lunedì 19 marzo 2012

«Il tuo cervello è una Zigulì» Il libro choc sul figlio disabile

da il corriere

Il racconto «senza retorica» di un professore di Sociologia Sei insopportabile. Quando urli così non ho scelta. O ti sbatto in camera e chiudo la porta, oppure ti prendo a sberle. Quasi sempre finisci in camera

MILANO - «Se Moreno potesse leggere o capire quello che ho scritto, avrebbe tutto il diritto di incazzarsi con me. Ma, per mia fortuna, non può leggere, perché è cieco. E neppure capire, perché la Zigulì che ha sotto i capelli gli consente di riconoscere soltanto le tre parole che servono per sopravvivere: pappa, acqua, nanna. Insomma, uno dei vantaggi di avere un figlio handicappato è che puoi permetterti di essere un idiota e di trattarlo anche male. E io mi concedo spesso questo vizio».

Massimiliano Verga non ricama. Spiazza. E verrebbe da darglieli al posto di Moreno quegli schiaffi che il figlio di otto anni non potrebbe. Però è coraggioso. Duro e disperato quando scrive: «Sei insopportabile. Preferirei masticare la sabbia piuttosto che sentirti. Anche dei chiodi nelle mutande sono più piacevoli della tua voce. Quando urli così non ho scelta. O ti sbatto in camera e chiudo la porta, oppure ti prendo a sberle. Quasi sempre finisci in camera. La ritengo una conquista». Ma c'è un senso di resa quando ammette: «Moreno incarna l'idea del figlio che nessuno vorrebbe avere».

È difficile riconoscere subito in Zigulì. La mia vita dolceamara con un figlio disabile , uscito ieri con Mondadori, il sentimento assoluto e profondo che pure unisce questo padre di 42 anni al suo secondogenito che non vede e non capisce. Massimiliano Verga insegna Sociologia del diritto all'Università di Milano Bicocca. Ha altri due figli, Jacopo e Cosimo, di nove e quattro anni: introverso il grande, vulcanico il piccolo, sono l'ombra e la luce di questo pomeriggio di pioggia passato in casa a conoscerci, mentre Moreno, bellissimo, continua a dondolarsi sbattendo la testa sul materasso del suo lettino con i Kasabian in sottofondo.

Tutta la lacerazione del cuore paterno si legge nelle pagine finali del libro, dedicate a Jacopo e Cosimo: «È inutile dirvi che devo pensare innanzitutto a Moreno, per il "dopo". Quelle quattro noccioline che avrò messo da parte, dovrò metterle nelle sue tasche, perché lui non potrà raccoglierne altre. Voi sì». E ancora, il testamento: «Per me voi siete liberi. Non vi passerò per forza le responsabilità che non siete tenuti ad assumervi... Quando sarò costretto a fermarmi, se sarà ancora al mio fianco, Moreno dovrà prendere la mano di qualcun altro per proseguire. Se non sarà la vostra, vi chiedo soltanto di trovarne un'altra».

Non siamo abituati a una testimonianza che ci inchioda alla nostra fortuna di persone «sane». Lo riconosce Carlo Riva, direttore dell'associazione «L'abilità», che «segue» un centinaio di famiglie a Milano: «A me il libro è piaciuto. Perché a differenza di altri che ci propongono una retorica edulcorata di buoni valori, confessa il senso di odio, di impotenza, la distanza tra il genitore e la disabilità, non dal figlio. Lancia il senso di solitudine di un padre e di una madre e io, come operatore, non posso non sentirmi chiamato a confrontarmi sul tema della inclusione sociale della famiglia, non del bambino, e dello sforzo per trasformare la loro rabbia in creatività».

«Il rifiuto è normale all'inizio, ma va superato. Ci vorrebbe un maggiore aiuto da parte dello Stato e della società», interviene Dario Petri, presidente dell'Associazione bambini cerebrolesi Abc. Non è una frase fatta, se ancora gli unici dati disponibili sui disabili in Italia, gestiti dall'Istat, sono fermi al 2004/2005 e parlano di 2 milioni 800 mila persone. «E non aggiungo altro. Anzi sì: nella fase sperimentale del censimento non c'era neanche una domanda sulla disabilità. Dopo la nostra protesta hanno aggiunto quattro quesiti, che però non servono a identificarla chiaramente», protesta Pietro Barbieri, presidente della Fish, la federazione per il superamento dell'handicap. Sul caso singolo di Moreno, tuttavia, avverte: «Non trovo straordinario che un genitore ammetta i propri limiti. Il problema è quanto sa tirare fuori di positivo, slegandosi dal concetto della riproduzione della propria immagine».

Per Guido Trinchieri, dell'Unione famiglie handicappati - la stessa alla quale era iscritto Salvatore Piscitello, che nel 2003 a 76 anni uccise con due colpi di pistola il figlio autistico di 39 e che fu poi graziato dal presidente Giorgio Napolitano - «il senso di questo libro è forse far capire a chi non vive una storia così pesante quanto invece lo sia e quanta attenzione sociale meriterebbe».

Massimiliano Verga non si illude: «Che cosa è la disabilità puoi saperlo soltanto se hai un figlio handicappato». Ha intercalato il racconto con scampoli di fede nerazzurra, forse per alleggerirlo: «Ecco due certezze: la prima è che mi farai dannare per tutta la vita; la seconda è che tiferò Inter per sempre, per tenermi allenato».

La verità è che nel suo diario c'è anche tanta grazia: «Con Moreno è come camminare in un prato pieno di margherite: non sai dove mettere i piedi, per paura di schiacciarle».

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domenica 18 marzo 2012

Anonimo ha lasciato un nuovo commento sul tuo post "Dire no al libro di Massimiliano Verga: «Zigulì»":

Così come si è diversi nell'affrontare figli normali, si è diversi anche verso i figli disabili. Anch'io ho un figlio disabile e i pensieri sono molto simili a quelli di Verga. Anch'io a volte mi ritrovo a volte ad adorare mio figlio e a volte a maledire il momento in cui abbiamo preso la decisione di adottarlo (ma la disabilità è stata una cosa di cui abbiamo avuto coscienza dopo... niente eroismi... avremmo voluto un figlio normale). Sebbene abbia sempre pensato che tra le cose più terribili che possano capitare a una persona vi sia la morte di un figlio, sarei contenta se mio figlio morisse prima dell'ultima persona che si possa occupare di lui (e credo che saremo io e mio marito....). E questo perché gli voglio bene....
Non ho apprezzato il libro da un punto di vista letterario, perché altro non è che un diario reso pubblico, ma la sua lettura mi ha mostrato come i miei sentimenti non siano unici. Non lo pensavo neppure prima di averlo letto, ma diciamo che questo libro l'ha messo nero su bianco.
Niente cattiverie perciò, ma solo umanità.


