giovedì 19 giugno 2014

Pregate per il fermato

YARA


Fulvio Gambirasio: pregate per il fermato

di Lorenzo Maria Alvaro

In questa giostra di media «col gusto della lacrima in primo piano» meno male che c’è Fulvio Gambirasio, il papà della bambina. «C’è bisogno di preghiere. È importante ricucire i nostri cuori, la cattiveria ce l’abbiamo tutti dentro»

genitori yara gambirasio
«Io se fossi Dio, maledirei davvero i giornalisti». Così Giorgio Gabercantava nel 1980 nella bellissima “Io se fossi Dio”.



E il perché Gaber lo spiegava bene: «Compagni giornalisti avete troppa sete e non sapete approfittare delle libertà che avete, avete ancora la libertà di pensare, ma quello non lo fate e in cambio pretendete la libertà di scrivere e di fotografare. Immagini geniali e interessanti di presidenti solidali e di mamme piangenti. E in questa Italia piena di sgomento come siete coraggiosi, voi che vi buttate senza tremare un momento. Cannibali, necrofili, deamicisiani e astuti e si direbbe proprio compiaciuti. Voi vi buttate sul disastro umano, col gusto della lacrima in primo piano».

Un testo che riascoltato e riletto oggi mette i brividi. La descrizione impeccabile di quello che sta succedendo in Italia sul caso diYara Gambirasio.
Uno sciacallaggio mediatico che non fa prigionieri e non guarda in faccia a nessuno.

Sembrerebbe tutto da buttare se non fosse per una persona, il padre della bimba uccisa: Fulvio Gambirasio. L’unico che ha avuto la forza di prendere una posizione da uomo. Una posizione fuori dal teatrino mediatico.
Fulvio Gambirasio, papà di Yara
«Prega per tutti», ha detto a don Corinno, il parroco di Brembate Sopra, «anche per la famiglia della persona fermata, anche per lui, c’è bisogno di preghiera».

Una posizione che ha risvegliato anche i preti. Gli unici a parlare nei paesi sotto shock. Così Don Corinno spiega ai giornalisti: «c’è bisogno di preghiera, perché è importante ricucire il nostro cuore, la cattiveria ce l’abbiamo tutti dentro».

Poco dopo a parlare è anche don Claudio Dolcini, di Sotto il Monte, parroco della Chiesa frequentata dalla famiglia del muratore arrestato. «Continuo a ripetere loro di pregare e avere fiducia nella giustizia. Io prego per loro».

È vero, come sottolineava in una recente intervista su Vita.it  il sociologoMarco Revelli, che «in Italia sta dilagando la malignità del banale». Malignità che non si sa bene da dove cominciare a combattere.
Ma così come dobbiamo provare a prendere sul serio atti gravi come questi e chi li compie, non possiamo far finta di non vedere l’enormità della posizione di Fulvio Gambirasio e di tutta la sua famiglia. Un uomo per nulla banale, ma certamente normalissimo. Di quella normalità, che per fortuna non è ancora andata perduta, e che è un'enorme boccata di ossigeno per tutti.
 
TAG: GIUSTIZIA

mercoledì 18 giugno 2014

Impariamo ad essere piu'buoni

«Yara deve essere ricordata come un dono prezioso per la nostra comunità. È morta perché noi diventassimo più buoni»

Invia per Email Stampa
Giugno 17, 2014 Redazione
Individuato il presunto assassino della ragazzina uccisa quattro anni fa. Il parroco: «La nostra comunità in questi anni è stata molto matura. Pur impaurita e ferita non ha ceduto a sentimenti di vendetta»
Yara GambirasioEra il 26 novembre 2010 quando Yara Gambirasio, una bambina di 13 anni, scomparve dopo una giornata in palestra. Il 26 febbraio fu ritrovato il suo corpo e da allora, dopo quattro anni di indagini, il volto del suo assassino è rimasto ignoto. Ora gli inquirenti sono convinti, grazie alle prove del dna, che si tratti di Massimo Bosetti, muratore, padre di famiglia, tre figli. Secondo gli investigatori è lui l’uomo che ha tolto la vita alla piccola Yara. Per ora si tratta di ipotesi e l’uomo non risponde alle domande dei magistrati. Si vedrà.
LA FAMIGLIA GAMBIRASIO. In questa tragedia emerge anche un altro aspetto ed è la grande dignità con cui la famiglia Gambirasio e la comunità del paese hanno vissuto l’accaduto. Poca spettacolarizzazione, poca enfasi, un dolore vissuto senza sceneggiate, ma nel conforto di una fede solida. Anche ora che le indagini paiono a una svolta, non si sentono parole d’odio, ma solo di una, pur triste, ragionevolezza.
Le ha dette il parroco di Brembate, don Corinno Scotti, che ha invitato tutti, parrocchiani e non, a seguire l’esempio della famiglia Gambirasio. «Penso a questa persona – ha detto don Scotti–. Spero che ora non prevalgano sentimenti di vendetta nei suoi confronti. La nostra comunità in questi anni è stata molto matura. Pur impaurita e ferita non ha ceduto a sentimenti di vendetta». «Il papà di Yara – ha proseguito – mi ha detto che se lei è morta è perché noi diventassimo più buoni. Se ora questa notizia verrà confermata cosa facciamo nei confronti del presunto assassino? Invochiamo la pena di morte? No, certo. A me interessa che Yara sia stata e continui ad essere un dono per la nostra comunità». «Comunque andrà a finire questa dolorosa vicenda, Yara è così che deve essere ricordata: come un dono, un dono prezioso».


