non sarebbe bastato neppure il fatto che sua figlia avesse risposto “sì” alla domanda: «Tuo padre si chiama Beppino?».....

ELUANA/ In Belgio un imprevedibile "sì" condanna i giudici italiani
Gianfranco Amato lunedì 8 febbraio 2010

Un anno fa Eluana Englaro veniva messa a morte grazie ad un provvedimento della magistratura fondato, tra l’altro, su due assiomi. Il primo riguarda il fatto che la ragazza di Lecco si trovasse in uno stato di coma irreversibile (categoria scientifica inesistente), dal quale non sarebbe mai potuta uscire. Il secondo è relativo al fatto che senza una «pienezza di facoltà motorie e psichiche» quella di Eluana fosse una «vita non degna di essere vissuta», traduzione italiana del termine “lebensunwertes Leben”, coniato dai giuristi tedeschi negli anni ’30 e riecheggiato tristemente nelle aule giudiziarie del Terzo Reich.


Così, nel febbraio 2009, attraverso la carta bollata, si è spenta l’esistenza di Eluana. Per una strana ironia della sorte, a ridosso dell’anniversario della sua morte, i fatti e la ricerca scientifica hanno sconfessato quei discutibili postulati dei giudici. Due giovani belgi, entrambi in stato vegetativo persistente a seguito di un incidente d’auto, sono stati incaricati dal destino di sgretolare i due presupposti logici della tragica decisione sul caso Englaro.


Lo “scherzo” che hanno fatto i due belgi ai soloni togati è stato davvero beffardo. Uno dei due si è risvegliato dopo 23 anni (6 anni in più di Eluana), dimostrando ancora una volta che il cosiddetto “coma irreversibile” non esiste. L’altro, sottoposto ad esame attraverso una nuova tecnica di risonanza magnetica, ha manifestato segni di facoltà psichica, arrivando a “dialogare”, attraverso il cervello, con i medici.

Gli scettici possono leggere l’articolo che illustra l’interessante esperimento, dal titolo Willful Modulation of Brain Activity in Disorders of Consciousness, pubblicato lo scorso 3 febbraio sul New England Journal of Medicine (10.1056/NEJMoa0905370). In pratica, si è trattato di sottoporre il ventinovenne belga a due stimolazioni attraverso un processo di immaginazione (Imagery Tasks), in cui gli si è stato chiesto di simulare alcune azioni (tirare una pallina da tennis, camminare nella propria casa, ecc.) ed un processo comunicativo (Communication Task), in cui gli sono state poste domande su aspetti attinenti la sua vita personale.


Immaginabile l’astonishment - così è stato definito -, ovvero lo stupore dei medici quando il paziente, dopo aver risposto “no” alla domanda se il nome di suo padre fosse Thomas, ha risposto, invece, “sì” quando gli hanno chiesto se il padre si chiamasse Alexander, vero nome del genitore.


Le reazioni rispetto a questa sensazionale scoperta mi hanno indotto ad una riflessione.Tutti gli esperti hanno dichiarato che il risultato di quell’esperimento «changes everything», cambia tutto. Ma cambia secondo prospettive e visioni antropologiche opposte. Da una parte ci sono coloro che vedono in questa nuova possibilità di comunicazione con i pazienti in stato vegetativo un’opportunità per migliorare le condizioni esistenziali in cui si trovano, assumendo, per esempio, informazioni su eventuali problemi clinici e adottando i relativi rimedi.
Dall’altra parte ci sono coloro che vedono nella scoperta la sola opportunità di conoscere esattamente la volontà di chi si trova in stato vegetativo circa il proprio destino, ovvero se ricorrere o meno all’eutanasia, perché proprio questa scoperta mostrerebbe com’è ancora più atroce la condizione di una mente lucida intrappolata in un corpo che non risponde. Due modi diversi di guardare questo risultato scientifico. Due modi diversi di concepire la vita e la morte. E poco c’entra, in realtà, la fede o una prospettiva religiosa.


Enzo Jannacci ce lo ha dimostrato quando in quella celebre intervista al Corriere della Sera, sull’onda emotiva della vicenda Englaro, dichiarò che non avrebbe mai «staccato una spina e sospeso l'alimentazione ad un paziente» perché «interrompere una vita è allucinante e bestiale». E ce lo ha dimostrato anche quando, da medico, ha affermato, profeticamente, che «vale sempre la pena aspettare» e che «la medicina è una cosa meravigliosa, in grado di fare progressi straordinari e inattesi».



Ce lo ha dimostrato, inoltre, quando ha dichiarato che «la vita è sempre importante» e se anche «si presenta inerme e indifesa», rappresenta comunque «uno spazio che ci hanno regalato e che dobbiamo riempire di senso, sempre e comunque». E ce lo ha dimostrato, ancora di più, quando è arrivato a dire che se suo figlio si fosse trovato nelle condizioni di Eluana, «sarebbe bastato un solo battito delle ciglia» a farglielo sentire vivo.


Non oso immaginare che cosa sarebbe successo se la povera Eluana fosse ancora qui tra noi e se, sottoposta al nuovo esperimento, avesse dato segni di coscienza. Probabilmente sarebbe caduto ogni velo di ipocrisia e il dibattito si sarebbe focalizzato, a quel punto, sul tema vero: l’eutanasia. Resta, comunque, una considerazione finale. Ad Enzo Jannacci sarebbe stato sufficiente un battito delle ciglia per fargli sentire vivo suo figlio. Al signor Englaro, probabilmente, non sarebbe bastato neppure il fatto che sua figlia avesse risposto “sì” alla domanda: «Tuo padre si chiama Beppino?».


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FILM "LA MIA CASA E' LA TUA"

Milano, 11/2/2010: all'auditorium Gaber "La mia casa è la tua", il film di Exitu
A Milano, nel prestigioso Auditorium Giorgio Gaber presso il Palazzo della Regione, giovedì 11 febbraio alle ore 21.00 sarà proposto in prima nazionale il film "La mia casa è la tua", presenti il regista Emmanuel Exitu e Marco Mazzi, presidente di Famiglie per l'Accoglienza. Ingresso libero


LA MIA CASA E’ LA TUA
Film-documentario di Emmanuel Exitu

Emmanuel “Exitu”, sceneggiatore, drammaturgo, regista, autore televisivo, ha vinto l’Audience Award al New York Aids Film Festival nel 2007 e nel 2008 è stato scelto da Spike Lee a Cannes per il miglior documentario del Babelgum Online Film Festival.

Il film racconta "in presa diretta" l’esperienza di alcune famiglie dell’Associazione Famiglie per l'Accoglienza, e si pone come una provocazione culturale positiva sul tema dell’accoglienza e della famiglia.

Le diverse esperienze raccontate dalle famiglie protagoniste del film esprime la positività e l’umanità di un percorso di accoglienza, spesso non privo di fatiche e difficoltà, che è possibile per tutti, per qualsiasi famiglia “normale”.

Famiglie per l'Accoglienza, riconoscendosi pienamente nelle dinamiche espresse ad arte nel film, intende promuovere una cultura dell’accoglienza anche attraverso una diffusione nazionale di quest'opera, e promuoverà eventi pubblici locali attraverso i quali sia possibile far emergere il desiderio inespresso di tante famiglie di intraprendere un'esperienza di accoglienza familiare.

Il film è stato realizzato con il contributo della Fondazione Cassa di Risparmio di Ravenna e alla collaborazione dell’Associazione di volontariato della provincia di Ravenna “Per gli Altri” – Centro di Servizio per il volontariato.

Il film “La mia casa è la tua” sarà a disposizione di chi lo volesse proiettare a scopi formativi o divulgativi previo contatto con la segreteria dell’Associazione.

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AVISI PER I LETTORI BERGAMASCHI

Prova aperta dello Spettacolo "Prima che venga notte" tratto dai racconti di Marina Corradi - Canzoni e musiche eseguite da Walter Muto e Carlo Pastori.
(Iniziativa a favore Avsi pro terremotati Haiti)
- Giovedì 18 febbraio 2010 ore 21,00 c/o Scuola Imiberg

"La passione secondo i nemici" di Luca Doninelli
- Sabato 20 febbraio 2010 ore 21.00 Teatro Civico di Dalmine

Mostra "Con le nostre mani, ma con la tua forza"
Dal 20 marzo al 23 maggio 2010 c/o il Monastero di San Giacomo, Via Giuramento 155 a Pontida (BG), sarà esposta la mostra dal titolo

"Con le nostre mani, ma con la tua forza. Le opere nella tradizione monastica benedettina”

La mostra è stata curata dai Monaci della Cascinazza e dalla Fondazione per la Sussidiarietà ed è stata esposta in occasione del Meeting di Rimini 2006.

Per informazioni potete contattare il Monastero stesso al n. 035/795025, chiedendo di Don Mario Ravizzoli.

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A TUTTI GLI AMICI DI GIOVANNI



A marzo esattamente durante la 3 settimana organizziamo 3 giorni sulla neve.
Presto riceverete da Massimo tutte le indicazioni.
Andiamo a San Simone il solito nostro bellissimo posto .
Comodo da raggiungere,soleggiato,sulle piste da neve libero da barriere architettoniche e soprattutto ci hanno ancora proposto i tre giorni ad un ottimo prezzo.
La vacanza comincia dalla cena di giovedi'
Il prezzo dovrebbe aggirarsi sui quaranta euro per gli adulti e sui 30 per i bambini.
L'albergatore ci ha chiesto 35 euro sia per gli adulti che per i bambini .
Noi abbiamo pensato di facilitare le famiglie numerose.Se ci sono problemi per il pagamento fatecelo sapere e chi puo' potrebbe cercare qualche benefattore che aiuti le famiglie in difficolta'.
Ci teniamo che l'economia non sia motivo per molti per non poter aderire.
Vi aspettiamo tutti!!
Rimini,San Marino,Riccione,Ancona,Sicilia Reggio emilia,Liguria i chiavaresi e gli altri,gli Spagnoli,gli italiani in belgio,ecc.....
Chi avesse bisogno di ospitalita' o di avere un passaggio ce lo faccia sapere in tempo.Speriamo di poterci incontrare tutti.Possono partecipare tutti anche chi non ha figli disabili!!E' una vacanza per gli amici!!

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SCRITTI DI PADRE ALDO

.....Ma al tempo stesso, grazie alla fede, possiamo riconoscere all’interno di questa tragedia il dolce e amorevole sguardo di un uomo crocifisso che ci guarda ricordandoci che Lui, centro del cosmo e della storia, è vivo ed è qui in mezzo a noi, a sfidarci come ha fatto con Marta: «Credi questo?».Dalla risposta che diamo a questa domanda dipende se ciò che è accaduto ad Haiti rappresenta una irreparabile tragedia o l’inizio di una nuova vita. Da una decisione radicale per ciò che vale, per quel destino buono per il quale il nostro cuore è stato fatto. E che le centinaia di migliaia di vittime ci indicano, perché per loro già non è più qualcosa che verrà, ma Qualcuno in cui già vivono in pienezza.....


Dagli anni di piombo al socialismo di Chávez
Quando all’uomo manca la luce della ragione resta solo la torcia elettrica
Tempi 27 Gennaio 2010
di Aldo Trento




All’inizio di novembre Hugo Chávez si è lamentato per lo spreco di energia elettrica e ha chiesto al popolo venezuelano di cambiare a poco a poco le abitudini giornaliere, ad esempio usando una torcia per andare in bagno durante la notte invece di accendere le luci. Lo stesso presidente, nei giorni precedenti, aveva chiesto ai suoi concittadini che la doccia non durasse più di tre minuti al fine di risparmiare sul consumo di acqua. Al di là dei consueti problemi di elettricità, infatti, i venezuelani soffrono di una grave scarsità di risorse idriche, e da lunedì 2 novembre gli abitanti di Caracas sono oggetti al razionamento dell’acqua, razionamento che può durare fino a 48 ore a settimana. Sono due delle conseguenze della grande rivoluzione bolivariana.
Anche in Paraguay, nonostante il paese disponga assieme al Brasile e all’Argentina di due delle più grandi centrali idroelettriche del mondo, negli stessi giorni la gente a causa del caldo infernale (40 gradi all’ombra, più di 30 di notte) dormiva sui marciapiedi delle strade o nei cortili della case, perché l’energia elettrica a disposizione non era sufficiente per coprire i consumi. I nostri bambini dormivano sul pavimento freddo della casa, perché non ce la facevano più, avevano tanto caldo da piangere. Così, io e padre Paolino siamo andati a cercare una casa che avesse ventilatori funzionanti, e li abbiamo portati tutti lì così che potessero dormire tranquilli. Anche questa è una conseguenza del XXI secolo. È chiaro, «cambia, tutto cambia», come recita il motto che cantavano a gole spiegate, venerdì 15 agosto 2008, il dittatore venezuelano in compagnia del nuovo presidente paraguayano, l’ex vescovo Fernando Lugo. Per tutta la notte, con la spada sguainata, come ubriachi, i due toccavano con mano la terra promessa, il nuovo continente latinoamericano.
Poco meno di un anno e mezzo dopo, il “paradiso” è diventato un inferno, anche meteorologicamente. La povertà che cresce giorno dopo giorno, uno Stato al limite del collasso, il presidente del Paraguay che appare sulle pagine dei giornali per l’ennesimo figlio che una donna denuncia essere suo, l’economia sempre più debole e la mancanza di sicurezza, la violenza e i sequestri che scuotono il paese mentre si diffondono l’ignoranza e la mancanza di assistenza medica.
Però i poveri ancora sognano un cambiamento, e un gruppo di guerriglieri continua a seminare odio e li invita a unirsi a loro. Da Caracas, passando per l’Ecuador e la Bolivia, il famoso “eje del mal” (asse del male) arriva fino al Paraguay, assieme a una delle canzoni oggi più ascoltate nell’entroterra, che dice (pubblichiamo con gli errori, anche di nomi):

L’esercito del popolo, incubo degli oligarchi, forgiatore della speranza per la liberazione. Ogni passo, ogni azione, spezza gli yankees ma riempie il popolo di gioia, e avvicina alla missione. Questa organizzazione è già ovunque, ed educa la sua gente, la milizia popolare. Chi sa impugnare il mitra e il fucile? Ecco la guerra dei guerriglieri per prendere il potere!
Rit.: La guerra dei guerriglieri è l’incubo degli oligarchi, degli yankees, dei padroni. Viva l’EEP, viva la lotta armata, viva il socialismo, viva la nuova nazione. Viva l’EEP, viva la lotta armata, viva il socialismo, viva l’emancipazione!
Non c’è giornata che non si vada all’offensiva con una granata esplosiva, attaccare e attaccare. Mordi e fuggi in un altro luogo,
l’ha ben detto Che Guevaras, l’esercito del popolo, la guerriglia va verso il trionfo. Chi dice che siamo sognatori è solo un cagasotto, di cervello e mente debole, prevenuto e plagiato. E hanno già perso, perché sono moderati, la guerra dei guerriglieri contro i ricchi è già iniziata. (Rit.)
Dicono che siamo solo delinquenti, ma il popolo sa che le cose non stanno così. Sa distinguere chi sono i suoi nemici, il due per cento che sta in cima e uccide e ruba al paese. Guerrigliero guaraní, figlio di Francia e López, eredi del cacique Aratisandu, Arakare. Discendiamo dall’indiana Juliana, c’è il suo sangue nelle nostre vene. Lei è la leonessa dell’EPP».

Queste parole decontestualizzate mi fanno pensare a una bellissima canzone di un amico, Claudio Chieffo, che denunciava le menzogne che porta con sé l’ideologia dell’uomo “onnipotente” e invitava a tornare alla ragione: come può sperare un uomo che ha in mano tutto, ma non ha il perdono?

Ballata del potere
Lo dicevo tutto il giorno: questo mondo non è giusto! E pensavo anche di notte: questa vita non dà gusto! E dicevo: è colpa vostra, o borghesi maledetti, tutta colpa dei padroni e noi altri, poveretti! E noi altri a lavorare sempre lì nell’officina, senza tempo per pensare, dalla sera alla mattina. Forza compagni, rovesciamo tutto e costruiamo un mondo meno brutto! Per un mondo meno brutto quanti giorni e quanti mesi, per cacciare alla malora le carogne dei borghesi! Ma i compagni furon forti e si presero il potere; i miei amici furon morti e li vidi io cadere. Ora tu dimmi come può sperare un uomo che ha in mano tutto ma non ha il perdono? Come può sperare un uomo quando il sangue è già versato, quando l’odio in tutto il mondo nuovamente ha trionfato? C’è bisogno di qualcuno che ci liberi dal male, perche il mondo tutto intero è rimasto tale e quale.

