lunedì 17 febbraio 2014

La societa' del crimine perfetto

 Innocenza Laguri Lucina 
Mi ha sgnalato questa pagina .

ILa società del crimine perfetto , sull’omicidio legale
Brani dal testo di F.Hadjadj, Farcela con la morte.
Una pagina dura, come meritano le più recenti prospettive, che si aggiungono alle leggi sull’aborto ( la legge sulla eutanasia nel Quebec e quella per i piccoli malati terminali in Belgio)

Il diavolo è attraente non perché è malvagio,ma perché resta un angelo.
la sua ribellionci affascina non tanto perché è l'ostinaziondi un monello capriccioso ma perché imita,in negativollibertà sovrana.
Tuttavia esistono vari gradi di perfezione del crimine .Quello che igenerviene   chiamat'crimineperfetto è un assassinio in cui il criminalriesce a confondere gli indizi a cancellarlproprie tracce.
In un cortometraggio di Hitchcock possiamo ammirare una donna che fa mangiare l'arma del criminagli ispettoriquel cosciotto dagnello che stanno divorando era in precedenza congelato e l'ha
usato per spaccaril cranio del marito. Nella storia, lRivoluzionfrancessembra poter rivendicare altrettanta ammirazioneContinua a essere considerata ungloridella Francianonostante il genocidio della Vandea, nonostante il tentativo sistematico di nobilitare l'uomo grazie alla ghigliottina, e malgrado il abbia talmente messo a soqquadro il paese  da dover chiamare  in aiutl'impero di un caporalcorso..
Più il crimine nè gravepiù è difficile cancellarlo ma, se questo riesceil crimine è più perfetto. La perfezione aumenta quindi con lagravitàdel_crimine e con lqualità del modo con cui è stato cancellato agli'occhi della autori, ma-anche della-vittima pefino per l’animo dell' assassinodato che tutthanno bisogno di dormirtranquilli.
Il crimine più perfetto quindi implica: 1. un omicidio di massa2autorità che, invece di condannare ilcriminale, gli fanno complimenti e lo incoraggiano; 3una vittima innocentche non si lamenti e alla qualesi è magari estorto il consenso; 4il sentimento dell' assassino di aver agito per legittima difesao di aver solo voluto perpetrarun atto di bontà aggiungendo, al contempo,una nota piccante, che sia profondamente alla vittima, per esempio che sia un padre o un figlio. Assassinare per compassione un congiunto appare quindi un elemento fondamentale del crimine perfettodal quale gli altri elementi derivano poiché è essenzialche la vittima accetti e le autorità diano il benestare. E poi c'è il modo di fareLa genialità consiste nerendere tutti complicdividere il lavoro in modo tanto burocratico che nessuno possa essere ritenuto colpevoleDal capo dello Stato fino al più umile contribuentetutti parteciperebbero  allo sterminio enessuno ssentirebbe la coscienza sporca. Anzicon lvittime si potrebbe fare del saponeIn questa prospettivala cosa più eccitante sarebbe di perpetrarl'orrorallo scopertodivulgandolo e attaccandolo
sui manifestiIl criminverrebbe cancellato a forza di pubblicità. Nella misura in cui viene pubblicizzato,
e riceve una garanzia quasi unanime, dal più piccolo al più grandenon sembra più un criminema appare come un atto anodinopoco significativo quanto inghiottire un'aspirina splendente e benevola………….
Esistono un crimine una società criminale del genere?...
Immaginiamo una società industriale che, in nome del benessere e della libertà facesse dell’aborto, del suicidio e dell’eutanasia dei diritti .Non corrisponderebbe forse a tutte le condizioni descritte sopra?Non potrebbe forse rivendicare senza arroganza la palma del crimine perfetto?....
Prima di attribuire questo titolo, sarebbe necessaria una comparazione con altre imprese criminali. L’onestà esige un esame minuzioso prima di premiarci per aver raggiunto una tale suprema raffinatezza nella nostra civiltà.
Un tempo il culto di Molock consisteva in sacrifici di bambini; non si mangiavano direttamente i propri figli, ma avere da mangiare, essere in buona salute e felici era dovuto al fatto di averli immolati. Nulla attirava di più il favore del dioPerò si era arrivati a un consumo precoce, come riporta Sant'Epifaniparlando di un'usanza dei barbeliti: «Non praticano l'atto carnale in vista della procreazione [... ] ma per pura
voluttàQuando uno di loropreso di sorpresa, lascia che il suo seme penetri troppo e la donna resta incinta [... ] essi estirpano l'embrione non appena possono afferrarlo con le dita, prendono l'aborto, lo pestano in una sorta di mortaio, vi mescolano miele, pepe e vari condimenti e oli profumati, [... ] poi si riuniscono [... ] e ciascuno entra in comunione con le dita con questa pasta di aborto».
Ormai nessuno si dedica a una pratica tanto abominevole, soprattutto nella nostra umanistica Europa. Direi che siamo più ipocriti e che la cosa non si fa più tanto apertamente. Infatti il rito c'è, a malapena dissimulato, anzi appartiene perfino a un certo conformismo. Non beneficiamo direttamente dell' apporto calorico degli embrioni espulsi ma sappiamo trovare per loro un impiego utile. Ho sentito dire che alcune industrie cosmetiche se ne servivano già nella composizione di creme per ringiovanire la pelle. Altri, come si sa, li moltiplicano in modo che i ricchi abbiano una riserva di organi se dovessero aver bisogno di un cuore, ad esempio, caso mai avessero perduto il loro. No, non stratta di clonazione riproduttiva (scusate il pleonasmo)la quale consiste nel produrre un gemello differito nel tempoL'intenzione è senza dubbio perversa ma non va abbastanza lontano, dato che c'è ancora una nascita in prospettivaCon la clonazione eufemisticamente detta terapeutica, tale nascita è evitata e si garantisce che il bambino sarà utilizzato soltanto a singoli pezzi.
Il  nostro cannibalismo farebbe tremare gli antropofagi tradizionali. Certo, non mangiamo direttamente gli aborti ,ma è noto che in intendiamo  sostenerci grazie ad essi.
Nella Bibbia un salmo è ripetuto due volte, come se una sola non fosse sufficiente e volesse sottolineare una verità molto importanteDavide dice a proposito di coloro che non invocano mai Dio«Non comprendono nulla tutti i malvagiche divorano il mio popolo come il mio pane?» (Sal 13,4; 52,5). Perciò nel mangiare il proprio pane si può mangiare un popolo e, a fortiori, un bambino di quel popoloDi fatto, poiché il mio pasto deriva dallo sfruttamento di un poveropoiché lo traggo da una ingiustizia, sono un cannibalestritolo quel povero insieme al mio cibo. Non c'è masticazione direttama masticazione realeEd è un'abitudine molto frequente, soprattutto tra le ragazze: uno dei successi della nostra società è di aver reso la signorina, contro ogni suo più profondo istinto, una cannibale del suo piccolo.

giovedì 26 dicembre 2013

Grazie Vittorino e MariaPia




Santo Natale 2013




Il Natale è la gratuità di Dio commosso di sè  che si fa uomo.

Per  questo dono di Dio  
ciascuno di noi, in fondo al cuore, sa che la vita è positiva, sempre.

Per i figli coltiviamo una speranza
e per i nostri cari siamo disposti a un sacrificio.
In tanti  rimane la voglia anche di donarsi al prossimo.

Il bello della vita , le fatiche di tutti i giorni,
la pazienza nella malattia  e la gioia di una nascita:
tutto viene assunto  da Gesù bambino nel Natale
così che nessuno perda la speranza e si senta solo.

Buon Natale

Vittorino e Maria Pia


lunedì 21 ottobre 2013

mercoledì 16 ottobre 2013

martedì 15 ottobre 2013

Oggi ho festeggiato il mio compleanno e sabato lo festeggero' nuovamente!