Leggi di Più: Yara Gambirasio e l'esempio della famiglia gambirasio | Tempi.it 
Follow us: @Tempi_it on Twitter | tempi.it on Facebook

Compleanno Paolo

Auguri Paolo buon compleanno

lunedì 17 febbraio 2014

La societa' del crimine perfetto

 Innocenza Laguri Lucina 
Mi ha sgnalato questa pagina .

ILa società del crimine perfetto , sull’omicidio legale
Brani dal testo di F.Hadjadj, Farcela con la morte.
Una pagina dura, come meritano le più recenti prospettive, che si aggiungono alle leggi sull’aborto ( la legge sulla eutanasia nel Quebec e quella per i piccoli malati terminali in Belgio)

Il diavolo è attraente non perché è malvagio,ma perché resta un angelo.
la sua ribellionci affascina non tanto perché è l'ostinaziondi un monello capriccioso ma perché imita,in negativollibertà sovrana.
Tuttavia esistono vari gradi di perfezione del crimine .Quello che igenerviene   chiamat'crimineperfetto è un assassinio in cui il criminalriesce a confondere gli indizi a cancellarlproprie tracce.
In un cortometraggio di Hitchcock possiamo ammirare una donna che fa mangiare l'arma del criminagli ispettoriquel cosciotto dagnello che stanno divorando era in precedenza congelato e l'ha
usato per spaccaril cranio del marito. Nella storia, lRivoluzionfrancessembra poter rivendicare altrettanta ammirazioneContinua a essere considerata ungloridella Francianonostante il genocidio della Vandea, nonostante il tentativo sistematico di nobilitare l'uomo grazie alla ghigliottina, e malgrado il abbia talmente messo a soqquadro il paese  da dover chiamare  in aiutl'impero di un caporalcorso..
Più il crimine nè gravepiù è difficile cancellarlo ma, se questo riesceil crimine è più perfetto. La perfezione aumenta quindi con lagravitàdel_crimine e con lqualità del modo con cui è stato cancellato agli'occhi della autori, ma-anche della-vittima pefino per l’animo dell' assassinodato che tutthanno bisogno di dormirtranquilli.
Il crimine più perfetto quindi implica: 1. un omicidio di massa2autorità che, invece di condannare ilcriminale, gli fanno complimenti e lo incoraggiano; 3una vittima innocentche non si lamenti e alla qualesi è magari estorto il consenso; 4il sentimento dell' assassino di aver agito per legittima difesao di aver solo voluto perpetrarun atto di bontà aggiungendo, al contempo,una nota piccante, che sia profondamente alla vittima, per esempio che sia un padre o un figlio. Assassinare per compassione un congiunto appare quindi un elemento fondamentale del crimine perfettodal quale gli altri elementi derivano poiché è essenzialche la vittima accetti e le autorità diano il benestare. E poi c'è il modo di fareLa genialità consiste nerendere tutti complicdividere il lavoro in modo tanto burocratico che nessuno possa essere ritenuto colpevoleDal capo dello Stato fino al più umile contribuentetutti parteciperebbero  allo sterminio enessuno ssentirebbe la coscienza sporca. Anzicon lvittime si potrebbe fare del saponeIn questa prospettivala cosa più eccitante sarebbe di perpetrarl'orrorallo scopertodivulgandolo e attaccandolo
sui manifestiIl criminverrebbe cancellato a forza di pubblicità. Nella misura in cui viene pubblicizzato,
e riceve una garanzia quasi unanime, dal più piccolo al più grandenon sembra più un criminema appare come un atto anodinopoco significativo quanto inghiottire un'aspirina splendente e benevola………….
Esistono un crimine una società criminale del genere?...
Immaginiamo una società industriale che, in nome del benessere e della libertà facesse dell’aborto, del suicidio e dell’eutanasia dei diritti .Non corrisponderebbe forse a tutte le condizioni descritte sopra?Non potrebbe forse rivendicare senza arroganza la palma del crimine perfetto?....
Prima di attribuire questo titolo, sarebbe necessaria una comparazione con altre imprese criminali. L’onestà esige un esame minuzioso prima di premiarci per aver raggiunto una tale suprema raffinatezza nella nostra civiltà.
Un tempo il culto di Molock consisteva in sacrifici di bambini; non si mangiavano direttamente i propri figli, ma avere da mangiare, essere in buona salute e felici era dovuto al fatto di averli immolati. Nulla attirava di più il favore del dioPerò si era arrivati a un consumo precoce, come riporta Sant'Epifaniparlando di un'usanza dei barbeliti: «Non praticano l'atto carnale in vista della procreazione [... ] ma per pura
voluttàQuando uno di loropreso di sorpresa, lascia che il suo seme penetri troppo e la donna resta incinta [... ] essi estirpano l'embrione non appena possono afferrarlo con le dita, prendono l'aborto, lo pestano in una sorta di mortaio, vi mescolano miele, pepe e vari condimenti e oli profumati, [... ] poi si riuniscono [... ] e ciascuno entra in comunione con le dita con questa pasta di aborto».
Ormai nessuno si dedica a una pratica tanto abominevole, soprattutto nella nostra umanistica Europa. Direi che siamo più ipocriti e che la cosa non si fa più tanto apertamente. Infatti il rito c'è, a malapena dissimulato, anzi appartiene perfino a un certo conformismo. Non beneficiamo direttamente dell' apporto calorico degli embrioni espulsi ma sappiamo trovare per loro un impiego utile. Ho sentito dire che alcune industrie cosmetiche se ne servivano già nella composizione di creme per ringiovanire la pelle. Altri, come si sa, li moltiplicano in modo che i ricchi abbiano una riserva di organi se dovessero aver bisogno di un cuore, ad esempio, caso mai avessero perduto il loro. No, non stratta di clonazione riproduttiva (scusate il pleonasmo)la quale consiste nel produrre un gemello differito nel tempoL'intenzione è senza dubbio perversa ma non va abbastanza lontano, dato che c'è ancora una nascita in prospettivaCon la clonazione eufemisticamente detta terapeutica, tale nascita è evitata e si garantisce che il bambino sarà utilizzato soltanto a singoli pezzi.
Il  nostro cannibalismo farebbe tremare gli antropofagi tradizionali. Certo, non mangiamo direttamente gli aborti ,ma è noto che in intendiamo  sostenerci grazie ad essi.
Nella Bibbia un salmo è ripetuto due volte, come se una sola non fosse sufficiente e volesse sottolineare una verità molto importanteDavide dice a proposito di coloro che non invocano mai Dio«Non comprendono nulla tutti i malvagiche divorano il mio popolo come il mio pane?» (Sal 13,4; 52,5). Perciò nel mangiare il proprio pane si può mangiare un popolo e, a fortiori, un bambino di quel popoloDi fatto, poiché il mio pasto deriva dallo sfruttamento di un poveropoiché lo traggo da una ingiustizia, sono un cannibalestritolo quel povero insieme al mio cibo. Non c'è masticazione direttama masticazione realeEd è un'abitudine molto frequente, soprattutto tra le ragazze: uno dei successi della nostra società è di aver reso la signorina, contro ogni suo più profondo istinto, una cannibale del suo piccolo.