RISPOSTA
Penso che tutti si possano ritrovare con gli stessi pensieri dell'autore,siamo uomini esseri incapaci di vero amore.
Chi non ha avuto segni di impazienza,disperazione,rassegnazione,dolore durante il compito genitoriale?
Non e' necessario avere un figlio disabile per provare questi sentimenti.
Basta una notte in bianco e i nostri nervi saltano ,il nostro equilibrio ne risente.
Non dobbiamo scandalizzarci per certi pensieri!!!nemmeno pero' cullarli e ritenerli giusti per la situazione.
I figli sono sempre diversi da quelli pensati ed immaginati.
E' difficile che ci corrispondano e quando hanno una disabilita' questi sentimenti
queste difficolta' si amplificano,possono riempire tutti i nostri pensieri.
Giustamente l'anonimo diceva che il libro e' piu' un diario .
E' lo sfogo di un padre che lascia pero' aperte molte domande.
Il lettore puo' rischiare di soffermarsi piu' sugli sfoghi,le parolacce.
L'autore ci comunica altro.
"la scuola (non ho lottato per te)" la gente ti guarda (forse mi sento io guardato)"
"I figli i tuoi fratelli(che fatica declinare le varie situazioni)
la moglie(camminare insieme sarebbe stato bello!!!ma i primi diversi siamo noi.)
Ci comunica una lotta che caratterizza la sua giornata.
Un frullato di pensieri puliti e sporchi che generano situazioni strane faticose.
Ci consegna un grido che accomuna tutti gli uomini.
Non credo che desideri il nostro consenso o dissenso lascia aperta la domanda.
La vita e' una lotta e una costante domanda .La diversita' non fa altro che riaccendere questa domanda questo desiderio di comprendere il senso del vivere.
Diciamo che tutto sommato ci rende piu' veri ,forse piu' vulnerabili ma piu' veri.
E' necessario pero' aiutarci domandare aiuto camminare insieme verso il destino che accomuna tutti gli uomini e che per chi crede ha la D maiuscola.
Per il dopo? affidiamoci non siamo noi gli unici che possiamo accompagnare i nostri figli.
Amare ,dopo avergli dato la vita , e' accompagnarli per un pezzo di strada comunicandogli la positivita' della vita .

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sabato 17 marzo 2012

IL VENTI MARZO COMPIE 6 MESI

DAVIDE DIVENTA GRANDE








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venerdì 16 marzo 2012

«Mia figlia mi costringe a dire che non so»Sophie Lutz, scrittrice e madre di una bimba malata, racconta il rapporto con sua figlia. E perché si risc



«Mia figlia mi costringe a dire che non so»

di Alessandra Stoppa
www.tracce.it

13/03/2012 – Si è sgonfiata in fretta la polemica sull’articolo di due ricercatori italiani che teorizzava “l’aborto post-parto”. Sophie Lutz, scrittrice e madre di una bimba malata, racconta il rapporto con sua figlia. E perché si rischia un «esame di umanità»…

Sophie Chevillard Lutz con Philippine.

Sophie Chevillard Lutz con Philippine.

«Io non so che cosa accade in lei. Non posso saperlo». Sophie Chevillard Lutz parla della figlia Philippine, ha dodici anni e un handicap mentale molto grave. «Io non capisco quello che lei è». Poi è folgorante: «Potrei dire lo stesso di tutte le persone che frequento».
Nelle scorse settimane, mentre in Francia usciva il suo nuovo libro (Derrière les apparences, ed. de l’Emmanuel), si scatenava per poi sgonfiarsi in fretta il clamore sull’aborto post-nascita, tesi dell’ormai noto articolo pubblicato da due ricercatori italiani, Alberto Giubilino e Francesca Minerva, sul Journal of Medical Ethics. In realtà, niente di veramente originale nel dibattito bioetico. Si tratta di una concezione che legittima l’infanticidio perché – a pari dell’aborto pre-parto – riguarda esseri che non godrebbero dello “statuto di persona”. I neonati, come i feti, sarebbero persone “potenziali”, non “reali”. E questo per una ragione: non sono “soggetti di un diritto morale a vivere” perché non avrebbero un esplicito interesse alla vita, né la consapevolezza di cosa significa essere privati dell’esistenza. Di qui, la conclusione che nei casi in cui è legittimo l’aborto prima della nascita, lo è anche dopo.
In quelle tesi e nel dibattito che è seguito, tutto è giocato su un “limbo coscienziale” che non farebbe dei neonati e dei feti uomini veri. Tutto è calamitato dalla coscienza, da che cosa essa sia. E da una distorsione, che può diventare facilmente «un esame di umanità», come spiega a Tracce.it la Lutz.

Che cosa pensa di questa distinzione tra persone “potenziali” e “reali”?
Chi lo afferma dovrebbe studiare un poco di filosofia e metafisica… È solo una contorsione intellettuale, e bisognerebbe quanto meno misurare le parole. Guardi, se Philippine era una “persona potenziale” il giorno in cui è nata, in quale momento è diventata una persona reale? Ma soprattutto, che cosa devo fare o provare perché gli altri siano convinti che io sono una persona reale? Che differenza c’è fra un neonato potenziale e un bebé reale? Tutti abbiamo di che preoccuparci. Questa concezione della vita è come se diventasse un esame di umanità: un esame sempre più difficile, che si presta a sempre più bocciature! Le persone in coma, gli anziani, ciascuno di noi, ad un dato momento, rischia di perdere la sua “personalità reale”. Forse l’umanità si avvia ad essere misurata a punti, come la patente di guida? Si perderanno dei punti di umanità reale in relazione a delle “infrazioni” allo stato di umanità perfetta. A delle perdite di capacità. Diventeremo così sempre più potenziali, sempre più irreali…

Che esperienza fa della coscienza di sua figlia? E, quindi, quale pensa che sia la natura della coscienza? È una capacità mentale?
Dopo la nascita di Philippine, mi sono posta spesso questa domanda. Nel suo caso, le capacità mentali sono ridotte quasi a zero. Ma lei ha coscienza.
Si dice che un neonato che non sia oggetto di affetto, a cui vengano prestate solo le cure elementari, non possa sopravvivere. Penso che questo sia il caso di Philippine, perché – con tutti i suoi handicap – è un essere umano. Malgrado il suo grave handicap mentale, ha un profondo bisogno di essere amata. E se ha questo bisogno, significa che esiste in lei una coscienza. Una coscienza di amore. Questo vuol dire che lei può anche avere la consapevolezza del rifiuto, o del non-amore. Non posso esibire una prova incontestabile, ma sono certa che se Philippine non fosse amata, o fosse rifiutata, cesserebbe di sorridere, si rinchiuderebbe, come ha fatto quando soffriva molto. Diventerebbe triste, fino a provare angoscia. Non occorre essere “intelligenti” per provare angoscia. Dunque, il primo segno della sua consapevolezza è il suo sorriso, la sua pace, la sua distensione, le sue grida di gioia quando la si tocca. La vera natura della coscienza di Philippine è una coscienza d’amore, una coscienza di accettazione della prova, una scelta per la dolcezza.