Parole di Papa Francesco nella Giornata Mariana davanti alla Statua della Madonna di Fatima


...alla misericordia di Dio – lo sappiamo – nulla è impossibile! Anche i nodi più intricati si sciolgono con la sua grazia. E Maria, che con il suo “sì” ha aperto la porta a Dio per sciogliere il nodo dell’antica disobbedienza, è la madre che con pazienza e tenerezza ci porta a Dio perché Egli sciolga i nodi della nostra anima con la sua misericordia di Padre. Ognuno di noi ne ha alcuni, e possiamo chiederci dentro al nostro cuore: quali nodi ci sono nella mia vita? “Padre, i miei non si possono sciogliere!”. Ma, questo è uno sbaglio! Tutti i nodi del cuore, tutti i nodi della coscienza possono essere sciolti. Chiedo a Maria che mi aiuti ad avere fiducia nella misericordia di Dio, per scioglierli, per cambiare?......
Papa Francesco ha aperto solennemente, sabato 12 ottobre 2013, la Giornata mariana in piazza San Pietro, davanti alla Statua della Madonna di Fatima. L’evento, che fa parte dell’Anno della Fede, coincide con l’ultima apparizione a Fatima, il 13 ottobre del 1917. La catechesi del Santo Padre giunge al termine della meditazione della piazza sulla Via Matris, le sette tappe dolorose della vita di Maria, dalla profezia di Simeone alla deposizione del corpo di Gesù nel sepolcro il sabato santo, e parte da un interrogativo: “Come è stata la fede di Maria?”
Queste le parole di Papa Francesco:
Cari fratelli e sorelle,questo incontro dell’Anno della fede dedicato a Maria, Madre di Cristo e della Chiesa, Madre nostra. La sua statua, venuta da Fatima, ci aiuta a sentire la sua presenza in mezzo a noi. C’è una realtà: Maria sempre ci porta a Gesù. E’ una donna di fede, una vera credente. Possiamo domandarci: come è stata la fede di Maria?

AUGURI GIOVANNI BUON COMPLEANNO

AUGURI!
OGGI 16 ANNI

giovedì 10 ottobre 2013

Che bello seguire Francesco (articolo di Antonio Socci)

CHE BELLO SEGUIRE FRANCESCO! QUELLO CHE CI INSEGNA (ANCHE SUI VALORI): I CRISTIANI LEGGONO I SEGNI DEI TEMPI. UNA STORIA CHE INIZIA.

20 SETTEMBRE 2013 / IN NEWS

C’è lo stupore e la compassione nella splendida intervista di papa Francesco. Lo stupore di chi si è sentito perdonato e amato dal Salvatore, come il pubblicano Matteo, l’evangelista della celebre tela di Caravaggio. Che il papa evoca.

E c’è la compassione per questa umanità di feriti. Il desiderio di portare a tutti quello sguardo di misericordia che lui ha incontrato nel volto di Gesù e quindi nella Chiesa.

 

COSA SIAMO

 

In effetti siamo un mondo di feriti. Le cronache parlano di guerre sanguinose, di repressioni crudeli, di una crisi economica che imperversa e porta all’angoscia, di società piene di odio. Parlano di violenza perfino in quei rapporti affettivi personali che dovrebbero essere segnati dall’amore.

Siamo tutti creature ferite dalla vita. Non lo si può negare.

Il recente Festival della filosofia di Modena, dedicato appunto all’amore, è stato concluso dalla lezione magistrale della sociologa israeliana Eva Illouz, nota per il suo best-seller, “Perché l’amore fa soffrire”.

La Illouz, sebbene femminista e liberal, ha fotografato – a cinquant’anni dalla rivoluzione sessuale che doveva renderci tutti liberi e felici – un panorama di rovine.

Ha spiegato che l’amore “ormai è divenuto un problema, preso in carico dalle comunità terapeutiche”. Ha aggiunto: “l’amore ha sempre fatto soffrire, ma oggi lo fa molto più di prima”. E lo sappiamo tutti.

E’ l’ennesima eterogenesi dei fini. Come il marxismo, anche la rivoluzione sessuale promise la felicità e ha prodotto l’infelicità (così pure potremmo dire per il mito scientista o quello del benessere).

 

L’OSPEDALE DI DIO

 

Dunque la nostra società è piena di feriti. Ecco perché papa Francesco vede la Chiesa “come un ospedale da campo dopo la battaglia”. Essa si sente chiamata a “curare le ferite e riscaldare il cuore dei fedeli”.

Siamo tutti feriti senza distinzione di credo o di filosofia o di fede politica. La battaglia che ci ha messo a terra e di cui parla il Papa è quella della vita, ma anche quella che la modernità aveva intrapreso per emanciparsi da Dio.

E’ evidente che la Chiesa ha perso quella battaglia (umanamente e storicamente parlando).

Ma i “morti e i feriti” distesi sul terreno sono i vincitori, cioè tutti noi moderni. La Chiesa non combatteva per sé, ma per noi. Noi moderni abbiamo prevalso e ora siamo al tappeto.

Perciò essa, come una madre premurosa, che aveva messo in guardia i suoi figli, si china su di loro, pietosa e se li carica sulle spalle.

Papa Francesco fa come il padre del figliol prodigo. Che non rinfaccia al figlio i suoi errori, che non inveisce e non punisce.

Anzi, “quando era ancora lontano, il padre lo vide e commosso gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò”, poi – interrompendo il mea culpa del figlio – “disse ai servi: presto, portate qui il vestito più bello e rivestitelo, mettetegli l’anello al dito e i calzari ai piedi… facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato” (Lc 15, 20-24).

 

IL FRATELLO INDIGNATO

 

Diciamo la verità, l’atteggiamento del figlio maggiore che, tornando dai campi, vede tutti questi festeggiamenti e s’indigna col padre, somiglia un po’ a quello di alcuni di noi cattolici verso papa Francesco.

C’è chi pretenderebbe che si stesse ogni giorno a condannare, a recriminare e a far proclami. Mentre il padre vuole anzitutto riabbracciare l’errante e riaverlo come figlio.

Questo non significa affatto approvare gli errori o sottovalutarli. No, significa amare i figli.

Del resto è ciò che la Chiesa ha fatto fin dalle origini. La “bella notizia” (perché questo significa la parola “Vangelo”) non è l’elenco dei peccati, nemmeno un catalogo di valori morali, ma è l’annuncio che Dio ha avuto pietà degli uomini ed è venuto a prenderseli sulle spalle, a curarli, a guarirli, a salvarli.

Gesù entrò nel mondo così: “Non incriminò, non accusò nessuno. Salvò. Non incriminò il mondo. Salvò il mondo. Questi altri” scriveva Péguy “vituperano, raziocinano, incriminano. Medici ingiuriosi che se la prendono con il malato”.

Il grande convertito francese usava la stessa metafora di papa Francesco: siamo una umanità malata, un mondo di feriti. E il medico non può prendersela col malato. Il suo compito è curarlo e guarirlo.

Si dirà che oggi però c’è la secolarizzazione dilagante. Ma già Péguy rispondeva a questa obiezione: “anche al tempo di Gesù c’erano il secolo e le sabbie del secolo. Ma sulla sabbia arida, sulla sabbia del secolo scorreva una fonte, una fonte inesauribile di grazia”.

Pure Gesù fu accusato di essere indulgente e perfino connivente con peccatori, pubblicani e prostitute. Ma era venuto per loro (cioè per tutti noi). E proprio la sua misericordia, la bellezza della sua umanità, commuoveva i peccatori che si convertivano e cambiavano vita.

 

LA GUERRA DEI VALORI

 

Chi oggi lamenta la fine della battaglia per i valori non negoziabili non ha compreso. A parte il fatto che tali valori non sono l’essenza del cristianesimo e considerarli tali sarebbe una nuova, pericolosa ideologia.

Chiarito ciò è sbagliato pensare che Francesco rinneghi quanto hanno insegnato i suoi due predecessori. Perché ha sempre ribadito quell’insegnamento (anche ieri lo ha fatto su inizio e fine vita).

Certo, non sta a ripeterlo ogni giorno. Ma non perché quei principi, ai suoi occhi, non siano importanti.

Solo perché a Francesco preme anzitutto sottolineare il primo, vero, grande e basilare “principio non negoziabile” (la base di tutti gli altri): l’essere umano concreto, quello in carne e ossa, con le sue ferite, anche con i suoi peccati. La sua salvezza.

Agli occhi di Dio le persone concrete sono il fondamentale “principio non negoziabile”, tanto che per ognuno di loro si è fatto uomo, si è fatto crocifiggere ed è risorto.

Ecco perché nell’esortazione missionaria di Francesco a “curare” le ferite dell’umanità, rientra pienamente fare centri di aiuto alla vita, accogliere le persone travolte dal crollo di legami affettivi, sostenere chi vive malattie terminali o ha persone care in condizioni estreme, aiutare poveri e infelici. Si apre una grande stagione di carità per i cristiani.

 

COSA CAMBIA

 

Certo, cambia qualcosa: lo sguardo su questo momento storico. Più che battaglie culturali con intellettuali e politici, ci si prenderà cura degli esseri umani.

Non perché sia sbagliato o inutile dire la verità e cercare il bene pubblico: è doveroso (lo stesso Francesco ha dialogato con Scalfari).

Ma perché – come diceva don Giussani – a vincere la cultura nichilista non sarà una contrapposta cultura cattolica, ma la commozione personale per Gesù, la sua carità: “La Chiesa è proprio un luogo commovente di umanità, è il luogo della umanità… La lotta col nichilismo, contro il nichilismo, è questa commozione vissuta” (Giussani).