giovedì 26 dicembre 2013

Grazie Vittorino e MariaPia




Santo Natale 2013




Il Natale è la gratuità di Dio commosso di sè  che si fa uomo.

Per  questo dono di Dio  
ciascuno di noi, in fondo al cuore, sa che la vita è positiva, sempre.

Per i figli coltiviamo una speranza
e per i nostri cari siamo disposti a un sacrificio.
In tanti  rimane la voglia anche di donarsi al prossimo.

Il bello della vita , le fatiche di tutti i giorni,
la pazienza nella malattia  e la gioia di una nascita:
tutto viene assunto  da Gesù bambino nel Natale
così che nessuno perda la speranza e si senta solo.

Buon Natale

Vittorino e Maria Pia


lunedì 21 ottobre 2013

mercoledì 16 ottobre 2013

martedì 15 ottobre 2013

Oggi ho festeggiato il mio compleanno e sabato lo festeggero' nuovamente!



Parole di Papa Francesco nella Giornata Mariana davanti alla Statua della Madonna di Fatima


...alla misericordia di Dio – lo sappiamo – nulla è impossibile! Anche i nodi più intricati si sciolgono con la sua grazia. E Maria, che con il suo “sì” ha aperto la porta a Dio per sciogliere il nodo dell’antica disobbedienza, è la madre che con pazienza e tenerezza ci porta a Dio perché Egli sciolga i nodi della nostra anima con la sua misericordia di Padre. Ognuno di noi ne ha alcuni, e possiamo chiederci dentro al nostro cuore: quali nodi ci sono nella mia vita? “Padre, i miei non si possono sciogliere!”. Ma, questo è uno sbaglio! Tutti i nodi del cuore, tutti i nodi della coscienza possono essere sciolti. Chiedo a Maria che mi aiuti ad avere fiducia nella misericordia di Dio, per scioglierli, per cambiare?......
Papa Francesco ha aperto solennemente, sabato 12 ottobre 2013, la Giornata mariana in piazza San Pietro, davanti alla Statua della Madonna di Fatima. L’evento, che fa parte dell’Anno della Fede, coincide con l’ultima apparizione a Fatima, il 13 ottobre del 1917. La catechesi del Santo Padre giunge al termine della meditazione della piazza sulla Via Matris, le sette tappe dolorose della vita di Maria, dalla profezia di Simeone alla deposizione del corpo di Gesù nel sepolcro il sabato santo, e parte da un interrogativo: “Come è stata la fede di Maria?”
Queste le parole di Papa Francesco:
Cari fratelli e sorelle,questo incontro dell’Anno della fede dedicato a Maria, Madre di Cristo e della Chiesa, Madre nostra. La sua statua, venuta da Fatima, ci aiuta a sentire la sua presenza in mezzo a noi. C’è una realtà: Maria sempre ci porta a Gesù. E’ una donna di fede, una vera credente. Possiamo domandarci: come è stata la fede di Maria?

AUGURI GIOVANNI BUON COMPLEANNO

AUGURI!
OGGI 16 ANNI

giovedì 10 ottobre 2013

Che bello seguire Francesco (articolo di Antonio Socci)

CHE BELLO SEGUIRE FRANCESCO! QUELLO CHE CI INSEGNA (ANCHE SUI VALORI): I CRISTIANI LEGGONO I SEGNI DEI TEMPI. UNA STORIA CHE INIZIA.

20 SETTEMBRE 2013 / IN NEWS

C’è lo stupore e la compassione nella splendida intervista di papa Francesco. Lo stupore di chi si è sentito perdonato e amato dal Salvatore, come il pubblicano Matteo, l’evangelista della celebre tela di Caravaggio. Che il papa evoca.

E c’è la compassione per questa umanità di feriti. Il desiderio di portare a tutti quello sguardo di misericordia che lui ha incontrato nel volto di Gesù e quindi nella Chiesa.