Perché dice “accettazione”?
Per il modo con cui vive il suo handicap. In un certo senso, lei “accetta” ciò che le accade.
È molto calma, s’innervosisce di rado, anche se è capace di arrabbiarsi, di piangere, se qualcosa non va. Allora, è in grado di “scegliere” se protestare o no. E non protesta. Philippine ha subito una dozzina di interventi chirurgici, alcuni dei quali pesanti e dolorosi. Ed è rimasta molto calma. L’ultima volta, l’infermiera mi ha detto: «È bello occuparsi di Philippine, è così gentile». E io mi dicevo: ma lei potrebbe essere ribelle? Credo di sì, potrebbe ribellarsi. Ma non lo fa. L’infermiera mi diceva: «Sapete, certi bambini sono difficili da accudire. Philippine è dolce». Per me questo è un segno di coscienza. Lei ha un atteggiamento di dolcezza che ha scelto. Potrebbe irrigidirsi nella prova, potrebbe far pesare il suo cattivo umore su chi gli sta vicino, ma non lo fa.

Parla del rapporto con sua figlia come se osservasse dei “segni” che le vengono da una realtà misteriosa. Il rapporto con l’altro, chiunque egli sia, è questo?
Sì. Philippine è un mistero e io non posso sapere che cosa accade in lei, posso solamente osservare, appunto, dei segni. Io non capisco quello che lei è. Ma potrei dire lo stesso di tutte le persone che frequento. Facilmente, con quelli che sono in buona salute, pongo dei giudizi, ho delle certezze, delle spiegazioni, posso porre domande e avere risposte. Con Philippine, non posso fare tutte queste cose. Non posso essere semplicista. Sono obbligata a essere umile, a dire che non so. È un bell’esercizio, un atteggiamento bello che dovrei avere verso tutto il mondo. Sarei meno aggressiva. Penso che il mistero di Philippine sia un’educazione al rapporto con gli altri. Philippine è talmente disarmata, ha così poche difese che mi rendo immediatamente conto che devo correggere i miei atteggiamenti. Sì, Philippine – come chiunque altro – è un mistero, e ciò significa che devo accostarmi a chiunque con enorme delicatezza, perché forse vi è una fragilità di cui non sono cosciente. Con uno che non ha fragilità apparenti, rischio di dimenticarmi delle fragilità invisibili. Philippine mi ricorda questo.

Perché quando avete saputo delle condizioni di Phlippine l’avete tenuta?
Insieme a mio marito, abbiamo pensato che non dovevamo mettere in discussione la vita della nostra bambina. Oggi si arriva a dire che si può donare la morte per amore. Credo che si possa ragionare in maniera distorta, o amare in maniera distorta. È per questo che abbiamo bisogno di punti di riferimento. Noi ci siamo appoggiati sui punti di riferimento che si trovano nella Chiesa e nel Vangelo per cercare di amare nel modo migliore possibile. E fortunatamente c’è questa indicazione: «Non uccidere», perché quando si vede il proprio figlio soffrire possono nascere dei dubbi. Mi è capitato di pensare: forse sarebbe meglio per Philippine morire piuttosto che vivere tutte queste prove. Ma è una fonte di certezza per me ripetermi che non sono io che ho la risposta. Questa domanda deve restare una domanda. Non sta ad una legge, a dei genitori, a dei medici, decidere chi deve vivere e chi deve morire.

Oggi, dopo dodici anni, che cosa vuol dire per lei il rapporto con Philippine?
È una persona talmente straordinaria. Sarebbe un peccato non conoscerla. E tuttavia, non ha nulla per attirare l’interesse. Ma tocca un punto molto profondo del mio cuore: il livello della paura di non essere amati. Philippine è una persona che esiste per mostrare che quello di cui abbiamo più bisogno è di essere amati. Ci lasciamo talmente distrarre da altri bisogni. La comodità è importante, ma un’eternità di comodità può stancare. Un’eternità d’amore non stanca mai.




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mercoledì 14 marzo 2012

ZIGULI'

............ Per Guido Trinchieri, dell'Unione famiglie handicappati - la stessa alla quale era iscritto Salvatore Piscitello, che nel 2003 a 76 anni uccise con due colpi di pistola il figlio autistico di 39 e che fu poi graziato dal presidente Giorgio Napolitano - «il senso di questo libro è forse far capire a chi non vive una storia così pesante quanto invece lo sia e quanta attenzione sociale meriterebbe». Massimiliano Verga non si illude: «Che cosa è la disabilità puoi saperlo soltanto se hai un figlio handicappato». Ha intercalato il racconto con scampoli di fede nerazzurra, forse per alleggerirlo: «Ecco due certezze: la prima è che mi farai dannare per tutta la vita; la seconda è che tiferò Inter per sempre, per tenermi allenato». La verità è che nel suo diario c'è anche tanta grazia: «Con Moreno è come camminare in un prato pieno di margherite: non sai dove mettere i piedi, per paura di schiacciarle».