Del resto è sempre stato così. Il mondo è sempre stato una distesa di feriti. Perché tale è la condizione umana. Nasciamo come naufraghi che cercano il senso della vita, avvolti dal mistero dell’universo, desideriamo amare ed essere amati, subiamo il male e lo facciamo, bramiamo ogni giorno la felicità e non la troviamo.

Così ci vedeva Gesù. Così ci rappresentò nella parabola del Buon Samaritano: noi siamo quell’uomo “spogliato, percosso” e lasciato “mezzo morto” sul ciglio della strada. Mentre lui è il buon samaritano che “ne ebbe compassione, gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino; poi, caricatolo sopra il suo giumento, lo portò a una locanda e si prese cura di lui”.

Quella “locanda” è la Chiesa. E come Gesù cura le nostre ferite? Ce lo dice il profeta Isaia: “per le Sue piaghe noi siamo stati guariti”. Ci guarisce soffrendo al posto nostro. Ci riscatta dando se stesso.

I santi ce lo ricordano. Pensiamo a padre Pio, alle sue stigmate, alle sofferenze con cui otteneva tante grazie. Il suo confessionale è stato un grande ospedale da campo delle anime. E accanto ha voluto far costruire un grande ospedale dei corpi: “la casa sollievo della sofferenza”. Per capire papa Francesco guardate i santi come padre Pio.

 

Antonio Socci

 

Da “Libero”, 21 settembre 2013

Facebook: “Antonio Socci pagina ufficiale”


lunedì 7 ottobre 2013

Il papa ad Assisi

Li ha abbracciati uno ad uno. Una carezza sul viso e un bacio in fronte. Ai più grandi ha scompigliato i capelli con la mano, un saluto tenero e scherzoso per ognuno dei bambini disabili dell'"Istituto Serafico” di Assisi. Papa Francesco ha voluto iniziare da qui la sua visita alla città del santo di cui porta il nome, in occasione della festa del 4 ottobre. Quei bambini, scrive il Papa, gli ricordano Nicolás, un ragazzo disabile di 16 anni che da Buenos Aires gli ha mandato «una delle più belle lettere che ho ricevuto». «Caro Francesco: non posso scriverti io (perché ancora non parlo, né cammino), ma ho chiesto ai miei genitori di farlo al mio posto, perché loro sono le persone che mi conoscono di più. Quest’anno, in novembre, riceverò la Cresima, una cosa che mi dà molta gioia. Tutte le notti, da quando tu me l’hai chiesto, io domando al mio Angelo Custode, che si chiama Eusebio e che ha molta pazienza, di custodirti e di aiutarti. Stai sicuro che lo fa molto bene perché ha cura di me e mi accompagna tutti i giorni».

Il Papa resta in silenzio davanti ai “piccoli” di Assisi. Aveva preparato un discorso scritto, ma parla a braccio, mentre quasi 100mila persone lo ascoltano dai maxischermi posizionati intorno alla Basilica di San Francesco. «Sull’altare adoriamo la carne di Gesù, in questi bambini troviamo le Sue piaghe. E queste piaghe hanno bisogno di essere ascoltate, di essere riconosciute». Piaghe, non ferite. Lo sottolinea il Papa. I segni della Passione fanno Gesù «bellissimo»: «Quando Cristo è Risorto non aveva nel suo corpo dei lividi, delle ferite… Niente! Era più bello! Soltanto ha voluto conservare le piaghe e se le è portate in Cielo. Noi curiamo le piaghe di Gesù qui e Lui, dal Cielo, dice a ciascuno: “Ti sto aspettando!”».

Cristiani di pasticceria 
Papa Bergoglio è stato il primo, nella storia della Chiesa, a prendere il nome di Francesco. Figlio spirituale di sant'Ignazio di Loyola, si è innamorato del Poverello di Assisi. La sera dell'elezione «avevo accanto a me l'arcivescovo emerito di San Paolo e anche Prefetto emerito della Congregazione per il Clero, Claudio Hummes, un grande amico», ha raccontato il Pontefice: «Quando la cosa è divenuta un po' pericolosa lui mi confortava, e quando i voti sono saliti a due terzi, momento in cui viene l'applauso consueto perché è stato eletto il Papa, lui mi ha abbracciato, mi ha baciato, e mi ha detto: non ti dimenticare dei poveri». «Quella parola è entrata qui», ha aggiunto il Pontefice toccandosi la testa: «I poveri, i poveri. Poi subito, in relazione ai poveri, ho pensato a Francesco d'Assisi».

La seconda tappa il Papa l'ha fatta al vescovado, nella Sala della spoliazione di san Francesco, dove ha incontrato i poveri assistiti dalla Caritas. Un altro discorso a braccio, commentando ciò che in questi giorni i giornali ipotizzavano avrebbe detto ad Assisi. Considerazioni, critiche, indiscrezioni: «Il Papa andrà a spogliare la Chiesa, lì!», «spoglierà gli abiti dei Vescovi, dei Cardinali; spoglierà se stesso…». 
«Questa è una buona occasione per fare un invito alla Chiesa a spogliarsi», ha detto Francesco: «Ma la Chiesa siamo tutti, eh! Tutti! Dal primo battezzato, tutti siamo Chiesa. E tutti dobbiamo andare per la strada di Gesù, che ha fatto una strada di spoliazione, lui stesso. Se vogliamo essere cristiani non c’è altra strada. “Ma non possiamo fare un cristianesimo un po’ più umano?”, dicono. Senza Croce, senza Gesù, senza spoliazione. Ma così diventeremo cristiani di pasticceria, come belle torte, come belle cose dolci… Bellissimo, ma non cristiani davvero!». 

C'è una frase che il Papa ripete più volte: la mondanità è uno dei mali più grandi. «Noi non possiamo seguire il denaro, la vanità, l'orgoglio. La mondanità spirituale uccide! Uccide l’anima! Uccide le persone! Uccide la Chiesa». A questo mondo, è stata la sua denuncia, «non importa che tanta gente debba fuggire dalla schiavitù, dalla fame, cercando la libertà e con quanto dolore, tante volte, vediamo che queste persone trovano la morte, come è successo a Lampedusa. Oggi è un giorno di pianto!». 

La pace di Francesco 
La visita del Papa è un pellegrinaggio, fatto di incontri, silenzio e preghiera. Quella privata, davanti al crocifisso di san Damiano («che è un Cristo vivo, perché ha gli occhi spalancati. È vivo perché è Dio incarnato»), nella Porziuncola e poi alla tomba di santa Chiara e quella di san Francesco. E quella pubblica, durante la Messa celebrata nella piazza della Basilica inferiore. Arrivato in anticipo da Roma, alle 7.30 del mattino, Bergoglio parla con una sorta di trepidazione. Sembra quasi abbia fretta di dire ciò che gli sta a cuore. «Cosa ci dice Francesco con la sua vita? Che essere cristiani significa vivere in rapporto vitale con la persona di Gesù. È assimilarsi a Lui. La pace francescana non è un sentimento sdolcinato. Per favore: questo san Francesco non esiste! E neppure è una specie di armonia panteistica con le energie del cosmo. Anche questo non è francescano! La pace di san Francesco è quella di Cristo, e la trova chi “prende su di sé” il suo “giogo”, cioè il suo comandamento: amatevi gli uni gli altri come io vi ho amato. Da questa Città della Pace, ripeto con la forza e la mitezza dell’amore: rispettiamo la creazione, non siamo strumenti di distruzione! Rispettiamo ogni essere umano: cessino i conflitti armati che insanguinano la terra, tacciano le armi. Sentiamo il grido di coloro che piangono, soffrono e muoiono a causa della violenza, del terrorismo o della guerra, in Terra Santa, tanto amata da San Francesco, in Siria, nell’intero Medio Oriente, in tutto il mondo».

Per un «sì»
Il viaggio prosegue, a tappe serrate. Nella cattedrale di San Rufino, il Papa incontra i sacerdoti e i consacrati. «La Chiesa non cresce per proselitismo, ma per attrazione», ricorda loro Francesco. L'invito ad uscire dalle parrocchie è chiaro. L'aveva già detto molte volte in questi primi sei mesi di Pontificato: «Andate nelle periferie, camminate! Penso che questa sia veramente l'esperienza più bella che viviamo: far parte di un popolo in cammino nella Storia, insieme con il suo Signore, che cammina in mezzo a noi. Non c'è da temere, non siamo soli».

L'incontro con le suore di clausura del monastero di santa Chiara è segnato dalla tenerezza. Le monache abbracciano il Papa come si abbraccia un padre. «La vostra strada è grandemente umana», dice loro Bergoglio: «Sapete qual è il segno di una suora così umana? La gioia! Che tristezza per me vedere delle suore che non gioiscono. Sorridono a volte, ma con il sorriso delle assistenti di volo, non con la gioia che viene da dentro». 

