sabato 5 dicembre 2009

CARRON \RIOTTA:ALLE IMPRESE OCCORRE MENO INDIVIDUALISMO E PIU' EDUCAZIONE

venerdì 4 dicembre 2009

«Siamo davanti a due strade possibili: o il ritorno alla persona, ciascuna con la sua singolarità e dignità, oppure avanzare ognuno per conto nostro. È la deriva dell’individualismo, che solo un’educazione può sconfiggere». Gianni Riotta, direttore del Sole 24 Ore, interviene nel dibattito sulla lezione La tua opera è un bene per tutti di Julián Carrón. La crisi? «Siamo un paese più coeso di quello che ci immaginiamo».
Agli imprenditori convenuti per l’assemblea nazionale della Compagnia delle Opere, Julián Carrón ha detto che viviamo in un contesto culturale nel quale la risposta alla sfida del rapporto tra l’io e la comunità è l’individualismo. Condivide?
Sì. Il ’900 dal quale siamo appena usciti è stato per eccellenza il secolo della massa: è stato così nel lavoro, nella società, nella comunicazione, nella produzione della cultura, nella politica. Siamo invece entrati in un secolo in cui conta il “personal”, l’individuo. Abbiamo davanti due strade possibili: quella che mi pare indichi Carrón, cioè il ritorno alla persona, ricordandosi che anche quando le persone sono aggregate in una massa sono singolari, restano ciascuna con una sua autonomia e dignità. E quella dell’individualismo, che rappresenta una deriva della prima: cioè io avanzo per conto mio, conto solo io e basta.



C’è un paradosso: da un lato la modernità incoraggia l’individualismo, dall’altro è costretta a moltiplicare le regole per imbrigliare il nemico - secondo il principio homo homini lupus - che ognuno di noi si rivela potenzialmente essere.

Viviamo in un tempo segnato dalla contraddizione. Pensiamo al paradosso della privacy: mai come oggi la privacy è nominata, ambita. Oggi rivendichiamo la privacy, ogni nostro gesto è controllato, riprodotto, timbrato, autorizzato. Per la nostra sicurezza abbiamo accettato tutto questo, ma il risultato è che nessuno di noi ha più alcuna privacy. Lo stesso accade nella politica: la controparte della riservatezza è lo scandalo. La modernità assume un valore e lo contraddice subito in pratica.


In questa situazione che cosa bisogna fare?



Agire in questo tipo di contesto è difficile. I legislatori si chiedono solo cosa convenga loro dire oggi, i banchieri e i finanzieri in cosa convenga loro investire oggi. Abbiamo tutti perso l’ambizione ad uno sguardo più ampio, a guardare le cose in un periodo più lungo. È il male della fine del secolo scorso e di questo all’inizio: il nichilismo, l’idea che vero e falso, bene e male non si distinguono, che tutto è la stessa cosa e non cambierà mai nulla. Mai come oggi occorre dare la priorità all’educazione, ad una riforma della società, dei costumi. Vale anche per la politica.


Il nostro paese sembra meno colpito di altri dalla crisi, ma prevale lo spaesamento, gli imprenditori denunciano di essere lasciati soli, non riescono a mettersi insieme, a pensare oltre il proprio particolare. Come vede la situazione?


Mi ha molto colpito il sondaggio che pubblichiamo oggi sul Sole 24 Ore. Si chiede: secondo voi il nostro paese è in crisi? E la risposta è: sì, profondamente. Al che si replica: ma lo siete anche voi? E la risposta è sorprendente: no, noi no. Siamo soddisfatti. Ecco, l’italiano vede che il sistema è in crisi, però si rifugia nel suo privato e si sente soddisfatto.



Ma questo perché? Cosa offre il privato, un’illusione o qualcosa di reale?



La famiglia rimane un punto fermo. Così il lavoro e la comunità di riferimento. La nostra azienda si è mostrata molto meno propensa a sbaraccare di quanto si poteva pensare all’inizio. È in sofferenza ma non ha licenziato, non ha messo subito tutti in cassa integrazione ma si è mostrata aperta al dialogo, alla ricerca di soluzioni comuni e condivise. Questo lo si vede soprattutto nelle piccole imprese, dove ci sono perfino legami familiari tra datore di lavoro e dipendente. Siamo un paese più coeso di quello che ci immaginiamo.



Fanno discutere le tesi di Alberto Alesina e Andrea Ichino. Secondo loro la famiglia italiana è una delle cause del mancato sviluppo del paese in termini di welfare, competitività e ricchezza. Che ne pensa?


Credo che osservare questo tipo di fenomeni sia sempre straordinariamente delicato. Occorrerebbe farlo guardando da vicino e da lontano al tempo stesso. Pensiamo però al successo della comunità asiatica negli Stati Uniti nel secondo dopoguerra. Sarebbe stata impensabile senza un welfare familiare forte. Come familiare era, ed è, la conduzione delle loro attività commerciale, dei loro spacci, delle loro imprese, che non si sono mai sparpagliate, ma hanno fatto corpo, restando collegate le une alle altre sulla base di legami personali e non soltanto economici.



Dunque Alesina e Ichino hanno torto?



No: condivido la loro preoccupazione liberista quando ammoniscono sul pericolo che la coesione freni la dinamica sociale: quella per cui il figlio del presidente diventa presidente anch’egli, e chi è figlio di un amministratore delegato prende il suo posto. Questo è un disvalore.

Quello che ha detto dei legami familiari vale anche per il nostro sistema di pmi?



Certamente.


















