giovedì 31 maggio 2018

PRIMA IL BENE COMUNE

Prima il bene comune. Appello del presidente della Cei


mercoledì 30 maggio 2018
Di fronte alla crisi sociale e politica in cui è precipitata la «nostra diletta Italia» ogni persona di buona volontà ha il dovere di rinnovare il proprio impegno, ciascuno nel suo ruolo, per il bene supremo del Paese. Mai come oggi c’è un urgente bisogno di uomini e donne che sappiano usare un linguaggio di verità, parlando con franchezza, senza nascondere le difficoltà, senza fare promesse irrealizzabili ma indicando una strada e una meta. Questo è il tempo grave della responsabilità e non certo dello scontro istituzionale, politico e sociale. Per il bene delle famiglie, dei giovani e dei figli del popolo italiano.
Invito tutti gli uomini e le donne di buona volontà affinché si prendano cura del nostro amatissimo Paese con un umile spirito di servizio e senza piegarsi a visioni ideologiche, utilitaristiche o di parte. E rinnovo l’appello di don Luigi Sturzo a «tutti gli uomini liberi e forti, che in questa grave ora sentono alto il dovere di cooperare ai fini superiori della Patria». È infatti eticamente doveroso lavorare per il bene comune dell’Italia senza partigianeria, con carità e responsabilità, senza soffiare sul fuoco della frustrazione e della rabbia sociale. Una rabbia che in queste ore trova drammaticamente spazio in uso irresponsabile ed esecrabile dei social network persino contro la persona del Presidente della Repubblica e la sua misurata e saggia azione di garanzia di tutti i concittadini.
Mai come in questi giorni c’è assoluto bisogno di rispettare la volontà popolare, che si è espressa liberamente il 4 marzo, e tutte le Istituzioni civili che rappresentano l’architrave insostituibile della nostra democrazia e della nostra libertà: dalla più elevata, il Capo dello Stato, alla più rappresentativa, il Parlamento.
In questo momento difficile servono, dunque, parole di concordia e di dialogo per abbattere i muri di inimicizia e per superare lo spirito di divisione che sembra diffondersi nel Paese. Noi tutti rivestiti di responsabilità abbiamo il compito, per primi, di pacificare gli animi e di dare dei segnali concreti di speranza attraverso un linguaggio sobrio e consapevole. E oggi, tutti assieme, con carità e con senso del dovere, possiamo scrivere la prima pagina, forse la più importante.
Nel nome dell’Italia e dell’unità del Paese.
Esorto, quindi, tutti i credenti a pregare, e tutti gli italiani a lavorare, insieme, per la custodia e la salvezza del nostro grande e bellissimo Paese. A questo proposito, faccio mie alcune preziose parole della preghiera per l’Italia scritta da san Giovanni Paolo II: «O Dio, nostro Padre, ti lodiamo e ringraziamo. Tu che ami ogni uomo e guidi tutti i popoli, accompagna i passi della nostra nazione, spesso difficili ma colmi di speranza. (…) La tua legge d’amore conduca la nostra comunità civile a giustizia e solidarietà, a riconciliazione e pace». Che Dio benedica l’Italia!




OMELIA FUNERALE DOTT NALIVERTI


varese 3 aprile 2018 don carlo garavaglia 

La Pasqua che abbiamo celebrato e l'Eucaristia che stiamo celebrando, sono il segno della vittoria di Cristo: la morte non è più l'ultima parola sulla nostra vita. Non andiamo verso il nulla,ma verso una pienezza che colma il desiderio infinito e l'attesa del nostro cuore.

Questa pienezza ,Nietta l 'ha incominciata a percepire a 17 anni attraverso l'incontro con il Movimento di Comunione e liberazione; in  una realtà umana precisa,Cristo le è venuto incontro con una promessa di felicità per la sua vita: " Chi segue me ha la vita eterna e il centuplo quaggiù ".Fin  dall'inizio di questa storia particolare aveva intuito che quella promessa di pienezza era per tutti.