 

COSA SIAMO

 

In effetti siamo un mondo di feriti. Le cronache parlano di guerre sanguinose, di repressioni crudeli, di una crisi economica che imperversa e porta all’angoscia, di società piene di odio. Parlano di violenza perfino in quei rapporti affettivi personali che dovrebbero essere segnati dall’amore.

Siamo tutti creature ferite dalla vita. Non lo si può negare.

Il recente Festival della filosofia di Modena, dedicato appunto all’amore, è stato concluso dalla lezione magistrale della sociologa israeliana Eva Illouz, nota per il suo best-seller, “Perché l’amore fa soffrire”.

La Illouz, sebbene femminista e liberal, ha fotografato – a cinquant’anni dalla rivoluzione sessuale che doveva renderci tutti liberi e felici – un panorama di rovine.

Ha spiegato che l’amore “ormai è divenuto un problema, preso in carico dalle comunità terapeutiche”. Ha aggiunto: “l’amore ha sempre fatto soffrire, ma oggi lo fa molto più di prima”. E lo sappiamo tutti.

E’ l’ennesima eterogenesi dei fini. Come il marxismo, anche la rivoluzione sessuale promise la felicità e ha prodotto l’infelicità (così pure potremmo dire per il mito scientista o quello del benessere).

 

L’OSPEDALE DI DIO

 

Dunque la nostra società è piena di feriti. Ecco perché papa Francesco vede la Chiesa “come un ospedale da campo dopo la battaglia”. Essa si sente chiamata a “curare le ferite e riscaldare il cuore dei fedeli”.

Siamo tutti feriti senza distinzione di credo o di filosofia o di fede politica. La battaglia che ci ha messo a terra e di cui parla il Papa è quella della vita, ma anche quella che la modernità aveva intrapreso per emanciparsi da Dio.

E’ evidente che la Chiesa ha perso quella battaglia (umanamente e storicamente parlando).

Ma i “morti e i feriti” distesi sul terreno sono i vincitori, cioè tutti noi moderni. La Chiesa non combatteva per sé, ma per noi. Noi moderni abbiamo prevalso e ora siamo al tappeto.

Perciò essa, come una madre premurosa, che aveva messo in guardia i suoi figli, si china su di loro, pietosa e se li carica sulle spalle.

Papa Francesco fa come il padre del figliol prodigo. Che non rinfaccia al figlio i suoi errori, che non inveisce e non punisce.

Anzi, “quando era ancora lontano, il padre lo vide e commosso gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò”, poi – interrompendo il mea culpa del figlio – “disse ai servi: presto, portate qui il vestito più bello e rivestitelo, mettetegli l’anello al dito e i calzari ai piedi… facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato” (Lc 15, 20-24).

 

IL FRATELLO INDIGNATO

 

Diciamo la verità, l’atteggiamento del figlio maggiore che, tornando dai campi, vede tutti questi festeggiamenti e s’indigna col padre, somiglia un po’ a quello di alcuni di noi cattolici verso papa Francesco.

C’è chi pretenderebbe che si stesse ogni giorno a condannare, a recriminare e a far proclami. Mentre il padre vuole anzitutto riabbracciare l’errante e riaverlo come figlio.

Questo non significa affatto approvare gli errori o sottovalutarli. No, significa amare i figli.

Del resto è ciò che la Chiesa ha fatto fin dalle origini. La “bella notizia” (perché questo significa la parola “Vangelo”) non è l’elenco dei peccati, nemmeno un catalogo di valori morali, ma è l’annuncio che Dio ha avuto pietà degli uomini ed è venuto a prenderseli sulle spalle, a curarli, a guarirli, a salvarli.

Gesù entrò nel mondo così: “Non incriminò, non accusò nessuno. Salvò. Non incriminò il mondo. Salvò il mondo. Questi altri” scriveva Péguy “vituperano, raziocinano, incriminano. Medici ingiuriosi che se la prendono con il malato”.

Il grande convertito francese usava la stessa metafora di papa Francesco: siamo una umanità malata, un mondo di feriti. E il medico non può prendersela col malato. Il suo compito è curarlo e guarirlo.

Si dirà che oggi però c’è la secolarizzazione dilagante. Ma già Péguy rispondeva a questa obiezione: “anche al tempo di Gesù c’erano il secolo e le sabbie del secolo. Ma sulla sabbia arida, sulla sabbia del secolo scorreva una fonte, una fonte inesauribile di grazia”.

Pure Gesù fu accusato di essere indulgente e perfino connivente con peccatori, pubblicani e prostitute. Ma era venuto per loro (cioè per tutti noi). E proprio la sua misericordia, la bellezza della sua umanità, commuoveva i peccatori che si convertivano e cambiavano vita.

 

LA GUERRA DEI VALORI

 

Chi oggi lamenta la fine della battaglia per i valori non negoziabili non ha compreso. A parte il fatto che tali valori non sono l’essenza del cristianesimo e considerarli tali sarebbe una nuova, pericolosa ideologia.

Chiarito ciò è sbagliato pensare che Francesco rinneghi quanto hanno insegnato i suoi due predecessori. Perché ha sempre ribadito quell’insegnamento (anche ieri lo ha fatto su inizio e fine vita).

Certo, non sta a ripeterlo ogni giorno. Ma non perché quei principi, ai suoi occhi, non siano importanti.

Solo perché a Francesco preme anzitutto sottolineare il primo, vero, grande e basilare “principio non negoziabile” (la base di tutti gli altri): l’essere umano concreto, quello in carne e ossa, con le sue ferite, anche con i suoi peccati. La sua salvezza.