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APPUNTI DELLA SCUOLA DI COMUNITA' DI DON CARRON DEL 2 DICEMBRE

Milano, 2 dicembre 2009
Testo di riferimento: L. Giussani, Si può vivere così?, Rizzoli, Milano 2007, pp. 259-270
• Canto “Favola”
• Canto “My Song is Love Unknown”
Cominciamo il nostro lavoro di Scuola di comunità; vi ricordo sempre di essere sintetici, con il giudizio dell’esperienza che facciamo.
Io parto da un’esperienza che ho fatto quest’estate. Durante un’assemblea con te, a un certo punto,mi sono messo a piangere perché è stato come se avessi avuto per la prima volta in maniera così chiara l’evidenza di chi sono, perché lì io mi sono detto: «Tu hai tutto. Questa è l’unica cosa vera della tua vita». Se ci fosse stato lì un mago e mi avesse detto: «Realizzo qualsiasi tuo desiderio», io
non avrei saputo cosa chiedere. Questo ha generato una commozione enorme, mai provata prima;





la sorpresa è stata da quel giorno in poi dove, non certo come coerenza, ma come sorpresa in atto,
mi sono ritrovato di fronte alle circostanze solite della vita, i rapporti con le persone più care o con quelli mai visti, con dentro quella commozione che generava un’attesa rispetto a quella circostanza che non c’era mai stata; un’attesa che dentro quella circostanza, dentro quel rapporto Lui si manifestasse, per cui le cose hanno cominciato a prendere un peso che nella mia vita non avevano mai avuto, perché è come se prima avessi sempre affrontato le cose e i rapporti rispetto a degli
interessi: nel lavoro avevo certi interessi, in famiglia altri, con i miei amici altri. Da quel momento io ho un unico interesse nella vita: che riaccada l’esperienza di Lui, per rivivere la coscienza che Lui è tutto e che io ho tutto. Prendere in mano dopo qualche mese il capitolo sulla povertà ha fatto
come esplodere questo, per cui parlo oggi, anche per quel poco di cui mi sono reso conto, di quel che mi sta accadendo facendo la Scuola di comunità sulla povertà, che in me desta un fascino enorme, un po’ perché è l’inizio di quello che sto vivendo, e un po’ perché un rapporto così – come lì vive Giussani con la realtà – è la cosa più affascinante che io ho incontrato nella vita.

Spiegami bene che cosa vuol dire questo rapporto nuovo con la realtà, quando tu dici che le cose acquistano un peso mai avuto prima. Ti dico questo perché una delle domande che sono arrivate per e-mail è: «Reagisco al capitolo sulla povertà con una breve domanda: “Quanto più si vuol bene tanto più diventa lieve, leggero, libero il rapporto”. Ma come il rapporto può essere libero e nello stesso tempo pienamente coinvolto con chi ho davanti? La domanda nasce dall’esperienza in cui,
con la scusa della libertà e della povertà, appunto con la scusa di trattare tutto e tutti per il destino, ho visto il rischio di trattare male il presente, di passar sopra alle persone presenti; il destino ultimo in fondo è lontano. Questo porta con sé un rischio di distanza, di non fare pienamente i conti con mia moglie, di buttare tutto dietro alle spalle, invece di vivere pienamente quella condizione per la
fatica che chiede [parla della condizione con la moglie]; in sintesi, mi sembra che rischiamo di vivere la povertà come una riduzione e dimenticanza, invece che come una pienezza di tutta la nostra umanità». Quello che stai dicendo tu è un’altra cosa, mi sembra.


Sì, nel senso che quando dicevo che io ho un unico interesse, quando sono cosciente di me, vuol dire che non c’è più circostanza che mi interessa di meno o mi interessa di più, perché intuisco che ogni circostanza è occasione di esperienza di commozione per la Sua presenza, per cui questo genera un’affezione più grande alle cose e alle persone, perché ciò che domina è l’attesa che Lui si riveli dentro lì, per andare al fondo di quel rapporto lì.