Raccontava in una intervista: "quando ho incontrato della gente con handicap psico - fisici gravi,che la società considerava irrecuperabili,li ho vissuti come una sfida;sembravano la negazione della pienezza di vita in cui credevo per l'incontro con Cristo.

L'impatto con questa circostanza della vita che sembrava contraddire quella promessa è diventato invece il luogo della verifica,attraverso la sua professione,di come,davvero, il cuore di ognuno è fatto per questa pienezza e tutti ne possono fare esperienza.



Ciò che muoveva la sua vita, la tensione alla pienezza,attraverso la sua intelligenza e genialità è diventato un metodo, una strada,l'inizio di un rapporto dove la persona nella sua globalità, nella sua domanda di relazione, nella sua storia, è al centro come una risorsa,come una ricchezza.  Per questo, si nota leggendo i suoi testi, come anche la competenza non è una specializzazione, ma "un giudizio che non conosce gradi", cioè lo strumento per una amicizia, che permette anche al più lontano od estraneo di percepire che ogni uomo è stato creato ad immagine e somiglianza 
di Dio,e che "qualunque cosa avete fatto ad uno di questi miei fratelli, che per il mondo non sembrano comprendere, lo avete fatto a Me".
In particolare è attraverso la costruzione di un luogo,cioè una trama di rapporti tra persone,colmi di questa stima e di questi contenuti,dove  incomincia a diventare esperienza per tutti,la pienezza di vita che Nietta aveva incontrato nell'avvenimento di Cristo.
Nasce "l'Anaconda ",  e per anni ne accompagna la crescita.
Coraggiosa e tenace,Nietta,è sta una donna di una fede viva e profonda: viva perché radicata in una Presenza così reale e contemporanea,da cambiare la vita; profonda perché disponibile a lasciare abbracciare il propio io nella sua totalità, come ci ricordava il Vangelo: "Ti rendo lode o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli" , Nietta era una persona intelligente, ma che nella semplicità del suo cuore ha riconosciuto Cristo,come il punto sorgivo di uno sguardo vero alla realtà.
Nella ultima tappa della sua vita, Nietta, ha dovuto attraversare la valle oscura della malattia, dell’infermità, del dolore, della sofferenza... Ma lei cercava un volto,il volto di Carlo, di Giacomo,delle persone care e degli amici che andavano a trovarla,ricordo anch'io quegli occhi, ma anche qui il suo sguardo era fissato su Gesù: era Lui che cercava nei nostri volti.Come dice il Salmo: anche attraversando questa valle, «non temo alcun male perché so che Tu sei con me e abiterò nella casa del Padre». 
Questa era la sua grande forza: sapere che «Tu sei con me».

sabato 24 febbraio 2018

UN GRAZIE ALLA DOTT.ALIVERTI

Questo e'stato il mio grazie a Nietta che ora sta male e noi possiamo solo accompagnarla con le preghiere.
Grazie perche'ci ha accompagnato per un pezzo della nostra strada
Grazie perche'ha dedicato la sua vita ad aiutare molte famiglie
Desideravo tanto lasciare un ricordo e spero che Nietta rimanga nei cuori di chi l'ha conosciuta

4 INCONTRO CON LA DOTT.ALIVERTI

Cosa significa essere genitore?
Come amare un figlio?
Come stare di fronte a lui?
Cosa desiderare per lui?
La prima necessita'e' imparare ad ascoltarlo  e' entrare in rapporto con lui e' proporgli tutto come si fa con ogni nostro figlio senza la pretesa di una risposta
Non la pretesa di prestazione ma proporgli tutto perche'conveniente per lui.
Il grande lavoro e'quello di porre l'accento sul desiderio,sulla voglia di muoversi per una convenienza per il raggiungimento della soddisfazione.
tutto questo non contrasta con le terapie ma da significato anche a quelle perche'cambia il nostro modo di proporla

martedì 30 gennaio 2018

3 PUNTATA incontro con la dott.ALIVERTI

Abbiamo chiamato la dott Aliverti a tenere un incontro con il nostro gruppo.
E'stato a dir poco rivoluzionario.
Da subito ha cominciato a parlare dei nostri figli come se li conoscesse singololarmente,ci ha parlato di persone e ci ha aiutato a riposizionare lo sguardo.
Non ha eliminato le fatiche o il lavoro da fare ma ci ha fatto appropriare dei nostri figli .
non ha dato ricette ma ci ha aiutato a comprendere che prima di tutto i nostri figli sono figli e che ognuno di loro ha una capacita' di pensiero buona che rischia di essere rovinato
dagli educatori che lo circondano compresi noi genitori