Già negli anni Settanta un uomo, don Luigi Giussani, in un contesto senza speranza, di piena battaglia con la follia marxista che aveva acceso – o anestetizzato – il cervello di molti di noi, ci provocò affermando con tutta la potenza della sua umanità carica di fede che avevamo bisogno, abbiamo bisogno «di qualcuno che ci liberi dal male, perché tutto il mondo, seguendo l’illusione di questa utopia, non solo si è colmato di sangue, ma è anche rimasto tale e quale a prima».
E questo qualcuno può solamente venire dall’esterno, non può essere l’uomo col suo orgoglio prometeico, ma uno che è entrato nella storia dell’umanità affermando: «Io sono la via, la verità e la vita». Per questo fu una sorpresa piena di commozione quando un gruppetto dei suoi amici un giorno, in molte università italiane, pubblicarono un pamphlet dal titolo sorprendente: “Comunione è liberazione”. Era un pugno nello stomaco per tutti, ma in particolare per noi cattolici, che in maggioranza, come accade oggi nell’EPP, militavamo dalla parte dell’ideologia marxista: con due parole ci indicavano chiaramente che soltanto la comunione è l’origine, la costruzione della liberazione.
In altre parole, solamente l’incontro con Cristo, presente qui e ora, nella compagnia della Chiesa, può cambiare l’uomo e il mondo. Qualsiasi forma di liberazione che prescinda da questa verità, come ci documentano settant’anni di comunismo e alcuni anni di socialismo del XXI secolo, non solo distrugge ciò che vorrebbe costruire, cioè l’utopia di un mondo nuovo, ma finisce col distruggere anche l’uomo stesso. La povertà, l’assistenzialismo, la violenza dei paesi che politicamente fanno parte dell’asse del male ne sono la prova. Siamo passati dalla luce elettrica alla torcia per andare in bagno. Ma quel che è peggio è che siamo passati dalla luce della ragione alla torcia… e di questo passo, come può sperare un uomo? Però in mezzo a questa pazzia esiste un perimetro abitato da uomini definiti dalla presa di coscienza che “io sono Tu che mi fai”. E questi sono la certezza del già, una novità carica di speranza.
    padretrento@rieder.net.py
 
02 Febbraio 2010
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Trento: Il senso del disastro di Haiti
Ma se Lui non è vivo e presente fra noi, a cosa serve il dolore di Gladys, morta a 23 anni nel giorno del disastro di Haiti?
di Aldo Trento

Non bastava la mancanza di mezzi per mettere in ginocchio il popolo di Haiti, il paese più povero del continente. C’è voluto anche un terremoto che ha causato centinaia di migliaia di vittime. La mattina di giovedì 14 gennaio sono rimasto pietrificato con il giornale in mano: perché, Signore? Perché hai permesso che la violenza della natura sterminasse migliaia di uomini, praticamente già condannati a morte dall’indigenza? E chissà quanti si sono fatti le mie stesse domande. Sembra terribile questo Dio, che invece che colpire i malvagi e i delinquenti si “diverte” a infierire su coloro che in questa vita fanno esperienza dell’inferno più terribile. Il dolore degli innocenti, il dolore dei poveri è il più difficile da capire col solo uso della ragione. Infatti nella storia ha sempre costituito la più grande obiezione all’esistenza di Dio, e in particolare di un Dio Padre. Perché se Dio è Padre, come mai lascia che queste tragedie accadano? Già Giobbe si era posto il problema, sostenendo che il giorno della nascita di un uomo rappresenta per lui una maledizione: la vita è fondamentalmente dolore e noia.
Leggevo il giornale e queste domande come chiodi mi si piantavano nel cuore, quando con sorpresa mi è caduto lo sguardo su due fotografie. La prima era in prima pagina, e rappresentava un donna disperata col viso rivolto verso il cielo, le braccia aperte a forma di croce, mentre sullo sfondo c’erano solo montagne di macerie. Uno scenario apocalittico. La seconda proponeva ai nostri occhi, o meglio al nostro cuore, una chiesa completamente distrutta, ridotta a calcinacci. Però, in mezzo a questa terribile visione, la sorpresa di una colonna rimasta intatta, sulla quale c’era un crocifisso, anche lui risparmiato dal terremoto.
Che impressione, che dolcezza, che significato carico di speranza! Tutto attorno era il trionfo della morte, ma in mezzo c’era una donna che guardava al cielo con le braccia aperte come una croce, e dentro la chiesa schiantata era rimasta intatta la bellezza di un Cristo crocifisso. La violenza della natura non aveva soffocato il grido di quella donna, e neanche quel crocifisso, simbolo di una Presenza che anche in quel momento aveva voluto, per mezzo di un’immagine, dire che Lui era lì.
Che impressione! Mentre in molte parti del mondo vogliono staccarlo da tutti i muri, ad Haiti neanche la violenza terribile del terremoto è riuscita a toglierlo alla vista dei sopravvissuti. Una volta ancora è voluto rimanere con noi per dirci che il grido di quella donna è il simbolo di milioni di disperati, le cui domande e i cui perché solo in Lui possono trovare una risposta.
Tutto è ridotto a maceria, però Lui è rimasto, sta lì. Non importa che l’immagine sia di gesso o di marmo. Ciò che importa è che quel segno ci grida, più forte della violenza del terremoto, che Lui è vivo. Non esiste una risposta umana e razionale alle domande di Giobbe e di tutti noi. La ragione rimane impotente. L’unica risposta è quel crocifisso, perché è la risposta che Dio Padre stesso si è incaricato di darci inviando il suo unico figlio al mondo, affinché assumesse la dolorosa condizione di tutti noi, per rivelarci che il destino dell’uomo è buono anche quando le circostanze sono le più terribili, come nel caso di un terremoto che annienta un intero paese.
Cristo non eliminò allora e non elimina oggi le domande che ci tormentano, Cristo non è venuto per eliminare, censurare queste domande né per interrompere la violenza della natura o per sollevarci dal dolore e dalla morte. Cristo è venuto per dirci che Lui è la risposta a qualsiasi interrogativo. È Lui il senso, il significato ultimo di tutto. Il male non è opera di Dio, il male è solo opera del peccato, di quel peccato che la Chiesa chiama originale e che non solo ha decomposto l’Io dell’uomo, ma anche la stessa natura, l’intero cosmo che, come scrive san Paolo, soffre le doglie del parto aspettando la resurrezione dei Figli di Dio.

La vittoria sul peccato
Questo terremoto è un nuovo parto, non è un aborto se si riconosce che Lui è vivo, è presente. Se così non fosse, a cosa servirebbe il nostro ospedale, che giorno dopo giorno prepara alla morte decine di pazienti, o il dolore della bellissima Gladys, morta a soli 23 anni lo stesso giorno del disastro di Haiti?

on sono le proporzioni grandi o piccole di una tragedia a determinare il dolore o l’ingiustizia. Il dolore di uno e il dolore di centomila è sempre dolore, è sempre una provocazione. Il problema è che senza la fede, senza il riconoscimento che quell’uomo crocifisso in mezzo alle macerie rappresenta la vittoria sul peccato, tutto il male sarebbe assurdo, senza senso. Però quel crocifisso miracolosamente “vivo” tra tonnellate di morte afferma solennemente: «Io ho vinto la morte. Io sono la via, la verità e la vita».
In questo momento di dolore l’unica cosa che possiamo fare è guardare il volto di quel crocifisso e fissare gli occhi di Gesù, come fece Marta il giorno in cui, tra lacrime e singhiozzi, gli disse: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto!». Le rispose Gesù: «Tuo fratello risorgerà». Ma Marta non poteva pensare di rimandare al domani la speranza di tornare a vedere suo fratello, e replicò: «So già che risorgerà nella risurrezione dell’ultimo giorno». Ma adesso? E Gesù le disse: «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me non morirà in eterno. Credi questo?». Una sfida impressionante, una sfida che sembra mettere ko la ragione, che secondo i criteri della nostra povera intelligenza euclidea risponderebbe con un “no” secco. Però la ragione, per Marta, non si riduce al proprio ombelico, a una visione ristretta, ma grazie all’amicizia con quell’uomo acquisisce tutta l’energia che le permette di guardare la realtà spalancando il suo sguardo a 360°, e risponde: «Sì, o Signore, io credo».
Il sì di Marta – e ricordiamoci che era davanti a un cadavere maleodorante di tre giorni – è stato l’atto supremo di una ragione triturata, annientata, però colma della certezza che quell’uomo non la stava ingannando, perché la sua eccezionale Presenza, anche in un momento così terribile, era la risposta che il suo cuore desiderava, cioè la certezza che suo fratello era vivo.
E anche noi che assistiamo a questa tragedia, anche se siamo pieni di impotenza e di dolore, dobbiamo affermare, come quella donna fotografata mentre urla rivolta al cielo: «Sì, o Signore, io credo!».

Tragedia o nuovo inizio
È l’unica posizione ragionevole, perché viceversa la disperazione avrebbe il sopravvento su di noi. La fede, il fatto di dire «sì, o Signore, io credo», non elimina la rabbia o il dolore, anzi aumenta la consapevolezza e quindi il nostro grido, però riconosciamo anche nella peggiore tragedia che il destino dell’uomo non coincide con la violenza della morte, ma con la certezza che quell’uomo crocifisso, che ci guarda da quella colonna che svetta intatta tra montagne di macerie, è vivo. E per questo, invece di farci abbattere dall’orrore della morte che ha annientato un intero popolo, troviamo l’energia necessaria per rialzarci e riprendere il cammino.
Ancora una volta abbiamo toccato con mano i frutti del peccato, della violenza crudele, della morte provocata dalla natura, essa stessa ferita dal peccato. Ma al tempo stesso, grazie alla fede, possiamo riconoscere all’interno di questa tragedia il dolce e amorevole sguardo di un uomo crocifisso che ci guarda ricordandoci che Lui, centro del cosmo e della storia, è vivo ed è qui in mezzo a noi, a sfidarci come ha fatto con Marta: «Credi questo?».Dalla risposta che diamo a questa domanda dipende se ciò che è accaduto ad Haiti rappresenta una irreparabile tragedia o l’inizio di una nuova vita. Da una decisione radicale per ciò che vale, per quel destino buono per il quale il nostro cuore è stato fatto. E che le centinaia di migliaia di vittime ci indicano, perché per loro già non è più qualcosa che verrà, ma Qualcuno in cui già vivono in pienezza.
    padretrento@rieder.net.py
 

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I DIARI DI FIAMMETTA

.....Alessandro compie 2 anni. È una strana giornata, triste per la distanza di Alessandro, ma lieta, perché lo so vivo, sano e in ottime mani. La distanza è difficile, stride con l’essere madre. Fa capire come non siamo padroni della nostra vita. Spero un giorno di poter ricordare con Alessandro questo suo secondo compleanno come un momento speciale in cui anche lui a soli due anni ha combattuto per un mondo migliore.....


Fiammetta: il primo giorno di scuola “normale” tra tende e macerie
www.ilsussidiario.net

venerdì 5 febbraio 2010
 
La vita procede, a Port-au-Prince. I campi, pieni di sfollati, sono tenuti in piedi e organizzati dai volontari delle ong e delle forze di soccorso. La precarietà rimane, ma una sistemazione, anche provvisoria, permette di ritrovare quel minimo di stabilità e di normalità di cui la vita ha bisogno per andare avanti. Lo ha scritto più volte Fiammetta, cooperante di Avsi ad Haiti, nel suo diario: difficile non è sgombrare le macerie o tirar su case nuove, ma ricostruire la speranza, soprattutto di chi non ha niente. Ecco perché ricominciare la scuola, come è accaduto ieri, è tutt’altro che scontato.
 
4 febbraio, Port-au-Prince, Haiti
 
Oggi al campo sfollati di Place Fierte (si vede anche su google hearth!) è iniziata la scuola. Con quattro giorni di ritardo sul calendario, a 23 giorni dalla catastrofe. Con il direttore che non vedevo da tre anni e i tre bauli di libri.
Due tende pluriclasse: prima, seconda, terza e quarta quinta sesta. Sono un po’ fitti i ragazzini, ma nei prossimi giorni montiamo altre due tende della Protezione civile per suddividerli.
 
A Martissant, l’altro quartiere dove AVSI fa accoglienza e sostegno ai senzatetto, quando siamo arrivati alla piccola struttura dove siamo basati, c’era un gruppo di una decina di mamme con i loro neonati in braccio. Bimbi nati dopo il terremoto. Hanno accolto Jean Philippe e me dicendo: “Ci han detto che questo è l’ufficio delle mamme”. Cioè hanno identificato quel luogo come un punto cui poter appoggiare se stesse e la propria maternità.
 
 
Abbiamo dato loro un materasso, lenzuola, bacinelle. Per domani prepareremo per loro degli alimenti: abbiamo ricevuto un piccolo stock di “razioni k”. Sì, quelle dei militari! Le apriremo e le prepareremo adeguatamente al loro essere mamme e non militari, poi gliele daremo. Dobbiamo fare in modo che si nutrano per poter allattare i loro bambini, altrimenti con l’acqua così inaccessibile e così impura, alimentare i neonati diventa un’impresa.
Le persone adulte vanno sostenute. Spesso ne incontriamo alcune evidentemente perse. Non hanno punti di riferimento, vagano nel campo senza meta o orientamento. Hanno perso i loro punti cardinali. Per questo si possono capire coloro che stanno con le loro tende improvvisate davanti alle macerie della propria casa: è una parte del loro vissuto fisicamente presente, anche se inagibile o ridotta in macerie.
Per questo stiamo organizzando i lavori, attrezzandoci per iniziare a fare in modo che ciascuno trovi un compito. Come costruttori di cattedrali.
 
Fiammetta
Fiammetta: quando il terremoto e una tenda blu ci fanno tutti più uomini
Redazione
giovedì 4 febbraio 2010
 
Fiammetta Cappellini, cooperante Avsi ad Haiti, invia a ilsussidiario.net una nuova puntata del suo diario. Le tende blu all'interno degli accampamenti permettono di curare le persone, a cominciare dai bambini, che per la prima volta dopo il terremoto tornano a fidarsi e a incontrare persone che si prendono carico di loro.
 
3 febbraio, Port-au-Prince, Haiti
 
Ieri è stata la giornata di Chiara, il nostro pediatra. Ha visitato almeno 200 bambini del campo di Place Fierté e anche alcune mamme. La sua dedizione e la sua esperienza decennale in Nigeria e altri Paesi del continente africano si è proprio vista all’opera.
Nell’ambulatorio che abbiamo avviato nella tenda donata dalla Protezione civile italiana, con farmaci che si è procurata chiedendo in qualche tenda dei donatori (anche gli uffici ONU sono allestiti in tende), con un assistente medico volontario argentino reclutato allo stesso modo, ha passato al setaccio una prima parte dei più piccoli e di quelli che hanno bisogno di cure. Chiara ha coinvolto anche il nostro staff locale di infermieri e agenti di salute comunitari.
La nostra équipe era entusiasta, tanto che Simone (che non è medico, neppure infermiere, ha studiato tutt’altro!) ha detto che desidera dedicarsi ai progetti di salute. Dice che danno molta più soddisfazione che quelli educativi, si vedono subito i risultati e le persone sono subito contente.
Per chi vive in condizioni di necessità, sentirsi oggetto di cura, sapere che c’è qualcuno di cui fidarsi che si fa carico di te restituisce alla tua persona quel valore che era rimasto sepolto sotto le macerie.
 
Così, dal campo vicino, quello di cui tra poco dovremo occuparci (sono 3.500 persone di cui nessuno si è ancora preoccupato, cosa facciamo, li lasciamo lì?) sono venuti a dire che anche loro vogliono la tenda. Noi ci siamo stupiti perchè ci aspettavamo che volessero il medico. Ma poi chiedendo se volevano anche loro la tenda blu, ci hanno risposto di sì, volevano "la tenda blu, quella con dentro il dottore...". Allora abbiamo capito meglio: sono venuti a chiederci "la tenda blu", riferendosi all’ambulatorio, cioè tenda ma anche quel che c’era dentro, medici e infermieri e farmaci!

I colleghi dall’Italia mi hanno fatto avere la lettera aperta che Giulia, Federica, Francesco e Teresa mi hanno scritto nell’ambito di un approfondimento sui terremoti. Hanno scritto delle iniziative loro e dei loro compagni nella loro scuola, il Malpighi di Bologna, per sostenere le azioni a favore di Haiti.
Sono molto grata per me, per AVSI e anche per questo popolo; è veramente bello vedere che ci sono ragazzi che si preoccupano del bene degli altri, del bene comune, che sanno apprezzare i beni di cui godono (come i cellulari ultimo modello!) ma sanno anche pensare che altri coetanei lottano per le cose più scontate, come cibo, acqua, casa, scuola.

Questo filo che ci lega ci porta molta letizia e ci sostiene. E in fondo ci ricorda che è proprio nella natura dell’essere umano il desiderio di contribuire a un mondo migliore, dove tutte le persone possano esprimere la propria dignità. Peccato che sia necessario un tremendo terremoto per ricordarci questa tensione che ci è donata in quanto esseri umani.
giovedì 4 febbraio 2010

Carissima Fiammetta,

                   abbiamo letto i tuoi diari in cui racconti ciò che hai visto tu lungo le strade di Haiti, tra la gente. Sappiamo che hai trovato e aiutato quattro fratellini dispersi e che hai già trovato 60 dei tanti bambini adottati a distanza mediante l’Associazione AVSI di cui tu sei cooperante, che ospiti oltre 300 bambini mentre i genitori vanno a cercare parenti e le proprie cose e ti ringraziamo perché ci hai fatto capire meglio cosa è accaduto ad Haiti.

Noi vediamo le immagini in TV ma tu vedi cosa fa la gente durante tutto il giorno. Dalle immagini noi non ci rendiamo “veramente” conto della situazione in cui state vivendo, ma sappiamo lo stesso dalle tue lettere che tutti i giorni vi muovete per fare qualcosa per i terremotati: cercate i dispersi, riuscite a trovare cibo, acqua, date alloggio a chi non ne ha e, in qualche modo, un aiuto “da vicino”.

Guardando immagini e video, ci siamo accorti che i bambini di Haiti si accontentano e sono felici con niente rispetto a noi, che abbiamo anche il coraggio di chiedere l’ultimo nuovo cellulare. Siamo rimasti molto colpiti da questo comportamento. Abbiamo anche sentito dire in TV che i bambini feriti si lasciano curare senza piangere: devono aver proprio sofferto molto! Sappiamo che hai deciso di rimanere ad Haiti per aiutare i bambini e le loro famiglie invece di tornare in Italia con tuo figlio, mentre qui avresti potuto ritrovare una vita “facile e normale”.
 
Abbiamo immaginato cosa proveremmo noi nei vostri panni, pensiamo a tutte le cose che alcuni di voi hanno perso: la famiglia, gli amici, la casa, la scuola, senza pensare a quanto la gente fosse povera già prima del terremoto. Ma come farete a continuare a vivere? Grazie anche al tuo aiuto e alla tua associazione, molti riusciranno a ricostruirsi una vita in cui avranno una nuova casa e riuniranno la famiglia, ma non riusciranno mai a dimenticare quel giorno, quindi hai fatto proprio bene a rimanere perché quella gente non si senta abbandonata.

I nostri insegnanti ci hanno proposto due iniziative che abbiamo accettato volentieri. Molti di noi hanno inviato col cellulare uno o più messaggi ai numeri suggeriti per sostenere la Croce Rossa. Inoltre nella nostra scuola è in atto una lotteria il cui ricavato verrà donato alla tua associazione. Era stata organizzata per sostenere la scuola, ma ora è più importante aiutare voi, così i ragazzi del liceo si stanno molto impegnando nella vendita dei biglietti e anche noi abbiamo pensato di dare il nostro contributo. Salutiamo te e tutti gli haitiani, in particolare i bambini. Giulia Martera, Federica Babbi, Francesco Del Conte e Teresa Babini.
Fiammetta: miracolo, Jean Philippe scova tre casse di libri e la scuola ricomincia
Redazione
mercoledì 3 febbraio 2010
Continua il diario di Fiammetta Cappellini, cooperante di Avsi ad Haiti. Sono passati poco più di venti giorni dal violento terremoto che ha colpito Haiti e in particolare la capitale Port-au-Prince, facendo centinaia di migliaia di vittime e riducendo la popolazione superstite, che già viveva in condizioni difficili e di grande povertà, in uno stato di ulteriore sofferenza. Ma a ben guardare, come ha avuto modo di raccontare Fiammetta nelle sue lettere, se non ci si lascia troppo ingannare dalla apparenze della miseria economica e della distruzione, si scopre in chi è rimasto una tenacia e un attaccamento alla vita che hanno molto da insegnarci.
Al campo si lavora senza sosta, ma la buona volontà non basta, perché il disastro è troppo grande. Accade così che siano le circostanze a far intravedere un lampo di quella benevolenza che il nostro animo mai si aspetterebbe: «piccole cose - racconta Fiammetta - che in altri momenti non avrebbero avuto grande significato e che invece ora diventano decisive». Come un aiuto insperato, o il maltempo che incredibilmente si allontana.
 