Agli occhi di Dio le persone concrete sono il fondamentale “principio non negoziabile”, tanto che per ognuno di loro si è fatto uomo, si è fatto crocifiggere ed è risorto.

Ecco perché nell’esortazione missionaria di Francesco a “curare” le ferite dell’umanità, rientra pienamente fare centri di aiuto alla vita, accogliere le persone travolte dal crollo di legami affettivi, sostenere chi vive malattie terminali o ha persone care in condizioni estreme, aiutare poveri e infelici. Si apre una grande stagione di carità per i cristiani.

 

COSA CAMBIA

 

Certo, cambia qualcosa: lo sguardo su questo momento storico. Più che battaglie culturali con intellettuali e politici, ci si prenderà cura degli esseri umani.

Non perché sia sbagliato o inutile dire la verità e cercare il bene pubblico: è doveroso (lo stesso Francesco ha dialogato con Scalfari).

Ma perché – come diceva don Giussani – a vincere la cultura nichilista non sarà una contrapposta cultura cattolica, ma la commozione personale per Gesù, la sua carità: “La Chiesa è proprio un luogo commovente di umanità, è il luogo della umanità… La lotta col nichilismo, contro il nichilismo, è questa commozione vissuta” (Giussani).

Del resto è sempre stato così. Il mondo è sempre stato una distesa di feriti. Perché tale è la condizione umana. Nasciamo come naufraghi che cercano il senso della vita, avvolti dal mistero dell’universo, desideriamo amare ed essere amati, subiamo il male e lo facciamo, bramiamo ogni giorno la felicità e non la troviamo.

Così ci vedeva Gesù. Così ci rappresentò nella parabola del Buon Samaritano: noi siamo quell’uomo “spogliato, percosso” e lasciato “mezzo morto” sul ciglio della strada. Mentre lui è il buon samaritano che “ne ebbe compassione, gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino; poi, caricatolo sopra il suo giumento, lo portò a una locanda e si prese cura di lui”.

Quella “locanda” è la Chiesa. E come Gesù cura le nostre ferite? Ce lo dice il profeta Isaia: “per le Sue piaghe noi siamo stati guariti”. Ci guarisce soffrendo al posto nostro. Ci riscatta dando se stesso.

I santi ce lo ricordano. Pensiamo a padre Pio, alle sue stigmate, alle sofferenze con cui otteneva tante grazie. Il suo confessionale è stato un grande ospedale da campo delle anime. E accanto ha voluto far costruire un grande ospedale dei corpi: “la casa sollievo della sofferenza”. Per capire papa Francesco guardate i santi come padre Pio.

 

Antonio Socci

 

Da “Libero”, 21 settembre 2013

Facebook: “Antonio Socci pagina ufficiale”


lunedì 7 ottobre 2013

Il papa ad Assisi

Li ha abbracciati uno ad uno. Una carezza sul viso e un bacio in fronte. Ai più grandi ha scompigliato i capelli con la mano, un saluto tenero e scherzoso per ognuno dei bambini disabili dell'"Istituto Serafico” di Assisi. Papa Francesco ha voluto iniziare da qui la sua visita alla città del santo di cui porta il nome, in occasione della festa del 4 ottobre. Quei bambini, scrive il Papa, gli ricordano Nicolás, un ragazzo disabile di 16 anni che da Buenos Aires gli ha mandato «una delle più belle lettere che ho ricevuto». «Caro Francesco: non posso scriverti io (perché ancora non parlo, né cammino), ma ho chiesto ai miei genitori di farlo al mio posto, perché loro sono le persone che mi conoscono di più. Quest’anno, in novembre, riceverò la Cresima, una cosa che mi dà molta gioia. Tutte le notti, da quando tu me l’hai chiesto, io domando al mio Angelo Custode, che si chiama Eusebio e che ha molta pazienza, di custodirti e di aiutarti. Stai sicuro che lo fa molto bene perché ha cura di me e mi accompagna tutti i giorni».

Il Papa resta in silenzio davanti ai “piccoli” di Assisi. Aveva preparato un discorso scritto, ma parla a braccio, mentre quasi 100mila persone lo ascoltano dai maxischermi posizionati intorno alla Basilica di San Francesco. «Sull’altare adoriamo la carne di Gesù, in questi bambini troviamo le Sue piaghe. E queste piaghe hanno bisogno di essere ascoltate, di essere riconosciute». Piaghe, non ferite. Lo sottolinea il Papa. I segni della Passione fanno Gesù «bellissimo»: «Quando Cristo è Risorto non aveva nel suo corpo dei lividi, delle ferite… Niente! Era più bello! Soltanto ha voluto conservare le piaghe e se le è portate in Cielo. Noi curiamo le piaghe di Gesù qui e Lui, dal Cielo, dice a ciascuno: “Ti sto aspettando!”».

Cristiani di pasticceria 
Papa Bergoglio è stato il primo, nella storia della Chiesa, a prendere il nome di Francesco. Figlio spirituale di sant'Ignazio di Loyola, si è innamorato del Poverello di Assisi. La sera dell'elezione «avevo accanto a me l'arcivescovo emerito di San Paolo e anche Prefetto emerito della Congregazione per il Clero, Claudio Hummes, un grande amico», ha raccontato il Pontefice: «Quando la cosa è divenuta un po' pericolosa lui mi confortava, e quando i voti sono saliti a due terzi, momento in cui viene l'applauso consueto perché è stato eletto il Papa, lui mi ha abbracciato, mi ha baciato, e mi ha detto: non ti dimenticare dei poveri». «Quella parola è entrata qui», ha aggiunto il Pontefice toccandosi la testa: «I poveri, i poveri. Poi subito, in relazione ai poveri, ho pensato a Francesco d'Assisi».