 I nostri figli vengono catalogati come se appartenessero ad una razza  e generalmente giudicati come mancanti, mancanti di.......ecc.....il mondo della disabilitassi parte generalmente dalle mancanze da riempire e anche noi genitori lentamente ci abituiamo a guardarli cosi'

lunedì 29 gennaio 2018

INCONTRO CON LA DOTT>ALIVERTI 2 PUNTATA


...Giovanni mi ha costretto ad un cambiamento, ad un costante cambiamento ed e'per questo che posso dire che 20 anni fa e'cominciata una bellissima ,faticoosissima ,interessantissima avventura.
Ora pero' voglio parlarvi di Nietta la grande neuropsichiatra,

Avevo incontrato Nietta quando ancora ero giovanissima e  partecipavo con lei agli incontri di gioventu'studentesca negli anni sessanta(G.S che poi e'diventato comunione e liberazione)
Con lei ho fatto solo giesse perche'poi mi sono trasferita da Varese a Gubbio e infine da Gubbio a Bergamo.





Pio XII, il film-inchiesta: “Fu lo Schindler del Vaticano, non il Papa di Hitler”

Pio XII, il film-inchiesta: “Fu lo Schindler del Vaticano, non il Papa di Hitler”

Anteprima mondiale di "Shades of Truth" presso la Santa Sede il prossimo 2 marzo, anniversario della nascita e dell’elezione di Pacelli, più volte accusato di essere stato filonazista. La regista Liana Marabini: "Salvò dalla deportazione 800mila ebrei"

“La baracca dei preti”: la storia dei religiosi di Dachau in un nuovo libro


“La baracca dei preti”: la storia dei religiosi di Dachau in un nuovo libro

GIOVEDÌ 29 GENNAIO 2015
sacerdoti dacauNella giornata della Memoria ci sono capitoli, spesso rimossi, dell’Olocausto che dovrebbero, invece, essere adeguatamente esplorati; tra questi per esempio lo sterminio delle persone con disabilità. Una strage di circa 270 mila disabili, prevalentemente mentali, che è stato deciso e attuato con metodo, partendo dal programma di “eutanasia sociale” messo a punto dal nazismo. Oppure le cosiddette donne “non conformi”: prigioniere politiche, lesbiche, rom, prostitute, donne semplicemente giudicate “inutili” dal regime Ravensbrück era un campo totalmente femminile a ottanta chilometri a nord di Berlino: donne erano le internate e donne le carceriere. Le migliaia di italiane, tedesche, polacche, austriache, francesi e russe che vi furono internate vennero sfruttate come manodopera per confezionare divise della Wehrmacht, utilizzate