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martedì 13 marzo 2012

DA IL CLANDESTINO

La Chiesa cattolica e il Pil d'Italia

Cronaca di una normale giornata in piazza S.Pietro a Roma. Marzo 2012. Udienza del mercoledì. Gli oratori e il Papa salutano le decine di migliaia presenti in 7 lingue, citando i gruppi presenti di città da almeno 3 o 4 continenti. Il Papa di suo c'aggiunge saluti in altre 4 lingue slave, sempre perché ci sono in piazza presenti di quelle nazioni. Ora, senza a stare a fare troppi calcoli, questi pellegrini o turisti da tutto il mondo, per poco che spendano, hanno viaggiato o volato, mangiato, alloggiato, comprato, bevuto e visitato qualcosa in Italia, sia nel tragitto che a Roma. Senza considerare il contorno altalenante ma spesso fitto di giornalisti, tv, media, delegazioni, che vengono, spendono, notiziano, diffondono. E, nota bene, senza considerare che tra i monumenti più visitati in tutt'Italia oltre a Roma, ci sono in testa Chiese, arte sacra e dintorni. Ciò avviene tutto l'anno, da decenni. Anzi, da secoli. Quanto pesa col segno più tutto ciò sul Pil della nazione italica e della nostra sgangherata capitale? Quanto contribuisce alla ricchezza (e alla promozione nel mondo) dell'Italia? Qualcuno potrebbe quantificarlo al Monti e al Parlamento e a qualche intellettuale. Altro nota bene: non serve una laurea alla Bocconi. Restando insomma terra terra nel becero economicismo - non ce ne vogliano i credenti autentici - quanto sarebbe più povera l'Italia senza la Chiesa cattolica?

gv


Jump buffalo. Si chiama così il luogo in Canada dove seimila anni fa i nativi pellerossa spingevano i grandi bisonti dopo aver fatto lunghe corse in sentieri segnati da loro fantasmi e da agitazioni di pelli di lupo, e li facevano precipitare, per poi finirli a colpi di lancia e spellarli e disossarli. Qualcosa del genere hanno fatto i mercati finanziari con noi.

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L’ULTIMO CAPOLAVORO DI LUCIO


L’ultimo capolavoro di Lucio

da Il clandestino


Il funerale di Lucio Dalla e' stato bello e lieve. Popolato da gente di tutti i tipi. Ed e' stata una messa, una preghiera come doveva essere. E come Dalla avrebbe voluto. Le polemiche rilanciate da tristi chierici dell'ideologia gay sono state fuori luogo. Scambiare la discrezione con l'ipocrisia e' un segno di grevità del pensiero. Ma la cosa importante è un'altra ed è da questa che le polemiche hanno voluto distogliere l'attenzione. Esiste in Italia un luogo, ed è la Chiesa, dove ci si può trovare, tutti. Un luogo fisico, oggi. Questo fa imbufalire chi vorrebbe dimostrare che invece la Chiesa è una cosa di ieri, è una cosa da poveri dementi, una cosa da sorpassare in vista di una radiosa umanità. La quale radiosa, dolente, varia, peccatrice, santa e cantante umanità invece era lì in piazza Maggiore e in san Petronio

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DA BOSTON SCRIVE

Francesco Caggioni
22:52 (11 ore fa)
Wow !!! Grazie di aver messo il tema !!!
Un abbraccione a Gio.
Francesco

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lunedì 12 marzo 2012

DA CINCINNATI




Ciao bellissimi la nonna e' sempre orgogliosa di voi anche se non parlate l'italiano!!!!
Se lo parlate pero' la nonna e' piu' contenta e puo' sentirvi al telefono.
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Ciao,
Ieri faceva cosi caldo che abbiamo pranzato fuori, costruito una tenda e disegnato.
Tommaso ,domenica scorsa ,ha detto a colazione: mamma parliamo italiano!!
Saresti stata davvero orgogliosa!spero stiate bene!
SIMONA

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domenica 11 marzo 2012

QUANDO IL LIMITE DELL'AMMINISTRAZIONE COMUNALE VIENE SPACCATO DALLA SEMPLICITA' DEI BAMBINI


A settembre ,davanti alla scuola media di Brusaporto c'era un ragazzo che nel silenzio manifestava in favore del fratello.
Teneva in mano un cartello con scritto "Giovanni non e' a scuola"
Non diceva nulla ma per giorni e' stata una presenza simpatica per i ragazzini e scomoda per molti adulti.
Nel silenzio pero' suscitava in tutti una domanda,tutti si chiedevano cosa stesse accadendo.
Perche' quel cartello?
Non sto ora ad andare nei particolari perche' quel cartello,quella presenza denunciava certamente una poca attenzione nei confronti di uno scolaro che da quando e' nato porta un fardello sulle spalle pesante ,tanto pesante.
Gli adulti,i buon pensanti,quelli che forse noi senza tanto pensarci scegliamo per metterli a governare i nostri comuni,non per problemi economici(sarebbe stato semplice avremmo capito anche noi)ma per semplice demagogia avevano gia' deciso come giocare le loro carte.
La domanda che il cartello aveva suscitato aveva pero' destato in molti adulti il desiderio di capire ,di andare a fondo.
Cosi' i buon pensanti ,senza pensarci molto, hanno deciso di buttare in pasto ai cittadini dati sensibili del ragazzo,(calpestando cosi' i diritti del cittadino Giovanni)hanno anche sentenziato che un ragazzo cosi' provato doveva essere messo in una scuola potenziata.
Che cos'e' una potenziata? E' una scuola certamente.
Il rapporto in queste scuole e' 1 a 1 cioe' tanto il ragazzo sta a scuola tante ore un insegnante laureato lo segue.
Il ragazzo e' solo non vive in un contesto di normalita' e l'impegno economico sostenuto dalle amministrazioni e'forte (certamente piu' forte di quello che il cartello davanti alla scuola chiedeva)
La differenza!!! quest'impegno viene assunto dallo stato.
Quali sono state le evoluzioni?


Giovanni frequenta la prima media con orario ridotto( nessuno dell'amministrazione ha avuto il tempo di rispondere alle varie lettere in cui si richiedeva il motivo della scelta.)Le amministrazioni d'altra parte sono molto oberate di lavoro!!!!(specialmente quelle piccole )

Maggior sensibilita' c'e' stata da parte dell'amministrazione provinciale.
Una assistente sociale in particolare,leggendo la relazione fatta da esperti, e' riuscita, attraverso un progetto, a dare le ore mancanti.
Giovanni cosi' nel pomeriggio puo' lavorare con la sua assistente.

Mentre gli adulti si arrabattano fra scartoffie e burocrazie i ragazzi ,liberi ancora da pregiudizi vivono la presenza di questo compagno un po' "diverso",regalandogli una grande amicizia..
Miracoli di generosita' di bonta' guidati da cuori semplici
Giovanni ha trovato un gruppo di compagni che si e' trasformato in gruppo di amici che lo fanno sentire a casa amato e benvoluto .
Un atteggiamento talmente fuori dalle righe che nuovamente sa interrogare il cuore e la mente di molti.Un esempio di bonta' gratuita che ha coinvolto anche tutto il corpo insegnanti.
Come si fa a rimanere indifferenti quando si vedono ragazzini e ragazzine che fanno a gara per accompagnare fuori dalla scuola Giovanni,che con lui giocano e trascorrono in letizia l'intervallo,che appena hanno tempo vanno a casa sua a giocare.....!!!!
Come si fa a rimanere indifferenti leggendo questo tema svolto in classe dal suo amico del cuore?