L'ultimo appuntamento Francesco lo dedica ai giovani. A Santa Maria degli Angeli lo attendono in 12mila. Il clima di festa al suo arrivo si fa subito silenzio, per ascoltare ciò che il Papa ha scritto per rispondere alle domande di alcuni ragazzi sul matrimonio, il sacerdozio e la verginità. «Ci vuole coraggio a fare una famiglia oggi. La società in cui voi siete nati privilegia i diritti individuali piuttosto che la famiglia, le relazioni che durano finché non sorgono difficoltà. “Staremo insieme finche dura l'amore”, mi dicono. Ma questo è egoismo. Noi viviamo nella cultura del provvisorio. Ma Gesù non ci ha salvato in modo provvisorio! Quindi non bisogna avere paura di fare passi definitivi nella vita come è quello del matrimonio: approfondite il vostro amore, rispettandone i tempi e le espressioni, pregate, preparatevi bene, ma poi abbiate fiducia che il Signore non vi lascia soli! Fatelo entrare nella vostra casa come uno di famiglia, Lui vi sosterrà sempre».

Il discorso del Papa torna ancora una volta sulla vita consacrata: «Il rapporto con Dio non riguarda solo una parte di noi stessi, riguarda tutto. È un amore così grande, così bello, così vero, che merita tutto e merita tutta la nostra fiducia. E una cosa vorrei dirla con forza, specialmente oggi: la verginità per il Regno di Dio non è un “no”, è un “sì”! Alla base c’è il “sì”, come risposta al “sì” totale di Cristo verso di noi, e questo “sì” rende fecondi»
Ogni parola di Papa Francesco è un invito a non avere paura. A fidarsi. E seguire, anche quando tutto sembra dire il contrario. Dietro la Basilica Superiore cresce il tramonto, mentre l'elicottero vaticano si prepara a partire verso Roma. Davanti alla Basilica si salutano i pellegrini. E si torna a casa: con un nuovo, inaspettato, desiderio di pace.

giovedì 3 ottobre 2013

Buon onomastico Francesco

Buon onomastico Francesco!


martedì 1 ottobre 2013

Papa Francesco, intervistato da Scalfari, gli fa questa domanda: «Ma lei, laico e non credente in Dio, in che cosa crede?» 1 ottobre 2013 di Redazione

papa-francesco

Papa Francesco «ha sconvolto» il fondatore di Repubblica Eugenio Scalfari, a cui aveva già inviato una lettera, invitandolo a Santa Marta per incontrarsi. Oggi Repubblicariporta l’intervista che è risultata da quell’incontro, qui ne trovate ampi stralci.

MALI PIÙ GRAVI OGGI. «I più gravi dei mali che affliggono il mondo in questi anni sono la disoccupazione dei giovani e la solitudine in cui vengono lasciati i vecchi. I vecchi hanno bisogno di cure e di compagnia; i giovani di lavoro e di speranza, ma non hanno né l’uno né l’altra, e il guaio è che non li cercano più. Sono stati schiacciati sul presente. Mi dica lei: si può vivere schiacciati sul presente? Senza memoria del passato e senza il desiderio di proiettarsi nel futuro costruendo un progetto, un avvenire, una famiglia? È possibile continuare così? Questo, secondo me, è il problema più urgente che la Chiesa ha di fronte a sé».

NARCISISMO. «Ciascuno ha una sua idea del Bene e del Male e deve scegliere di seguire il Bene e combattere il Male come lui li concepisce. Basterebbe questo per migliorare il mondo. L’agape è l’amore per gli altri, come il nostro Signore l’ha predicato. Non è proselitismo, è amore. Amore per il prossimo, lievito che serve al bene comune. Il Figlio di Dio si è incarnato per infondere nell’anima degli uomini il sentimento della fratellanza. Tutti fratelli e tutti figli di Dio. Abba, come lui chiamava il Padre. Io vi traccio la via, diceva. Seguite me e troverete il Padre e sarete tutti suoi figli e lui si compiacerà in voi. L’agape, l’amore di ciascuno di noi verso tutti gli altri, dai più vicini fio ai più lontani, è appunto il solo modo che Gesù ci ha indicato per trovare la via della salvezza e delle Beatitudini. (…) A me la parola narcisismo non piace, indica un amore smodato verso se stessi e questo non va bene, può produrre danni gravi non solo all’anima di chi ne è affetto ma anche nel rapporto con gli altri, con la società in cui vive. Il vero guaio è che i più colpiti da questo che in realtà è una sorta di disturbo mentale sono persone che hanno molto potere. Spesso i Capi sono narcisi».

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LA CURIA. «In Curia ci sono talvolta dei cortigiani, la Curia nel suo complesso è un’altra cosa. È quella che negli eserciti si chiama l’intendenza, gestisce i servizi che servono alla Santa Sede. Però ha un difetto: è Vaticano-centrica. Vede e cura gli interessi del Vaticano, che sono ancora, in gran parte, interessi temporali. Questa visione Vaticano-centrica trascura il mondo che ci circonda. Non condivido questa visione e farò di tutto per cambiarla. La Chiesa è o deve tornare ad essere una comunità del popolo di Dio e i presbiteri, i parroci, i Vescovi con cura d’anime, sono al servizio del popolo di Dio».

LA VOCAZIONE. «Non ho sentito la vocazione da giovanissimo. Avrei dovuto fare un altro mestiere secondo la mia famiglia, lavorare, guadagnare qualche soldo. Feci l’università. Ebbi anche una insegnante verso la quale concepii rispetto e amicizia, era una comunista fervente. Spesso mi leggeva e mi dava da leggere testi del Partito comunista. Così conobbi anche quella concezione molto materialistica. (…) Il suo materialismo non ebbe alcuna presa su di me».

SANTI PREFERITI. «San Paolo è quello che mise i cardini della nostra religione e del nostro credo. Non si può essere cristiani consapevoli senza San Paolo.  (…) E poi Agostino, Benedetto e Tommaso e Ignazio. E naturalmente Francesco. Debbo spiegarle il perché? Mi chiede una classifica, ma le classifiche si possono fare se si parla di sport o di cose analoghe. Potrei dirle il nome dei migliori calciatori dell’Argentina. Ma i santi…».

L’ELEZIONE A PAPA. «Adoro i mistici ma io non credo di avere quella vocazione. (…) Il mistico riesce a spogliarsi del fare, dei fatti, degli obiettivi e perfino della pastoralità missionaria e s’innalza fino a raggiungere la comunione con le Beatitudini. A me è capitato raramente. Per esempio quando il Conclave mi elesse Papa. Prima dell’accettazione chiesi di potermi ritirare per qualche minuto nella stanza accanto a quella con il balcone sulla piazza. La mia testa era completamente vuota e una grande ansia mi aveva invaso. Per farla passare e rilassarmi chiusi gli occhi e scomparve ogni pensiero, anche quello di rifiutarmi ad accettare la carica come del resto la procedura liturgica consente. Chiusi gli occhi e non ebbi più alcuna ansia o emotività. Ad un certo punto una grande luce mi invase, durò un attimo ma a me sembro lunghissimo. Poi la luce si dissipò, io m’alzai di scatto e mi diressi nella stanza dove mi attendevano i cardinali e il tavolo su cui era l’atto di accettazione».

Papa Francesco celebra Corpus Domini

L’OBIETTIVO NON È IL PROSELITISMO. «Siamo sempre stati una minoranza ma il tema di oggi non è questo. Personalmente penso che essere una minoranza sia addirittura una forza. Dobbiamo essere un lievito di vita e di amore e il lievito è una quantità infinitamente più piccola della massa di frutti, di fiori e di alberi che da quel lievito nascono. Mi pare d’aver già detto prima che il nostro obiettivo non è il proselitismo ma l’ascolto dei bisogni, dei desideri, delle delusioni, della disperazione, della speranza. Dobbiamo ridare speranza ai giovani, aiutare i vecchi, aprire verso il futuro, diffondere l’amore. Poveri tra i poveri. Dobbiamo includere gli esclusi e predicare la pace. Il Vaticano II, ispirato da papa Giovanni e da Paolo VI, decise di guardare al futuro con spirito moderno e di aprire alla cultura moderna. I padri conciliari sapevano che aprire alla cultura moderna significava ecumenismo religioso e dialogo con i non credenti. Dopo di allora fu fatto molto poco in quella direzione. Io ho l’umiltà e l’ambizione di volerlo fare».

GOVERNO DELLA CHIESA. «Non sono certo Francesco d’Assisi e non ho la sua forza e la sua santità. Ma sono il Vescovo di Roma e il Papa della cattolicità. Ho deciso come prima cosa di nominare un gruppo di otto cardinali che siano il mio consiglio. Non cortigiani ma persone sagge e animate dai miei stessi sentimenti. Questo è l’inizio di quella Chiesa con un’organizzazione non soltanto verticistica ma anche orizzontale. Quando il cardinal Martini ne parlava mettendo l’accento sui Concili e sui Sinodi sapeva benissimo come fosse lunga e difficile la strada da percorrere in quella direzione. Con prudenza, ma fermezza e tenacia».