Scrivi qui il resto dell'articolo


 come prostitute nei bordelli interni di altri campi di concentramento, usate come cavie umane per la “sperimentazione” medica, uccise con lo Zyklon B e bruciate nei forni crematori. Si stima che tra il 1939 e il 1945 il campo di Ravensbrück abbia ospitato circa 130.000 deportate e i documenti sopravvissuti alla distruzione da parte dei nazisti indicano circa 92.000 vittime. Tra i meno ricordati oltre a disabili e alle donne, agli omosessuali, ai Testimoni di Geova, agli emigranti, ai Rom, ci sono i preti.
Molti furono i religiosi rinchiusi a Dachau, ripartiti principalmente nel Blocco 26 e, in misura minore, nel 28. Nel gennaio 1941, su ordine di Himmler, nel Blocco 26, denominato appunto il “Blocco dei preti”, e venne costruita una cappella provvisoria. Un sacerdote venne autorizzato a celebrare la Messa ogni giorno, sotto la supervisione di una SS. A Dachau sono stati deportati 2.579 tra preti, seminaristi e monaci cattolici, questo tra il 1938 e il 1945. Insieme ad essi 141 tra pastori protestanti e preti ortodossi. 1.034 di questi sacerdoti sono morti nel campo.
La “baracca dei preti” (“La Baraque des prêtres, Dachau”, 1938-1945) è un libro scritto dal caporedattore di DirectMatin.fr, Guillaume Zeller che, rimasto infatti colpito dalla loro “stupefacente dignità, mantenuta nonostante le SS facessero di tutto per disumanizzare e avvilire i prigionieri”, ha pensato di raccontare la storia di questi religiosi. La storia nei quali “abbondano episodi di vero eroismo” e che mette in luce “l’armatura della fede” che ha permesso a questi consacrati “di preservare la loro umanità”. Il libro è appena uscito in Francia per le Éditions Tallandier.
L’autore intervistato dal “Le Figaro” ricostruisce la storia di questi religiosi che sono stati arrestati perché avevano partecipato, come quelli francesi, attivamente alla resistenza, altri come i tedeschi si erano opposti ai programmi nefasti di Hitler, altri ancora perché considerati appartenenti alle élites slave, come i polacchi. Tutti indistintamente, avevano dato prova di grande fede e di condivisione sino al sacrifico di sé, con gli altri detenuti del campo.
Guillaume spiega che il Vaticano, non potendo impedire la deportazione, era riuscito a riunirli almeno tutti insieme a Dachau, il primo campo di sterminio costruito dai nazisti nella cittadina tedesca a pochi chilometri da Monaco. Qui, prosegue l’autore, si creò “il più grande cimitero di sacerdoti cattolici del mondo”.  Germania, Austria, Cecoslovacchia, Polonia, Belgio, Olanda, Lussemburgo, Francia e Italia “seppellirono” a Dachau i religiosi che avevano varcato “la porta dell’inferno”.
Nel libro vengono riportate storie di eroismo e santità. Questi religiosi, viene sottolineato dall’autore, “si sono sforzati di mantenere le virtù di fede, speranza e carità. La preghiera, i sacramenti e il sostegno dato ai malati e ai moribondi, la formazione teologica e pastorale clandestina, la ricostruzione della gerarchia ecclesiale sono stati un’armatura che ha permesso loro di preservare la loro umanità”.
Come San Paolo raccomanda nella Lettera agli Efesini, questi religiosi si sono dunque “rivestiti dell’armatura di Dio” e nell’ inverno tra 1944 e 1945 nel bel mezzo di una epidemia di tifo dozzine di sacerdoti entravano volontariamente nelle baracche degli infetti abbandonati dalle SS, ben “sapendo i rischi che correvano, per curare e consolare gli agonizzanti. Molti sono morti così.”
Nel libro viene poi ricordato il seminarista Karl Leisner, beatificato da Giovanni Paolo II nel 1996 che, primo ed unico nella storia della Chiesa, è stato ordinato clandestinamente sacerdote in punto di morte. Egli, infatti, ha ricevuto il sacramento dentro una baracca adibita a cappella dal vescovo francese di Clermont-Ferrand, monsignor Gabriel Piguet; questo vescovo “venne deportato a Dachau per aver aiutato a nascondere gli ebrei e infatti oggi fa parte dei Giusti dello Yad Vashem”.
“56 religiosi morti nel campo di sterminio sono stati beatificati, dopo che è stata riscontrata la pratica delle virtù naturali e cristiane in modo esemplare o eroico” su iniziativa di Giovanni Paolo II, Benedetto XVI e Papa Francesco.
Nel campo di Dachau, infatti, i sacerdoti sopportarono come tutti gli altri internati terribili esperimenti spesso offrendosi in cambio di altre potenziali vittime. Esperimenti che venivano eseguiti allo scopo di trovare rimedi per i problemi dei soldati dell’esercito nazista impegnati su fronti diversi, come in caso di congelamento in acqua o alta pressione in volo, problemi di tubercolosi e altre malattie di cui si studiavano nuovi farmaci. A questo scopo si facevano bere per esempio acqua salata o si congelava qualcuno in acqua fredda per poi cercare di rianimarlo; fu tentata persino la rianimazione con il calore animale usando prostitute del campo; ciò poteva servire per esempio per un aviatore tedesco a seguito di un atterraggio col paracadute e svenimento per il freddo. Si sono trovate lettere di medici nazisti che ammettevano di aver annegate nell’acqua le cavie umane ancora svenute. E poi ancora si tentarono esperimenti di sterilizzazione con Raggi X e con sostanze acide somministrate alle donne nelle parti intime. Furono amputati arti, teste, organi e ricavati scheletri per le università tedesche. Esperimenti criminali che lasciarono per sempre nei corpi delle poche cavie sopravvissute orribili mutilazioni.
Un libro da leggere dunque mentre sembra giusto ricordare come il tenente colonnello Walter Fellenz della Settima Armata americana descrisse il saluto dei 32.000 prigionieri superstiti all’arrivo degli americani a Dachau:
A diverse centinaia di metri all’interno del cancello principale, abbiamo trovato il campo di concentramento. Davanti a noi, dietro un recinto elettrificato di filo spinato, c’era una massa di uomini, donne e bambini plaudenti, mezzi matti, che salutavano e gridavano di gioia – i loro liberatori erano arrivati! Il rumore assordante del saluto era di là della comprensione! Ogni individuo degli oltre 32.000 che poteva emettere un suono lo faceva, applaudiva e urlava parole di giubilo. I nostri cuori piangevano vedendo le lacrime di felicità cadere dalle loro guance.
Luisa Loredana Vercillo