La seconda tappa il Papa l'ha fatta al vescovado, nella Sala della spoliazione di san Francesco, dove ha incontrato i poveri assistiti dalla Caritas. Un altro discorso a braccio, commentando ciò che in questi giorni i giornali ipotizzavano avrebbe detto ad Assisi. Considerazioni, critiche, indiscrezioni: «Il Papa andrà a spogliare la Chiesa, lì!», «spoglierà gli abiti dei Vescovi, dei Cardinali; spoglierà se stesso…». 
«Questa è una buona occasione per fare un invito alla Chiesa a spogliarsi», ha detto Francesco: «Ma la Chiesa siamo tutti, eh! Tutti! Dal primo battezzato, tutti siamo Chiesa. E tutti dobbiamo andare per la strada di Gesù, che ha fatto una strada di spoliazione, lui stesso. Se vogliamo essere cristiani non c’è altra strada. “Ma non possiamo fare un cristianesimo un po’ più umano?”, dicono. Senza Croce, senza Gesù, senza spoliazione. Ma così diventeremo cristiani di pasticceria, come belle torte, come belle cose dolci… Bellissimo, ma non cristiani davvero!». 

C'è una frase che il Papa ripete più volte: la mondanità è uno dei mali più grandi. «Noi non possiamo seguire il denaro, la vanità, l'orgoglio. La mondanità spirituale uccide! Uccide l’anima! Uccide le persone! Uccide la Chiesa». A questo mondo, è stata la sua denuncia, «non importa che tanta gente debba fuggire dalla schiavitù, dalla fame, cercando la libertà e con quanto dolore, tante volte, vediamo che queste persone trovano la morte, come è successo a Lampedusa. Oggi è un giorno di pianto!». 

La pace di Francesco 
La visita del Papa è un pellegrinaggio, fatto di incontri, silenzio e preghiera. Quella privata, davanti al crocifisso di san Damiano («che è un Cristo vivo, perché ha gli occhi spalancati. È vivo perché è Dio incarnato»), nella Porziuncola e poi alla tomba di santa Chiara e quella di san Francesco. E quella pubblica, durante la Messa celebrata nella piazza della Basilica inferiore. Arrivato in anticipo da Roma, alle 7.30 del mattino, Bergoglio parla con una sorta di trepidazione. Sembra quasi abbia fretta di dire ciò che gli sta a cuore. «Cosa ci dice Francesco con la sua vita? Che essere cristiani significa vivere in rapporto vitale con la persona di Gesù. È assimilarsi a Lui. La pace francescana non è un sentimento sdolcinato. Per favore: questo san Francesco non esiste! E neppure è una specie di armonia panteistica con le energie del cosmo. Anche questo non è francescano! La pace di san Francesco è quella di Cristo, e la trova chi “prende su di sé” il suo “giogo”, cioè il suo comandamento: amatevi gli uni gli altri come io vi ho amato. Da questa Città della Pace, ripeto con la forza e la mitezza dell’amore: rispettiamo la creazione, non siamo strumenti di distruzione! Rispettiamo ogni essere umano: cessino i conflitti armati che insanguinano la terra, tacciano le armi. Sentiamo il grido di coloro che piangono, soffrono e muoiono a causa della violenza, del terrorismo o della guerra, in Terra Santa, tanto amata da San Francesco, in Siria, nell’intero Medio Oriente, in tutto il mondo».

Per un «sì»
Il viaggio prosegue, a tappe serrate. Nella cattedrale di San Rufino, il Papa incontra i sacerdoti e i consacrati. «La Chiesa non cresce per proselitismo, ma per attrazione», ricorda loro Francesco. L'invito ad uscire dalle parrocchie è chiaro. L'aveva già detto molte volte in questi primi sei mesi di Pontificato: «Andate nelle periferie, camminate! Penso che questa sia veramente l'esperienza più bella che viviamo: far parte di un popolo in cammino nella Storia, insieme con il suo Signore, che cammina in mezzo a noi. Non c'è da temere, non siamo soli».

L'incontro con le suore di clausura del monastero di santa Chiara è segnato dalla tenerezza. Le monache abbracciano il Papa come si abbraccia un padre. «La vostra strada è grandemente umana», dice loro Bergoglio: «Sapete qual è il segno di una suora così umana? La gioia! Che tristezza per me vedere delle suore che non gioiscono. Sorridono a volte, ma con il sorriso delle assistenti di volo, non con la gioia che viene da dentro». 

L'ultimo appuntamento Francesco lo dedica ai giovani. A Santa Maria degli Angeli lo attendono in 12mila. Il clima di festa al suo arrivo si fa subito silenzio, per ascoltare ciò che il Papa ha scritto per rispondere alle domande di alcuni ragazzi sul matrimonio, il sacerdozio e la verginità. «Ci vuole coraggio a fare una famiglia oggi. La società in cui voi siete nati privilegia i diritti individuali piuttosto che la famiglia, le relazioni che durano finché non sorgono difficoltà. “Staremo insieme finche dura l'amore”, mi dicono. Ma questo è egoismo. Noi viviamo nella cultura del provvisorio. Ma Gesù non ci ha salvato in modo provvisorio! Quindi non bisogna avere paura di fare passi definitivi nella vita come è quello del matrimonio: approfondite il vostro amore, rispettandone i tempi e le espressioni, pregate, preparatevi bene, ma poi abbiate fiducia che il Signore non vi lascia soli! Fatelo entrare nella vostra casa come uno di famiglia, Lui vi sosterrà sempre».