2 febbraio, Port-au-Prince, Haiti
 
A volte capita che anche nelle peggiori situazioni ci arrivino dei segnali di speranza, delle piccole cose che in altri momenti non avrebbero avuto grande significato e che invece nel contesto del momento diventano decisive.
Tra ieri e oggi sono capitati ben due episodi.
Il primo: ieri il cielo si è rannuvolato in modo preoccupante, grossi nuvoloni neri che qui vogliono dire una sola cosa: pioggia torrenziale. Siamo stato nervosi tutto il giorno, pensando ai nostri tendoni blu, cosi precari, di fronte alla violenza delle piogge caraibiche... Invece! Miracolo! Non è piovuto! D’accordo, lo so, voi direte che capita un sacco di volte, ma non qui: quando da queste parti si rannuvola così, piove SEMPRE. Quindi davvero abbiamo tirato un sospiro di sollievo!
 
mercoledì 3 febbraio 2010

Il secondo episodio: da giorni litigo col personale dicendo di non mandare amici e conoscenti a portare il curriculum perche in questo momento abbiamo bisogno di assistenti sociali, formati, capaci, con esperienza. E null’altro. E da giorni infatti non intervisto altro che queste persone. In vece oggi, a sorpresa, proprio mentre i bambini per l’ennesima volta chiedevano a gran voce la scuola, mi si materializza davanti un ex impiegato direttore didattico che non vedevo da almeno tre anni. E cosa mi dice? Che la scuola non c’è più e lui non potrà più insegnare, e che ha perso la casa e ora vive con tutta la famiglia nel nuovo campo sulla route neuve. Beh, sembrava fatto apposta. Lo abbiamo ingaggiato immediatamente e da domani... si comincia! Il solito Jean Philippe ha scovato tre casse di libri e quaderni e Simone ha promesso che monterà a tempo di record altre due tende. Domani, scuola. Non vediamo l’ora!
 
Fiammetta
 
Fiammetta: il compleanno "speciale" di mio figlio Alessandro
Redazione
martedì 2 febbraio 2010
Due brevi lettere quelle arrivate questa notte alla redazione de IlSussidiario.net da Fiammetta Cappellini da Haiti. E' dal giorno successivo al sisma che ha squassato Port Au Prince che Fiammetta ci racconta dolori, speranze e gioie in questa lotta per la vita di fronte a un evento tanto devastante e tanto vicino, dopo la terribile notte del 6 aprile 2009 che ha ferito L'Aquila e tanti abruzzesi.
 
Oggi però Fiammetta torna a parlare di speranza nella ripresa di un lavoro che fino al momento del terremoto stava portando avanti a favore dei bambini, a cui il terremoto ha tolto anche quel poco che avevano. Ma non la speranza di ritrovare un punto di normalità nella scuola con l'aiuto di Avsi.
 
E di un compleanno molto speciale, quello di Alessandro, che con i suoi due anni contribuisce, nella modalità in cui lo può fare, alla battaglia ideale e umana di Fiemmetta per Haiti.
 
Lunedì primo febbraio
 
Oggi è il giorno della riapertura delle scuole di Haiti.
 
Dai primi giorni dopo le vacanze di Natale, ci stavamo preparando a questo giorno. Provvedere al materiale scolastico, verificare le scuoline di Cité Soleil, parlare con gli insegnanti, preparare le liste di iscrizione, e poi visitare tutti i bambini, soprattutto i “restavek” per fare in modo che potessero andare a scuola. I restavek sono bambini che vivono presso famiglie che li ospitano in cambio di un impegno lavorativo domestico. Sono quindi bambini destinati a non andare a scuola, a fare una vita di serie b (o forse c, o anche d).
Comunque ad avere meno degli altri bambini delle bidonvilles. Per questi bambini negli ultimi anni abbiamo lavorato molto, per convincere le famiglie ospitanti a dar loro delle opportunità reali. Ricordo giornate liete con alcune famiglie che avevamo coinvolto in un percorso per trasformare questa ospitalità con un prezzo, in accoglienza vera e propria, imparando il valore della vita, il prendersi cura dei bambini, di tutti i bambini.
 
Ieri un bambino è corso incontro a Simone e gli ha detto: “Simone quando riapre la scuola?”. La sua scuola non c’è più. Per ora abbiamo preparato classi miste nel tendone della Protezione civile di Place Fierte, ancora con attività ricreative. Per la scuola ci vorrà ancora un po’ di tempo.
 
Martedì 2 febbraio
 
Alessandro compie 2 anni. È una strana giornata, triste per la distanza di Alessandro, ma lieta, perché lo so vivo, sano e in ottime mani. La distanza è difficile, stride con l’essere madre. Fa capire come non siamo padroni della nostra vita. Spero un giorno di poter ricordare con Alessandro questo suo secondo compleanno come un momento speciale in cui anche lui a soli due anni ha combattuto per un mondo migliore.
 
Fiammetta

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MIO FIGLIO ALL'INFERNO

Percorrere il girone caraibico di Haiti per trovare il bambino adottato a distanza. E scoprire che non basta la solidarietà a portartelo vicino
www.tempi.it

di Luigi Amicone
“Sos, morts all’interieur”. “Usa navy, help us”.
Scritte su resti di case di Port-au-Prince
Sulle prime, dopo tre giorni passati viaggiando giorno e notte per cielo e per terra, coprendo distanze di almeno 16 mila chilometri, dentro la testa frullata dai fusi orari restano solo domande idiote. Perché sulla stessa isola, qualunque cosa butti nella parte ispanica feconda la terra, in quella francofona crescono solo rovine? Perché la Repubblica Dominicana è un purgatorio di musica a tutto volume e spiagge da favola, Haiti è il posto dove un angelo sterminatore sembra abbia segnato la porta di ogni casa con la croce delle catastrofi politiche e naturali, colpi di stato, cicloni, inondazioni e, da ultimo, buon ultimo, quindici anni di inutile governo Onu? E adesso questo terremoto.





Che ha fatto venire giù il mondo. E ha fatto mobilitare i popoli dal Qatar al Togo, dalla Sicilia all’Alaska, nella missione impossibile di spegnere il fuoco all’inferno. Chiuso dagli americani l’aereoporto haitiano e chiuso Santo Domingo ai voli che non siano quelli umanitari, giustamente buttati fuori da Haiti dalla macchina militare e logistica imperiale, non ci resta che sbarcare a Punta Cana. Che è un po’ come atterrare in un villaggio Valtur.
Con la banda che suona e balla il merengue, le pin up locali che fanno da pastorelle alla mandria di pallidi buoi, europei dalla pelle albina, scesi da un volo proveniente da Zurigo. Punta Cana, Veron, La Romana, San Pedro de Macoris, Santo Domingo, Barahona, Cabral, Lago Enriquello, Jmani. E sono solo i primi 591 chilometri di Caribe, al passo di taxi sgangherati e un pick up a pianale scoperto, coprendo i due punti più distanti in Repubblica Domenicana. Poi, superati gli sgangherati cancelli di una frontiera surreale, guadagnamo Malpasse, costeggiamo lo stagno Sumatra, attraversiamo valli antidiluviane e borghi da preistoria dove l’uomo vive come poteva viverci duemila o due milioni di anni fa.
Fino a Fonds-Verettes. Un posto così remoto tra le montagne di questo stravagante inferno dantesco caraibico, che nemmeno gli haitiani credono esista davvero. Non c’è segnaletica stradale e l’unica indicazione, in lingua creola, incisa su uno striscione che penzola appeso a due alberi di magnolia, avverte che in effetti “Fonds-Verettes ekziste, fok li viv”. Non ho capito la seconda parte della scritta, però nella prima si capisce a cosa alludano certe casupole aggrappate a una collina che spunta al di là delle gole e di vallate impervie. Miracolo: sul cucuzzolo che nemmeno la jeep riesce a raggiungere sorge una cattedrale cattolica spettacolare. Dentro ci sono centinaia di bambini e ragazzi, vestiti in divise scolastiche di un arancione rubato all’aurora caraibica. Tre preti haitiani concelebrano una messa in suffragio delle vittime del terremoto. Non mi sono portato dietro niente. Non un registratore, un pc portatile, una macchina fotografica, un telefono satellitare. Niente. Eppure altri hanno fotografato, compulsato carte topografiche e trovato il passaggio verso il bambino che siamo venuti a cercare in questo nugolo di polvere e zattere africane alla deriva nel mar dei Caraibi. Di questa compagnia è don Leonardo Grasso, venuto da Caracas per essere presenza tra i suoi amici di Santo Domingo e fuoco di contatti ad Haiti. E poi il contabile venezuelano Juan Carlos Cavalieri (autore delle foto di queste pagine), il cooperante spagnolo David Pizarro e il generoso Jordi Bach, l’uomo della Ong Cesal di stanza ad Haiti.

La paura e quella forza infinita
Jordi sarà decisivo per trovare quello che sto cercando, tra un pisolo in uno dei pochi appartamenti rimasti in piedi sulle colline di Pietonville (mentre non c’è un haitiano che sia rientrato in casa e non viva per strada) e il brivido di una scossa del quinto grado, acqua fresca si intende, eppure con il potere di farti correre a gambe levate e riguardare con un occhio diverso la sterminata folla dei 437 campi profughi che abbracciano Port-au-Prince. Jordi ci strappa a un capannello di trenta quaranta persone. «Potrebbe diventare pericoloso». Lo studente indigeno di ingegneria civile con cui avevo iniziato la conversazione capisce e ha un’espressione delusa dal nostro approccio difensivo. «Tranquillo, stiamo solo parlando». Il fatto è, come succede ovunque a Port-au-Prince quando c’è di mezzo un bianco che potrebbe essere un salvatore della patria o semplicemente uno che porta dollari addosso, che se attacchi la conversazione con uno, dopo cinque minuti te ne trovi intorno cento. Diciamo la verità: non ci sono pericoli tra gli haitiani. Girovagando tra i barri e i campi dei senza tetto abbiamo trovato sempre e soltanto occhi curiosi, pazienza infinita, bisogno di raccontare a qualcuno la propria storia. E ascolto. Ecco, colpisce che tanti ragazzi (sono quasi solo giovani gli haitiani) che hanno perso tutto ma che (per il momento) hanno risolto qualche problema di sopravvivenza (quello dell’acqua e di un posto dove dormire), pendano dalle tue labbra. Capisco però che il primo impatto con Port-au-Prince può mozzarti il fiato. So che ci sono scene che non dimenticherò. La donna vista in ginocchio, ai bordi della strada, con i polsi legati dietro la schiena, piegata a bere il rivolo di schiuma e i rifiuti che scorre sotto il marciapiede. O l’immagine dominante in ogni angolo della città, di famiglie che vivono ammassate tra le masserizie, sempre nello stesso punto, riconquistato ogni mattina prima che sorga l’alba, senza niente con cui lavarsi, niente da godere, niente per distrarsi.
Eppure ci dev’essere una forza infinita se queste donne riescono a vestirsi ancora con panni lindi e colori sgargianti dimenticati dai falsi scialli etnici che rivestono i nostri figli griffati. Ci dev’essere un mistero più grande di tutte le nostre disponibilità materiali e supposte ricchezze spirituali, se dall’ultima bolgia del Tartaro le donne tirano fuori il paradiso di sguardi che ti sanno vedere, attraversare, domandare; bambini vestiti per bene, con occhi ridenti, mai disperati, belli anche se attraversati dal velo delle lacrime e dal terrore di quello che potrebbe ancora accadere. Certo, i bambini che camminano senza una meta, il cimitero dentro e fuori la Cattedrale, le decine e decine di ragazzi del coro seppelliti mentre stavano provando il loro repertorio di canti, questa tomba dell’arcivescovo di Haiti, del suo vicario episcopale, dei suoi seminaristi, le rovine di Del Mas e della collina dirimpetto a Ruelle Dieubon (Diobuono), polverizzata con le sue case venute giù come castelli di carta, fanno ammutolire ogni cosa in cielo e in terra. Ma la disperazione, la violenza, la furia che potremmo avere noi, noi che al minimo disagio siamo stati abituati a protestare, a inveire contro Dio e a invocare la giustizia di un tribunale terreno, qui a Porta-au-Prince non si vedono nemmeno nelle bidonville più marcescenti. I nostri poveri schemi chiamano tutto ciò sottocultura, miseria, rassegnazione.

L’attivismo onusiano cambierà il mondo?
E invece quello che si vede all’inferno è la forza della natura originale dell’uomo. Niente a che vedere, si intende, con lo sguardo distratto, il sentimento mutevole, la sicumera scettica e bolsa dei cresciuti nel miglior mondo possibile dei Voltaire, nel paradiso dei diritti umani. Non mi sono portato dietro niente. E ho riscritto mentalmente cento volte questa storia. Niente da fare. Alla fine butti via tutto, riscrivi tutto da capo, capisci che la storia che ti sei venuto a cercare consiste nell’affetto che principalmente ti sostiene. Per questo non scandalizza chi in questi giorni continua a sbarcare dall’altra parte dell’isola per trovarsi una donna e via. Per questo sembra che non centri il bersaglio il diario della cooperante che ricusa le nostre certezze borghesi. A parte il fatto che senza le nostre certezze borghesi i cooperanti farebbero né più e né meno la fame dei loro assistiti, c’è da domandarsi cosa succederebbe e cosa cambierebbe il mondo. Gli apostoli della solidarietà internazionale? Raramente si impara quel che si crede di sapere. Dunque, eccoci nel caotico festival dell’attivismo onusiano che esigerebbe ben altro. Per esempio il tanto vituperato approccio americano. Elementare, rozzo quanto volete. Gli americani ad Haiti sono una macchina che schiaccia tutte le altre quanto volete. Ma intanto le loro centurie stanno aprendo un varco in Babilonia, stanno prendendo posizione e mettendo in sicurezza le strade. E questo succede a quasi due settimane dal sisma, dopo settimane di anarchia e di spontaneismo, competente e solidale, certo, ma che non è riuscito sbrigare altro che i primi soccorsi.
Quante false storie di gang in machete e fiumi di armi e droga. Siamo stati nei campi tra Citè Soleil e Citè Militare, i famosi suburbi della criminalità organizzata. La verità è che su Haiti adesso piovono troppi soldi e troppe richieste di bambini per non scatenare la fame assassina e il contrabbando di carne umana. La verità è che in certe zone di Port-au-Prince l’Unicef ha distribuito le tende dimenticandosi di distribuire i pali che le sorreggono. La verità è che l’Onu passeggia con i suoi bianchi blindati e non sa nemmeno da che parte cominciare nel coordinare gli aiuti. La verità è che dopo la straordinaria ondata di volontari, medici, giornalisti, cooperanti, benefattori venuti da ogni dove, se Obama non ci metteva la sua massa critica di marines, nemmeno il signor Bertolaso avrebbe potuto sfilare in diretta Rai con la sua scintillante divisa di protettore civile e angelo della ricostruzione. La verità è che Haiti dovrebbe buttare definitivamente a mare la sua classe dirigente e chiedere l’annessione agli Stati Uniti d’America.

Ti ho trovato, Pierre
Insomma, fatto sta che ti ho trovato mio caro Pierre Frandgin, otto anni, orfanello di Marie Polinice, 27 anni, contadina. Eri solo una foto di bambino negro e triste appesa a una porta di frigorifero blu. La foto di un bambino a cui, per tramite di un’organizzazione umanitaria, una delle tantissime famiglie italiane che praticano l’adozione a distanza devolveva da sei anni, da quel 24 maggio 2004 in cui il ciclone si era portato via la madre e, a dirla tutta, quasi tutte le madri contadine di Fonds-Verettes, una modesta somma annuale. Fatto sta che eri solo una fotografia penzolante tra i memo della spesa e gli scarabocchi di un fratellino dalla pelle bianca. Adesso sei di fronte a noi, con il tuo papà Pierre Dunol e la tua sorellina Piernadeishe. Ognuno ha ciò che desidera. Io ho desiderato trovarti e scrivere questa storia in mezzo a milioni di storie di uomini, donne e bambini travolti dall’apocalisse. E ti ho trovato. Ti ho trovato con lo stesso sguardo e nemmeno l’ombra di un sorriso, come sul frigorifero blu. Chissà qual è il tuo mistero, Pierre Frandgin, e come si dispiegherà di qui all’eternità. La tua sorellina abbozza un sorriso. Tu, invece, resti serio e senza parole. Forse perché vivi sperduto in capo al mondo, solo con tua sorellina e tuo papà, agricoltore e pastore che ogni mattino sale sull’alta montagna e fa ritorno a sera, in questa casupola di due metri per tre che sorge solitaria in mezzo al campo. Dove non c’è strada, non c’è acqua corrente, elettricità e, pensa, nemmeno la televisione. Più a valle belle ragazze si lavano nude e nascondono i loro turgidi seni all’esploratore venuto dal vecchio mondo.
Più a valle ragazzi, donne e bambini carichi di sacchi di terra rubata alla montagna e portata a valle, bagnata con innaffiatoi di fortuna, rovesciata sulle pietre e spianata per essere piantumata con sementi che verranno portate via dalle prime piogge, si caricano il giogo di una vita dura. Oppure si rovesciano sui camion e attraversano la frontiera per andare a vendere le loro braccia nei campi della Repubblica Dominicana. Cammina l’uomo quando sa bene dove andare. Sapevo dove andare e ora anche tuo padre che non legge e non scrive lo sa. O forse lo sapeva già prima di me, benché i suoi trentun anni siano passati in una parte del mondo che nemmeno la nostra più bella immaginazione della luna renderebbe confortevole il pensiero della luna. Per questo tuo padre mi abbraccia e mi dice salutandomi: «Fratello, pregherò per te».
La vera maledizione di un paese ostaggio di superstizione e voudou
di Rodolfo Casadei
All’indomani del terremoto l’anziano telepredicatore evangelico americano Pat Robertson ne ha sconvolto più di uno dichiarando che Haiti è vittima da sempre di catastrofi politiche e/o naturali perché gli antenati degli haitiani, gli schiavi africani che due secoli fa si liberarono del giogo francese con una sanguinosa rivolta, avrebbero stretto un patto col diavolo per conquistare l’indipendenza dell’isola. Le sue affermazioni hanno suscitato, giustamente, irrisione e indignazione. Le persone religiose hanno fatto osservare che dall’elenco delle vittime di disgrazie improvvise è impossibile desumere un paradigma di punizioni/retribuzioni divine o diaboliche: quattro anni fa l’uragano Katrina ha distrutto molte più chiese evangeliche che casinò, e molti orrendi dittatori vivono lunghe vite, mentre molti adorabili missionari cristiani muoiono giovani. Terzomondisti, anticapitalisti e fustigatori dell’Occidente hanno esaltato le cause politiche del sottosviluppo di Haiti: lo sfruttamento al tempo della colonia francese, lo svuotamento del tesoro pubblico per pagare a Parigi l’indennizzo delle proprietà sottratte agli schiavisti dal nuovo stato, il sostegno politico di Washington a Duvalier padre e figlio, i due dittatori che hanno sprofondato le fortune dell’isola fra il 1957 e il 1986. Tutto vero, ma anche tutto un po’ troppo economicistico e politicistico. Nell’unico paese delle Americhe abitato per il 100 per cento da popolazione di colore non sarebbe male dare un’occhiata anche ai fattori culturali. E fra questi al più importante, cioè la religione tradizionale, che spesso si sovrappone all’ufficiale pratica religiosa cattolica: il voudou. Non è questione di spilloni nelle bamboline per colpire inconsapevoli nemici o di zombie manovrati da società segrete (anche se l’isteria attorno alle storie di morti viventi è talmente radicata che l’articolo 246 del codice penale haitiano punisce «l’uso di sostanze che non uccidono una persona ma la riducono a uno stato letargico più o meno prolungato... se in seguito allo stato di letargia la persona viene sepolta, il fatto sarà considerato un omicidio»). La questione è quanto le radici voudou abbiano contribuito e contribuiscano all’attuale miseria di Haiti, il più povero e violento dei paesi dell’emisfero occidentale, dove il 72 per cento della popolazione vive sotto la linea della povertà e l’85 per cento dei capi di Stato che si sono succeduti dal 1804 ad oggi sono stati assassinati o costretti alla fuga mentre erano in carica.
Tanto per cominciare, il voudou è stato il catalizzatore dell’insurrezione degli schiavi contro i loro padroni: le centinaia di ribelli che nella notte fra il 21 e il 22 agosto 1791 nel nord di Haiti massacrarono i padroni bianchi (uomini, donne e bambini) delle piantagioni in cui lavoravano e bruciarono le loro case erano reduci da una cerimonia voudou nel corso della quale avevano bevuto il sangue di un maiale nero per diventare invulnerabili. Quello fu il primo atto della rivolta, che poi proseguì sotto la guida di personalità più “moderne” come Toussaint L’Ouverture e Jean-Jacques Dessalines. Appartenenti a tribù diverse ma tutti provenienti dal Golfo di Guinea, gli schiavi trovarono nella pratica del voudou, a quel tempo diffuso lungo tutta la costa africana coperta da foreste di mangrovie, un decisivo fattore di coesione. Furono i tamburi delle cerimonie voudou a trasmettere le comunicazioni fra i vari gruppi di insorti anche al momento delle battaglia decisive del 1802-03. Tuttavia già niente meno che Hegel eccepiva che il voudou «con le sue relazioni di potere intransitive fra le divinità è incline a produrre anche intransitività politica». ll filosofo si riferiva alla dottrina teologica centrale del voudou per spiegare la forma tirannica di potere inaugurata da Dessalines e poi rimasta tale fin quasi ai giorni nostri.