CHIESA E POLITICA. «La Chiesa non si occuperà di politica. (…) La politica è la prima delle attività civili ed ha un proprio campo d’azione che non è quello della religione. Le istituzioni politiche sono laiche per definizione e operano in sfere indipendenti. Questo l’hanno detto tutti i miei predecessori, almeno da molti anni in qua, sia pure con accenti diversi. Io credo che i cattolici impegnati nella politica hanno dentro di loro i valori della religione ma una loro matura coscienza e competenza per attuarli. La Chiesa non andrà mai oltre il compito di esprimere e diffondere i suoi valori, almeno fin quando io sarò qui. La Chiesa non è quasi mai stata così. Molto spesso la Chiesa come istituzione è stata dominata dal temporalismo e molti membri ed alti esponenti cattolici hanno ancora questo modo di sentire».

IN COSA CREDE? «Ma ora lasci a me di farle una domanda: lei, laico non credente in Dio, in che cosa crede? Lei è uno scrittore e un uomo di pensiero. Crederà dunque a qualcosa, avrà un valore dominante. Non mi risponda con parole come l’onestà, la ricerca, la visione del bene comune; tutti principi e valori importanti, ma non è questo che le chiedo. Le chiedo che cosa pensa dell’essenza del mondo, anzi dell’universo. Si domanderà certo, come tutti, chi siamo, da dove veniamo, dove andiamo. Se le pone anche un bambino queste domande. E lei?». (…) Scalfari: La risposta è questa: io credo nell’Essere, cioè nel tessuto dal quale sorgono le forme, gli Enti (…). Papa Francesco: «Va bene. Non volevo che mi facesse un compendio della sua filosofia e mi ha detto quanto mi basta». «E io credo in Dio. Non in un Dio cattolico, non esiste un Dio cattolico, esiste Dio. E credo in Gesù Cristo, sua incarnazione. Gesù è il mio maestro e il mio pastore, ma Dio, il Padre, Abbà, è la luce e il Creatore. Questo è il mio Essere. (…) Dio è luce che illumina le tenebre anche se non le dissolve e una scintilla di quella luce divina è dentro ciascuno di noi. Nella lettera che le scrissi ricordo d’averle detto che anche la nostra specie finirà ma non finirà la luce di Dio che a quel punto invaderà tutte le anime e tutto sarà in tutti. (…) Ma la trascendenza resta perché quella luce, tutta in tutti, trascende l’universo e e specie che in quella fase lo popolano».

LIBERISMO. «Personalmente penso che il cosiddetto liberismo selvaggio non faccia che rendere i forti più forti, i deboli più deboli e gli esclusi più esclusi. Ci vuole grande libertà, nessuna discriminazione, non demagogia e molto amore. Ci vogliono regole di comportamento ed anche, se fosse necessario, interventi diretti dello Stato per correggere le disuguaglianze più intollerabili».


Vita di don Giussani

VITA DI DON GIUSSANI

Una vita che continua ora

di Davide Perillo

30/09/2013 - Dopo le presentazioni a Milano e Roma, riproponiamo l'intervista a Alberto Savorana apparsa su Tracce di settembre. L'autore della biografia, giunta alla quarta edizione, racconta gli anni di lavoro. E la riscoperta di un amico che credeva di conoscere

Cinque anni e mezzo di lavoro. Più di cinquantamila pagine lette e studiate. E poi gli archivi, i testimoni, i libri... Ora che la sua Vita di don Giussani (Rizzoli, 1.354 pagine, 25 euro) arriva in libreria, fa effetto sentir dire ad Alberto Savorana, responsabile dell’Ufficio stampa di Cl, quello che confessa a fine intervista: «Guarda, io di mio vorrei sparire. Vorrei soltanto che a chi legge venisse il desiderio di conoscerlo ancora di più. È solo un inizio, un primo tentativo». 
Vero, per carità. Ma è un inizio imponente. Per lo spessore e la profondità del lavoro. E perché viene da uno di quelli che don Giussani l’hanno conosciuto meglio. Vent’anni di lavoro fianco a fianco, come «portavoce» del movimento, direttore di questo giornale (che ha guidato dal 1994 al 2008) e collaboratore nella pubblicazione dei volumi del fondatore di Cl, scomparso nel 2005 e di cui è stata richiesta l’apertura della causa di beatificazione. Ma soprattutto vent’anni di amicizia stretta, vera e viva. Che in questa avventura editoriale ha trovato un’altra strada, davvero imprevedibile, per continuare. 
Si scoprono tante cose di don Giussani, leggendo. E viene voglia, appunto, di scoprirne tante altre, di approfondire la conoscenza della sua vicenda personale e del carisma. Ma se c’è un dato che domina da subito, dal primo sfoglio all’ultima riga, è proprio questa percezione chiara e netta di una vita che prosegue. Di un presente, non di un «devoto ricordo», per usare un’espressione cara allo stesso Giussani. Ecco, il volume di Savorana ce lo offre vivo. Per questo è una sfida. Come è stato - è - per lui.

Come è nato questo libro, Alberto? 
Era una sera del febbraio 2008. Eravamo a cena con un gruppetto di amici e don Carrón. Alla fine, lui dice che forse, ad alcuni anni dalla morte di don Giussani, è arrivato il momento di immaginare un primo tentativo di redigere una sua vita documentata. E mi chiede se me la sento. Per me è stata una sorpresa assoluta. Anche perché io avevo fatto il proposito di non occuparmi della storia di Giussani. Vuoi per pudore e coscienza dei miei limiti, vuoi perché venti anni della mia vita, personale e professionale, li ho condivisi con lui. 

La tua reazione?
Duplice. Da una parte sentivo un’umiliazione, perché un’impresa del genere mi sembrava assolutamente sproporzionata alle mie forze. Dall’altra è cresciuto un entusiasmo perché si trattava di obbedire a qualcuno che me lo chiedeva. Questo mi ha messo subito in una condizione di disponibilità e libertà. Chi mi aveva suggerito quel lavoro, poteva in ogni momento revocare il mandato. Era un dato oggettivo: il segno che c’era di mezzo il Mistero. Il giorno dopo ho detto di sì. Ma in cuor mio avevo deciso la sera stessa... 

Ma cosa pensavi all’idea della mole di lavoro che ti aspettava? Ti sarai spaventato un po’...
La prima questione era da dove cominciare. Ricordo di averlo chiesto anche a Carrón. Lui mi ha risposto raccontandomi di come con i suoi amici, seminaristi e poi giovani sacerdoti a Madrid, avevano cominciato a studiare la storicità dei Vangeli. L’entusiasmo per l’esperienza che vivevano tra loro e con i loro maestri aveva fatto crescere la curiosità e il desiderio di indagare, di capire di più come era cominciato tutto. «Tu prova a fare lo stesso», mi ha detto: «Buttati nella ricerca, nella lettura, nell’indagine sui dati e sulle fonti, a partire dal presente che vivi. Lascia che le cose ti colpiscano, e vedrai che la strada verrà quasi da sé». Questo è stato fin dall’inizio molto chiaro. Non si trattava di un’opera di rievocazione storica distaccata, ma io ero parte in causa. Sia perché l’avevo vissuta, almeno negli ultimi venticinque anni, sia perché - ma di questo me ne sono accorto lavorando - non si possono intravvedere i dati della vita di un uomo se non c’è qualcosa già in te che hai vissuto come domanda, esperienza, aspettativa, difficoltà. 

Nell’introduzione parli di «simpatia umana», proprio nel senso pieno, di condivisione... 
Sì. Mi ha guidato uno sguardo pieno di curiosità amicale su un uomo che ha vissuto quello che ho vissuto. In tanti momenti, trovando certi dati e fatti della vita di Giussani, è stato immediato il paragone con me. 

Per esempio?
Quando lui racconta che a 13 anni ha avuto un momento di fuga, che ha passato parte dell’estate a leggere tutto Leopardi perché era in crisi e nulla poteva colmare le sue domande se non quelle letture, eccetera, io ho sempre pensato: «Tredici anni, sì... Sarà stato quando faceva il liceo». Be’, trovare nei registri del seminario che proprio in quell’anno si riscontra un momento di crisi nella sua vita, mi ha confermato che quando lui dice «tredici anni» sono proprio tredici anni. E in quell’istante ho pensato a come io guardavo i miei primi due figli quando avevano tredici anni. Cioè come dei bambini che si affacciavano appena alla possibilità della ragione. E dato che questa scoperta ha coinciso con i tredici anni di mia figlia, in un istante mi sono reso conto che avevo davanti non una bambina ancora “incapace di intendere e volere”, ma un essere ragionevole che a suo modo viveva le stesse domande, ansie e desideri che ho io. Ma molti episodi mi hanno fatto fare questo paragone. Anche per questo mi ha molto colpito quando Carrón, agli Esercizi della Fraternità, ha detto quella frase: «La storia di don Giussani è così significativa perché ha vissuto le nostre stesse circostanze, e ha dovuto affrontare le stesse sfide e gli stessi rischi». Io ho rivissuto in lui tanti momenti, fasi, situazioni della mia vita. E ho potuto fare il paragone.