Grazie. Non semplicemente non viene meno il rapporto con il reale, ma è più intenso, perché quando uno è così preso tutto parla, tutto acquista uno spessore che prima non aveva. Per questo dobbiamo essere attenti a quello che succede nell’esperienza, perché tante volte, quando la descriviamo, non tornano i conti.
2
Racconto un fatto che mi è successo proprio ieri. È venuta nel mio ufficio una signora di circa quarant’anni, che viene a trovarmi per lavoro, e mi dice subito che ha bisogno della mia assistenza perché deve divorziare. Io resto sorpreso dalla sua determinazione e le chiedo da quanto è sposata; lei mi dice: «Da quasi vent’anni, abbiamo anche tre figli»; allora le chiedo perché vuole divorziare, se è successo qualcosa di così grave, e lei mi dice che è a causa di problemi con la
suocera che si protraggono da molti anni e che non può più accettare perché coinvolgono la serietà della famiglia, e dice che il marito non ha mai preso posizione contro la madre perché le è troppo legato, e lei sente in questo che lui le vuole meno bene, che non le vuole bene. Dice: «Nel tempo questo ha fatto subentrare una rabbia, un odio, e ho perso ogni speranza». Io, mentre lei parlava,
pensavo: «Cosa le posso dire?»; e quando ha detto così ho pensato che c’entrava proprio con la Scuola di comunità. Ci sono due passaggi che mi avevano colpito tantissimo, per esempio a pagina
257: «La speranza è la certezza in Cristo che fonda la certezza nel futuro; si oppone alla speranzala certezza riposta in qualcosa che fisso io, presente o futuro». O alla fine: «Questa certezza nel
futuro mi viene da un presente, possiedo Cristo […]. Ciò che si oppone a questa speranza è qualunque cosa con cui l’uomo fissa in una cosa determinata da lui, la sua certezza». Ma se questo è vero per me, è vero anche per lei; non è una verità per ciellini, è la verità per l’umano. Mi è stato come evidente, all’improvviso, che avrei dovuto provare a sfidare lei e anche me a fare tutto il percorso della ragione che tu ci stai aiutando a fare; allora le chiedo: «Qual è la vera origine del
tuo desiderio di divorziare?». Dice: «La rabbia e l’odio»; io le obietto che da quello che lei stessa sta dicendo non è così, che la prima mossa, l’origine di questo disagio a me sembra che sia il bisogno di essere amata (che in qualche modo lei sente tradito). E le dico che è delusa perché sta riponendo la sua speranza in un’immagine di come questo suo desiderio di essere amata deve compiersi, in un certo atteggiamento del marito verso la madre, per esempio. Allora la invito a ripartire da quello che sente come più vero, le dico: «Davvero desideri separarti? O solo essere amata di più, essere amata all’infinito?». Lei resta un attimo senza parole e mi dice che, certo, desidererebbe essere amata da suo marito, poi resta sorpresa e mi dice: «Adesso riconosco questo, ma da sola come faccio a sostenere questa cosa quando tornerà la rabbia la prossima volta?». Lì non potevo più indugiare e le ho detto che il Mistero, quello che il suo cuore desidera e di cui suo marito è pallido segno, è diventato compagnia all’uomo proprio per questo, perché non ce la
faremmo da soli. Allora le ho detto se le faceva piacere e l’ho invitata a cena domenica sera con i miei amici, lei e suo marito, dicendole che io le parlavo così perché io stesso sono stato preso da una compagnia dove un Altro mi ha fatto riconoscere come sono fatto io, e poi le dico anche: «Ma voi vi siete sposati in chiesa?». «Sì». «E ha mai letto il Vangelo?». Mi dice di sì. «Adesso sei
determinata dalla rabbia, ma nel Vangelo chi stava davanti a Gesù da che sentimento era determinato? Dalla letizia, dalla speranza, mentre chi era determinato dalla rabbia? I nemici di Gesù». Allora le ho detto: «Suggerisco, uscendo di qui, di andare a confessarti, cioè di chiedere l’abbraccio del Mistero che il cuore desidera dicendo: “Non riesco a voler bene a mio marito”, e poi tornare a casa e dire a tuo marito: “Non voglio più divorziare”. Proverai che corrisponde di più a quel che desideri».
A me ha impressionato perché questa si è messa a piangere in quel
momento lì, e mi ha detto che avrebbe fatto assolutamente così, e mi ha detto che voleva aderire domenica all’invito. Io le ho detto l’ultima cosa che mi è venuta in mente, perché ha sorpreso me mentre gliela dicevo: quelle parole non gliele stavo dicendo io, ma attraverso di me, attraverso il fragile segno che ero io, era Colui che aveva parlato a Giovanni e Andrea e che aveva raggiunto lei. A me ha impressionato, perché è la sorpresa di un fatto che non avevo immaginato, e io mi sono sentito sfidato dal percorso che abbiamo fatto a riconoscere ancora una volta l’evidenza di quello che corrisponde a me e alla sorpresa di come corrisponde al cuore dell’uomo: questa si è commossa e tutto è stato rimesso in moto; è uscita di lì dicendo che non divorziava più, e questo è impressionante.

Grazie, perché è soltanto se facciamo un’esperienza che possiamo veramente diventare compagni e
approfittare di qualsiasi punto per dare un contributo reale.

3
Credo di rientrare nella categoria di quelli che se guardano all’esperienza, vedono che c’è qualcosa che non torna. Nella mia vita ho mille evidenze che Cristo c’è, pensa a me e mi vuole bene; questa è un’esperienza che se negassi, dovrei negare metà delle cose che compongono la mia vita. Anche quando sono in difficoltà, non mi è mai capitato di andare a letto la sera disperata, cioè pensando che la vita fa schifo e non c’è soluzione, magari affranta, in ansia, ma sempre con un
ultima energia che chiede a Dio di sostenere quello di cui io non sono capace. Quindi è dalla mia esperienza che posso trarre il giudizio che Cristo c’è e compie, perché l’ho visto tante volte. Però, adesso, mi scontro con questa cosa della letizia che dice don Giussani: da quello che ho capito da quello che ho letto, è una specie di leggerezza data dalla certezza che è Dio che compie. Sebbene io
non possa non affermare che è vero, perché nella vita l’ho visto, io questo sentimento (perché lui lo chiama proprio sentimento: «dalla libertà dalle cose nasce un sentimento che nessun altro ha se non chi è povero») lo provo pochissimo, invece spesso vince in me l’ansia e l’apprensione e quindi dico: cosa c’è che non torna nella mia esperienza?

Cosa c’è che non torna? Lasciamo la domanda aperta: cosa c’è che non torna? Perchè sono due cose che non possono stare staccate. Cosa c’è che non torna? Lasciamo aperta la questione. L’altro giorno quando ho letto l’ultimo paragrafo sulla povertà, l’ultima osservazione («per conoscere occorre un distacco per vedere le cose e quindi per usarle e goderne di più»), ho avuto realmente un sentimento di abbandono e mi sono detto: «Fino a qua va bene tutto, ma questo non puoi chiedermelo, su questo no, non penso proprio di farcela». Mi stride troppo questa cosa e mi chiedo: ma come è possibile veramente distaccarsi dalle cose e persone e poterne godere di più, come è possibile amare la realtà e i rapporti fino in fondo, e non rischiare di essere superficiali? Io vorrei veramente viverli fino in fondo, e non mi sembra automatico dire che più mi distacco e più li amo fino in fondo. Per cui mi chiedo: è questa una condizione necessaria o spesso che capita per
poter vivere questo distacco?