Il discorso del Papa torna ancora una volta sulla vita consacrata: «Il rapporto con Dio non riguarda solo una parte di noi stessi, riguarda tutto. È un amore così grande, così bello, così vero, che merita tutto e merita tutta la nostra fiducia. E una cosa vorrei dirla con forza, specialmente oggi: la verginità per il Regno di Dio non è un “no”, è un “sì”! Alla base c’è il “sì”, come risposta al “sì” totale di Cristo verso di noi, e questo “sì” rende fecondi»
Ogni parola di Papa Francesco è un invito a non avere paura. A fidarsi. E seguire, anche quando tutto sembra dire il contrario. Dietro la Basilica Superiore cresce il tramonto, mentre l'elicottero vaticano si prepara a partire verso Roma. Davanti alla Basilica si salutano i pellegrini. E si torna a casa: con un nuovo, inaspettato, desiderio di pace.

giovedì 3 ottobre 2013

Buon onomastico Francesco

Buon onomastico Francesco!


martedì 1 ottobre 2013

Papa Francesco, intervistato da Scalfari, gli fa questa domanda: «Ma lei, laico e non credente in Dio, in che cosa crede?» 1 ottobre 2013 di Redazione

papa-francesco

Papa Francesco «ha sconvolto» il fondatore di Repubblica Eugenio Scalfari, a cui aveva già inviato una lettera, invitandolo a Santa Marta per incontrarsi. Oggi Repubblicariporta l’intervista che è risultata da quell’incontro, qui ne trovate ampi stralci.

MALI PIÙ GRAVI OGGI. «I più gravi dei mali che affliggono il mondo in questi anni sono la disoccupazione dei giovani e la solitudine in cui vengono lasciati i vecchi. I vecchi hanno bisogno di cure e di compagnia; i giovani di lavoro e di speranza, ma non hanno né l’uno né l’altra, e il guaio è che non li cercano più. Sono stati schiacciati sul presente. Mi dica lei: si può vivere schiacciati sul presente? Senza memoria del passato e senza il desiderio di proiettarsi nel futuro costruendo un progetto, un avvenire, una famiglia? È possibile continuare così? Questo, secondo me, è il problema più urgente che la Chiesa ha di fronte a sé».

NARCISISMO. «Ciascuno ha una sua idea del Bene e del Male e deve scegliere di seguire il Bene e combattere il Male come lui li concepisce. Basterebbe questo per migliorare il mondo. L’agape è l’amore per gli altri, come il nostro Signore l’ha predicato. Non è proselitismo, è amore. Amore per il prossimo, lievito che serve al bene comune. Il Figlio di Dio si è incarnato per infondere nell’anima degli uomini il sentimento della fratellanza. Tutti fratelli e tutti figli di Dio. Abba, come lui chiamava il Padre. Io vi traccio la via, diceva. Seguite me e troverete il Padre e sarete tutti suoi figli e lui si compiacerà in voi. L’agape, l’amore di ciascuno di noi verso tutti gli altri, dai più vicini fio ai più lontani, è appunto il solo modo che Gesù ci ha indicato per trovare la via della salvezza e delle Beatitudini. (…) A me la parola narcisismo non piace, indica un amore smodato verso se stessi e questo non va bene, può produrre danni gravi non solo all’anima di chi ne è affetto ma anche nel rapporto con gli altri, con la società in cui vive. Il vero guaio è che i più colpiti da questo che in realtà è una sorta di disturbo mentale sono persone che hanno molto potere. Spesso i Capi sono narcisi».

eugenio_scalfari-jpg-crop_display

LA CURIA. «In Curia ci sono talvolta dei cortigiani, la Curia nel suo complesso è un’altra cosa. È quella che negli eserciti si chiama l’intendenza, gestisce i servizi che servono alla Santa Sede. Però ha un difetto: è Vaticano-centrica. Vede e cura gli interessi del Vaticano, che sono ancora, in gran parte, interessi temporali. Questa visione Vaticano-centrica trascura il mondo che ci circonda. Non condivido questa visione e farò di tutto per cambiarla. La Chiesa è o deve tornare ad essere una comunità del popolo di Dio e i presbiteri, i parroci, i Vescovi con cura d’anime, sono al servizio del popolo di Dio».

LA VOCAZIONE. «Non ho sentito la vocazione da giovanissimo. Avrei dovuto fare un altro mestiere secondo la mia famiglia, lavorare, guadagnare qualche soldo. Feci l’università. Ebbi anche una insegnante verso la quale concepii rispetto e amicizia, era una comunista fervente. Spesso mi leggeva e mi dava da leggere testi del Partito comunista. Così conobbi anche quella concezione molto materialistica. (…) Il suo materialismo non ebbe alcuna presa su di me».

SANTI PREFERITI. «San Paolo è quello che mise i cardini della nostra religione e del nostro credo. Non si può essere cristiani consapevoli senza San Paolo.  (…) E poi Agostino, Benedetto e Tommaso e Ignazio. E naturalmente Francesco. Debbo spiegarle il perché? Mi chiede una classifica, ma le classifiche si possono fare se si parla di sport o di cose analoghe. Potrei dirle il nome dei migliori calciatori dell’Argentina. Ma i santi…».