DESCRIVO UN MIO AMICO
Gio e' il mio amico speciale .
Per avere quattordici anni non e' molto alto,ha i capelli biondi e quando va al mare diventano quasi bianchi.
Ha le orecchie piccole,il naso corto e stretto su cui tiene sempre degli occhiali rossi.
Ha gli occhi azzurri,la bocca normale senza barba anche se suo fratello Antonio gli ha regalato un rasoio.
Ha la voce grossa come un tenore pero' lo sentiamo di rado.
Ha il corpo robusto mangia verdure e pescema il cibo che preferisce e' la pizza fatta da mamma Tiziana.Gio ha quattro fratelli e una sorella .Lui e' anche zio di dieci nipotini e per natale ne' arrvera' un altro.Nel pomeriggio si appende sugli anelli per fare ginnastica e fa anche acrobazie.
Quando sono andato al mare con lui ho imparato tante cose:
  1. Ascoltare il mare
  2. Annusare la pineta
  3. Ho sentito il sapore della sabbia
  4. Toccare il vento con le mani
  5. Ho imparato a vedere con il cuore proprio come fa Giovanni perche' lui ti vuole bene e basta.
Considero Giovanni un grande amico perche' quando sto con lui mi sento bene.
Filippo

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martedì 6 marzo 2012

FERRARA



Giuliano Ferrara attacca Lucia Anunziata per l’intervento sull’ipocrisia della Chiesa per i solenni funerali di Lucio Dalla in un ‘puntuto’ editoriale che ha costituito il nerbo della puntata di Qui, Radio Londra di questa sera, lunedì 5 marzo. ‘Che senso ha tanto rancore nei confronti di Lucio Dalla?‘ chiede ‘retoricamente’ Ferrara all’Annunziata di cui giudica scandaloso, irriverente e inappropriato l’outing nei confronti del cantante proprio nel corso del suo funerale. ‘Un gesto di efferata violenza‘ lo definisce Ferrara. In alto il video di Qui, Radio Londra di lunedì 5 marzo.

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ANNA FESTEGGIA IL SUO COMPLEANNO


LONTANI MA VICINI
UN BACIONE DAI NONNI

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domenica 4 marzo 2012

francesca (prov. taranto) ha lasciato un nuovo commento sul tuo post "MARGHERITA CANNIZZARO SCRIVE":

ciao Tiziana,
come ti avevo promesso sono passata per il tuo blog.
e mi soffermo qui, sul pensiero di una logopedista e sulla tua risposta.
Ci siamo conosciute alla lega del filo d'oro poche settimane fa e ne abbiamo anche parlato. Sai che su alcuni punti non la penso come te e che rientro nella categoria di chi pensa che verga abbia usato questo mezzo per sfogare un sentimento che da PADRE e quindi UOMO non riesce più a tollerare. nonostante ammetta, e voglio credergli, che senza Moreno non riuscirebbe a vivere.il pensiero di questa logopedista, con tutto il rispetto, non lo comprendo nè condivido. sono un'educatrice e se, come hai detto tu, ho un piccolo stipendio è grazie alla disabilità dei vostri figli. ma spero sia riuscita a farti capire, che la mia presenza vicino a quelle principesse che hai conosciuto, non è mossa dal fine economico. io con loro dormo, gioco, sogno, sperimento, mi metto in gioco, andiamo al mare, in piscina, al parco, le assisto nelle situazioni buie e difficili, che sono difficili anche per me.
vorrei solo dire alla logopedista che noi "terapiste" seguiamo questi bambini per una o due ore al giorno (io anche di più) ma le famiglie vivono tutta la giornata in questa situazione. lei non si è mai trovata davanti ad un Moreno che le ha lanciato un pannolino pieno di feci. neanche io, nonostante ci sono stata nella fase successiva.io non ho mai pensato a quello che la mia Monica (nome di fantasia) non potrà mai fare, ma a quello che ogni giorno apprende. spero che lei cambi il suo modo di pensare, perchè alle mamme non servono terapiste pessimiste, non ha senso e non potranno portare dei miglioramenti. perchè questi piccoli sentono, più che le parole, i battiti del cuore.


Grazie Francesca
salutami tutti .La convivenza alla lega e' stata veramente una bella esperienza.
Un bacione alle bimbe.

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sabato 3 marzo 2012

Michele ha lasciato un nuovo commento sul tuo post "BAMBINI CON SPINA BIFIDA LA PROVOCAZIONE DEL PAPA": Michele ha lasciato un nuovo commento sul tu

Esattamente quello che 25 ANNI FA hanno vissuto i miei genitori...Dopo 25 ANNI (NON due giorni...) io sono ancora al mondo e mi sono tolto le mie soddisfazioni (diploma,patente, e se Dio vuole entro il 2013 laurea...)!!!
La vita merita SEMPRE di essere vissuta....

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giovedì 1 marzo 2012

BUON COMPLEANNO ANNA 8 ANNI

AUGURI!!!
BUON COMPLEANNO !
DAI NONNI E DA TUTTI GLI ZII

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giovedì 23 febbraio 2012

Anno europeo del volontariato 2011 – Francobollo V.Pradal, A. Poles San Marino

Francobollo_volontariato_RSM


Impegno, libertà, appartenenza, gratuità, bene comune, altruismo sociale. Centinaia sono le definizioni che potrebbero essere utilizzare per definire il concetto di "volontariato". Il medesimo si configura come una realtà esistenziale poliedrica, che nessuna legge può cogliere ed esaurire nella sua pienezza.

Il volontario è dunque testimone, interprete e protagonista all’interno della società civile, nell’azione di tutela e sviluppo dell’umana comunanza.

Il fotogramma in movimento (di Alberto Poles), scelto ed elaborato da Valerio Pradal, vuole sintetizzare la radice primigenia insita nella spinta sociale dell’uomo di porsi all’interno del mondo in relazione con gli altri, in un rapporto di condivisione.

L’immagine utilizzata intende riassumere metaforicamente, in una parafrasi evocativa, l’interezza dei "verbi" in essa contenuti. Ancor prima di basarsi sulle criticità nelle quali l’azione del volontariato va ad inserirsi, è il gesto nella sua ampiezza e complessità che vuole essere officiato.