Un cronico sottosviluppo
Nel voudou il mondo è stato creato da Dio (Bondye nel creolo di Haiti), ma costui si è ritirato dagli affari terreni, che competono a divinità minori: i loas, divisi in 21 “nazioni” e “famiglie” spesso in contrasto fra loro. Gli esseri umani si attirano i favori di queste divinità attraverso i riti e gli incantesimi, che servono tanto a catalizzare energie positive (quando gli spiriti si impossessano del credente) quanto a respingere quelle negative (degli spiriti che provocano malattie). Questa visione magica del mondo implica anche la credenza nella pratica della magia nera, cioè nell’esistenza di “stregoni” capaci di causare malattia e morte attraverso la negromanzia. Quanto una visione del mondo come questa sia controproducente per lo sviluppo umano non ha bisogno di molte spiegazioni: la superstizione, il fatalismo, la paura e il sospetto in tutti i rapporti sociali sono la logica conseguenza della fede nel mondo degli spiriti. A ciò si aggiunga che il voudou è per sua natura particolarista e anti-gerarchico: dei benefici dei riti possono appropriarsi solo i parenti di sangue di colui che viene posseduto dalla divinità. Bode nasyonal, un’organizzazione di sacerdoti voudou, sostiene che i primi haitiani «iniziarono la loro vita collettiva a immagine dei loas, i primi fondatori di città e stati, disdegnando di stabilire un potere definito. In questo nostro Stato che è il più vecchio del mondo svilupparono un’organizzazione politica senza potere centrale». Bode Nasyonal raccoglie seguaci del voudou associati alle fortune della famiglia Duvalier, i primi governanti di Haiti a dichiararsi apertamente fedeli della religione africana. Fino ad allora le élites, mulatte, avevano combattuto il voudou come fattore di sottosviluppo ma senza poterlo sradicare per una semplice ragione: esse stesse hanno gestito o hanno lasciato che lo stato fosse gestito in modo patrimonialistico da chi deteneva il potere. I loro successori populisti di sinistra, capeggiati da Jean-Bertrand Aristide, non hanno saputo fare altro che attizzare l’odio di classe, nuova versione del dualismo fra élites modernizzanti e popolo immerso nel voudou. La vera maledizione di Haiti è questa.

 

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HAITI RITROVARE IL VOLTO DELL'UOMO TRA LE MACERIE

.....C’è un religiosità che fa parte del dna degli haitiani: ogni locale ha un nome che richiama. C’è il bar “Potenza di Dio”, il bazar “Paradiso eterno”, l’hotel “Beata vergine”. Un camion porta dipinta davanti la Madonna di Lourdes, e sul fianco una donna prosperosa in bikini.
Padre Bepi celebra la Messa in una chiesa senza il tetto, sostituito da teloni blu che svolazzano alle raffiche di vento. La chiesa è piena, l’età media non supera certo i trent’anni. C’è molta compostezza, eppure anche qui non c’è famiglia che non sia stata toccata da morte e distruzione.....



...Tra le rovine di Port-au-Prince emerge il notevole contributo occidentale a una efficiente gestione della crisi. Più in là, alle persone, ai loro incredibili bisogni e sofferenze, arriva solo la presenza cristiana. Nascosta e appassionata come sempre.....
Tempi 08 Febbraio 2010
di Alberto Reggiori


da Port-au-Prince
La giornata è sempre aperta dalla Messa alle 6,30. C’è un ritmo monastico che non permette spreco di tempo. Io e la collega Chiara Mezzalira siamo medici. Nei primi giorni della nostra permanenza ad Haiti, solerti suore sudamericane ci hanno invitato a gestire il loro ambulatorio. Tutti i medici haitiani sono scappati e loro

hanno una fila di pazienti che attende vociando sin dal mattino presto fuori dal cancello. Nell’ospedale St. Camille abbiamo incontrato padre Gianfranco Lovera, il responsabile sanitario. Incarna in maniera perfetta lo spirito del suo padre fondatore, san Camillo de Lellis, che si era fatto ultimo per servire Cristo nei sofferenti. È un uomo calmo e tranquillo nonostante viva in un vortice. L’ambiente è più che dignitoso, pulito, pieno di pazienti, alcuni dei quali, non fidandosi di dormire nelle camere, hanno il letto in mezzo al cortile con le flebo che sembrano fili elettrici collegati a loro per tenerli in vita.




L’ospedale è quasi intatto, poche crepe nei muri, solo il serbatoio dell’acqua è inclinato e pericolante. «Se cade siamo finiti», dice padre Gianfranco. «Senz’acqua l’ospedale è morto».
La settimana scorsa abbiamo accompagnato padre Giuseppe, detto Bepi, in questa isola da oltre trent’anni, al funerale dell’arcivescovo di Haiti e del suo vicario, morti sotto le macerie della cattedrale. Il vicario è rimasto vivo cinque giorni, riuscivano a comunicare con lui e gli passavano dei viveri, ma quando l’hanno raggiunto era tardi. Aveva l’ostia in mano, si era preparato alla morte celebrando la Messa là sotto. Mentre la banda suonava in tono sommesso inni religiosi, alle nostre spalle incombeva, enorme, come una montagna ferita, la facciata della cattedrale. Il sole delle 8 del mattino filtrava attraverso il grande rosone policromo intatto, che sovrasta il portone. La Messa è iniziata con uno struggente canto della tradizione cattolica francese: «Esule vado e vagabondo, ovunque sono uno straniero…». Il Vangelo riferiva di Gesù davanti al crollo di una torre che aveva sepolto decine di persone: «Credete voi che i morti fossero peggiori dei sopravvissuti? No, io vi dico… qualcuno è preso e qualcuno è lasciato».
È veramente tutto un mistero. Chi potrà mai spiegarci duecentomila persone morte in un minuto, scuole che si sono accasciate di schianto, ospedali diventati camere mortuarie, supermercati schiacciati come lattine di birra?
Un francescano cileno mi racconta: «Sono passato in macchina davanti a una scuola di tre piani due minuti prima del terremoto, era l’intervallo, si sentiva gridare e ridere dalle finestre aperte. Sono ripassato a piedi dopo un’ora cercando di raggiungere casa mia tra le macerie: la scuola era accartocciata su se stessa, ridotta a un’altezza di neanche due metri, c’era un silenzio lacerante. Nessuno si lamentava».
Come continua la vita rimasta
Decine di migliaia di cadaveri, compresi i bambini di quella scuola di tre piani, sono già stati sepolti. O meglio, gettati in enormi fosse comuni. La vita rimasta continua. La gente della città ha occupato marciapiedi e piazze, spianate attorno alla periferia, anche alcune strade sono occupate dalle tende, i mercatini si sono trasferiti in mezzo alla via e si vende di tutto, seduti sulle macerie o sotto tetti pericolanti. Il traffico in città è mostruoso: si viaggia sempre a passo d’uomo giocando all’autoscontro con bus, Tir, pulmini multicolori con la faccia di Gesù o di Maria, motociclette e pedoni suicidi. C’è un religiosità che fa parte del dna degli haitiani: ogni locale ha un nome che richiama. C’è il bar “Potenza di Dio”, il bazar “Paradiso eterno”, l’hotel “Beata vergine”. Un camion porta dipinta davanti la Madonna di Lourdes, e sul fianco una donna prosperosa in bikini.
Padre Bepi celebra la Messa in una chiesa senza il tetto, sostituito da teloni blu che svolazzano alle raffiche di vento. La chiesa è piena, l’età media non supera certo i trent’anni. C’è molta compostezza, eppure anche qui non c’è famiglia che non sia stata toccata da morte e distruzione.
In città la situazione è tesa, la distribuzione di cibo sta finalmente decollando: vediamo haitiani che trasportano sacchi di riso e zucchero con la bandiera americana stampata sopra. Anche l’Ong italiana Avsi, che ha patrocinato il nostro intervento ad Haiti, distribuisce nelle diverse baraccopoli in cui è presente. È stato un rischio calcolato, perché non ci vuol niente a essere circondati da migliaia di persone senza il cibo sufficiente per tutti. Ogni distribuzione è protetta dai marines americani o dai caschi blu dell’Onu stanziati qui da quasi vent’anni.

Quattro lenzuola e un tavolo
Nell’ospedale St. Damien sbircio nella sala di rianimazione, dove energici medici americani in divise azzurre sono al letto dei malati. Pazienti ovunque. Anche nei cortili c’è gente stesa su materassi. I più numerosi sono gli amputati agli arti inferiori. Un elicottero che passa a bassa quota è il pretesto per criticare gli Stati Uniti. Qualcuno dei volontari internazionali sbuffa: «Non capisco a cosa servano gli elicotteri nei terremoti». Ma le polemiche che hanno appassionato i media qui non si sentono. Tutti gli haitiani cui ho chiesto qualcosa circa la presenza americana mi hanno risposto: «Mercì Dieu!».
Se qualcuno volesse rappresentare un girone dantesco potrebbe venire qui: le montagne di macerie si sommano alla povertà preesistente, ai cumuli di immondizia fumante, alle fetide fogne a cielo aperto, alle baracche marce e cadenti, alla povera umanità che vive in maniera brulicante. L’ambulatorio delle nostre amiche suore in realtà non esiste. Lo abbiamo aperto noi nell’unico locale disponibile: la vicina chiesa abbandonata. Abbiamo tirato quattro lenzuola per garantire un po’ di privacy e sistemato un tavolo come letto da visita. Abbiamo visitato decine e decine pazienti. Compresa una donna che stava partorendo.

L’ambulatorio nel confessionale
Nella tendopoli di Cité Soleil ci sono un gran numero di bambini vaganti, spazzatura ovunque, mancanza d’acqua, promiscuità, diecimila persone senza nemmeno un cesso. Entriamo in una decina di tende, quasi invariabilmente c’è un bambino malato: febbre, tosse insistente, parassitosi della pelle, denutrizione grave. In una tenda trovo un neonato steso sugli stracci, lo accudisce il fratellino di quattro anni, la madre è da tre ore in coda in un posto dove dicono sia in corso una distribuzione di viveri. Decidiamo che qui faremo al più presto un ambulatorio soprattutto per i bambini e le donne incinte e allattanti. Di notte scriviamo il progetto, di giorno visitiamo, medichiamo ferite, distribuiamo cibo e acqua.
Girando per Haiti mi rendo conto che il massimo livello che può raggiungere l’Occidente ricco e tecnologico (computer e satellitari si sprecano!) è una efficiente (purtroppo non ancora) gestione della cosiddetta crisi. Più in là non si arriva. Proprio non si riesce. Non si capisce. C’è un’enorme difficoltà ad arrivare all’uomo, ai suoi bisogni, alle sue incredibili sofferenze.
Nella chiesa Reina de la paz trasformata in ambulatorio sono stato affiancato da tre dottori messicani della Caritas giunti con gli zaini zeppi di farmaci e di buona volontà. Ognuno di noi ha occupato un angolo dell’edifico. La chirurga messicana visita nel confessionale. Tra le persone visitate, ho incontrato un giovane padre che teneva tra le braccia due gemelline di due anni, dai nomi molto fantasiosi, Ketty e Kate. Per fortuna erano affette semplicemente da bronchite. Gli ho chiesto se avesse altri figli. Sì, mi ha risposto in creolo, le due figlie più grandi e mia moglie. «Sono tutte morte nel crollo della nostra casa». Non piangeva, aveva una forza da lasciarmi a bocca aperta. Alla fine della visita si è alzato prendendo a fatica le bambine in braccio, con le dita rimaste libere tratteneva il resto, mi ha salutato gentilmente e si è allontanato. L’ho osservato mentre usciva e un pensiero fugace mi ha illuminato qualche parte del cervello. Tutto questo è umanamente sopportabile solo alla presenza di Uno che ha preso su di sé il dolore innocente e ha detto: «Beati i poveri di spirito, beati voi che ora piangete, beati voi che avete fame e sete, perché vostro è il regno dei cieli».

Il quartiere dimenticato da tutti
Ci imbattiamo in padre Jorge, un energico gesuita cubano. È molto provato, con un gruppo di volontari e suore è di ritorno dalla bidonville di Martissant, alla periferia della città. Da lì qualcuno li ha pregati di visitare le zone più alte, arrampicate sulle pendici delle colline. Hanno scoperto una realtà spaventosa: le strade sono bloccate dalle frane, hanno dovuto proseguire a piedi portando in spalla farmaci e cibo. Qui, a tre settimane dal terremoto, non è ancora arrivato nessuno. La gente ha ferite infette, i morti sono ancora là, incastrati nelle case crollate o travolte dalle frane. Un fetore di cancrena aleggia ovunque, ci dice padre Jorge. La gente ha fame e l’unica fonte d’acqua è un ruscello dall’acqua «muy negra». La presenza dei cristiani, religiosi e laici, è capillare, nascosta e appassionata. Certo, serve anche l’esercito Usa, la portaerei Cavour, la Croce rossa, l’Onu e le Ong, anche le più sprovvedute, ma il ruolo sociale e umano della Chiesa, lasciatemi dire, dato che l’ho visto, è insostituibile.
*medico chirurgo

 

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S.S.BENEDETTO XVI: UDIENZA AI PARTECIPANTI ALLA PLENARIA DEL PONTIFICIO CONSIGLIO PER LA FAMIGLIA ,

......famiglia "quale ambiente naturale per la crescita e il benessere di tutti i suoi membri e in particolare dei fanciulli". Ebbene, è proprio la famiglia, fondata sul matrimonio tra un uomo e una donna, l’aiuto più grande che si possa offrire ai bambini. Essi vogliono essere amati da una madre e da un padre che si amano, ed hanno bisogno di abitare, crescere e vivere insieme con ambedue i genitori, perché le figure materna e paterna sono complementari nell’educazione dei figli e nella costruzione della loro personalità e della loro identità. E’ importante, quindi, che si faccia tutto il possibile per farli crescere in una famiglia unita e stabile. A tal fine, occorre esortare i coniugi a non perdere mai di vista le ragioni profonde e la sacramentalità del loro patto coniugale e a rinsaldarlo con l’ascolto della Parola di Dio, la preghiera, il dialogo costante, l’accoglienza reciproca ed il perdono vicendevole. Un ambiente familiare non sereno, la divisione della coppia dei genitori, e, in particolare, la separazione con il divorzio non sono senza conseguenze per i bambini, mentre sostenere la famiglia e promuovere il suo vero bene, i suoi diritti, la sua unità e stabilità è il modo migliore per tutelare i diritti e le autentiche esigenze dei minori.......

Signori Cardinali,
Venerati Fratelli nell’Episcopato e nel Sacerdozio,
cari fratelli e sorelle!
All’inizio della XIX Assemblea Plenaria del Pontificio Consiglio per la Famiglia, sono lieto di accogliervi con il mio cordiale benvenuto!