L’ELEZIONE A PAPA. «Adoro i mistici ma io non credo di avere quella vocazione. (…) Il mistico riesce a spogliarsi del fare, dei fatti, degli obiettivi e perfino della pastoralità missionaria e s’innalza fino a raggiungere la comunione con le Beatitudini. A me è capitato raramente. Per esempio quando il Conclave mi elesse Papa. Prima dell’accettazione chiesi di potermi ritirare per qualche minuto nella stanza accanto a quella con il balcone sulla piazza. La mia testa era completamente vuota e una grande ansia mi aveva invaso. Per farla passare e rilassarmi chiusi gli occhi e scomparve ogni pensiero, anche quello di rifiutarmi ad accettare la carica come del resto la procedura liturgica consente. Chiusi gli occhi e non ebbi più alcuna ansia o emotività. Ad un certo punto una grande luce mi invase, durò un attimo ma a me sembro lunghissimo. Poi la luce si dissipò, io m’alzai di scatto e mi diressi nella stanza dove mi attendevano i cardinali e il tavolo su cui era l’atto di accettazione».

Papa Francesco celebra Corpus Domini

L’OBIETTIVO NON È IL PROSELITISMO. «Siamo sempre stati una minoranza ma il tema di oggi non è questo. Personalmente penso che essere una minoranza sia addirittura una forza. Dobbiamo essere un lievito di vita e di amore e il lievito è una quantità infinitamente più piccola della massa di frutti, di fiori e di alberi che da quel lievito nascono. Mi pare d’aver già detto prima che il nostro obiettivo non è il proselitismo ma l’ascolto dei bisogni, dei desideri, delle delusioni, della disperazione, della speranza. Dobbiamo ridare speranza ai giovani, aiutare i vecchi, aprire verso il futuro, diffondere l’amore. Poveri tra i poveri. Dobbiamo includere gli esclusi e predicare la pace. Il Vaticano II, ispirato da papa Giovanni e da Paolo VI, decise di guardare al futuro con spirito moderno e di aprire alla cultura moderna. I padri conciliari sapevano che aprire alla cultura moderna significava ecumenismo religioso e dialogo con i non credenti. Dopo di allora fu fatto molto poco in quella direzione. Io ho l’umiltà e l’ambizione di volerlo fare».

GOVERNO DELLA CHIESA. «Non sono certo Francesco d’Assisi e non ho la sua forza e la sua santità. Ma sono il Vescovo di Roma e il Papa della cattolicità. Ho deciso come prima cosa di nominare un gruppo di otto cardinali che siano il mio consiglio. Non cortigiani ma persone sagge e animate dai miei stessi sentimenti. Questo è l’inizio di quella Chiesa con un’organizzazione non soltanto verticistica ma anche orizzontale. Quando il cardinal Martini ne parlava mettendo l’accento sui Concili e sui Sinodi sapeva benissimo come fosse lunga e difficile la strada da percorrere in quella direzione. Con prudenza, ma fermezza e tenacia».

CHIESA E POLITICA. «La Chiesa non si occuperà di politica. (…) La politica è la prima delle attività civili ed ha un proprio campo d’azione che non è quello della religione. Le istituzioni politiche sono laiche per definizione e operano in sfere indipendenti. Questo l’hanno detto tutti i miei predecessori, almeno da molti anni in qua, sia pure con accenti diversi. Io credo che i cattolici impegnati nella politica hanno dentro di loro i valori della religione ma una loro matura coscienza e competenza per attuarli. La Chiesa non andrà mai oltre il compito di esprimere e diffondere i suoi valori, almeno fin quando io sarò qui. La Chiesa non è quasi mai stata così. Molto spesso la Chiesa come istituzione è stata dominata dal temporalismo e molti membri ed alti esponenti cattolici hanno ancora questo modo di sentire».

IN COSA CREDE? «Ma ora lasci a me di farle una domanda: lei, laico non credente in Dio, in che cosa crede? Lei è uno scrittore e un uomo di pensiero. Crederà dunque a qualcosa, avrà un valore dominante. Non mi risponda con parole come l’onestà, la ricerca, la visione del bene comune; tutti principi e valori importanti, ma non è questo che le chiedo. Le chiedo che cosa pensa dell’essenza del mondo, anzi dell’universo. Si domanderà certo, come tutti, chi siamo, da dove veniamo, dove andiamo. Se le pone anche un bambino queste domande. E lei?». (…) Scalfari: La risposta è questa: io credo nell’Essere, cioè nel tessuto dal quale sorgono le forme, gli Enti (…). Papa Francesco: «Va bene. Non volevo che mi facesse un compendio della sua filosofia e mi ha detto quanto mi basta». «E io credo in Dio. Non in un Dio cattolico, non esiste un Dio cattolico, esiste Dio. E credo in Gesù Cristo, sua incarnazione. Gesù è il mio maestro e il mio pastore, ma Dio, il Padre, Abbà, è la luce e il Creatore. Questo è il mio Essere. (…) Dio è luce che illumina le tenebre anche se non le dissolve e una scintilla di quella luce divina è dentro ciascuno di noi. Nella lettera che le scrissi ricordo d’averle detto che anche la nostra specie finirà ma non finirà la luce di Dio che a quel punto invaderà tutte le anime e tutto sarà in tutti. (…) Ma la trascendenza resta perché quella luce, tutta in tutti, trascende l’universo e e specie che in quella fase lo popolano».

LIBERISMO. «Personalmente penso che il cosiddetto liberismo selvaggio non faccia che rendere i forti più forti, i deboli più deboli e gli esclusi più esclusi. Ci vuole grande libertà, nessuna discriminazione, non demagogia e molto amore. Ci vogliono regole di comportamento ed anche, se fosse necessario, interventi diretti dello Stato per correggere le disuguaglianze più intollerabili».