domenica 28 gennaio 2018

INCONTRO CON LA DOTT.ALIVERTI 1 PUNTATA

Desidero iniziare il nuovo anno e la mia ripresa del blog raccontandovi di
 un grande incontro che  con mio marito e le famiglie del nostro gruppo "amici di Giovanni"abbiamo fatto molti anni fa
Desidero parlarvi della dott.Antonietta (Nietta)Aliverti .
Prima di parlare del nostro incontro con lei e'necessario che racconti in breve ai nuovi lettori chi sono

gennaio 2018

Buon anno a tutti
Desidero nuovamente riprendere a scrivere sul mio blog
Troppo spesso mi sono fatta prendere dalla stanchezza e dalla troppa facilita' di raggiungere tutti voi con altri mezzi
Un blog resta un vero diario dove poter mettere i miei pensieri ,comunicare le mie impressioni e condividere con voi notizie o articoli che mi hanno particolarmente colpito.
Con il blog mi sento di coinvolgermi con tutti voi con maggior serieta'

martedì 19 gennaio 2016

Ripresa blog

Buon giorno a tutti
Auguri di buon anno
Desidero ,dopo molto tempo, riprendere a scrivere sul blog
Molte notizie condivise con voi con altri strumenti si perdono o sono difficili da reperire
Con il blog spero di poter condividere meglio i giudizi su quello che accade
Spero di ricevere commenti e giudizi che possano arricchire 

giovedì 19 giugno 2014

Pregate per il fermato

YARA


Fulvio Gambirasio: pregate per il fermato

di Lorenzo Maria Alvaro

In questa giostra di media «col gusto della lacrima in primo piano» meno male che c’è Fulvio Gambirasio, il papà della bambina. «C’è bisogno di preghiere. È importante ricucire i nostri cuori, la cattiveria ce l’abbiamo tutti dentro»

genitori yara gambirasio
«Io se fossi Dio, maledirei davvero i giornalisti». Così Giorgio Gabercantava nel 1980 nella bellissima “Io se fossi Dio”.