Lasciamo aperte queste domande, vediamo se dagli interventi vengono fuori delle risposte.

A me capita che solo nel momento in cui io vivo un rapporto che è irrinunciabile per me – quando io dico di una persona: «Io non posso più vivere senza di te» –, io sono libera da quella persona.Perché per me il dire questo è il frutto di qualcosa che si è imposto ai miei occhi e cioè che in quella vicenda lì, con quella persona lì, è emersa in modo evidente, senza possibilità di equivoco, la verità di me, e quindi solo quando emerge la verità di me (cioè quel che compie me), è solo in quel
momento che io sono libera, cioè povera.

Spiega bene questo.
Che quando uno fa un’esperienza travolgente con quella persona lì (e di quella persona lì tu dici:
«Sei irrinunciabile, non potrei vivere più senza di te»), a un certo punto, emerge evidente che è in
questa esperienza che Cristo è inconfondibile.
Perché?


Perché neanche questa persona compie me, perché è nel rapporto con questa persona che emerge la verità di me e quindi quel che compie me.
Ma questo succede in quel momento lì, o perché tu hai avuto l’incontro con Cristo?
Questo succede perché ho avuto l’incontro con Cristo, perché sono già stata segnata, c’è già unacicatrice in me che fa emergere questa esperienza che è sempre una novità, che è nuova, che però è il frutto di un rapporto, di una storia.

Quello che dice – non so se avete capito – secondo me è fondamentale, perché è proprio nel momento culminante del rapporto dove io mi rendo conto del limite di quel rapporto: non quando le cose non vanno, ma quando vanno. Allora lì, in quel momento, appare con tutta evidenza che l’altra persona (a cui mi sento così legato fino al punto di poter dire che senza di lei non potrei vivere) è
insufficiente. E questo succede al massimo del successo, non quando le cose non tornano: quando tornano. E allora, nel massimo della pienezza è quando uno capisce qual è la diversità tra questo e Cristo. Noi tante volte pensiamo che è lo stesso, ma quanto più inconfondibile è un’esperienza così
affettiva, tanto più si mette in evidenza qual è la diversità di Cristo, perché se l’uomo non potesse fare questo tipo di esperienza non potrebbe riconoscere qual è la diversità, come tra tanti volti io riconosco quel Volto; e questo lo posso cogliere soltanto se è un’esperienza. Quando arriviamo a quel punto, incomincia il dramma del vivere. Dice, a questo proposito,


una lettera: «Vorrei chiedere cosa vuol dire questa posizione della povertà, soprattutto nei rapporti affettivi. Quando ho letto il
pezzo in cui Giussani chiede, riferendosi a quello che possiamo vedere e toccare: “Ma se la felicità,la giustizia, la verità, la bellezza è oltre quello che noi possiamo vedere, quello che possiamo vedere e toccare, cosa ci importa?”, e poi: “Ci importa soltanto in quanto Dio ce lo fa trovare ‘tra i piedi’ e
dobbiamo usarlo per il nostro lavoro”, sinceramente mi ha ribollito il sangue nelle vene e ho detto: “Ma come?”. Tutto quello che ho, il mio lavoro, le mie figlie, mio marito, tutto questo non può essere qualcosa “tra i piedi”; non mi basta dire che queste cose non sono le più care che ho, non mi compiono anche se è un’esperienza che faccio tutti i giorni. Allora, mi puoi aiutare? A cosa servono
le cose? Qual è questo lavoro? E come posso voler bene a mio marito e alle miei figlie, al mio lavoro come vuole loro bene Dio? E come non può essere che queste cose servano solo per renderti conto che non è lì il tuo compimento e quindi cerchi un Altro? Perché allora Dio ne ha messe così tante e varie e belle?». Questa è la domanda: qual è il rapporto vero con le cose e con le persone?