Tale momento istituzionale vede quest’anno il vostro Dicastero particolarmente rinnovato non soltanto nel Cardinale Presidente e nel Vescovo Segretario, ma anche in alcuni Cardinali e Vescovi del Comitato di Presidenza, in taluni Officiali e coniugi Membri, come pure in numerosi Consultori. Mentre ringrazio di cuore quanti hanno concluso il proprio servizio al Pontificio Consiglio e coloro che tuttora vi prestano la loro preziosa opera, invoco su tutti copiosi doni dal Signore. Il mio grato pensiero va, in particolare, al defunto Cardinale Alfonso López Trujillo, che per ben 18 anni ha guidato il vostro Dicastero con appassionata dedizione alla causa della famiglia e della vita nel mondo di oggi. Desidero, infine, manifestare al Cardinale Ennio Antonelli le espressioni della mia viva gratitudine per le cordiali parole che mi ha rivolto a nome di tutti voi, e per aver voluto illustrare i temi di questa importante Assemblea.
La presente attività del Dicastero si colloca tra il VI Incontro Mondiale delle Famiglie, celebratosi a Città del Messico nel 2009, e il VII, in programma a Milano nel 2012. Mentre rinnovo la mia riconoscenza al Cardinale Norberto Rivera Carrera per il generoso impegno profuso dalla sua Arcidiocesi per la preparazione e la realizzazione dell’Incontro del 2009, esprimo fin d’ora la mia affettuosa gratitudine alla Chiesa Ambrosiana e al suo Pastore, il Cardinale Dionigi Tettamanzi, per la disponibilità a ospitare il VII Incontro Mondiale delle Famiglie. Oltre alla cura di tali eventi straordinari, il Pontificio Consiglio sta portando avanti varie iniziative per far crescere la consapevolezza del fondamentale valore della famiglia per la vita della Chiesa e della società. Tra queste si collocano il progetto "La famiglia soggetto di evangelizzazione", con cui si vuole predisporre una raccolta, a livello mondiale, di valide esperienze nei diversi ambiti della pastorale familiare, perché servano di ispirazione ed incoraggiamento per nuove iniziative; e il progetto "La famiglia risorsa per la società", con cui si intende porre in evidenza presso l’opinione pubblica i benefici che la famiglia reca alla società, alla sua coesione ed al suo sviluppo.
Un altro importante impegno del Dicastero è l’elaborazione di un Vademecum per la preparazione al Matrimonio. Il mio amato Predecessore, il venerabile Giovanni Paolo II, nell’Esortazione apostolica Familiaris consortio affermava che tale preparazione è "più che mai necessaria ai giorni nostri" e "comporta tre principali momenti: uno remoto, uno prossimo e uno immediato" (n. 66). Riferendosi a tali indicazioni, il Dicastero si propone di delineare convenientemente la fisionomia delle tre tappe dell’itinerario per la formazione e la risposta alla vocazione coniugale. La preparazione remota riguarda i bambini, gli adolescenti e i giovani. Essa coinvolge la famiglia, la parrocchia e la scuola, luoghi nei quali si viene educati a comprendere la vita come vocazione all’amore, che si specifica, poi, nelle modalità del matrimonio e della verginità per il Regno dei Cieli, ma è sempre vocazione all'amore. In questa tappa, inoltre, dovrà progressivamente emergere il significato della sessualità come capacità di relazione e positiva energia da integrare nell’amore autentico. La preparazione prossima riguarda i fidanzati e dovrebbe configurarsi come un itinerario di fede e di vita cristiana, che conduca ad una conoscenza approfondita del mistero di Cristo e della Chiesa, dei significati di grazia e di responsabilità del matrimonio (cfr ibid.). La durata e le modalità di attuazione saranno necessariamente diverse secondo le situazioni, le possibilità e i bisogni. Ma è auspicabile che si offra un percorso di catechesi e di esperienze vissute nella comunità cristiana, che preveda gli interventi del sacerdote e di vari esperti, come pure la presenza di animatori, l’accompagnamento di qualche coppia esemplare di sposi cristiani, il dialogo di coppia e di gruppo e un clima di amicizia e di preghiera. Occorre, inoltre, porre particolare cura perché in tale occasione i fidanzati ravvivino il proprio rapporto personale con il Signore Gesù, specialmente ascoltando la Parola di Dio, accostandosi ai Sacramenti e soprattutto partecipando all’Eucaristia. Solo ponendo Cristo al centro dell’esistenza personale e di coppia è possibile vivere l’amore autentico e donarlo agli altri: "Chi rimane in me, e io in lui, porta molto frutto, perché senza di me non potete far nulla" ci ricorda Gesù (Gv 15,5). La preparazione immediata ha luogo in prossimità del matrimonio. Oltre all’esame dei fidanzati, previsto dal Diritto Canonico, essa potrebbe comprendere una catechesi sul Rito del matrimonio e sul suo significato, il ritiro spirituale e la cura affinché la celebrazione del matrimonio sia percepita dai fedeli e particolarmente da quanti vi si preparano, come un dono per tutta la Chiesa, un dono che contribuisce alla sua crescita spirituale. E’ bene, inoltre, che i Vescovi promuovano lo scambio delle esperienze più significative, offrano stimoli per un serio impegno pastorale in questo importante settore e mostrino particolare attenzione perché la vocazione dei coniugi diventi una ricchezza per l’intera comunità cristiana e, specialmente nel contesto attuale, una testimonianza missionaria e profetica.
La vostra Assemblea Plenaria ha per tema: "I diritti dell’Infanzia", scelto con riferimento al XX anniversario della Convenzione approvata dall’Assemblea Generale dell’ONU, nel 1989. La Chiesa, lungo i secoli, sull’esempio di Cristo, ha promosso la tutela della dignità e dei diritti dei minori e, in molti modi, si è presa cura di essi. Purtroppo, in diversi casi, alcuni dei suoi membri, agendo in contrasto con questo impegno, hanno violato tali diritti: un comportamento che la Chiesa non manca e non mancherà di deplorare e di condannare. La tenerezza e l’insegnamento di Gesù, che considerò i bambini un modello da imitare per entrare nel regno di Dio (cfr Mt 18,1-6; 19,13-14), hanno sempre costituito un appello pressante a nutrire nei loro confronti profondo rispetto e premura. Le dure parole di Gesù contro chi scandalizza uno di questi piccoli (cfr Mc 9,42) impegnano tutti a non abbassare mai il livello di tale rispetto e amore. Perciò anche la Convenzione sui diritti dell’infanzia è stata accolta con favore dalla Santa Sede, in quanto contiene enunciati positivi circa l’adozione, le cure sanitarie, l’educazione, la tutela dei disabili e la protezione dei piccoli contro la violenza, l’abbandono e lo sfruttamento sessuale e lavorativo.La Convenzione, nel preambolo, indica la famiglia "quale ambiente naturale per la crescita e il benessere di tutti i suoi membri e in particolare dei fanciulli". Ebbene, è proprio la famiglia, fondata sul matrimonio tra un uomo e una donna, l’aiuto più grande che si possa offrire ai bambini. Essi vogliono essere amati da una madre e da un padre che si amano, ed hanno bisogno di abitare, crescere e vivere insieme con ambedue i genitori, perché le figure materna e paterna sono complementari nell’educazione dei figli e nella costruzione della loro personalità e della loro identità. E’ importante, quindi, che si faccia tutto il possibile per farli crescere in una famiglia unita e stabile. A tal fine, occorre esortare i coniugi a non perdere mai di vista le ragioni profonde e la sacramentalità del loro patto coniugale e a rinsaldarlo con l’ascolto della Parola di Dio, la preghiera, il dialogo costante, l’accoglienza reciproca ed il perdono vicendevole. Un ambiente familiare non sereno, la divisione della coppia dei genitori, e, in particolare, la separazione con il divorzio non sono senza conseguenze per i bambini, mentre sostenere la famiglia e promuovere il suo vero bene, i suoi diritti, la sua unità e stabilità è il modo migliore per tutelare i diritti e le autentiche esigenze dei minori.Venerati e cari Fratelli, grazie per la vostra visita! Sono spiritualmente vicino a voi e al lavoro che svolgete in favore delle famiglie ed imparto di cuore a ciascuno di voi e a quanti condividono questo prezioso servizio ecclesiale la Benedizione Apostolica.
[00184-01.01] [Testo originale: Italiano]
[B0081-XX.01]

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MESSAGGIO DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI PER LA QUARESIMA 2010

......Per entrare nella giustizia è pertanto necessario uscire da quell’illusione di auto-sufficienza, da quello stato profondo di chiusura, che è l’origine stessa dell’ingiustizia. Occorre, in altre parole, un "esodo" più profondo di quello che Dio ha operato con Mosè, una liberazione del cuore, che la sola parola della Legge è impotente a realizzare. C’è dunque per l’uomo speranza di giustizia?
Cristo, giustizia di Dio
L’annuncio cristiano risponde positivamente alla sete di giustizia dell’uomo, come afferma l’apostolo Paolo nella Lettera ai Romani: "Ora invece, indipendentemente dalla Legge, si è manifestata la giustizia di Dio... per mezzo della fede in Gesù Cristo, per tutti quelli che credono. Infatti non c’è differenza, perché tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio, ma sono giustificati gratuitamente per la sua grazia, per mezzo della redenzione che è in Cristo Gesù.....


tema: "La giustizia di Dio si è manifestata per mezzo della fede in Cristo" (Rm 3, 21-22):

Cari fratelli e sorelle,
ogni anno, in occasione della Quaresima, la Chiesa ci invita a una sincera revisione della nostra vita alla luce degli insegnamenti evangelici. Quest’anno vorrei proporvi alcune riflessioni sul vasto tema della giustizia, partendo dall’affermazione paolina: La giustizia di Dio si è manifestata per mezzo della fede in Cristo (cfr Rm 3,21-22).
Giustizia: "dare cuique suum"


Mi soffermo in primo luogo sul significato del termine "giustizia", che nel linguaggio comune implica "dare a ciascuno il suo - dare cuique suum", secondo la nota espressione di Ulpiano, giurista romano del III secolo. In realtà, però, tale classica definizione non precisa in che cosa consista quel "suo" da assicurare a ciascuno. Ciò di cui l’uomo ha più bisogno non può essergli garantito per legge. Per godere di un’esistenza in pienezza, gli è necessario qualcosa di più intimo che può essergli accordato solo gratuitamente: potremmo dire che l’uomo vive di quell’amore che solo Dio può comunicargli avendolo creato a sua immagine e somiglianza. Sono certamente utili e necessari i beni materiali – del resto Gesù stesso si è preoccupato di guarire i malati, di sfamare le folle che lo seguivano e di certo condanna l’indifferenza che anche oggi costringe centinaia di milioni di essere umani alla morte per mancanza di cibo, di acqua e di medicine -, ma la giustizia "distributiva" non rende all’essere umano tutto il "suo" che gli è dovuto. Come e più del pane, egli ha infatti bisogno di Dio. Nota sant’Agostino: se "la giustizia è la virtù che distribuisce a ciascuno il suo... non è giustizia dell’uomo quella che sottrae l’uomo al vero Dio" (De civitate Dei, XIX, 21).
Da dove viene l’ingiustizia?
L’evangelista Marco riporta le seguenti parole di Gesù, che si inseriscono nel dibattito di allora circa ciò che è puro e ciò che è impuro: "Non c'è nulla fuori dell’uomo che, entrando in lui, possa renderlo impuro. Ma sono le cose che escono dall’uomo a renderlo impuro... Ciò che esce dall’uomo è quello che rende impuro l’uomo. Dal di dentro infatti, cioè dal cuore degli uomini, escono i propositi di male" (Mc 7,14-15.20-21). Al di là della questione immediata relativa al cibo, possiamo scorgere nella reazione dei farisei una tentazione permanente dell’uomo: quella di individuare l’origine del male in una causa esteriore. Molte delle moderne ideologie hanno, a ben vedere, questo presupposto: poiché l’ingiustizia viene "da fuori", affinché regni la giustizia è sufficiente rimuovere le cause esteriori che ne impediscono l’attuazione. Questo modo di pensare - ammonisce Gesù - è ingenuo e miope. L’ingiustizia, frutto del male, non ha radici esclusivamente esterne; ha origine nel cuore umano, dove si trovano i germi di una misteriosa connivenza col male. Lo riconosce amaramente il Salmista: "Ecco, nella colpa io sono nato, nel peccato mi ha concepito mia madre" (Sal 51,7). Sì, l’uomo è reso fragile da una spinta profonda, che lo mortifica nella capacità di entrare in comunione con l’altro. Aperto per natura al libero flusso della condivisione, avverte dentro di sé una strana forza di gravità che lo porta a ripiegarsi su se stesso, ad affermarsi sopra e contro gli altri: è l’egoismo, conseguenza della colpa originale. Adamo ed Eva, sedotti dalla menzogna di Satana, afferrando il misterioso frutto contro il comando divino, hanno sostituito alla logica del confidare nell’Amore quella del sospetto e della competizione; alla logica del ricevere, dell’attendere fiducioso dall’Altro, quella ansiosa dell’afferrare e del fare da sé (cfr Gen 3,1-6), sperimentando come risultato un senso di inquietudine e di incertezza. Come può l’uomo liberarsi da questa spinta egoistica e aprirsi all’amore?
Giustizia e Sedaqah
Nel cuore della saggezza di Israele troviamo un legame profondo tra fede nel Dio che "solleva dalla polvere il debole" (Sal 113,7) e giustizia verso il prossimo. La parola stessa con cui in ebraico si indica la virtù della giustizia, sedaqah, ben lo esprime. Sedaqah infatti significa, da una parte, accettazione piena della volontà del Dio di Israele; dall’altra, equità nei confronti del prossimo (cfr Es 20,12-17), in modo speciale del povero, del forestiero, dell’orfano e della vedova (cfr Dt 10,18-19). Ma i due significati sono legati, perché il dare al povero, per l’israelita, non è altro che il contraccambio dovuto a Dio, che ha avuto pietà della miseria del suo popolo. Non a caso il dono delle tavole della Legge a Mosè, sul monte Sinai, avviene dopo il passaggio del Mar Rosso. L’ascolto della Legge, cioè, presuppone la fede nel Dio che per primo ha ‘ascoltato il lamento’ del suo popolo ed è "sceso per liberarlo dal potere dell’Egitto" (cfr Es 3,8). Dio è attento al grido del misero e in risposta chiede di essere ascoltato: chiede giustizia verso il povero (cfr Sir 4,4-5.8-9), il forestiero (cfr Es 22,20), lo schiavo (cfr Dt 15,12-18). Per entrare nella giustizia è pertanto necessario uscire da quell’illusione di auto-sufficienza, da quello stato profondo di chiusura, che è l’origine stessa dell’ingiustizia. Occorre, in altre parole, un "esodo" più profondo di quello che Dio ha operato con Mosè, una liberazione del cuore, che la sola parola della Legge è impotente a realizzare. C’è dunque per l’uomo speranza di giustizia?
Cristo, giustizia di Dio
L’annuncio cristiano risponde positivamente alla sete di giustizia dell’uomo, come afferma l’apostolo Paolo nella Lettera ai Romani: "Ora invece, indipendentemente dalla Legge, si è manifestata la giustizia di Dio... per mezzo della fede in Gesù Cristo, per tutti quelli che credono. Infatti non c’è differenza, perché tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio, ma sono giustificati gratuitamente per la sua grazia, per mezzo della redenzione che è in Cristo Gesù.
E’ lui che Dio ha stabilito apertamente come strumento di espiazione, per mezzo della fede, nel suo sangue" (3,21-25).
Quale è dunque la giustizia di Cristo? E’ anzitutto la giustizia che viene dalla grazia, dove non è l’uomo che ripara, guarisce se stesso e gli altri. Il fatto che l’"espiazione" avvenga nel "sangue" di Gesù significa che non sono i sacrifici dell’uomo a liberarlo dal peso delle colpe, ma il gesto dell’amore di Dio che si apre fino all’estremo, fino a far passare in sé "la maledizione" che spetta all’uomo, per trasmettergli in cambio la "benedizione" che spetta a Dio (cfr Gal 3,13-14). Ma ciò solleva subito un’obiezione: quale giustizia vi è là dove il giusto muore per il colpevole e il colpevole riceve in cambio la benedizione che spetta al giusto? Ciascuno non viene così a ricevere il contrario del "suo"? In realtà, qui si dischiude la giustizia divina, profondamente diversa da quella umana. Dio ha pagato per noi nel suo Figlio il prezzo del riscatto, un prezzo davvero esorbitante. Di fronte alla giustizia della Croce l’uomo si può ribellare, perché essa mette in evidenza che l’uomo non è un essere autarchico, ma ha bisogno di un Altro per essere pienamente se stesso. Convertirsi a Cristo, credere al Vangelo, significa in fondo proprio questo: uscire dall’illusione dell’autosufficienza per scoprire e accettare la propria indigenza - indigenza degli altri e di Dio, esigenza del suo perdono e della sua amicizia.
Si capisce allora come la fede sia tutt’altro che un fatto naturale, comodo, ovvio: occorre umiltà per accettare di aver bisogno che un Altro mi liberi del "mio", per darmi gratuitamente il "suo". Ciò avviene particolarmente nei sacramenti della Penitenza e dell’Eucaristia. Grazie all’azione di Cristo, noi possiamo entrare nella giustizia "più grande", che è quella dell’amore (cfr Rm 13,8-10), la giustizia di chi si sente in ogni caso sempre più debitore che creditore, perché ha ricevuto più di quanto si possa aspettare.
Proprio forte di questa esperienza, il cristiano è spinto a contribuire a formare società giuste, dove tutti ricevono il necessario per vivere secondo la propria dignità di uomini e dove la giustizia è vivificata dall’amore.
Cari fratelli e sorelle, la Quaresima culmina nel Triduo Pasquale, nel quale anche quest’anno celebreremo la giustizia divina, che è pienezza di carità, di dono, di salvezza. Che questo tempo penitenziale sia per ogni cristiano tempo di autentica conversione e d’intensa conoscenza del mistero di Cristo, venuto a compiere ogni giustizia. Con tali sentimenti, imparto di cuore a tutti l’Apostolica Benedizione.
Dal Vaticano, 30 ottobre 2009
BENEDICTUS PP. XVI
[00171-01.01] [Testo originale: Italiano]

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S.S.BENEDETTO XVI:

Angelus 7 febbraio 2010-02-08
Cari fratelli e sorelle,
la liturgia di questa quinta domenica del tempo ordinario ci presenta il tema della chiamata divina. In una visione maestosa, Isaia si trova al cospetto del Signore tre volte Santo ed è preso da grande timore e dal sentimento profondo della propria indegnità. Ma un serafino purifica le sue labbra con un carbone ardente e cancella il suo peccato, ed egli, sentendosi pronto a rispondere alla chiamata, esclama: "Eccomi Signore, manda me!" (cfr Is 6,1-2.3-8).