E il perché Gaber lo spiegava bene: «Compagni giornalisti avete troppa sete e non sapete approfittare delle libertà che avete, avete ancora la libertà di pensare, ma quello non lo fate e in cambio pretendete la libertà di scrivere e di fotografare. Immagini geniali e interessanti di presidenti solidali e di mamme piangenti. E in questa Italia piena di sgomento come siete coraggiosi, voi che vi buttate senza tremare un momento. Cannibali, necrofili, deamicisiani e astuti e si direbbe proprio compiaciuti. Voi vi buttate sul disastro umano, col gusto della lacrima in primo piano».

Un testo che riascoltato e riletto oggi mette i brividi. La descrizione impeccabile di quello che sta succedendo in Italia sul caso diYara Gambirasio.
Uno sciacallaggio mediatico che non fa prigionieri e non guarda in faccia a nessuno.

Sembrerebbe tutto da buttare se non fosse per una persona, il padre della bimba uccisa: Fulvio Gambirasio. L’unico che ha avuto la forza di prendere una posizione da uomo. Una posizione fuori dal teatrino mediatico.
Fulvio Gambirasio, papà di Yara
«Prega per tutti», ha detto a don Corinno, il parroco di Brembate Sopra, «anche per la famiglia della persona fermata, anche per lui, c’è bisogno di preghiera».

Una posizione che ha risvegliato anche i preti. Gli unici a parlare nei paesi sotto shock. Così Don Corinno spiega ai giornalisti: «c’è bisogno di preghiera, perché è importante ricucire il nostro cuore, la cattiveria ce l’abbiamo tutti dentro».

Poco dopo a parlare è anche don Claudio Dolcini, di Sotto il Monte, parroco della Chiesa frequentata dalla famiglia del muratore arrestato. «Continuo a ripetere loro di pregare e avere fiducia nella giustizia. Io prego per loro».

È vero, come sottolineava in una recente intervista su Vita.it  il sociologoMarco Revelli, che «in Italia sta dilagando la malignità del banale». Malignità che non si sa bene da dove cominciare a combattere.
Ma così come dobbiamo provare a prendere sul serio atti gravi come questi e chi li compie, non possiamo far finta di non vedere l’enormità della posizione di Fulvio Gambirasio e di tutta la sua famiglia. Un uomo per nulla banale, ma certamente normalissimo. Di quella normalità, che per fortuna non è ancora andata perduta, e che è un'enorme boccata di ossigeno per tutti.
 
TAG: GIUSTIZIA

mercoledì 18 giugno 2014

Impariamo ad essere piu'buoni

«Yara deve essere ricordata come un dono prezioso per la nostra comunità. È morta perché noi diventassimo più buoni»

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Giugno 17, 2014 Redazione
Individuato il presunto assassino della ragazzina uccisa quattro anni fa. Il parroco: «La nostra comunità in questi anni è stata molto matura. Pur impaurita e ferita non ha ceduto a sentimenti di vendetta»
Yara GambirasioEra il 26 novembre 2010 quando Yara Gambirasio, una bambina di 13 anni, scomparve dopo una giornata in palestra. Il 26 febbraio fu ritrovato il suo corpo e da allora, dopo quattro anni di indagini, il volto del suo assassino è rimasto ignoto. Ora gli inquirenti sono convinti, grazie alle prove del dna, che si tratti di Massimo Bosetti, muratore, padre di famiglia, tre figli. Secondo gli investigatori è lui l’uomo che ha tolto la vita alla piccola Yara. Per ora si tratta di ipotesi e l’uomo non risponde alle domande dei magistrati. Si vedrà.
LA FAMIGLIA GAMBIRASIO. In questa tragedia emerge anche un altro aspetto ed è la grande dignità con cui la famiglia Gambirasio e la comunità del paese hanno vissuto l’accaduto. Poca spettacolarizzazione, poca enfasi, un dolore vissuto senza sceneggiate, ma nel conforto di una fede solida. Anche ora che le indagini paiono a una svolta, non si sentono parole d’odio, ma solo di una, pur triste, ragionevolezza.
Le ha dette il parroco di Brembate, don Corinno Scotti, che ha invitato tutti, parrocchiani e non, a seguire l’esempio della famiglia Gambirasio. «Penso a questa persona – ha detto don Scotti–. Spero che ora non prevalgano sentimenti di vendetta nei suoi confronti. La nostra comunità in questi anni è stata molto matura. Pur impaurita e ferita non ha ceduto a sentimenti di vendetta». «Il papà di Yara – ha proseguito – mi ha detto che se lei è morta è perché noi diventassimo più buoni. Se ora questa notizia verrà confermata cosa facciamo nei confronti del presunto assassino? Invochiamo la pena di morte? No, certo. A me interessa che Yara sia stata e continui ad essere un dono per la nostra comunità». «Comunque andrà a finire questa dolorosa vicenda, Yara è così che deve essere ricordata: come un dono, un dono prezioso».