Guardate che se rileggete tutto l’inizio, da pagina 256, don Giussani ha una parola che ripete in continuazione lungo tutte queste due pagine: un certo possesso, certo possesso, certo, certo, certo,cioè «la povertà è non sperare da un certo possesso». E «certo vuol dire fissato da noi, previsto da noi, scelto tra quello che è comodo a noi, scelto tra quello che più persuade noi, scelto tra quello che
più ci dà ricchezza e quindi sicurezza economica». «Certo è quello fissato da noi»; perché? Perché nel momento più decisivo dell’esperienza, come abbiamo visto, questo non ci rende compiuti. E questo perché? Per due cose. Primo: per la natura del desiderio; mai come in questa esperienza viene fuori che il mio desiderio è più grande di tutto quanto io trovo, che le cose non sono in grado
di compiere perché tutte quante sono limitate. Per questo aspettarsi il compimento dal possesso delle cose o delle persone si rivela sempre di più incapace di compiere (tanto è vero che basterebbe pensare un attimo che la maggioranza delle persone, come dirà dopo, il 99,99%, vivono il rapporto aspettandosi tutto, come se tutto fosse lì). Come è possibile che un’esperienza così – per cui
all’inizio diciamo: «Io non posso più vivere senza questa persona qua» –, nel tempo, può poi diventare qualcosa che non mi dice più niente, fino al punto di divorziare? Questo non vuol dire che io per questo debba trattenermi. Io devo vivere la verità di quel rapporto, e la verità di quel rapporto io la posso vivere per Cristo presente, che lo rende possibile nella sua verità. Se io non riesco a
vivere il rapporto nella sua verità, il tempo e le circostanze e la insufficienza lo fanno venir meno come interesse della vita; non perché io voglia che venga meno, ma perché non è in grado di prendermi tutto, perché si palesa che non è quello per cui io sono fatto, che non è quello per cui è fatto l’altro. Allora la questione è come vivere il rapporto in modo tale da vivere nella prospettiva di quello che riempie tutti e due; e questo dobbiamo testimoniarcelo a vicenda: come io vivo un
rapporto in modo tale che questo diventi sempre interessante e non venga meno? Perché se viene meno, vuol dire che c’è una modalità di vivere le cose, un certo possesso delle cose e delle persone che portano inevitabilmente a riporre la speranza del mio compimento lì, come nell’esempio del ragazzo: «La ragazza ha il ragazzino: è a posto! Passano qualche mese o qualche anno con la certezza di avere tutto: questo è un rapporto non povero. Non perché una non debba avere il
ragazzino in modo serio ma perché ripone lì la certezza della sua speranza, la certezza del suo futuro; e così accade al novantanove per cento… virgola novantanove». Su questo mi sembra che tutti abbiamo conferme dall’esperienza; per questo vivere un rapporto nella sua verità è proprio per evitare che decada, non per togliertelo da dosso; per evitare che questo affetto, che questa cosa bella
che è accaduta nella vita, venga meno.
Pensando anche a poco fa, è chiarissimo cosa torna a te e cosa pian piano sta iniziando a tornare anche a noi. E questo per me è stato evidente anche al tuo intervento alla Compagnia delle Opere dell’altra domenica, quando citi Giussani che afferma che «per potere amare se stessi, per potere
operare tanto, bisogna essere insieme; per potere essere insieme bisogna riconoscere un amore a sé che permetta di amare anche gli altri, e quindi che operi il cambiamento grande che è l’amore alla gente e a se stessi considerati come rapporto al destino; ma questo non è possibile se non per una Presenza, non è possibile se Cristo [...] non è risorto, cioè non è contemporaneo. Allora,riconoscere questo contemporaneo, questa presenza al mio gesto, questa compagnia al mio
cammino, è il primo fondamentale gesto di libertà che permette tutti gli altri, anzi, che permette e incita tutti gli altri». È questa la cosa che colpisce, che sta iniziando – pensando a quello che è stato detto prima –: qualcosa inizia a tornare e uno, essendo preferito, inizia a preferire.
Questa è un’altra questione che appare nelle vostre domande. «Leggendo Si può vivere così? mi ha colpito questo pezzo scritto nella sintesi sulla povertà: “Siamo chiamati a fare un lavoro: questo è un concetto che dovete aggiungere all’ultima volta. La povertà non è automatica, non è quella di uno coi pidocchi e con i panni strappati addosso che sta lì ai margini di una strada. La povertà è l’uso della realtà secondo il destino che con sicurezza ci è proposto e ci attende”. Mi ha colpito il fatto che la povertà, come ne parla il Gius, non è un possedere, ma un possedere nel modo giusto [come dicevamo prima], non è un non usare, ma un usare nel modo giusto, cioè tenendo conto del destino di tutta la realtà. Inoltre ti chiedo un chiarimento su che cosa è questo lavoro che ci è chiesto per diventare più poveri, perché questo pezzo contraddice frasi pronunciate da persone per me autorevoli del tipo: “La cosa più immorale è impegnarsi con la realtà perché tutto è frutto di grazia”. A me sembra, invece, che il lavoro della povertà sia proprio questo continuo strapparci da ciò che ci fermerebbe nella sequela e nella domanda di Cristo presente attraverso la nostra compagnia. Questa è una questione che si ripropone con frequenza». Queste domande mostrano che c’è una fatica diffusa a cogliere il rapporto tra la grazia e la libertà, a cogliere che la povertà è frutto della
speranza. Perché essendo io certo che c’è la Presenza che compie, posso essere libero nel trattare le cose; questo è un percorso che succede come una grazia, come conseguenza di una grazia. Allora, se è una grazia, vuol dire che non è anche iniziativa mia? Cioè: quando io uso le cose in un modo diverso, non le uso io? Le uso io. Ci sono due cose che tante volte si mettono in contrapposizione:
se c’è una cosa che accade come grazia, vuol dire che l’io non fa niente. Pensate che cosa di maggior grazia c’è che innamorarsi, e ditemi se dopo che vi siete innamorati, non fate più niente; è anzi quando incominciate a fare qualcosa, è proprio il contrario! Uno si rende conto che gli è successo qualcosa, proprio perché prende iniziativa rispetto a questo. Tu l’innamoramento te lo dai te? No, è grazia pura. Questo vuol dire forse che tu vuoi bene all’altro senza di te? Ma neanche per
sogno! Sei tu a dire: «Ti voglio bene», e sei tu che la cerchi, sei tu che la chiami. Sono due cose che non possono mai essere in contrapposizione; io posso essere sempre più libero dalle cose, e proprio perché sono più libero posso prendere l’iniziativa di usare le cose in un modo più vero; chi me lo impedisce? E questo non è in contraddizione, è semplicemente che io, per grazia, posso aver
acquistato una libertà rispetto alle cose che mi fa usare tutto quello che uso secondo una modalità diversa da quella che adoperavo prima. E questo lo faccio io (come colui che risponde alla persona amata lo fa lui e prende iniziativa lui, non la prende il vicino). Per questo, che sia allo stesso tempo un percorso di grazia e che questo uno lo desideri sempre di più per sé, mette in moto tutta la mia
libertà: e che metta in moto la mia libertà è il segno che mi è successo qualcosa che non voglio perdere, e allora voglio usare le cose sempre più così. Per questo non c’è questa contraddizione delle cose, è semplicemente espressione di quel dinamismo che non potremmo essere noi stessi a darci, ma che, per grazia, si introduce nel modo di rapportarci alle cose e alle persone.