Ma non è la stessa cosa che accadeva nel rapporto con lui vivo? 
Sì, ma il lavoro sul libro l’ha oggettivata. Perché mi ha costretto a stare molto di più sui dati e a non fermarmi all’apparenza. Don Giussani aveva una personalità così forte che a volte poteva accadere di fermarti lì. Senza fare il passo per cui ti accorgevi che quella personalità, in realtà, era segno e voce di un’altra cosa. Immergermi nel lavoro sui documenti mi ha costretto a entrare sotto la superficie dei dati, a leggerli come segni che portavano ad altro. Da questo punto di vista, il segno più clamoroso di tutta la sua vita è l’imponenza della figura di Cristo, che emerge come dato assolutamente dominante. È giovanissimo quando scrive quella frase: «La gioia più grande della vita dell’uomo è quella di sentire Gesù Cristo vivo e palpitante nelle carni del proprio pensiero e del proprio cuore. Il resto è veloce illusione o sterco». Che è il contrario del disprezzare le cose: è metterle nella loro giusta prospettiva. Per Giussani, in tutta la vita, questo è un dato impressionante: Cristo è la consistenza delle cose, è la realtà della realtà.
Tu scrivi che in lui «domina il senso dell’Incarnazione, il riconoscimento della presenza di Cristo qui e ora, della Sua contemporaneità»...
Assolutamente. E domina dal giorno in cui il suo professore Gaetano Corti legge e spiega il prologo del Vangelo di Giovanni. Tanto è vero che lui dirà: «Da allora l’istante non fu più banalità per me». Lì è la chiave di volta della vicenda di un giovane che scopre il segreto della vita. Un segreto che non aveva scorto prima, tanto da aver ingaggiato quella dialettica con Leopardi. Il «bel giorno», come lo chiama lui, è quello in cui Giussani capisce che la bellezza che inseguiva Leopardi si era incarnata. Era Cristo.

Tu sei stato testimone diretto di molti dei fatti che racconti. Che cosa ti ha aiutato a non far prevalere la dimensione del ricordo personale?
Anzitutto, è stata una scelta precisa. Nel libro non ho messo «i miei ricordi di don Giussani», ho cercato sempre di appoggiarmi a fonti, documenti, testimoni che ho ritenuto affidabili, e a Giussani stesso. E anche quando racconto episodi di cui io stesso sono stato testimone, lo faccio quasi da spettatore alla finestra, che vede succedere qualcosa. Ma la cosa che mi è stata di maggiore aiuto, proprio a rendere il più oggettivo possibile questo lavoro, è stato ascoltare in questi anni parlare Carrón. Non tanto nei dialoghi privati, che pure ci sono stati, ma quando parla in pubblico. Per me è una scuola decisiva vedere come lui rivive le parole di Giussani; come passano attraverso la sua umanità, le domande, le difficoltà, le esigenze della vita del movimento e della vita tout court. È stato da subito un aiuto a segnare la strada, e soprattutto una correzione. 

Perché?
Ogni volta che lo sentivo mi rimetteva in una prospettiva meno inadeguata rispetto alla mole di dati e materiali che ho potuto accostare. In particolare le fonti inedite. Don Giussani ha parlato tantissimo. Ma soprattutto, per tutta la vita ha parlato, in sostanza, proprio della sua vita. Mentre cresceva - cioè mentre la sua vita evolveva e si approfondiva - ha riletto di continuo i momenti vissuti. Non come episodi intimi e individuali, ma come il documentarsi di un metodo: il metodo dell’esperienza, che lui ha applicato a sé da subito. Carrón mi ha aiutato a seguire e riprendere questo metodo.

Cosa vuol dire che don Giussani ha imparato tutto dall’esperienza, dai fatti che gli accadevano? 
Per lui tutta la realtà è segno. Non si esaurisce in quello che si vede e si tocca, ma rimanda oltre. È il famoso «tutte le cose portano scritto: “più in là”», di Montale. Ogni episodio della sua vita, lui lo ha guardato con questa prospettiva. E quindi lo ha fatto diventare esempio per tutti. Si tratti di una vicenda familiare, di salute, di un incontro con un Papa o con l’ultimo ragazzo conosciuto in un chiostro della Cattolica, tutto era l’emergere ai suoi occhi di una profondità che andava al di là del dato effimero. Tanto è vero che ci sono momenti in cui prende una frase detta da un ragazzo, o una cosa che sembra insignificante, e la fa diventare contenuto di una lezione, di un libro, di una proposta. 

Concretamente come hai lavorato? Come ti sei mosso, rispetto a tutta questa mole di materiali? 
Sono stato molto meccanico. Anzitutto, ho identificato le fonti primarie su cui lavorare. I materiali di archivio che proprio per questa occasione la Fraternità e Cl mi hanno consentito di consultare; altri archivi a cui si è potuto accedere; alcuni fondi privati - per esempio, i carteggi con le sorelle -; e le fonti edite, che conoscevo bene perché vi ho collaborato in questi anni. Poi, dato che dovevo stendere una vita documentata, ho fissato una cronologia: certi momenti - poi rivisti man mano - che, per la conoscenza che avevo, potevano costituire dei piloni della sua vicenda. In questo mi è stato di aiuto il lavoro che aveva fatto don Massimo Camisasca per i tre volumi della storia di Cl: di fatto, la prima parte è, in sintesi, il percorso della vita di don Giussani prima che iniziasse l’esperienza del movimento. Poi, ho cominciato a leggere in sequenza tutti i materiali. E ho verificato la fondatezza o meno di un’ipotesi che mi ero fatto rispetto alle fonti. In certi casi i dati mi hanno costretto a rivedere l’impianto generale. Per esempio, nell’episodio a cui attribuisco un valore decisivo per la vita di don Giussani, perché segna la svolta nella sua vocazione futura. 

Quale?
È l’incontro che fa all’inizio dell’estate del 1951 con un giovane che conosce casualmente in confessionale nella parrocchia di viale Lazio, a Milano. Don Giussani vi svolge il servizio pastorale sabato e domenica mentre già insegna a Venegono, dove è avviato a una brillante carriera teologica. Lì accade questo episodio, che racconterà in varie occasioni, ma soprattutto nel Senso religioso. Quel giovane, in confessione, gli dice che per lui l’ideale umano è il Capaneo di Dante: è incatenato dagli dei, ma gli dei non possono impedirgli di odiarli. È un episodio decisivo, perché si vede don Giussani in azione. Avrebbe potuto mandar via quel giovane o fargli una lezione, e invece gli fa una domanda: «Ma non è ancora più grande amare Dio che odiarlo?». Passa un mese e mezzo, il ragazzo torna e dice: ho ricominciato ad andare a messa, la sua domanda mi ha roso per tutta l’estate. Don Giussani diventa molto amico di questo giovane, e attraverso di lui conosce una serie di suoi compagni o ragazzi della parrocchia che frequentano i licei della zona: il Berchet, che è a quattro isolati da lì, il Beccaria... Confessandoli, si rende conto che questi ragazzi, tutti profondamente cattolici, attivi nella vita della Chiesa e delle parrocchie, vivono un grande disagio soprattutto a scuola. I professori fanno propaganda contro i preti, la fede e la religione, e loro non sanno cosa rispondere. Lì don Giussani intuisce che a questi ragazzi è mancata la comunicazione da parte degli adulti di un metodo per verificare se ciò che hanno imparato in famiglia e in parrocchia è vero. Se la fede è in grado di reggere all’urto delle circostanze. E comincia a spuntare una domanda: «Forse il Signore mi sta chiedendo qualcos’altro?».