Leggi di Più: Yara Gambirasio e l'esempio della famiglia gambirasio | Tempi.it 
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Compleanno Paolo

Auguri Paolo buon compleanno

lunedì 17 febbraio 2014

La societa' del crimine perfetto

 Innocenza Laguri Lucina 
Mi ha sgnalato questa pagina .

ILa società del crimine perfetto , sull’omicidio legale
Brani dal testo di F.Hadjadj, Farcela con la morte.
Una pagina dura, come meritano le più recenti prospettive, che si aggiungono alle leggi sull’aborto ( la legge sulla eutanasia nel Quebec e quella per i piccoli malati terminali in Belgio)

Il diavolo è attraente non perché è malvagio,ma perché resta un angelo.
la sua ribellionci affascina non tanto perché è l'ostinaziondi un monello capriccioso ma perché imita,in negativollibertà sovrana.
Tuttavia esistono vari gradi di perfezione del crimine .Quello che igenerviene   chiamat'crimineperfetto è un assassinio in cui il criminalriesce a confondere gli indizi a cancellarlproprie tracce.
In un cortometraggio di Hitchcock possiamo ammirare una donna che fa mangiare l'arma del criminagli ispettoriquel cosciotto dagnello che stanno divorando era in precedenza congelato e l'ha
usato per spaccaril cranio del marito. Nella storia, lRivoluzionfrancessembra poter rivendicare altrettanta ammirazioneContinua a essere considerata ungloridella Francianonostante il genocidio della Vandea, nonostante il tentativo sistematico di nobilitare l'uomo grazie alla ghigliottina, e malgrado il abbia talmente messo a soqquadro il paese  da dover chiamare  in aiutl'impero di un caporalcorso..
Più il crimine nè gravepiù è difficile cancellarlo ma, se questo riesceil crimine è più perfetto. La perfezione aumenta quindi con lagravitàdel_crimine e con lqualità del modo con cui è stato cancellato agli'occhi della autori, ma-anche della-vittima pefino per l’animo dell' assassinodato che tutthanno bisogno di dormirtranquilli.
Il crimine più perfetto quindi implica: 1. un omicidio di massa2autorità che, invece di condannare ilcriminale, gli fanno complimenti e lo incoraggiano; 3una vittima innocentche non si lamenti e alla qualesi è magari estorto il consenso; 4il sentimento dell' assassino di aver agito per legittima difesao di aver solo voluto perpetrarun atto di bontà aggiungendo, al contempo,una nota piccante, che sia profondamente alla vittima, per esempio che sia un padre o un figlio. Assassinare per compassione un congiunto appare quindi un elemento fondamentale del crimine perfettodal quale gli altri elementi derivano poiché è essenzialche la vittima accetti e le autorità diano il benestare. E poi c'è il modo di fareLa genialità consiste nerendere tutti complicdividere il lavoro in modo tanto burocratico che nessuno possa essere ritenuto colpevoleDal capo dello Stato fino al più umile contribuentetutti parteciperebbero  allo sterminio enessuno ssentirebbe la coscienza sporca. Anzicon lvittime si potrebbe fare del saponeIn questa prospettivala cosa più eccitante sarebbe di perpetrarl'orrorallo scopertodivulgandolo e attaccandolo
sui manifestiIl criminverrebbe cancellato a forza di pubblicità. Nella misura in cui viene pubblicizzato,
e riceve una garanzia quasi unanime, dal più piccolo al più grandenon sembra più un criminema appare come un atto anodinopoco significativo quanto inghiottire un'aspirina splendente e benevola………….
Esistono un crimine una società criminale del genere?...