Il volontariato lungi dal configurarsi come l’espletamento di una "buona azione", o il disbrigo di un obbligo caritativo risponde ad un verbo, ben espresso nell’immagine: "accompagnare".

Prendersi cura di un soggetto o del patrimonio culturale, equivale ad agire "con", in una relazione simbiotica, sorprendente per l’individuo stesso che presta la propria disponibilità.

Fabio Cavallari

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La possibilità di un cammino veramente umano


di Julián Carrón

23/02/2012 - Saluto finale di don Julián Carrón, presidente della Fraternità di CL, al cardinale Angelo Scola al termine della messa per l'anniversario della morte di don Giussani. Duomo di Milano, 22 febbraio 2012

Eminenza Reverendissima,

mi consenta, a nome di tutti gli amici convenuti in Duomo nella memoria del settimo anniversario del “dies natalis” di don Giussani e del trentesimo del riconoscimento pontificio della Fraternità di Comunione e Liberazione, di ringraziarLa di cuore per averci confortati e illuminati con la Sua presenza e il Suo insegnamento.
È la prima volta che come Pastore dell’Arcidiocesi ambrosiana presiede e condivide con noi questo gesto in cui, partecipando al sacrificio di Cristo, abbiamo offerto la nostra vita riconoscenti al Signore per il dono di don Giussani, alla cui persona Lei, così come ciascuno di noi, è inscindibilmente legato e del quale Lei stesso ricordò, proprio in occasione dell’ingresso in Diocesi, il genio educativo.
La ragione profonda di questa gratitudine sta nel fatto, e lo dico a partire dalla mia personale esperienza, che don Giussani, affrontando con ardore instancabile e grande fascino umano la acuta tentazione oggi dominante di una subìta frattura, apparentemente insanabile, tra fede e vita, ci ha aperto la possibilità (e in essa ci accompagna tuttora) di vivere nell’incontro con Cristo un cammino veramente umano. Seguendo il suo carisma possiamo verificare ogni giorno la presenza del Salvatore come risposta a quel grido di bisogno di salvezza, che – come ha ricordato Lei stesso nel Suo intervento al recente convegno “Gesù nostro contemporaneo”- è del «cuore di ogni uomo di ogni tempo e luogo, per quanto confuso possa essere il suo incedere lungo la strada della vita».
Nel messaggio indirizzato al Convegno Benedetto XVI ci ha ricordato che «Gesù è entrato per sempre nella storia umana e vi continua a vivere, con la sua bellezza e potenza, in quel corpo fragile e sempre bisognoso di purificazione, ma anche infinitamente ricolmo dell’amore divino, che è la Chiesa». Non desideriamo altro che vivere con la Chiesa e per la Chiesa e servire con tutto noi stessi e secondo le nostre possibilità, in filiale obbedienza a Lei, questa Chiesa ambrosiana in cui il carisma di don Giussani è fiorito fino a portare frutti copiosi in tutti i continenti. In particolare, Le assicuriamo la nostra vicinanza e la nostra totale disponibilità nell’imminenza della Celebrazione del VII Incontro mondiale delle famiglie, che sarà benedetto dalla visita del Santo Padre che viene pellegrino a Milano per confermare la nostra fede.

Da ultimo mi consenta, Eminenza, di rendere noto in questa circostanza festosa che, attraverso il postulatore, Le ho presentato la richiesta di apertura della causa di beatificazione e canonizzazione di Mons. Luigi Giussani.
Che la Madonna - “di speranza fontana vivace” - ci aiuti ogni giorno a diventare degni delle promesse di Cristo e della immensa grazia che nel carisma di don Giussani abbiamo ricevuto e ancora riceviamo.
Grazie, Eminenza.

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MIRIAM CRESCE

BRAVO GIACOMO COCCOLA LA SORELLINA !!

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SULLE PISTE CANADESI


CIAO PAOLETTO ANNA E MICHELE
UN GROSSO BACIONE DALLA NONNA
VI ASPETTO 4 MESI PASSANO IN FRETTA

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In Danimarca uccidono i feti dei bambini Down per eliminare la malattia. «Evviva l'imperfezione»


Intervista a Josephine Quintavalle, la più nota esponente laica del movimento pro-life britannico, che davanti al tentativo della Danimarca di eliminare la sindrome di Down uccidendo chi ne è affetto, elogia l'imperfezione: «L'uomo vuole essere efficiente per non avere bisogno. Il problema è che in questo modo non è felice, ma solo. Meglio essere imperfetti e sentirsi amati».
in Attualità
21 Feb 2012

«Mentono perché non è stata fatta alcuna scoperta per combattere la malattia. La verità è che rimediano uccidendo chi ne è affetto. Ma siamo sicuri di preferire la perfezione alla carità?», si chiede in un'intervista a tempi.it Josephine Quintavalle, la più nota esponente laica del movimento pro-life britannico, fondatrice e direttrice del Comment on Reproductive Ethics, l’osservatorio sulle tecniche riproduttive umane. Quintavalle si riferisce alla notizia del quotidiano daneseBerlingske secondo cui entro il 2030 la sindrome di Down (trisomia 21) somparirà in Danimarca grazie alla diagnosi prenatale, che permette di individuare ed eliminare prima della nascita i bambini affetti dalla malattia genetica.

Quale principio è sotteso a questa mentalità?
Pare che l'uomo voglia superare ogni limite. È la notizia stessa data dal giornale danese a dirlo: «Nel 2030 – è il titolo dell'articolo – nascerà l'ultimo bambino Down». Il problema è che eliminare l'imperfezione è impossibile e così si usa un linguaggio fuorviante per far sembrare che la malattia sarà debellata. In realtà non c'è nessuna scoperta medica che elimini la trisomia 21. Semplicemente verranno abortiti tutti i bambini down. La realtà è che per eliminare la malattia si uccide l'uomo. E questo è un controsenso.

Perché è un'illusione pensare di eliminare l'imperfezione?
Ora si eliminano i bambini Down, ma chi può determinare cosa sia l'imperfezione? In Inghilterra, ad esempio, lo fa lo Stato che ora si è spinto anche più in là, ritenendo inaccettabile qualsiasi anomalia fisica: la legge consente l'aborto fino al nono mese se il bambino ha il labbro leporino o se ha un dito in più. Anche il naso storto o le orecchie a sventola sono difetti: se seguiamo la logica perfezionista pure i bambini con queste imperfezioni dovrebbero essere abortiti.

Tutti nascono con dei difetti.
E infatti la prossima vittima, a seconda dei parametri di normalità decisi dagli Stati, potrebbe essere chiunque.