Quindi è lì, in qualche modo, l’origine del movimento...
È uno dei pochi punti in cui mi sono preso la responsabilità di indicare un momento di svolta che prima non era stato identificato così presto, perché dovranno passare ancora tre anni prima che don Giussani vada al Berchet. Ma questo mi spiega anche come mai di lì a un anno, un anno e mezzo, lui cominci a frequentare la consulta di Gioventù Studentesca a Milano: era provocato da quegli incontri. 
Quali sono stati gli altri episodi che ti hanno sorpreso di più, o non avevi messo a fuoco così?
Un dato sorprendente, ma che dalla fine degli anni Cinquanta accompagna tutta la vita di don Giussani, è la percezione che lui ha della natura dell’esperienza del movimento e delle possibili riduzioni sempre in agguato. I suoi primi richiami al rischio di una riduzione associazionistica, organizzativa, che va a scapito della vita, non li fa alla fine degli anni Settanta o dopo, ma tra la fine degli anni Cinquanta e l’inizio dei Sessanta. Nel momento in cui Gs sta esplodendo in termini numerici e tutto sembra andare bene: la caritativa coinvolge tantissimi giovani, ci sono le prime iniziative culturali, il giornalino, i raggi, una presenza capillare... Eppure don Giussani scorge il possibile rischio - che vede già attuato - di uno smarrimento della natura dell’esperienza dell’origine. Lo dice a 5-6 anni dall’inizio di tutto. Ed è un leitmotiv che lo accompagna per tutti gli anni Sessanta. Questa continuità nel richiamo è impressionante. Dice anche - almeno per gli anni di cui sono stato testimone - della sua percezione di una nostra testardaggine: eravamo duri a comprendere. Perché mentre lui dice questo, la vita del movimento in certi momenti sembra prendere altre strade. 

Quanto ha sofferto di questo? 
Tanto, di sicuro. Per la percezione che stavamo perdendo tempo, sciupando un dono ricevuto perché presi da altre preoccupazioni. Per esempio, quando lui a metà anni Sessanta scorge i primi segni della crisi, ci sono dei testi in cui dice che la preoccupazione del “fare”, della riuscita, dell’esito delle proprie cose, potrebbe dilapidare tutto, «se non Lo cerchiamo giorno e notte». Ci sono momenti in cui esplicita questo rammarico perché non si è leali con la natura dell’esperienza così come la si è incontrata. Ma ha anche le antenne dritte nello scorgere punti, momenti, persone in cui vede riaccadere l’inizio. Che si tratti di giovani che hanno finito il liceo e cominciano ad interrogarsi sulla vocazione, o di universitari che nel mezzo della crisi rimangono insieme perché non vogliono perdere quello che hanno vissuto - e fanno sì che misteriosamente, a un certo punto, tutto ricominci sotto il nome di Comunione e Liberazione... In questo è impressionante come don Giussani si metta a seguire. Impara da un ragazzetto che magari faceva un intervento al raggio. E lo dice: «In quel momento lui era autorità, e io seguivo lui». 

Questa apertura, questa disponibilità, da dove nasce e come è cresciuta?
La prima cosa è che si innesta in una dote naturale, che è una semplicità di cuore. Per questo amava ripetere il verso della liturgia ambrosiana: «Nella semplicità del mio cuore, lietamente, Ti ho dato tutto». È un’apertura originale, quasi verginale alle cose. A cui sicuramente hanno giovato i genitori: la mamma per la sua fede profonda, il padre per la sua umanità. Lo hanno costretto fin da piccolo a guardare in faccia le cose. Poi, il seminario. Lui dice che quei 12 anni sono stati i più belli della sua vita, perché hanno reso consapevole quello che in famiglia era un’esperienza totalizzante, ma non ancora riflessa. È successo grazie ai maestri che ha avuto: Corti, Figini, i due Colombo, Galbiati, il rettore Petazzi. Ma c’è un terzo dato che ha reso abituale in lui questa apertura: il nascere del movimento. Che, lui dice, «mi sono trovato davanti», perché «non ho mai inteso fondare niente». Era la sorpresa per qualcosa che gli era accaduto. Che aveva visto accadere come frutto non previsto, non calcolato, di quella semplicità di cuore.

In un certo senso lui ha seguito il movimento...
Ha seguito persone, fatti. Per questo dirà: per me la storia è tutto, io ho imparato tutto da ciò che accade, dall’impatto con le circostanze. Da quando ha 12 anni e per aiutare il papà socialista - che si interrogava sulla sua andata in seminario - a capire che «è bella la strada», non dà una spiegazione, ma racconta di un’esperienza avuta al mattino: la bellezza di aver partecipato alla prima messa di un sacerdote. Fino agli ultimi anni della spoliazione, della privazione progressiva, per via della malattia, dei momenti “pubblici”: le conversazioni in casa con gli infermieri, la segretaria, le persone che si prendono cura di lui, diventano il punto in rapporto con il quale farà scoperte che poi comunicherà a tutti. Per questo alla sorella, pochi giorni prima di morire, dirà «ricordati che io ho obbedito, ho sempre obbedito».
Uno degli aspetti che impressionano di più, leggendo, è che vedi di continuo come l’«avvenimento» non sia una categoria, ma qualcosa che plasma ogni istante. 
Infatti è impressionante come don Giussani non abbia mai paura di mettersi in discussione, di cambiare. Non deve difendere uno schema, ma affermare un’esperienza. E un’esperienza può essere solo presente. Cioè fatta di circostanze che cambiano. Per esempio, una delle cose più avvincenti da ricostruire è il ’68. Lì don Giussani opera una vera e propria conversione. Si rende conto che per rispondere alla crisi, perché possa riaccadere il suo inizio al Berchet, non può affidarsi alla forma dell’inizio. In sostanza, dice: «Non possiamo fare come quando abbiamo cominciato. Lì abbiamo detto: sei nato in una tradizione, verifica se questa tradizione è adeguata a vivere la vita. Adesso io non posso dire a un giovane contestatore della Cattolica “verifica la tradizione”, perché lui si ribella proprio a quella». Allora ci vuole un altro punto di partenza su cui ricostituire la possibilità di un’esperienza. Ma se non è il passato, la tradizione, qual è questo punto? Uno solo: il presente. E il presente è una persona: Cristo. Ricominciamo da Cristo e recupereremo tutta la ricchezza della tradizione.

Ci sono aspetti della “interpretazione storica” di don Giussani e del movimento che in qualche modo devono essere riletti sotto luce nuova?
Una certa pubblicistica giornalistica, negli anni, lo ha dipinto come ossessionato dal mondo, dalla modernità. E lo presenta come l’uomo inflessibile che voleva ricristianizzare la società, e rendere Cl egemone e monopolista. Tutt’altro. Don Giussani non ha mai avuto paura del mondo e della modernità. Perché quell’atteggiamento di apertura, di semplicità e curiosità, in lui non è selettivo: è una mossa con cui guarda tutto e tutti. Senza paura, perché è preso dalla certezza di Cristo. Certo, è preoccupato. Vede, e farà interi corsi di Esercizi sulle riduzioni del razionalismo. Non mancherà di dare giudizi anche duri. Ma non sono dettati da una paura, da un risentimento. Piuttosto, da una profonda pietà per l’esperienza umana che lui ha attraversato. Basterebbe riflettere un attimo: la figura letteraria più significativa con cui lui ha dialogato tutta la vita è Leopardi. Bene: nell’immaginario collettivo cosa c’è di più “moderno” - nel senso negativo del termine - dell’ateo e pessimista cosmico Leopardi? Eppure don Giussani lo trova come un compagno adeguato di cammino. Perché vede in lui, a dispetto della sua fragilità, delle riduzioni e del cedimento al mondo, tutta la profondità dell’animo umano. Per cui «tutto è poco e piccino» diventa uno dei suoi slogan. 

Anche la sua insistenza sulla ragione è molto moderna.
È vero. Don Giussani non farà mai appello alla fede come principio di autorità per far accettare quello che sta dicendo. È la sua prima frase a scuola: «Non sono qui perché voi riteniate per vero quello che dico, ma per insegnarvi un metodo per verificare se quello che dico è vero. E quello che dico viene da lontano, da duemila anni di storia». Più tardi aggiungerà: «Sono entrato lì per mostrare la pertinenza della fede alle esigenze della vita». Non per imporre la fede a discapito della vita, ma per mostrare che la fede è la risposta più adeguata al vivere. Un’epoca che si è costituita sulla Dea Ragione dovrebbe brindare a una figura come don Giussani, che non ha divinizzato la ragione, ma l’ha esaltata dandole la sua giusta misura di apertura a tutto. 

Come è cambiato il tuo rapporto con lui, lavorando alla biografia?
Io pensavo di conoscerlo molto bene...

Il tuo primo incontro quando è stato?
A metà anni Settanta, all’inizio del liceo. Don Francesco Ricci lo invitò a tenere alcuni incontri di Avvento a Forlì, che è la mia città. È il primissimo ricordo che ho di lui. Poi vennero Gs, l’università, il Clu... E ha iniziato a stabilirsi un rapporto personale, perché mi capitava di intervenire alle assemblee, si prendeva un caffé insieme, ci si vedeva. La cosa è andata avanti fino all’episodio che poi mi ha cambiato la vita.