Mio figlio ha fatto un compito per la scuola, aveva da rispondere a delle domande e in una ha risposto che si chiede perché va a scuola, poi si risponde e dice: «Per conoscere cose nuove, per conoscere», e che vorrebbe parlare con qualcuno di queste domande fondamentali. Per me questa è stata una botta, perché io per lui ci sono sempre, lui ha undici anni, va a scuola alle medie, gli preparo il pranzo tutti i giorni, lo aiuto a studiare, ci sono sempre tutti i pomeriggi anche per il
lavoro che faccio, lo accompagno da tutte le parti eccetera, ma lui in questa risposta che ha dato ha espresso un bisogno più grande, più costitutivo e per questo lo ringrazio perché probabilmente io gli sto addosso spesso, lo aiuto, quasi vorrei risolvergli i problemi della vita e mi dimentico, mi rendo conto che probabilmente mi dimentico che è un Altro invece quello di cui lui ha bisogno; e allora capisco, o almeno provo a capire, il distacco in un rapporto di cui parla Giussani, e capisco
che devo fare come un passo indietro e guardare il suo vero bisogno, il suo vero desiderio così probabilmente riesco anche a conoscerlo di più, conoscere di più lui e me.

Grazie.

A me ha colpito, rivedendo il capitolo della povertà, che a un certo punto, nella parte finale, si ribadisce una cosa di fondo, cioè che la povertà appartiene alla conoscenza, cioè è una legge dinamica della conoscenza. Ci sono tante intuizioni morali molto affascinanti dentro questo capitolo, però lui dice che è un dinamismo della conoscenza, esattamente come la fede. Allora dico: se è così, bisogna applicarlo, verificarlo e ho provato ad applicarlo su una mia situazione di vita,
di lavoro. Io sono in un gruppo di lavoro in questo momento che ha delle difficoltà con il nostro dirigente; siamo un gruppo di lavoro che ha ragione e il capo ha torto, questo è chiaro a tutti.
Tranne al capo...Però c’è un particolare: siamo talmente convinti di avere ragione che siamo arrabbiati, la letizia non esiste dentro questo gruppo di gente che dice di aver ragione e probabilmente ha ragione; allora qualcosa non torna, evidentemente. Allora ho detto: «Provo a mettermi in dialogo,
applicando quel metodo lì», cioè la povertà come metodo di conoscenza; io voglio capire il perché di questa cosa, e invece di continuare a mettere l’accento sul fatto che ho ragione, lo metto su quello che dice Giussani: la letizia si perde perché uno è tutto concentrato sul fatto che ti è dovuto il riconoscimento per il tuo lavorare bene. Ci ho provato, ed effettivamente è venuta fuori la cosa,
cioè funziona, nel senso che sono riuscito a rapportarmi perché l’altro, da cattivo cui ti opponi (in fondo pensando solo a tenere strette le tue ragioni), diventa una possibilità per un dialogo concreto; e questa settimana è diventata più vivibile della precedente proprio perchè ho scommesso. Ci ho provato in questo; adesso ci provo con mia moglie e con i figli, e poi magari più avanti racconto come va a finire.

Ma, secondo te, dobbiamo aspettare l’esito di questo?
No.

La questione è se noi, quando le cose non ci tornano, siamo liberi o no. Questa è la questione. E che cosa consente di essere liberi ora, non quando le cose torneranno (io desidero che tornino, per carità)? Dico: e se il capo si incastra e non va né avanti né indietro? O l’altro non vuole cambiare o la moglie non so cosa, o l’amico, il figlio? E se questo non succede, come tante volte non succede? O uno che ha una malattia, uno che ha una situazione che non cambia: che cosa introduce quel
percorso? In che cosa si vede che siamo poveri lì? Da dove viene la nostra libertà in quella situazione? Cosa che consente, poi, di ripartire? Perché tu, in fondo, per dire questo, sei dovuto ripartire per un’altra cosa. Secondo me è interessante renderci conto di questo, perché altrimenti, come succede sempre, in fondo aspettiamo la corrispondenza dal successo. Ma questo vuol dire: che
cosa introduce la fede come esperienza reale? Noi reagiamo come tutti: quando le cose vanno bene reagiamo bene, quando vanno male ci incastriamo.
Tra l’altro la complicità è molto facile quando si è tutti insieme contro un obiettivo.
Evidentemente. In quel caso la libertà è un bene molto scarso perché tutti sono lì, presi da quella cosa. Ritorneremo su questo.


Da quando sono rientrata al lavoro dopo l’ultima maternità, per una carenza di personale mi trovo a dover lavorare molte ore; tuttavia, invece che sentirmi stanca, mi sento sempre più contenta, addirittura lieta. Una mia amica mi chiedeva perché e io stessa non sapevo rispondere. Dopo la scorsa Scuola di comunità mi sembra di aver capito. Al mattino, quando cammino dal parcheggio alla porta d’ingresso dell’ospedale dove lavoro, mi chiedo dove scorgerò Cristo oggi; però, a fine
giornata, mi sembra sempre di non averLo visto da nessuna parte.