Che spazio c'è in un mondo così per l'amore? Come può finire l'uomo che per raggiungere l'efficienza rinuncia alla carità?

In una società come la nostra, perfezionista e con il mito dell'efficienza, il bisogno è visto come un peso: lo si vede nella vita fragile dei bambini (infatti oggi è forte il fenomeno della denatalità) e degli anziani (l'eutanasia è un rimedio sempre più diffuso). Questo significa scegliere di privarsi dell'affetto e dell'aiuto reciproco, della bontà di un atto gratuito. L'uomo, insomma, vuole essere efficiente per non aver bisogno. Il problema è che in questo modo non è felice, ma solo. E infatti molti chiedono il suicidio quando capiscono che iniziano ad avere bisogno: a quel punto, senza legami d'amore reali, si percepiscono solo come un peso.

Sta dicendo che l'imperfezione ci dà la possibilità di domandare e di accogliere l'affetto di cui si ha bisogno per vivere?
Nel libro sulla vita di Jérôme Lejeune - lo scienziato che ha scoperto la trisomia 21 e che ha utilizzato la diagnosi prenatale per aiutare i bambini con la sindrome di Down a curarsi (non nascose la sofferenza portata per il resto della vita per il fatto che la sua scoperta venne usata contro di loro) - c'è un episodio bellissimo: mentre riceveva un premio, un ragazzo Down gli saltò al collo per ringraziarlo per quanto l'avesse aiutato e si fosse sentito amato da lui. È preferibile una società di uomini imperfetti ma che si sentono voluti o di persone efficienti che non possono chiedere mai e quindi nemmeno ricevere amore?

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OMELIA DI S.E.R. CARD. ANGELO SCOLA, ARCIVESCOVO DI MILANO

istica nel settimo anniversario della scomparsa

e nel 30° del riconoscimento pontificio di Cl. Domani on line un servizio e alcune immagini

Don Giussani, in Duomo il ricordo dell'Arcivescovo

Il cardinale Scola ha presieduto la celebrazione eucaristica nel settimo anniversario della scomparsa
e nel 30° del riconoscimento pontificio di Cl. Domani on line un servizio e alcune immagini







1. «Nessun uomo è padrone del suo soffio vitale tanto da trattenerlo» (Prima Lettura, Qo 8,8). L’autore del Libro di Qoèlet, un “Predicatore” tristemente smaliziato vissuto all’inizio del II secolo a.C. che si immedesima con il re Salomone, indaga con crudo realismo la precarietà dell’umana esistenza. In particolare è scandalizzato dall’impossibilità di fare giustizia nella storia degli uomini: «Ho visto malvagi condotti alla sepoltura» - anche loro non sono in grado di trattenere il loro soffio vitale - [ma] «ritornando dal luogo santo, in città ci si dimentica del loro modo di agire» (Prima Lettura, Qo 8,10). Questo calcolato oblìo è intensificato dal fatto che «contro la cattiva azione non si pronuncia una sentenza immediata. Per questo il cuore degli uomini è pieno di voglia di fare il male» (cfr Prima Lettura, Qo 8,11).
La profondità della constatazione («ho visto» è l’espressione che Qoèlet usa più volte) è pari solo alla sua straordinaria attualità.
giussani





Qoèlet non si limita infatti a rilevare l’inevitabilità della morte che, come un rumore di fondo, accompagna la vita di tutti gli uomini. Neppure si ferma all’angosciosa domanda: «L’uomo infatti ignora che cosa accadrà; chi mai può indicargli come avverrà?» (Prima Lettura, Qo 8,7). Entra nel quotidiano della esistenza in cui si mescolano verità e menzogna, bene e male, giustizia e ingiustizia.
L’intreccio dei fattori in gioco gli consente di tessere la tela dell’umana vanitas. Chi di noi, qui convenuti in preghiera, per rinnovare il paterno vincolo di comunione che ci lega al caro Mons. Giussani, può restare indifferente agli interrogativi angosciosi e alle amare constatazioni del Qoèlet? Non a caso la Chiesa, Madre e Maestra, ci invita a leggere la circostanza che ci riunisce attraverso la Parola di Dio proclamata in questa santa azione eucaristica. La liturgia è la forma (il paradigma) della vita che illumina la realtà, trama di circostanze e di rapporti come Mons. Giussani amava definirla.
Vanitas afferma il Qoèlet, cioè inconsistenza. Inconsistenza del nostro umano essere e del nostro agire.

2. «Tuttavia so che saranno felici coloro che temono Dio… e non sarà felice l’empio» (Prima Lettura, Qo 8,12-13). Riflettendo su ogni azione che si compie sotto il sole, Qoèlet incontra nel timor di Dio un legno a cui aggrapparsi nel vasto gorgo del male. Questo però non sembra liberarlo completamente dal rischio del naufragio, poiché «vi sono giusti ai quali tocca la sorte meritata dai malvagi con le loro opere, e vi sono malvagi ai quali tocca la sorte meritata dai giusti con le loro opere. Io dico che anche questo è vanità» (Prima Lettura, Qo 8,14).
Questa stretta del male che attanaglia il nostro io e fa sentire tutto il suo peso nel male del mondo, e di cui si parla a proposito e a sproposito in questi tempi di travaglio, non si può dunque sciogliere? Qoèlet anticipa il grido di Paolo: «Me infelice! Chi mi libererà da questo corpo di morte?» (Rm 7,24).
Un aspetto geniale della proposta educativa di Mons. Giussani non è stato forse l’efficace riproposizione della verità cristiana che nessuno può salvarsi da sé?
La scelta di celebrare la Messa votiva del Santissimo Nome di Gesù nel VII anniversario della morte di Mons. Giussani e per ricordare il XXX anniversario del riconoscimento pontificio della “Fraternità di Comunione e Liberazione”, indica chiaramente quale sia la strada della salvezza offerta ad ognuno di noi e all’umanità intera.
Così infatti ci ha fatto pregare l’Orazione dell’inizio dell’Assemblea liturgica: «Per il Figlio tuo venuto tra noi hai scelto, o Dio, un nome che chiaramente lo manifestasse come salvatore del genere umano…». Il nome di Gesù significa “Dio salva”. Veramente Gesù ha sciolto l’enigma dell’uomo rivelandogli la sua consistenza. Essa si radica nell’amore con cui «Dio ci sazia fin dal mattino» e «rende salda per noi l’opera delle nostre mani» (Salmo responsoriale, Sal 90,14a. 17).