La stessa successione di sentimenti è presente nell’episodio della pesca miracolosa, di cui ci parla l’odierno brano evangelico. Invitati da Gesù a gettare le reti, nonostante una notte infruttuosa, Simon Pietro e gli altri discepoli, fidandosi della sua parola, ottengono una pesca sovrabbondante. Di fronte a tale prodigio, Simon Pietro non si getta al collo di Gesù per esprimere la gioia di quella pesca inaspettata, ma, come racconta l’Evangelista San Luca, gli si getta alle ginocchia dicendo: "Signore, allontanati da me, perché sono un peccatore". Gesù, allora, lo rassicura: "Non temere; d’ora in poi sarai pescatore di uomini" (cfr Lc 5,10); ed egli, lasciato tutto, lo segue.
Anche Paolo, ricordando di essere stato un persecutore della Chiesa, si professa indegno di essere chiamato apostolo, ma riconosce che la grazia di Dio ha compiuto in lui meraviglie e, nonostante i propri limiti, gli ha affidato il compito e l’onore di predicare il Vangelo (cfr 1Cor 15, 8-10). In queste tre esperienze vediamo come l’incontro autentico con Dio porti l’uomo a riconoscere la propria povertà e inadeguatezza, il proprio limite e il proprio peccato. Ma, nonostante questa fragilità, il Signore, ricco di misericordia e di perdono, trasforma la vita dell’uomo e lo chiama a seguirlo. L’umiltà testimoniata da Isaia, da Pietro e da Paolo invita quanti hanno ricevuto il dono della vocazione divina a non concentrarsi sui propri limiti, ma a tenere lo sguardo fisso sul Signore e sulla sua sorprendente misericordia, per convertire il cuore, e continuare, con gioia, a "lasciare tutto" per Lui. Egli, infatti, non guarda ciò che è importante per l’uomo: "L’uomo vede l’apparenza, ma il Signore vede il cuore" (1 Sam 16,7), e rende degli uomini poveri e deboli, ma che hanno fede in Lui, intrepidi apostoli e annunciatori della salvezza.
In quest’Anno Sacerdotale, preghiamo il Padrone della messe, perché mandi operai alla sua messe e perché quanti sentono l’invito del Signore a seguirlo, dopo il necessario discernimento, sappiano rispondergli con generosità, non confidando nelle proprie forze, ma aprendosi all’azione della sua grazia. In particolare, invito tutti i sacerdoti a ravvivare la loro generosa disponibilità a rispondere ogni giorno alla chiamata del Signore con la stessa umiltà e fede di Isaia, di Pietro e di Paolo.
Alla Vergine Santa affidiamo tutte le vocazioni, particolarmente quelle alla vita religiosa e sacerdotale. Maria susciti in ciascuno il desiderio di pronunciare il proprio "sì" al Signore con gioia e dedizione piena.
[00181-01.01] [Testo originale: Italiano]
· DOPO L’ANGELUS
Si celebra oggi in Italia la Giornata per la Vita. Mi associo volentieri ai Vescovi italiani e al loro messaggio sul tema: "La forza della vita, una sfida nella povertà". Nell’attuale periodo di difficoltà economica, diventano ancora più drammatici quei meccanismi che, producendo povertà e creando forti disuguaglianze sociali, feriscono e offendono la vita, colpendo soprattutto i più deboli e indifesi. Tale situazione, pertanto, impegna a promuovere uno sviluppo umano integrale per superare l’indigenza e il bisogno, e soprattutto ricorda che il fine dell’uomo non è il benessere, ma Dio stesso e che l’esistenza umana va difesa e favorita in ogni suo stadio. Nessuno, infatti, è padrone della propria vita, ma tutti siamo chiamati a custodirla e rispettarla, dal momento del concepimento fino al suo spegnersi naturale.
Mentre esprimo apprezzamento per coloro che più direttamente operano al servizio dei bambini, dei malati e degli anziani, saluto con affetto i molti fedeli di Roma qui convenuti, guidati dal Cardinale Vicario e da alcuni Vescovi Ausiliari. La Diocesi di Roma dedica speciale attenzione alla Giornata per la Vita e la prolunga nella "Settimana della vita e della famiglia". Auguro la buona riuscita di questa iniziativa ed incoraggio l’attività dei consultòri, delle associazioni e dei movimenti, come pure dei docenti universitari, impegnati a sostegno della vita e della famiglia.
In questo contesto ricordo che il prossimo 11 febbraio, memoria della Beata Vergine di Lourdes e Giornata Mondiale del Malato, al mattino celebrerò la Santa Messa con gli ammalati, nella Basilica di San Pietro.

Saluto i pellegrini di lingua italiana, in particolare l’Associazione "Amici di Papa Luciani", di Padova, e i fedeli provenienti da Milano, Pescara e Valenzano. A tutti auguro una buona domenica.
[00182-XX.01] [Testo originale: Plurilingue]
[B0079-XX.02]

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BENEDETTO XVI UDIENZA GENERALE Aula Paolo VI

.....Cari amici, Francesco è stato un grande santo e un uomo gioioso. La sua semplicità, la sua umiltà, la sua fede, il suo amore per Cristo, la sua bontà verso ogni uomo e ogni donna l’hanno reso lieto in ogni situazione. Infatti, tra la santità e la gioia sussiste un intimo e indissolubile rapporto. Uno scrittore francese ha detto che al mondo vi è una sola tristezza: quella di non essere santi, cioè di non essere vicini a Dio. Guardando alla testimonianza di san Francesco, comprendiamo che è questo il segreto della vera felicità: diventare santi, vicini a Dio!.....

San Francesco d'Assisi
Cari fratelli e sorelle,
in una recente catechesi, ho già illustrato il ruolo provvidenziale che l’Ordine dei Frati Minori e l’Ordine dei Frati Predicatori, fondati rispettivamente da san Francesco d’Assisi e da san Domenico da Guzman, ebbero nel rinnovamento della Chiesa del loro tempo. Oggi vorrei presentarvi la figura di Francesco, un autentico “gigante” della santità, che continua ad affascinare moltissime persone di ogni età e di ogni religione.


“Nacque al mondo un sole”. Con queste parole, nella Divina Commedia (Paradiso, Canto XI), il sommo poeta italiano Dante Alighieri allude alla nascita di Francesco, avvenuta alla fine del 1181 o agli inizi del 1182, ad Assisi. Appartenente a una ricca famiglia – il padre era commerciante di stoffe –, Francesco trascorse un’adolescenza e una giovinezza spensierate, coltivando gli ideali cavallereschi del tempo. A vent’anni prese parte ad una campagna militare, e fu fatto prigioniero. Si ammalò e fu liberato. Dopo il ritorno ad Assisi, cominciò in lui un lento processo di conversione spirituale, che lo portò ad abbandonare gradualmente lo stile di vita mondano, che aveva praticato fino ad allora. Risalgono a questo periodo i celebri episodi dell’incontro con il lebbroso, a cui Francesco, sceso da cavallo, donò il bacio della pace, e del messaggio del Crocifisso nella chiesetta di San Damiano. Per tre volte il Cristo in croce si animò, e gli disse: “Va’, Francesco, e ripara la mia Chiesa in rovina”. Questo semplice avvenimento della parola del Signore udita nella chiesa di S. Damiano nasconde un simbolismo profondo. Immediatamente san Francesco è chiamato a riparare questa chiesetta, ma lo stato rovinoso di questo edificio è simbolo della situazione drammatica e inquietante della Chiesa stessa in quel tempo, con una fede superficiale che non forma e non trasforma la vita, con un clero poco zelante, con il raffreddarsi dell’amore; una distruzione interiore della Chiesa che comporta anche una decomposizione dell’unità, con la nascita di movimenti ereticali. Tuttavia, in questa Chiesa in rovina sta nel centro il Crocifisso e parla: chiama al rinnovamento, chiama Francesco ad un lavoro manuale per riparare concretamente la chiesetta di san Damiano, simbolo della chiamata più profonda a rinnovare la Chiesa stessa di Cristo, con la sua radicalità di fede e con il suo entusiasmo di amore per Cristo. Questo avvenimento, accaduto probabilmente nel 1205, fa pensare ad un altro avvenimento simile verificatosi nel 1207: il sogno del Papa Innocenzo III. Questi vede in sogno che la Basilica di San Giovanni in Laterano, la chiesa madre di tutte le chiese, sta crollando e un religioso piccolo e insignificante puntella con le sue spalle la chiesa affinché non cada. E’ interessante notare, da una parte, che non è il Papa che dà l’aiuto affinché la chiesa non crolli, ma un piccolo e insignificante religioso, che il Papa riconosce in Francesco che Gli fa visita. Innocenzo III era un Papa potente, di grande cultura teologica, come pure di grande potere politico, tuttavia non è lui a rinnovare la Chiesa, ma il piccolo e insignificante religioso: è san Francesco, chiamato da Dio. Dall’altra parte, però, è importante notare che san Francesco non rinnova la Chiesa senza o contro il Papa, ma solo in comunione con lui. Le due realtà vanno insieme: il Successore di Pietro, i Vescovi, la Chiesa fondata sulla successione degli Apostoli e il carisma nuovo che lo Spirito Santo crea in questo momento per rinnovare la Chiesa. Insieme cresce il vero rinnovamento.
Ritorniamo alla vita di san Francesco. Poiché il padre Bernardone gli rimproverava troppa generosità verso i poveri, Francesco, dinanzi al Vescovo di Assisi, con un gesto simbolico si spogliò dei suoi abiti, intendendo così rinunciare all’eredità paterna: come nel momento della creazione, Francesco non ha niente, ma solo la vita che gli ha donato Dio, alle cui mani egli si consegna. Poi visse come un eremita, fino a quando, nel 1208, ebbe luogo un altro avvenimento fondamentale nell’itinerario della sua conversione. Ascoltando un brano del Vangelo di Matteo – il discorso di Gesù agli apostoli inviati in missione –, Francesco si sentì chiamato a vivere nella povertà e a dedicarsi alla predicazione. Altri compagni si associarono a lui, e nel 1209 si recò a Roma, per sottoporre al Papa Innocenzo III il progetto di una nuova forma di vita cristiana. Ricevette un’accoglienza paterna da quel grande Pontefice, che, illuminato dal Signore, intuì l’origine divina del movimento suscitato da Francesco. Il Poverello di Assisi aveva compreso che ogni carisma donato dallo Spirito Santo va posto a servizio del Corpo di Cristo, che è la Chiesa; pertanto agì sempre in piena comunione con l’autorità ecclesiastica. Nella vita dei santi non c’è contrasto tra carisma profetico e carisma di governo e, se qualche tensione viene a crearsi, essi sanno attendere con pazienza i tempi dello Spirito Santo.
In realtà, alcuni storici nell’Ottocento e anche nel secolo scorso hanno cercato di creare dietro il Francesco della tradizione, un cosiddetto Francesco storico, così come si cerca di creare dietro il Gesù dei Vangeli, un cosiddetto Gesù storico. Tale Francesco storico non sarebbe stato un uomo di Chiesa, ma un uomo collegato immediatamente solo a Cristo, un uomo che voleva creare un rinnovamento del popolo di Dio, senza forme canoniche e senza gerarchia. La verità è che san Francesco ha avuto realmente una relazione immediatissima con Gesù e con la parola di Dio, che voleva seguire sine glossa, così com’è, in tutta la sua radicalità e verità. E’ anche vero che inizialmente non aveva l’intenzione di creare un Ordine con le forme canoniche necessarie, ma, semplicemente, con la parola di Dio e la presenza del Signore, egli voleva rinnovare il popolo di Dio, convocarlo di nuovo all’ascolto della parola e all’obbedienza verbale con Cristo. Inoltre, sapeva che Cristo non è mai “mio”, ma è sempre “nostro”, che il Cristo non posso averlo “io” e ricostruire “io” contro la Chiesa, la sua volontà e il suo insegnamento, ma solo nella comunione della Chiesa costruita sulla successione degli Apostoli si rinnova anche l’obbedienza alla parola di Dio.
E’ anche vero che non aveva intenzione di creare un nuovo ordine, ma solamente rinnovare il popolo di Dio per il Signore che viene. Ma capì con sofferenza e con dolore che tutto deve avere il suo ordine, che anche il diritto della Chiesa è necessario per dar forma al rinnovamento e così realmente si inserì in modo totale, col cuore, nella comunione della Chiesa, con il Papa e con i Vescovi. Sapeva sempre che il centro della Chiesa è l'Eucaristia, dove il Corpo di Cristo e il suo Sangue diventano presenti. Tramite il Sacerdozio, l'Eucaristia è la Chiesa. Dove Sacerdozio e Cristo e comunione della Chiesa vanno insieme, solo qui abita anche la parola di Dio. Il vero Francesco storico è il Francesco della Chiesa e proprio in questo modo parla anche ai non credenti, ai credenti di altre confessioni e religioni.
Francesco e i suoi frati, sempre più numerosi, si stabilirono alla Porziuncola, o chiesa di Santa Maria degli Angeli, luogo sacro per eccellenza della spiritualità francescana. Anche Chiara, una giovane donna di Assisi, di nobile famiglia, si mise alla scuola di Francesco. Ebbe così origine il Secondo Ordine francescano, quello delle Clarisse, un’altra esperienza destinata a produrre frutti insigni di santità nella Chiesa.      
Anche il successore di Innocenzo III, il Papa Onorio III, con la sua bolla Cum dilecti del 1218 sostenne il singolare sviluppo dei primi Frati Minori, che andavano aprendo le loro missioni in diversi paesi dell’Europa, e persino in Marocco. Nel 1219 Francesco ottenne il permesso di recarsi a parlare, in Egitto, con il sultano musulmano Melek-el-Kâmel, per predicare anche lì il Vangelo di Gesù. Desidero sottolineare questo episodio della vita di san Francesco, che ha una grande attualità. In un’epoca in cui era in atto uno scontro tra il Cristianesimo e l’Islam, Francesco, armato volutamente solo della sua fede e della sua mitezza personale, percorse con efficacia la via del dialogo. Le cronache ci parlano di un’accoglienza benevola e cordiale ricevuta dal sultano musulmano. È un modello al quale anche oggi dovrebbero ispirarsi i rapporti tra cristiani e musulmani: promuovere un dialogo nella verità, nel rispetto reciproco e nella mutua comprensione (cfr Nostra Aetate, 3). Sembra poi che nel 1220 Francesco abbia visitato la Terra Santa, gettando così un seme, che avrebbe portato molto frutto: i suoi figli spirituali, infatti, fecero dei Luoghi in cui visse Gesù un ambito privilegiato della loro missione. Con gratitudine penso oggi ai grandi meriti della Custodia francescana di Terra Santa.
Rientrato in Italia, Francesco consegnò il governo dell’Ordine al suo vicario, fra Pietro Cattani, mentre il Papa affidò alla protezione del Cardinal Ugolino, il futuro Sommo Pontefice Gregorio IX, l’Ordine, che raccoglieva sempre più aderenti. Da parte sua il Fondatore, tutto dedito alla predicazione che svolgeva con grande successo, redasse una Regola, poi approvata dal Papa.
Nel 1224, nell’eremo della Verna, Francesco vede il Crocifisso nella forma di un serafino e dall’incontro con il serafino crocifisso, ricevette le stimmate; egli diventa così uno col Cristo crocifisso: un dono, quindi, che esprime la sua intima identificazione col Signore.
La morte di Francesco – il suo transitus - avvenne la sera del 3 ottobre 1226, alla Porziuncola. Dopo aver benedetto i suoi figli spirituali, egli morì, disteso sulla nuda terra. Due anni più tardi il Papa Gregorio IX lo iscrisse nell’albo dei santi. Poco tempo dopo, una grande basilica in suo onore veniva innalzata ad Assisi, meta ancor oggi di moltissimi pellegrini, che possono venerare la tomba del santo e godere la visione degli affreschi di Giotto, pittore che ha illustrato in modo magnifico la vita di Francesco.
È stato detto che Francesco rappresenta un alter Christus, era veramente un’icona viva di Cristo. Egli fu chiamato anche “il fratello di Gesù”. In effetti, questo era il suo ideale: essere come Gesù; contemplare il Cristo del Vangelo, amarlo intensamente, imitarne le virtù. In particolare, egli ha voluto dare un valore fondamentale alla povertà interiore ed esteriore, insegnandola anche ai suoi figli spirituali. La prima beatitudine del Discorso della Montagna - Beati i poveri in spirito perché di essi è il regno dei cieli (Mt 5,3) - ha trovato una luminosa realizzazione nella vita e nelle parole di san Francesco. Davvero, cari amici, i santi sono i migliori interpreti della Bibbia; essi, incarnando nella loro vita la Parola di Dio, la rendono più che mai attraente, così che parla realmente con noi. La testimonianza di Francesco, che ha amato la povertà per seguire Cristo con dedizione e libertà totali, continua ad essere anche per noi un invito a coltivare la povertà interiore per crescere nella fiducia in Dio, unendo anche uno stile di vita sobrio e un distacco dai beni materiali.
In Francesco l’amore per Cristo si espresse in modo speciale nell’adorazione del Santissimo Sacramento dell’Eucaristia. Nelle Fonti francescane si leggono espressioni commoventi, come questa: “Tutta l’umanità tema, l’universo intero tremi e il cielo esulti, quando sull’altare, nella mano del sacerdote, vi è Cristo, il Figlio del Dio vivente. O favore stupendo! O sublimità umile, che il Signore dell’universo, Dio e Figlio di Dio, così si umili da nascondersi per la nostra salvezza, sotto una modica forma di pane” (Francesco di Assisi, Scritti, Editrici Francescane, Padova 2002, 401).
In quest’anno sacerdotale, mi piace pure ricordare una raccomandazione rivolta da Francesco ai sacerdoti: “Quando vorranno celebrare la Messa, puri in modo puro, facciano con riverenza il vero sacrificio del santissimo Corpo e Sangue del Signore nostro Gesù Cristo” (Francesco di Assisi, Scritti, 399). Francesco mostrava sempre una grande deferenza verso i sacerdoti, e raccomandava di rispettarli sempre, anche nel caso in cui fossero personalmente poco degni. Portava come motivazione di questo profondo rispetto il fatto che essi hanno ricevuto il dono di consacrare l’Eucaristia. Cari fratelli nel sacerdozio, non dimentichiamo mai questo insegnamento: la santità dell’Eucaristia ci chiede di essere puri, di vivere in modo coerente con il Mistero che celebriamo.
Dall’amore per Cristo nasce l’amore verso le persone e anche verso tutte le creature di Dio. Ecco un altro tratto caratteristico della spiritualità di Francesco: il senso della fraternità universale e l’amore per il creato, che gli ispirò il celebre Cantico delle creature. È un messaggio molto attuale. Come ho ricordato nella mia recente Enciclica Caritas in veritate, è sostenibile solo uno sviluppo che rispetti la creazione e che non danneggi l’ambiente (cfr nn. 48-52), e nel Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace di quest’anno ho sottolineato che anche la costruzione di una pace solida è legata al rispetto del creato. Francesco ci ricorda che nella creazione si dispiega la sapienza e la benevolenza del Creatore. La natura è da lui intesa proprio come un linguaggio nel quale Dio parla con noi, nel quale la realtà diventa trasparente e possiamo noi parlare di Dio e con Dio.
Cari amici, Francesco è stato un grande santo e un uomo gioioso. La sua semplicità, la sua umiltà, la sua fede, il suo amore per Cristo, la sua bontà verso ogni uomo e ogni donna l’hanno reso lieto in ogni situazione. Infatti, tra la santità e la gioia sussiste un intimo e indissolubile rapporto. Uno scrittore francese ha detto che al mondo vi è una sola tristezza: quella di non essere santi, cioè di non essere vicini a Dio. Guardando alla testimonianza di san Francesco, comprendiamo che è questo il segreto della vera felicità: diventare santi, vicini a Dio!Ci ottenga la Vergine, teneramente amata da Francesco, questo dono. Ci affidiamo a Lei con le parole stesse del Poverello di Assisi: “Santa Maria Vergine, non vi è alcuna simile a te nata nel mondo tra le donne, figlia e ancella dell’altissimo Re e Padre celeste, Madre del santissimo Signor nostro Gesù Cristo, sposa dello Spirito Santo: prega per noi... presso il tuo santissimo diletto Figlio, Signore e Maestro” (Francesco di Assisi, Scritti, 163).

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domenica 7 febbraio 2010

BENEDETTO XVI COMMENTA l'"INNO ALLA CARITA'" DI SAN PAOLO

.....La "via" della perfezione, ha spiegato il Papa nel suo commento, "non consiste nel possedere qualità eccezionali: parlare lingue nuove, conoscere tutti i misteri, avere una fede prodigiosa o compiere gesti eroici".