Allora, perché questa letizia?

Ho realizzato che sono lieta perché stupita di quello che accade. In tutti questi mesi di lavoro non c’è situazione in cui io non agisca diversamente da come avrei fatto prima; da quando da oltre due anni ci stai accompagnando in questo percorso affascinante, so di essere cambiata, ma non immaginavo quanto; sono tanti i momenti della giornata in cui di fronte a situazioni usuali io non mi comporto in un modo da me stessa prevedibile, per cui sono costretta a chiedermi chi mi fa
essere diversa da come sono sempre stata, chi mi sta facendo in quel momento. Così mi sono accorta che non servono fatti eclatanti (o che ho in mente io) per scorgere Cristo che accade; solo ora ho capito che la letizia che ho nasce dal vedere come cambia me nei vari momenti del giorno, che è Lui presente che mi fa. E questo – perché accade a me, e non a un altro! – non cesserà mai di stupirmi e mi fa chiedere che accada sempre, in ogni istante e dovunque.

Questo è ciò che dà libertà. E così ci aiutiamo a capire. La questione della povertà non la possiamo staccare come se fosse una cosa isolata dall’io; e qual è la natura del nostro io? Che il nostro io è esigenza di compimento e noi questa esigenza di compimento, questo quid animo satis? di cui parla alla fine, con che cosa possiamo riempirlo? Con che cosa tutti gli uomini cercano di riempirlo? Con
le due cose possibili: le cose o le persone. Per questo noi ci aspettiamo la pienezza dal possesso, degli uni o degli altri, o del figlio o del marito o della moglie o dei lavoratori che lavorano con me o dei colleghi, o dall’accumulo delle cose. Perché succede così? Perché non posso togliermi da dosso
questa esigenza di pienezza, è impossibile. Allora perché i valori non bastano? Perché con essi io non posso evitare di desiderare tutto, e perciò niente è sufficiente. Per questo, se io non ho un’esperienza di risposta positiva a questa domanda (cioè che succeda qualcosa nel presente che riempia il vuoto di cui sono fatto, che sia in grado di compiere il desiderio), io mi posso scordare di
avere un rapporto libero con le persone o con le cose. La povertà non è un valore che si può staccare dal percorso della fede, è soltanto Cristo che rende possibile un rapporto diverso; se noi stacchiamo il valore della povertà da Cristo, diventa qualcosa di impossibile. Questa è la grandezza del percorso che ci fa fare don Giussani: che questo è l’esito della fede e della speranza perché io vivo con
questa certezza. Lui lo dice in tanti modi: «Io posso essere libero per il possesso di Cristo presente»,
perché soltanto Cristo presente è in grado di corrispondere a tutta l’attesa, e per questo posso rapportami al marito o ai figli non come qualcosa da gestire, ma guardarli per quello che veramente sono, non usandoli come mezzi per riempire i miei vuoti esistenziali; posso trattarli nella loro verità,in accordo con il loro destino, trattare le cose per il loro destino. Se no è soltanto un tentativo mio,
un tentativo – ancora al livello del mero senso religioso – di liberarmi da questo vuoto. Ma non riesco. Perché non riesco? Posso riuscire a vivere con meno soldi, ma non a essere libero e a essere lieto. Le tre caratteristiche che dice don Giussani sono decisive per capire se stiamo parlando di un’esperienza cristiana; guardate: libertà dalle cose, letizia, possesso del necessario. E ciascuno
deve fare il confronto con questo, perché altrimenti è qualcosa di impossibile. Infatti, o questo mi è dato come grazia, come l’esito di questa Presenza che mi si impone, o sono impossibili questa libertà e questa letizia. Dio, avendoci preferito, ci ha fatto partecipi di quella pienezza che ci consente un rapporto libero, gratuito; altrimenti sarebbe impossibile. Questo è quello che impressiona dell’esperienza cristiana: per gli antichi gli dei non potevano amare, perché l’unico
concetto di amore che avevano era l’eros (il concetto di desiderio): c’è qualcosa che desidero perché manca. E questo sarebbe introdurre nella divinità un limite, una mancanza; secondo questo concetto gli dei non potevano amare, perché per definizione non poteva mancare loro qualcosa. Il cristiano ha dovuto inventare un’altra parola: caritas, per esprimere che l’amore con cui Dio ci ama nasce da una sovrabbondanza. E questo l’essere umano non avrebbe potuto capirlo senza la venuta di Cristo. Ma noi non siamo Dio; per questo la prima mossa che dobbiamo fare per essere liberi è
accettare di essere bisognosi; soltanto Dio può vivere una pienezza così grande da essere gratuito nel rapporto, da amare le cose per il loro destino, perché Lui coincide con la pienezza. Noi siamo bisognosi, e perciò abbiamo necessità di accogliere questa caritas, questa carità assoluta del Mistero nei nostri confronti, questa preferenza del Mistero per noi, in modo tale da poter imitare Dio, da
poter dare, nel rapporto con tutti, ciò che trabocca di quello che riceviamo. Questo è il test del percorso che stiamo facendo. In che cosa si vede? Primo: se sono libero. Poi: se prendo l’iniziativa, se mi incomincio a rapportare con le cose in un modo nuovo, per quella capacità non mia che introduce il Mistero (come ha detto il Papa nella Caritas in veritate: noi possiamo diventare protagonisti di questa carità proprio per la carità che riceviamo da Dio). Per questo il fondo ultimo a
cui arriveremo sarà quando parleremo della carità, perché senza di essa nulla è possibile. Ma se noi
non cogliamo tutti questi passaggi, affermiamo a ogni momento un singolo particolare
dimenticandoci dell’insieme. Perché è l’io che ha tutto il desiderio di pienezza! O c’è Lui che lo
riempie in continuazione, o io mi posso scordare di rapportarmi in un modo libero, gratuito e lieto
con le cose e con le persone, qualsiasi proposito abbia fatto. Chiaro? La vera decisione è se io
accetto di entrare in questo rapporto così costitutivo con Cristo che mi consente un’esperienza del
vivere così piena e così lieta che mi fa rapportate gratuitamente con tutto.
• Veni Sancte Spiritus