3. In Gesù la vanitas (inconsistenza) è vinta. «Adorno del nome mirabile che esprime salvezza» - dice il Prefazio - Gesù ci accompagna, riscattandoci dal nostro peccato. E il testo liturgico aggiunge, dettagliando con intensità: «Dolce e rasserenante certezza è la sua protezione nei pericoli della vita, e nel momento della morte il suo nome invocato è speranza e conforto».
Ogni cosa ha consistenza in Cristo: «Omnia in Ipso constant» (Col 1,17). È importante meditare a lungo e piegare il nostro quotidiano vivere a questa convinzione. Ogni cosa significa tutto. Nel mistero glorioso del Verbum caro tutto è stato salvato perché tutto è stato da Cristo assunto. Fin dai suoi primordi la tradizione della Chiesa ambrosiana ha trasformato il metodo dell’azione di Dio nella storia degli uomini (incarnazione) in una feconda proposta educativa. Ha così generato, lungo i secoli, figli consapevoli che «troppo perde il tempo chi ben non ama» Gesù.
Monsignor Giussani ha espresso questa sensibilità ambrosiana con forza profetica fin dagli anni ’50, educando all’assunzione integrale di ogni aspetto dell’umana esistenza. Per la logica dell’incarnazione il cristiano è colui che testimonia - in famiglia, al lavoro, nel sociale a tutti i livelli fino ad arrivare all’impegno politico - l’opera salvifica del Crocifisso Risorto.

4. Amici, l’azione eucaristica di questa sera pone ognuno di noi davanti ad un aut-aut che, a volte tacito e quasi impercettibile a volte prepotente, accompagna ogni nostra azione. Sotto la pressione del male, fisico e soprattutto morale, può prender peso anche nel cristiano la tentazione di pensare che tutto sia vanitas, inconsistenza. O il cristiano presume nei fatti di salvarsi da sé finendo talvolta come gli scribi per «cercare i primi seggi nelle sinagoghe» (Vangelo, Mc 12,38 e 39). Oppure la sua libertà cede all’amorevole sferzata del Salmo: «Tu fai ritornare l’uomo in polvere, quando dici: “Ritornate, figli dell’uomo”» (Salmo responsoriale), come ci ricorderà tra qualche giorno l’imposizione delle Ceneri.
Il ritorno, frutto del perdono, rende capaci di amore oggettivo ed effettivo. Come Qoèlet anche Gesù è un attento osservatore della realtà: «Seduto di fronte al tesoro, osservava …» (Vangelo, Mc 12, 41). La vedova, che ha gettato nel tesoro «tutto quanto aveva per vivere» (Vangelo, Mc 12, 44), mostra la forma piena della libertà del cristiano. In ogni azione egli è chiamato ad esprimere il primato di Dio nella sua vita. La vittoria sulla vanitas, la grazia della consistenza, sta tutta nel riconoscimento di Cristo presente che chiede il dono totale di sé. Memoria ed offerta esprimono in tal modo la pienezza affettiva cui ogni uomo anela e di cui il cristiano autentico può fare esperienza.

5. Il Vangelo di oggi ci offre un ultimo prezioso insegnamento. È contenuto in un piccolo passaggio narrativo, celato come una perla nelle pieghe del brano evangelico proclamato. «Chiamati a sé i suoi discepoli» (Vangelo, Mc 12, 43) Gesù li aiuta a comprendere il gesto della vedova.
Cosa traspare da questo gesto di Gesù? Il legame solido tra i membri di quella prima compagnia da Lui generata. Una parentela più potente di quella della carne e del sangue, una fraternità in cui si anticipa – come traspare nella Santa Eucaristia – la vita del Paradiso. Cristo chiama i Suoi a fare l’esperienza inaudita che la consistenza dell’io si chiama comunione.
Comunione come stima a priori per l’altro, perché abbiamo in comune Cristo stesso. Comunione disponibile ad ogni sacrificio per l’unità affinché il mondo creda. «L'espressione matura del condividere cristiano è perciò l'unità fin nel sensibile e nel visibile. Questa fu l'espressione del tormento finale di Cristo nella sua preghiera al Padre, quando in tale unità sensibile e visibile indicò consistere la decisiva testimonianza dei suoi amici» (L. Giussani, Il cammino al vero è un’esperienza, 52-53). Qui sta la vittoria sulla vanitas. Qui comunione è liberazione.
«La nostra comunione è col Padre e col Figlio suo Gesù Cristo» (1Gv 1, 3b). Quando per grazia si diventa amici di Dio, la comunione sviluppa un irresistibile moto di condivisione della vita di tutti i fratelli uomini in ogni ambiente dell’umana esistenza. La gratitudine per avere tutto ricevuto genera gratuità nel tutto dare.

6. Carissimi, il carisma cattolico che lo Spirito ha dato a Mons. Giussani, che la Chiesa ha universalmente riconosciuto, e di cui decine di migliaia di persone in tutto il mondo possono oggi godere, è fiorito in questa santa Chiesa ambrosiana. L’amore che Mons. Giussani le portava è documentato da mille e mille segni e testimonianze. Per i fedeli di questa diocesi appartenenti al Movimento di Comunione e Liberazione questo dato di fatto costituisce una responsabilità che chiede di essere sempre rinnovata: praticare, nella cordiale assunzione del principio della pluriformità nell’unità, una profonda comunione con tutta la Chiesa diocesana che vive ad immagine della Chiesa universale. Questa comunione è con l’Arcivescovo, con i sacerdoti, con i religiosi e le religiose, con tutte le aggregazioni di fedeli, con tutti i battezzati e con tutti gli abitanti della nostra “terra di mezzo”.
L’Incontro dei Movimenti ecclesiali e delle Nuove comunità del 30 maggio 1998 con il Beato Giovanni Paolo II ha segnato un irreversibile passaggio a una nuova fase ecclesiale confermata dagli eventi che si stanno producendo nella Chiesa e nel nostro Paese.
Come ricorda incessantemente Benedetto XVI questo è il tempo della nuova evangelizzazione a cui tutte le realtà ecclesiali debbono concorrere in armoniosa unità.
L’uomo post-moderno domanda salvezza, consistenza: per questo ha bisogno di testimoni di quella forma bella del mondo (Ecclesia forma mundi) che è la santa Chiesa di Dio.

7. «Donaci largamente l’aiuto della tua grazia e assicuraci la gioia di trovare scritti i nostri nomi in cielo». Queste parole della Preghiera dopo la Comunione dicono la fonte della nostra letizia e della nostra speranza: Gesù Cristo vivo in mezzo a noi ed il nostro esserGli familiari per il bene dei nostri fratelli uomini. Amen.


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