Immaginiamo una società industriale che, in nome del benessere e della libertà facesse dell’aborto, del suicidio e dell’eutanasia dei diritti .Non corrisponderebbe forse a tutte le condizioni descritte sopra?Non potrebbe forse rivendicare senza arroganza la palma del crimine perfetto?....
Prima di attribuire questo titolo, sarebbe necessaria una comparazione con altre imprese criminali. L’onestà esige un esame minuzioso prima di premiarci per aver raggiunto una tale suprema raffinatezza nella nostra civiltà.
Un tempo il culto di Molock consisteva in sacrifici di bambini; non si mangiavano direttamente i propri figli, ma avere da mangiare, essere in buona salute e felici era dovuto al fatto di averli immolati. Nulla attirava di più il favore del dioPerò si era arrivati a un consumo precoce, come riporta Sant'Epifaniparlando di un'usanza dei barbeliti: «Non praticano l'atto carnale in vista della procreazione [... ] ma per pura
voluttàQuando uno di loropreso di sorpresa, lascia che il suo seme penetri troppo e la donna resta incinta [... ] essi estirpano l'embrione non appena possono afferrarlo con le dita, prendono l'aborto, lo pestano in una sorta di mortaio, vi mescolano miele, pepe e vari condimenti e oli profumati, [... ] poi si riuniscono [... ] e ciascuno entra in comunione con le dita con questa pasta di aborto».
Ormai nessuno si dedica a una pratica tanto abominevole, soprattutto nella nostra umanistica Europa. Direi che siamo più ipocriti e che la cosa non si fa più tanto apertamente. Infatti il rito c'è, a malapena dissimulato, anzi appartiene perfino a un certo conformismo. Non beneficiamo direttamente dell' apporto calorico degli embrioni espulsi ma sappiamo trovare per loro un impiego utile. Ho sentito dire che alcune industrie cosmetiche se ne servivano già nella composizione di creme per ringiovanire la pelle. Altri, come si sa, li moltiplicano in modo che i ricchi abbiano una riserva di organi se dovessero aver bisogno di un cuore, ad esempio, caso mai avessero perduto il loro. No, non stratta di clonazione riproduttiva (scusate il pleonasmo)la quale consiste nel produrre un gemello differito nel tempoL'intenzione è senza dubbio perversa ma non va abbastanza lontano, dato che c'è ancora una nascita in prospettivaCon la clonazione eufemisticamente detta terapeutica, tale nascita è evitata e si garantisce che il bambino sarà utilizzato soltanto a singoli pezzi.
Il  nostro cannibalismo farebbe tremare gli antropofagi tradizionali. Certo, non mangiamo direttamente gli aborti ,ma è noto che in intendiamo  sostenerci grazie ad essi.
Nella Bibbia un salmo è ripetuto due volte, come se una sola non fosse sufficiente e volesse sottolineare una verità molto importanteDavide dice a proposito di coloro che non invocano mai Dio«Non comprendono nulla tutti i malvagiche divorano il mio popolo come il mio pane?» (Sal 13,4; 52,5). Perciò nel mangiare il proprio pane si può mangiare un popolo e, a fortiori, un bambino di quel popoloDi fatto, poiché il mio pasto deriva dallo sfruttamento di un poveropoiché lo traggo da una ingiustizia, sono un cannibalestritolo quel povero insieme al mio cibo. Non c'è masticazione direttama masticazione realeEd è un'abitudine molto frequente, soprattutto tra le ragazze: uno dei successi della nostra società è di aver reso la signorina, contro ogni suo più profondo istinto, una cannibale del suo piccolo.