Quale?
La vigilia di Natale del 1983, quando Enzo Piccinini, uno dei responsabili “storici” del movimento, ci portò a Milano, a un pranzo con don Giussani. Eravamo cinque o sei. Lì, a un certo punto, Giussani parlò dell’Anno Santo straordinario dell’84. Disse che il Vaticano aveva chiesto ai vari movimenti dei giovani per dare una mano per la segreteria, l’ufficio stampa e via dicendo. Chiese: qualcuno di voi potrebbe? L’unico ero io, che mi ero appena laureato. Quindi per puro caso la sorte è caduta su di me: a gennaio sono partito e sono andato sei mesi a Roma a fare l’ufficio stampa dell’Anno Santo. Don Giussani è all’origine anche della mia prospettiva professionale. Ma non perché avesse idee o progetti su di me. Questo è un altro aspetto della sua vita. Lui buttava il sasso e poi eri in gioco tu. Non era un comando: «Fai questo». Era: «C’è qualcuno che può?». Più tardi, nel febbraio 1985, sono venuto a Milano e il rapporto è diventato stretto.

Per questo dicevi «pensavo di conoscerlo bene...»
Sì, perché si è stabilito un nesso molto personale e familiare, oltre che professionale. Una condivisione della vita. Ma questo lavoro, che mi ha costretto quasi a prendere distanza rispetto all’imponenza della sua presenza fisica, mi ha fatto scoprire che in tutti questi anni avevo colto una quantità infinitamente inferiore di dati mentre lo vedevo in azione. Tanto che più di una volta mi sono detto: «Ma io dove ero? Quando lui ci diceva queste cose, a una Giornata d’inizio, un’assemblea, un Consiglio nazionale, mentre urgeva questa preoccupazione per la vita nostra, mia - perché questo è un altro dato impressionante di don Giussani: questa costante, inesorabile, fortissima attenzione alla persona, a che l’io facesse esperienza; non che la comunità si allargasse o si perpetuasse, ma che la persona facesse la stessa esperienza che lui aveva del rapporto con Cristo -, io dove ero?». In certi momenti mi sono scandalizzato di questo. Una volta l’ho raccontato a Carrón. Ero addolorato. Come dire: ma guarda quante cose mi sono perduto.

E lui?
Mi ha detto: «Ma perché ti scandalizzi? Tu allora capivi per la coscienza e la maturità che avevi in quel momento. Ma senza l’esperienza che hai dovuto fare da allora ad oggi, ora non saresti stato in grado di sorprenderti di cose che avevi letto e ascoltato, ma che non coglievi. Guarda che è stato così anche per me. Io non ho avuto la tua fortuna di vedere Giussani tutti i giorni. Non lo vedevo mai. Cosa avevo di lui? I libri. Quindi li leggevo, li leggevo, li leggevo... Bene: adesso che li rileggo, scopro cose che neanche mi immaginavo. Perché l’esperienza di ora non è quella degli anni Ottanta. Allora, non c’è da scandalizzarsi. Anzi, c’è da ringraziare. Perché vuol dire che è un cammino». Per questo dicevo che è impressionante vedere come lui rilegge don Giussani. Come lo fa parlare adesso. 

Ma tu puoi dire che adesso hai una percezione più acuta di cosa sia il carisma? Non tanto come inquadramento storico, ma come vita: è più tuo?
Assolutamente. Ho avuto un privilegio unico: potermi immergere per quasi cinque anni e mezzo in questa mole di dati che mi hanno restituito in presa diretta, senza mediazioni, l’evolversi della sua vita. L’evolversi di un carisma che non è qualcosa di fisso, codificato, ma è proprio questa modalità più persuasiva, convincente, adeguata ai tempi, per dire la cosa di sempre, la verità di sempre. Sì, lo sento più mio ora. Ma è un cammino. 

E il tuo rapporto con Carrón è cambiato, in questi cinque anni?
Il mio rapporto con lui è cambiato il 19 marzo del 2005, il giorno della sua elezione a Presidente della Fraternità. Non ho vergogna di dire che in quel momento lui mi ha restituito la possibilità di un rapporto con Giussani che altrimenti, per l’intensità di quanto vissuto con lui e per il fatto che non c’era più fisicamente, sarebbe potuto scivolare in un dolore pieno di rammarico e nostalgia. 

Perché quel giorno?
Perché appena eletto, nel primo discorso fatto da presidente, e quindi in una modalità completamene diversa da come aveva parlato fino al giorno prima, lui ha fatto una cosa per me impressionante. Di tutti i testi di don Giussani disponibili, ne ha scelto uno che, tra l’altro, è tra quelli a cui sono più affezionato: Il sacrificio più grande è dare la propria vita per l’opera di un Altro. È dei primi anni Novanta, dopo l’insorgere dei segni della malattia che lo tengono lontano dalla guida del movimento per qualche mese. Lì parla del carisma, che è l’effimero attraverso cui si arriva a Cristo. Senza l’effimero non c’è Cristo, ma senza Cristo non c’è significato. Sottolineando la storicità del carisma, che è in un presente. Quando Carrón lo ha ripreso dicendo «è quello che sta succedendo ora», io ho bruciato in un istante qualunque tentazione di ricordo nostalgico per don Giussani e ho cominciato a sentirlo «più padre che mai», più presente di prima. Perché non era venuto meno con il suo «effimero» ciò che quell’effimero mi portava. E quello che mi portava mi faceva sentire ancora più presente, palpitante, quella carne senza la quale chissà io dove sarei finito. 

Dopo aver scritto questo libro, tu desideri conoscerlo ancora di più?
Guarda, io non sono uno storico, non ho mai avuto familiarità con un lavoro di ricerca. Sono consapevole di tutti i limiti di questo lavoro, che è un po’ diverso dalle biografie tradizionali. Ti dico la verità: il desiderio che avrei adesso sarebbe di scomparire. Vorrei soltanto che a chiunque avrà la pazienza di leggere anche un solo capitolo, venisse la curiosità di leggere e conoscere di più. So di aver scavato appena qualche centimetro sotto la superficie della vita di don Giussani. Sono certo che potranno venir fuori tanti altri documenti. Testimoni che non ho potuto sentire, o che non so neanche che esistono, perché don Giussani aveva una miriade tale di rapporti che solo una parte sono emersi alla superficie. Quindi, mi auguro che così come è nato in me il desiderio di continuare e approfondire, altri possano farlo ben più di me. 

C’è un punto che ti ha commosso in maniera particolare, dove il contraccolpo è stato più forte?
La lettera ai genitori di Luigi, quel ragazzo di viale Lazio, dopo la morte. Don Giussani la scrive insieme alla sorella. E inizia: «Carissimi genitori...». Non sapendo come colmare il vuoto immenso di una madre per la perdita del figlio maschio, si mette al posto del figlio. Scrive come se fosse il figlio. È una lettera struggente, che dice dell’umanità sconfinata di don Giussani. E rafforza il giudizio che mi sono fatto, che quella vicenda sia stata decisiva per la sua vita. L’altra cosa altrettanto sorprendente è l’aver letto sul giornalino Christus, che lui redige con alcuni compagni di seminario, un articolo che scrive nell’estate del 1941, “Cristo Gesù è la nostra giovinezza di liceo”, in cui racconta l’esperienza dello studio. Per me, è stato un fulmine. In due colonne, sintetizza quello che sarà Il senso religioso, il suo libro più famoso. Parla di come nel rapporto con le materie dello studio accada l’esperienza decisiva del rapporto dell’uomo con la realtà, e quindi con il Mistero, e della necessità che succeda qualcosa che all’enigma della vita dia risposta. E alla fine introduce Cristo, che improvvisamente entra nella scena del mondo. Non è il don Giussani famoso che fonda il movimento, amico dei Papi, che gira il mondo... È un ragazzo, non ha ancora 19 anni. Ma lì ho visto tutta la verità della frase di Carrón su quanto la sua storia sia decisiva perché ha vissuto tutte le circostanze che sono toccate a noi. La sua vita non farà altro che approfondire e dilatare come presa di consapevolezza l’intuizione già manifestata in quell’articolo, per cui quelle due colonne diventeranno centinaia di pagine e fatti, nella continuità di uno sviluppo che è un approfondirsi.

Quella frase che citavi anche prima, «la gioia più grande della vita dell’uomo è quella di sentire Gesù Cristo vivo e palpitante», in qualche modo è più tua, adesso? Quando dici «Cristo» oggi, rispetto a quel febbraio 2008, dici qualcosa di diverso?
È pieno di carne. Quantomeno è un desiderio più consapevole in me. Non ti dico che descrive di più le mie giornate, la mia coscienza come una cosa definitivamente acquisita... Ma per aver visto che cosa produce in un uomo questa affermazione, questo cedere all’attrattiva di Cristo, io sento un desiderio più semplice che diventi mia. Che cominci a descrivermi. E - questo posso dirlo - in certi momenti mi sorprendo che sia così.