"Consiste invece nella carità - agape - cioè nell'amore autentico, quello che Dio ci ha rivelato in Gesù Cristo", ha dichiarato rivolgendosi ai pellegrini riuniti in Piazza San Pietro in Vaticano.....


Citando l'Apostolo delle Genti, ha sottolineato che "la carità è il dono 'più grande', che dà valore a tutti gli altri, eppure 'non si vanta, non si gonfia d'orgoglio', anzi, 'si rallegra della verità' e del bene altrui".


Tratto dal sito ZENIT, Agenzia di notizie il 31 gennaio 2010

L'amore non è solo l'essenza di Dio, ma anche il senso della storia, ha spiegato questa domenica Benedetto XVI.




Nell'incontro settimanale con i pellegrini per recitare la preghiera mariana dell'Angelus, il Pontefice ha riflettuto sull'"Inno alla carità" dell'apostolo Paolo (1 Corinzi 12, 31-13, 13), che ha definito "una delle pagine più belle del Nuovo Testamento e di tutta la Bibbia".

La "via" della perfezione, ha spiegato il Papa nel suo commento, "non consiste nel possedere qualità eccezionali: parlare lingue nuove, conoscere tutti i misteri, avere una fede prodigiosa o compiere gesti eroici".

"Consiste invece nella carità - agape - cioè nell'amore autentico, quello che Dio ci ha rivelato in Gesù Cristo", ha dichiarato rivolgendosi ai pellegrini riuniti in Piazza San Pietro in Vaticano.

Citando l'Apostolo delle Genti, ha sottolineato che "la carità è il dono 'più grande', che dà valore a tutti gli altri, eppure 'non si vanta, non si gonfia d'orgoglio', anzi, 'si rallegra della verità' e del bene altrui".


"Chi ama veramente 'non cerca il proprio interesse', 'non tiene conto del male ricevuto', 'tutto scusa, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta'. Alla fine, quando ci incontreremo faccia a faccia con Dio, tutti gli altri doni verranno meno; l'unico che rimarrà in eterno sarà la carità, perché Dio è amore e noi saremo simili a Lui, in comunione perfetta con Lui".

Parlando dalla finestra del suo studio, Benedetto XVI ha osservato che "per ora, mentre siamo in questo mondo, la carità è il distintivo del cristiano. E' la sintesi di tutta la sua vita: di ciò che crede e di ciò che fa".

Per questo, ha detto di aver voluto dedicare il primo grande documento del suo pontificato, l'Enciclica Deus caritas est, al tema dell'amore.

"L'amore è l'essenza di Dio stesso, è il senso della creazione e della storia, è la luce che dà bontà e bellezza all'esistenza di ogni uomo", ha dichiarato raccogliendo le idee centrali di quel documento.

Al tempo stesso, ha aggiunto, "l'amore è, per così dire, lo 'stile' di Dio e dell'uomo credente, è il comportamento di chi, rispondendo all'amore di Dio, imposta la propria vita come dono di sé a Dio e al prossimo".

Gesù, ha indicato, "è l'Amore incarnato. Questo Amore ci è rivelato pienamente nel Cristo crocifisso".

Ha infine spiegato che la vita dei santi, con la loro grande varietà di temperamenti, ha un denominatore comune: "è un inno alla carità, un cantico vivente all'amore di Dio".

Visto che il 31 gennaio la Chiesa ricordava San Giovanni Bosco, fondatore della Famiglia Salesiana e patrono dei giovani, il Pontefice ha concluso invocando la sua intercessione "affinché i sacerdoti siano sempre educatori e padri dei giovani; e perché, sperimentando questa carità pastorale, tanti giovani accolgano la chiamata a dare la vita per Cristo e per il Vangelo".

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venerdì 5 febbraio 2010

GIOVANNI


Giovanni e' uscito dall'ospedale.
Ho aspettato a mettere sue notizie perche' siamo rimasti un po' sbigottiti.
Doveva fare un intervento perche' la pressione dell'occhio era salita nuovamente a livelli esagerati e la cornea presentava un edema provocandogli anche dolore.
Ha fatto l'anestesia e durante la visita si sono accorti che la pressione di ambedue gli occhi andava bene.
L'intervento quindi e' stato sospeso perche' poteva creare a questo punto solo dei danni.
Anche la cornea non l'hanno trovata malaccio fra l'altro passava l'esperto in cornea e durante l'anestesia si sono confrontati anche con lui.
La prima nostra reazione e' stata quella di pensare al miracolo don Gnocchi si sta muovendo e lavora lentamente sugli occhi di Giovanni.
Anche la retina dell'occhio sinistro che per tre anni era stata sollevata a cono aperto ora e' distesa.Non vogliamo essere frettolosi anche perche' i medici subito hanno gettato acqua fredda su questa possibilita'.
Noi comunque ci speriamo.
Fra due mesi lo vogliono vedere ancora in anestesia per capire se si trattava solo di un picco o di qualche altra cosa se dovessero trovargli la pressone alta lo opereranno direttamemte senza perdere tempo.

Gli faranno anche il PEV cosi' potremmo sapere meglio la situazione.
Certamente il nostro Giovanni ci sorprende sempre !eravamo tanto preoccupati e lui ci ha fatto una bella sorpresa.
Grazie anche atutti voi e alle vostre preghiere.
Ringrazio in particolare Laura Barbara Lorena Eugenio Betti Stella e tutti i lettori che si sono ricordati di lui.

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giovedì 4 febbraio 2010

PAPA: ARTISTI DEL CIRCO CONTRIBUISCANO A UN FUTURO MIGLIORE

Benedetto XVI ha ricordato oggi che la Chiesa guarda con stima agli artisiti del Circo. Lo ha fatto salutando un gruppo di circensi che si sono esibiti per lui, ai quali ha chiesto di impegnarsi nel loro ruolo "per costruire un futuro migliore". Si trattava di giocolieri e acrobati del Circo Americano, che hanno mostrato tutta la loro abilita' e il loro straordinario coordinamento e ritmo nel corso dell'Udienza Generale nell'Aula Paolo VI. Ratzinger ha gradito moltissimo l'esibizione e con viso sorridente ha tributato loro un caloroso applauso, citando poi esplicitamente la famiglia Togni che promuove il Circo Americano

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PAPA CONDANNA CARRIERISMO E POTERE


Sono mali che esistono anche tra gli uomini di chiesa

03 febbraio, 16:45
3 FEB - Anche tra gli uomini di Chiesa esistono i mali del carrierismo e della ricerca del potere personale, denuncia Benedetto XVI. Nel corso dell'udienza generale, il pontefice ha sottolineato che quella della carriera e del potere sono 'una tentazione da cui non sono immuni neppure coloro che hanno un ruolo di governo nella Chiesa'. Benedetto XVI ha poi ammonito: 'Molti di coloro ai quali e' stata conferita una responsabilita' lavorano per se stessi e non per la comunita''.

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martedì 2 febbraio 2010

COME TI SOSTENGO IL SOSTEGNO

..... tra i genitori di Tommaso ed Elisa, così come di Camilla e Francesco, e dall’osservare quale grande occasione sia per i bambini avere in classe un compagno disabile.
Da questa amicizia, da questa intuizione, è nato l’interesse per quella situazione particolare che è l’inserimento dei bambini disabili nel mondo della scuola.......


di Emanuela Belloni
16/04/2009 - Storia di un'associazione nata dall'amicizia tra i genitori di Tommaso ed Elisa, compagni di classe. Che aiuta i bambini disabili ad inserirsi nel mondo della scuola.
Tutto è iniziato da Elisa e Tommaso...




In classe insieme alla Scuola dell’infanzia della Cooperativa San Tommaso Moro di Milano. Tutti e due biondi, Elisa con gravi problemi motori e sensoriali e Tommaso con una fortuna in più: poter condividere le ore di scuola con Elisa.
L’Associazione Sostieni il Sostegno nasce tre anni fa proprio dall’amicizia tra i genitori di Tommaso ed Elisa, così come di Camilla e Francesco, e dall’osservare quale grande occasione sia per i bambini avere in classe un compagno disabile.
Da questa amicizia, da questa intuizione, è nato l’interesse per quella situazione particolare che è l’inserimento dei bambini disabili nel mondo della scuola.
Le classi che accolgono i bambini con difficoltà motorie, comportamentali o psichiche devono dotarsi, infatti, di un “sostegno”, di una figura cioè che accompagni quotidianamente i bambini nel percorso scolastico.
Per una delle tante difficoltà legislative che accompagnano la vita delle scuole paritarie nel nostro Paese, la spesa per il sostegno, se nelle scuole pubbliche è completamente a carico dello Stato, in quelle paritarie è invece affrontata “a singhiozzi”, a seconda del grado di scuola, del comune di appartenenza, degli anni e dei governi...
Risultato: quando serve il sostegno, la scelta della scuola più adatta ai propri figli è particolarmente ardua e gravosa per le famiglie.
A partire da questo bisogno è nata l’idea di creare una onlus. È così iniziato il dialogo con le famiglie, con la scuola, con gli enti pubblici e con le aziende. E, nel tentativo di affrontare il problema in modo adeguato, l’attività dell’associazione si è sviluppata su due livelli. Il primo è quello del fund raising, cioè l’attività di raccolta di fondi con cui creare delle “borse di studio” per aiutare le famiglie nel caso le sovvenzioni pubbliche non arrivino, quindi per dare una tranquillità nella scelta della scuola garantendo un fondo che valga per l’intero ciclo scolastico.
Il secondo livello dell’opera dell’associazione consiste nella diffusione di quella che si può chiamare “cultura dell’accoglienza”. Ciò si identifica con una posizione aperta alla realtà, disposta a un abbraccio e a una comprensione di ogni persona nella sua unicità, che ha un’origine ben precisa. A partire dall’interesse per l’accoglienza del bambino disabile, «ci siamo accorti che non parlavamo più solo e tanto del bambino disabile all’interno della scuola, ma intravedevamo una posizione culturale che coinvolgeva il nostro stare nel mondo del lavoro, il nostro essere famiglie e così via», spiega Claudio Ceresani il responsabile del fund raising dell’associazione . E continua: «Da questo interesse è nato un orizzonte più grande rispetto al quale coinvolgere altri e agire nel portare avanti la nostra piccola opera».
«Sin dall’inizio l’associazione è stata uno stupirsi continuo per gli incontri con persone eccezionali che ci hanno aiutato ad approfondire l’intuizione iniziale e ci hanno mostrato stima e attenzione; sono arrivate le prime donazioni di privati e di aziende che ci hanno consentito di assegnare i fondi ad alcune famiglie... È da una sovrabbondanza di Grazia per la nostra vita che tutto nasce e prosegue...», racconta il presidente di Sostieni il Sostegno, Giovanni Prinetti, «Abbiamo organizzato per due anni una serata speciale per far conoscere l’associazione e abbiamo riempito il Teatro Allianz ricevendo anche la visita del Presidente della Regione Lombardia Roberto Formigoni».
Prossimi passi?«Per ora la nostra attività ha coinvolto principalmente la scuola frequentata dai nostri figli, la San Tommaso Moro, ma ci è già capitato di discutere e confrontarci con i responsabili di altre scuole di Milano. Ci piacerebbe estendere l’attività dell’associazione proponendo un aiuto tra le famiglie nelle infinite necessità che accompagnano la vita dei bambini disabili: aiutarli nel fare i compiti, accompagnarli a fare le terapie, persino portarli in montagna e insegnargli a sciare... Non come soluzione di un problema, ma come la possibilità di condividere un’esperienza concreta di come il Mistero si può fare presente e amico».
La vita dell’associazione è fatta soprattutto di incontri: l’incontro con il rettore della scuola, professor Carlo Wolfsgruber, che, per primo ci ha spinti a non demordere davanti agli ostacoli; poi l’incontro con Lorenzo, Mirella e Maria Grazia della Cometa (un'opera per l'educazione e il sostegno dei minori e delle loro famiglie, www.puntocometa.org); e, ancora, incontri con famiglie, come è capitato con una famiglia di Torino che ha contattato l’associazione perché doveva trasferirsi a Milano e voleva capire dove iscrivere il figlio che aveva bisogno del sostegno; ma anche incontri con i dirigenti pubblici e le aziende a cui si chiedono risposte e aiuti...
Proprio da uno degli incontri più preziosi, quello con i monaci della Cascinazza (il monastero benedettino di Gudo Gambaredo alle porte di Milano), è nata l’idea di portare a fine maggio la mostra “Con le nostre mani, ma con la Tua forza” presso il complesso scolastico di via Inganni, in collaborazione con l’Associazione Vasilij Grossman e con altre realtà della zona, proponendo un lavoro di approfondimento dei temi della mostra a tutti i soci (che oggi sono circa 70), e a chi si trova a conoscere e condividere il cammino dell’associazione. Una nuova sfida, la proposta di un modo nuovo per affrontare la realtà e conoscerla.
Conclude Prinetti: «All’inizio parlare di associazione poteva suonare un po’ formale e burocratico, ma adesso per noi è un punto della nostra esperienza che ci sta insegnando ad affrontare tutta la vita con la stessa passione, la stessa curiosità e quella buona dose di ’baldanza ingenua’ che portare avanti una simile associazione richiede».

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GIOVANNI


CIAO
OGGI ENTRIAMO IN OSPEDALE AL SAN RAFFAELE DOMANI OPERANO GIOVANNI STATEGLI VICINO CON LE PREGHIERE GRAZIE

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2 FEBBRAIO COMPLEANNO TOMMASO 3 ANNI


AUGURI TOMMASO!
hai gia' festeggiato con i tuoi fratellini e i tuoi amichetti!BRAVO!
i nonni gli zii e i cuginetti ti mandano tanti bacioni.
Ci sentiamo quando torniamo dall'ospedale ciao e grazie alla mamma per le foto.

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lunedì 1 febbraio 2010

AVVISO DI UN AMICO AMERICANO

MESSAGGIO DA PARTE DI RIRO MANISCALCO!!!
Caro amico,
mi permetto di disturbare per presentarti un'opportunita': studiare l'American English a New York City.
Che l'Inglese ormai "serva" a tutti lo sappiamo.
Che impararlo da grande sia difficile, pure.
Pero' si puo' fare un bel lavoro, soprattutto lavorando da soli - o al massimo in due - con un insegnante la cui unica preoccupazione sia quella di capire come la tua lingua stia e a cosa ti serva.
Vai a visitare il nostro website: www.emeraldny.com
E facci pure qualunque domanda/richiesta scrivendoci a: info@emeraldny.com
Siamo in grado di organizzare quel che ti serve in qualsiasi periodo dell'anno. Ci basta una settimana di preavviso.
Se invece parliamo di ragazzi, di teenagers, le opportunita' che offriamo anche a chi venisse da solo sono di due tipi:
- on campus, al Wagner College di Staten Island;
- in famiglia, a Brooklyn Bay Ridge.
Troverete tutto quel che vi occorre sapere sul nostro sito, ma, insisto, liberi di contattarci direttamente e senza impegno alcuno
Greetings from New York,

Maurizio Maniscalco
President
Emerald New York
730 5th Avenue, Suite 600
New York, NY 10019
Tel. 212 459 0044 ext. 115
Fax 212 459 0090
Cell. 917.498.1153

www.emeraldny.com

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COMMENTO DI UN LETTORE

Se qualche lettore me lo traduce lo ringrazio anticipatamente

...traigo sangre de la tarde herida en la mano y una vela de micorazón para invitarte
y darte este alma que viene para compartir contigo tu bello blog con un ramillete
de oro y claveles dentro...desde mis
HORAS ROTAS Y AULA DE PAZ
TE SIGO TU BLOG
CON saludos de la luna al reflejarse en el mar de la poesía...
AFECTUOSAMENTE:
ALZA LO SGUARDO
DESEANDOOS UNAS FIESTAS ENTRAÑABLES OS DESEO FELIZ AÑO NUEVO 2010 Y ESPERO OS AGRADE EL POST POETIZADO DE LA CONQUISTA DE AMERICA CRISOL Y EL DE CREPUSCULO.
José
ramón...

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PADRE ALDO

lettera 27 gennaio 2010
Cari amici,
quante volte Giussani ci ha ripetuto che il movimento è una amicizia, una compagnia guidata al destinoe così Carròn, definendolo “volti tesi verso l’Infinito.” La grazia di sperimentare ogni giorno questa verità sta all’origine di un Avvenimento mai accaduto prima in America Latina: 900 persone del Brasile, Argentina, Paraguay, Ecuador, si sono ritrovati a condividere assieme un gesto semplice come è una vacanza estiva. Il compito di descrivervela, lo lascio ad altri però, a me, il desiderio di condividere con voi, amici, alcune cose:


1- All’origine di questo fatto che ha fatto crollare tutte le frontiere del continente è stato il prendere sul serio l’amicizia, le provocazioni di Carròn. Da questo lavoro è sbocciata un’amicizia operativa, concreta, appassionata, fra alcuni di noi: Marcus, Cleuza, Juliàn De La Morena, il sottoscritto e altri. Quando Carròn, nell’ottobre 2008, ci disse di guardare alcune persone e luoghi, Marcus e Cleuza furono i primi a prendere l’aereo e a venire qui, sorprendendomi perché non mi ero ancora reso conto di ciò che stava accadendo. Da quel giorno, 17 novembre 2008, lo sguardo per me si è incrociato con Marcus e Cleuza (Julian De La Morena già lo conoscevo ed eravamo già amici) anche loro definiti da quel “Tu” che ci fa ad ogni momento. Ecco tutto è partito da una drammaticità che in ogni istante ci fa vibrare di una febbre di vita che è diventata una calamita che ci permette di vederci ogni 15 giorni. Per fare che? Per raccontarci come stiamo seguendo Carròn, i passi che facciamo, le difficoltà che incontriamo, le domande che suscita la scuola di comunità. Un’amicizia come quella degli apostoli con Gesù. Sapeste che commozione stare assieme a “guardare in faccia Gesù”, senza togliere mai lo sguardo a Lui! Facciamo mille di km per guardare assieme in faccia a Gesù, per poter dirgli personalmente “Tu, oh Cristo mio”. È un entrare ogni giorno di più in una intimità con Lui, da cui è nata la vacanza d’Iguazù, da cui nasce quell’impeto che ci porta dal Messico all’Argentina, chiamati da altri amici desiderosi di dire “Tu” a Gesù.
2- E così un giorno con De La Morena ci siamo detti: “Perché non proponiamo ciò che ci accade tra noi,ovvero, questa familiarità con Dio e quanto viviamo al continente? Mai ci saremmo aspettati 900 persone… senza contare quante, da ogni paese, avrebbero desiderato venire se non fosse stato per la distanza e il costo. Siamo un gruppo di amici che dicono ad altri: “Venite e vedete”; come quel giorno sul fiume Giordano, un gruppetto di amici desiderosi di condividere cosa significa “guardare in faccia a Gesù”, dirGli “ Tu, oh Cristo mio”. E così è accaduto il miracolo.
3- Il miracolo di fare assieme il percorso della conoscenza , della fede, lavorando sul messaggio natalizio di Carròn. Lavorare significa verificare anche dentro i casini (non mancavo mai e poi in Sud America!)cosa vuol dire fare esperienza, fare i conti con la realtà (900 persone… e a 40°, clima tropicale, con l’ aria condizionata che andava come poteva etc…), guardare la nostra umanità con simpatia, gustare la bellezza della libertà etc… è un lavoro, non qualcosa di confezionato. Provocazioni continue e non risposte immediate e a buon prezzo. Si trattava di percorsi in prima persona, in ogni cosa. Gesti essenziali e il quotidiano continuamente verificato con il cuore.
4- Lo stupore con cui ognuno è tornato a casa: “Finalmente il nostro cuore ha vibrato come quando quasi 20 anni fa’, quando Don Giussani veniva in America Latina. Quello che era per noi un vecchio desiderio, un sogno, si è fatto realtà. Non più Latino Americano come cuore, come identità, ma Lui. Chi poteva immaginare di mettere assieme gli Argentini con il resto? ?? Solo un Avvenimento che ci ha trascinato tutti. Oggi il continente è una febbre di vita… Sono uomini che si spostano, siamo diventati come i pastori, come i Magi quel giorno. Davvero le cascate dell’Iguazù, bellissime, sono state come un a goccia d’acqua rispetto a quanto accaduto. Siamo tornati a casa certi che possiamo finalmente dare del “Tu”al Mistero e per questo non più tante piccole isole, ma una grande compagnia con gli occhi spalancati sull’Infinito. Personalmente sono commosso, perché “tocco con mano” ogni giorno il fatto che, quando il cuore è di Cristo, risorge la vita. E bastano quattro amici innamorati di Gesù perché accada un “terremoto”, ma un terremoto che mette “sottosopra” la vita, come quel giorno sulle rive del Giordano, quando Giovanni e Andrea hanno incontrato Gesù. E per di più la novità, grazie a Carròn, di sperimentare che il movimento non è un “club” che fa dei gesti, iniziative, obbedisce a un capo, ma la libertà dell’ “io” che, colpita e commossa per una tenerezza, per uno sguardo, comincia a guardare in faccia al Mistero. Così adesso vedo compiuto il mio desiderio: anche i miei malati di AIDS, omosessuali o travestiti, i miei vecchietti e i bambini sono movimento. Non siamo più solo io e loro. “Allora -mi dicono- quello che tu vivi è possibile anche per noi, che non possiamo partecipare a nessun gesto, che non possiamo pagare le decime, che non potremo mai andare in vacanza… Anche per noi che ne abbiamo fatte “di cotte e di crude”, per noi la cui fine è vicina. Dio mio, quasi 40 anni ho dovuto aspettare per capire, grazie a Carròn, che questo è il movimento, come sempre il Giuss (con il suo sguardo a 360° e il suo abbraccio) ci ha educati a viverlo. Capite cosa vuol dire, che avremmo forse fatto del movimento un club? Ora, che bello, i 100000 di Marcus e Cleuza, i miei bambini, i miei ammalati, i miei barboni, i miei moribondi finalmente abbiamo scoperto di essere un corpo vivo, un movimento! Non solo, ma i politici, il vicepresidente (ormai di famiglia), centinaia di persone ricche e povere, i “Zaccheo”, le prostitute (come ai tempi di Gesù), sono una grande famiglia commossa e che dice: “Ma quanto Carròn scrive e dice, è ciò che il nostro cuore desiderava, cercava”. Per questo porto dentro di me la certezza che, se un’opera, un ospedale (per esempio) non esiste per nutrire il cuore dell’uomo, è meglio chiuderlo, perché il fine dell’ospedale è che l’uomo possa dire “Tu, oh Cristo”. E questo dipende da me, perché la grazia opera sempre. Ma se per me medico, prete, infermiere o chiunque sia, la familiarità con Cristo è tiepida (e questo lo si vede), uno che ci sta a fare in ospedale? A illudere la gente posticipando di qualche anno la morte. Un ospedale serve se un uomo che lavora o è ricoverato in ospedale ha la grazia di poter dire “Tu, oh Cristo mio”. Nel mio ospedale arriva di tutto, adesso c'è un uomo N.N. ma anche a lui è stata data la grazia di dire "Tu, oh Cristo mio". Non parla, ha degli occhi persi nel vuoto e così gli ho dato il battesimo sotto condizione. Ma poi c'è chi si sposa, chi riceve i sacramenti, chi torna alla fede cattolica. C'è la bella dottoressa che è Mennonita, angelica, che partecipa alla Messa. Cioè tutto è strutturato perchè la libertà dica "Tu, oh Cristo mio". Miracolo del direttore sanitario: "il Santissimo Sacramento esposto è al lavoro le 24 ore del giorno". E' solo una questione di fede, ma di fede, per cui dici a un albero: "Togliti di mezzo e questo si toglie". E' questione di un chicco di fede come dice Gesù nel Vangelo. Pensate che Cleusa si è compromessa di parlare di Gesù almeno a 10 persone ogni giorno.Proviamo anche noi.
P. Aldo




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domenica 31 gennaio 2010

PAPA: ANNULLAMENTI MATRIMONI NON SIANO SCORCIATOIE PER LA RIAMMISSIONE AI SACRAMENTI


....Bendedetto XVI ha ammonito che casi di annullamento matrimoniali di fronte alla Rota Romana debbono seguire la strada ''oggettiva della giustizia'', senza indulgere ad una ''accondiscendenza'' per i diversi casi che corrisponderebbe ''ad una grave responsabilita' davanti a Dio e agli uomini'' di giudici ed avvocati.....



29-01-2010
Non si usino gli annullamenti matrimoniali come scorciatoie per la riammissione ai sacramenti, quali la Comunione. Ad affermarlo e' papa Benedetto XVI che ha chiesto di non contrapporre ''giustizia e carita''', nelle sentenze dei Tribunali ecclesiastici.

Ricevendo stamane in udienza i componenti, a vario titolo, del Tribunale della Sacra Rota Romana in occasione dell'inaugurazione dell'Anno Giudiziario, il papa ha detto che occorre ''rifuggire da richiami pseudopastorali che situano le questioni su un piano meramente orizzontale, in cui cio' che conta e' soddisfare le richieste soggettive per giungere ad ogni costo alla dichiarazione di nullita', al fine di poter superare, tra l'altro, gli ostacoli alla ricezione dei sacramenti della Penitenza e dell'Eucaristia''.


Il papa ha poi ricordato che ''il bene altissimo della riammissione alla Comunione eucaristica dopo la riconciliazione sacramentale, esige invece di considerare l'autentico bene delle persone, inscindibile dalla verita' della loro situazione canonica. Sarebbe un bene fittizio, e una grave mancanza di giustizia e di amore, - ha quindi sottolineato papa Ratzinger - spianare loro comunque la strada verso la ricezione dei sacramenti, con il pericolo di farli vivere in contrasto oggettivo con la verita' della propria condizione personale''.

Bendedetto XVI ha ammonito che casi di annullamento matrimoniali di fronte alla Rota Romana debbono seguire la strada ''oggettiva della giustizia'', senza indulgere ad una ''accondiscendenza'' per i diversi casi che corrisponderebbe ''ad una grave responsabilita' davanti a Dio e agli uomini'' di giudici ed avvocati.

Il papa si e' rivolto direttamente a giudici ed avvocati chiedendo loro di esercitare ''l'alto esercizio delle virtu' umane e cristiane, in particolare della prudenza e della giustizia, ma anche della fermezza. Quest'ultima diventa piu' rilevante - ha poi aggiunto papa Ratzinger - quando l'ingiustizia appare la via piu' facile da seguire, in quanto implica accondiscendenza ai desideri e alle aspettative delle parti, oppure ai condizionamenti dell'ambiente sociale''.

Il papa ha chiesto ancora ''non solo di porre ogni attenzione al rispetto della verita' delle prove, ma anche di evitare con cura di assumere, come legali di fiducia, il patrocinio di cause che, secondo la loro coscienza, non siano oggettivamente sostenibili''.


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AGOSTINO IL PIU' GRANDE PADRE DELLA CHIESA


. ......Ecco le parole di Benedetto XVI: ‘Questo film mi è sembrato un viaggio in un continente spirituale molto distante e tuttavia vicino a noi, perché il dramma umano è sempre lo stesso, tutta la realtà della vita con i suoi problemi, tristezze, insuccessi, e il fatto che alla fine la verità è più forte e trova l’uomo. Speriamo che molti, vedendolo, possano essere trovati dalla verità e trovare la carità’......


FRANCESCO ANTONIO GRANA
Venerdì 29 Gennaio 2010 15:32
“Tardi ti amai, bellezza così antica e così nuova, tardi ti amai”. È con queste parole, nella sua più celebre opera, “Le Confessioni”, che Sant’Agostino immortala la sua conversione matura al cristianesimo. “Fin dalla mia più tenera infanzia - scrive il vescovo d’Ippona -, io avevo succhiato col latte di mia madre il nome del mio Salvatore, Tuo Figlio; lo conservai nei recessi del mio cuore; e tutti coloro che si sono presentati a me senza quel Nome Divino, sebbene potesse essere elegante, ben scritto, e anche pieno di verità, non mi portarono via”. La storia di Sant’Agostino e della sua travagliata conversione continua ad affascinare l’uomo contemporaneo, spesso assettato di trascendente.

Al più grande Padre della Chiesa, Raiuno ha voluto dedicare una miniserie televisiva in due puntate che andrà in onda in prima serata domenica e lunedì, con Alessandro Preziosi nei panni di Sant’Agostino, Monica Guerritore in quelli della madre, e Franco Neri nel ruolo del vescovo d’Ippona anziano.Padre Remo Piccolomini, direttore della Nuova Biblioteca Agostiniana, chi era Sant’Agostino?
“Forse sarebbe meglio dire chi è Sant’Agostino. Per il più grande Padre della Chiesa latina, genio del pensiero e della santità, non esiste né data, né tempo, né luogo. Egli è il genio di tutti i tempi. L’Africa gli ha dato i natali, ma è cittadino del mondo. Il romanziere francese Julien Green ha scritto che egli ‘è sempre in anticipo sui tempi in cui si legge’. Sant’Agostino è un Padre e Dottore della Chiesa, insieme con Sant’Ambrogio, San Girolamo, San Gregorio Magno. Convertito al servizio di Cristo, dopo un lungo e travagliato cammino, all’età di 33 anni, fu battezzato da Sant’Ambrogio la notte tra il 24 e il 25 aprile del 387. In Africa diede vita a un movimento monastico, il cui carisma si trova sinteticamente riassunto nella espressione ‘in pluribus unitas’, cioè ‘l’unità dei molti’. Sacerdote dal 391, vescovo nel 395-396, scrisse moltissimo. Le opere più famose e più lette, dopo la Bibbia, sono ‘Le Confessioni’, ‘La Città di Dio’, ‘La Trinità’. Morì a Ippona nel 430, all’età di 76 anni. Ci ha lasciato in eredità i suoi libri, oggi curati dalla Nuova Biblioteca Agostiniana e stampati dalla casa editrice Città Nuova in edizione bilingue latino-italiano, dove, come afferma Possidio, amico e confratello del santo, tutti lo possono trovare vivo”.

La Rai ha scelto di raccontarlo in una fiction in due puntate che è stata presentata in anteprima a Papa Benedetto XVI. “Era stata annunciata da tempo. Per me vale quanto ha detto il Papa che, a parte l’autorevolezza, ha anche competenza, per aver studiato le opere del grande Agostino. Ecco le parole di Benedetto XVI: ‘Questo film mi è sembrato un viaggio in un continente spirituale molto distante e tuttavia vicino a noi, perché il dramma umano è sempre lo stesso, tutta la realtà della vita con i suoi problemi, tristezze, insuccessi, e il fatto che alla fine la verità è più forte e trova l’uomo. Speriamo che molti, vedendolo, possano essere trovati dalla verità e trovare la carità’. Questa conclusione mi pare molto importante, perché ci richiama un famoso testo de ‘Le Confessioni’ (X, 23,33), su cui il filosofo Martin Heidegger tenne un corso all’Università di Friburgo in Breslavia. In quel passo si afferma che la verità si rivela solo a chi è disposto ad accoglierne la rivelazione”.Benedetto XVI è un Papa agostiniano per il forte legame alla figura e al magistero del vescovo d’Ippona.
“Benedetto XVI non ha fatto mai mistero della sua preferenza per il santo d’Ippona. La lettura di Agostino risale a una data lontana, al 1953. Allora egli scrisse la sua tesi di dottorato dal titolo ‘Popolo e casa di Dio in Sant’Agostino’. Un lavoro importante con il quale il giovane Ratzinger ‘rilegge, in chiave cristologica - come lui stesso afferma -, l’Antico Testamento e la vita sacramentale, centrata nell’Eucaristia, che sono i due elementi portanti nella visione agostiniana della Chiesa’. Dopo quest’opera ci sono stati molti altri interventi in convegni, conferenze, articoli. Eletto Pontefice, nell’aprile 2005 Benedetto XVI si è recato in pellegrinaggio a Pavia per visitare e pregare sulla tomba del santo, le cui spoglie sono custodiste nella chiesa agostiniana di San Pietro in Ciel d’Oro. ‘Davanti alla tomba di Sant’Agostino - così disse il Papa in quell’occasione - vorrei idealmente riconsegnare alla Chiesa e al mondo la mia prima enciclica, che contiene proprio questo messaggio centrale del Vangelo: ‘Deus caritas est’, Dio è amore. Questa enciclica, soprattutto la sua prima parte, è largamente debitrice al pensiero di Sant’Agostino, che è stato un innamorato dell’Amore di Dio, e lo ha cantato, meditato, predicato in tutti i suoi scritti, e soprattutto testimoniato nel suo ministero pastorale. […] Alla scuola di Sant’Agostino ripeto questa verità per voi come Vescovo di Roma, mentre, con gioia sempre nuova, la accolgo con voi come cristiano’. Vorrei anche ricordare le cinque catechesi sul santo d’Ippona che il Papa ha tenuto nel corso delle udienze del mercoledì nel 2008. Tutto ciò è più che sufficiente per ricordare l’amore che Papa Ratzinger nutre per il più grande Padre della Chiesa”.

Nel gennaio del 2008 lei ha donato a Benedetto XVI l’Opera omnia di Sant’Agostino. Cosa le disse il Papa?

“Ciò che mi ha affascinato è stata la familiarità, la semplicità e la cordialità che egli ha avuto con noi durante tutta l’udienza privata. Mi ha chiesto notizie sulla storia della Nuova Biblioteca Agostiniana, dalla progettazione e la messa in opera del fondatore e ideatore, Padre Agostino Trapè, fino alla pubblicazione di tutta l’Opera omnia con la direzione che ne ha proseguito il programma, cioè con il sottoscritto come direttore, con il segretario Padre Franco Monteverde, e l’economo Padre Gioele Schiavella. È rimasto molto affascinato dal sito internet in cinque lingue che abbiamo realizzato sul vescovo d’Ippona (www. augustinus.it), anche se ha sottolineato che egli ama sempre di più il cartaceo, in quanto gli pare di toccare la persona di Agostino”.

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giovedì 28 gennaio 2010

CONFRONTIAMO QUESTA NOTIZIA RECENTE CON LO STERMINIO DEI DISABILI


......A meno di voler sostenere che una aveva diritto di nascere e l’altra no. Dunque i portatori di trisomia 21 che sono al mondo ci stanno da clandestini? Ci sono ma non dovrebbero esserci? Per loro il foglio di rimpatrio significa rispedirli al mittente, cioè a quel caso o a quel Dio che li ha imbarcati sulla fragile imbarcazione di un utero materno?.....



di Chiara Mantovani

Leggo l’agenzia di stampa e, nonostante mi reputi abituata a sentirne di tutti i colori, riesco ancora a sbalordire. Qualcosa nella ragionevolezza si è inceppato.
(ANSA) - MILANO, 30 NOV - La donna che nel giugno 2007, incinta di due gemelli, per un errore nell’aborto selettivo all’ospedale San Paolo di Milano subì una interruzione di gravidanza sul feto sano invece che su quello affetto da sindrome di Down ha chiesto un risarcimento di un milione di euro. Ad avanzare la richiesta di condanna al risarcimento dei tre medici imputati nel processo in corso a Milano è stato il legale della donna e del marito, l’avvocato Davide Toscani. "Si tratta della perdita di una vita umana - ha spiegato il legale -, dell’impossibilità di questa coppia di avere in futuro una nuova gravidanza per il trauma subito". Nessuna condanna o risarcimento, ha aggiunto Toscani, "darà mai ristoro a questa coppia".



Intanto dico subito che non si è trattato della perdita di una vita umana, ma di due. Infatti i bambini abortiti sono due. A meno di voler sostenere che una, quella sana, era vita umana e l’altra, quella malata, no. Cioè a dire che un malato non è un appartenente alla famiglia umana. E tutti i bimbi affetti da sindrome di Down non sono umani?
A meno di voler sostenere che una aveva diritto di nascere e l’altra no. Dunque i portatori di trisomia 21 che sono al mondo ci stanno da clandestini? Ci sono ma non dovrebbero esserci? Per loro il foglio di rimpatrio significa rispedirli al mittente, cioè a quel caso o a quel Dio che li ha imbarcati sulla fragile imbarcazione di un utero materno?
Sono sbalordita: all’epoca della notizia mi ero commossa, avevo pensato al dolore di una mamma e di un papà che immaginavo sconvolti per aver toccato con mano quanto la pretesa del figlio perfetto si fosse tramutata in tragedia reale. Sarà difficile percepire l’ingiustizia di un aborto selettivo quando tutto “va bene”, quando poi stringi tra le braccia un figlio come tu lo volevi, lo coccoli, lo nutri, lo proteggi e lui ti guarda e ti sorride come solo un figlio fa. La mente allontana il pensiero del costo che hai dovuto pagare (anzi, siamo franchi: che qualcun altro ha pagato). Salvo poi lasciarsi come Pollicino le briciole di un dolore che sa di rimorso per tutta la vita. Ma questa è una altra storia, vergognosamente negata da chi vede nell’aborto un problema tecnico da risolvere con una operazione o due pilloline.
Ma in un caso come questo, no. La realtà mette di fronte all’evidenza: erano uguali ma uno era voluto, l’altro no. Non posso credere che la reazione sia: accidenti a quei medici che hanno sbagliato! Tutta colpa loro! Loro si saranno anche sbagliati, e forse potevano essere ancora più scrupolosi, ma la medicina non è a prova di errore, anche se non c’è scritto in questi termini nei moduli di consenso informato. A prova di errore dovrebbe essere l’amore: per andare sul sicuro si ama tutti, è così che non ci si sbaglia.
Nessun risarcimento sarà adeguato alla perdita di una vita umana? E quale risarcimento è un milione di euro? Una cifra “simbolica”? Ma cinquecento per due o un milione per una, perché l’altra non valeva niente?

Chiara Mantovani

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