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Lugo Avvento 2009 MEDITAZIONE di DON CARLO GRILLINI

.....Mi butto perché solo nella realtà posso trovare: fuori dalla realtà c’è il nulla. I sogni, per quanto belli, sono bruttissimi: perché non esistono. La realtà, per quanto drammatica è bellissima. Perché esiste. E cosa trovo da mattina a sera? Mille cose che mi provocano: che mi danno un briciolo di felicità … che non basta mai a farmi felice. Tutto mi provoca a desiderare di più. Sempre di più.....

....Perché quel che il santo trova non sazia la fame, anzi. Perché la fame è infinita ed insaziabile. Chi vive una giornata seriamente lo sa. Chi non lo sa è perché non vive. Poi perché l’oggetto del desiderio è infinito: e anche l’infinito è inesauribile. Sulla terra inizia il godimento: si chiama centuplo. Ma il centuplo non fa felice nessuno: san Paolo lo chiama caparra, un anticipo della quota totale: che ti fa venire voglia del totale.....

... Perché la missione non è un fare, ma un offrire e un domandare. E offrire e domandare si può sempre. Anche sulla croce: anzi, la croce fu il gesto che salvò il mondo perché fu una offerta totale e una domanda totale. Quando sei sulla croce, quando perdi tutto, finalmente puoi riconoscere che Lui è tutto e affidare tutto a Lui e domandare che Lui venga a colmare tutto il vuoto del cuore: questa è l’offerta e la domanda......

Ciascun confusamente un bene apprende nel qual si queti l'animo, e disira; per che di giugner lui ciascun contende. [Purg. XVII]

Ciascun apprende … ciascun contende.

Apprende, cerca di prendere, perché è tutto preso: arde per quel bene. E contende: va a contesa, è in contenzioso, in lotta, in guerra. Tutta la vita è una guerra per soddisfare quel desiderio, per raggiungere quel bene. Cos’è quel bene? Chi lotta per questo? L’uomo bravo, pio, religioso? No. Ciascun: ciascun uomo, senza differenze, di alcun tipo. L’avvento è un problema di ciascuno: dell’uomo, non del cristiano. E’ un problema di ragione, non di fede. E’ un problema di cuore: nel senso pieno.



Il cuore non è il luogo dei sentimenti (è la psicologia). E’ il cuore in senso biblico, il luogo dei pensieri e delle decisioni: dove l’uomo capisce la verità e la decide, la vuole con tutte le sue forze, dove decide di impegnare tutta la vita per raggiungerla. Di giugner lui contende. Anzi, la lotta di tutta la vita è per quel bene per cui il cuore brucia. Non si capisce l’uomo se non si parte da questa brama nascosta e da questa lotta. Nessun psicologo o sociologo capisce e spiega l’uomo se si arresta a descrivere i meccanismi interni o esterni: le dinamiche della psiche o della società. Tutti questi meccanismi ci sono: sono l’aspetto meccanico e animalesco dell’uomo. Ma l’uomo non è un animale né una macchina. Nell’uomo c’è il cruscotto della macchina: dove ci sono i comandi. C’è il cuore, con un fuoco che brucia per quel bene misterioso e che ti spinge a cercare il combustibile che lo alimenti, che non lo lasci morire. E’ una lotta senza tregua: fino alla morte. Per questo, per giugner lui si fa tutto: ogni altra lotta, anche le guerre violente, ultimamente nascono da qui. Sono un modo sbagliato per cercare quel bene. Anche lo sballo del sabato sera, cosa grida se non questo? … che non basta la salute, la giovinezza, il benessere: che il cuore grida altro, che deve andare oltre il limite, oltre ogni misura. E’ sbagliato il modo: ma non il grido. Per quella strada non si troverà mai: ma è vero che niente basta al cuore, nessuna delle cose belle che ci dà la vita, nella natura o nella società. Non solo non basta il benessere, ma neppure i valori: no, nessun valore morale o spirituale basta. Quid animo satis? Gridava Francesco ventenne: e a vent’anni non trovò nulla. E buttò via tutte le cose belle e tutti i valori morali della cristianissima Assisi: si denudò davanti al vescovo e al padre e teorizzò la povertà. E riprese a gridare Quid animo satis? Come grido io ogni mattina: pieno di mille esigenze, concretissime e profondissime. Io mi sveglio che sono ateo: non che non credo in Dio, ma che mi manca Dio, mi manca un bene infinito, per cui sento il cuore bruciare. E mi alzo per cercarlo e mi butto sulle cose che mi aspettano quel giorno. Mi butto perché solo nella realtà posso trovare: fuori dalla realtà c’è il nulla. I sogni, per quanto belli, sono bruttissimi: perché non esistono. La realtà, per quanto drammatica è bellissima. Perché esiste. E cosa trovo da mattina a sera? Mille cose che mi provocano: che mi danno un briciolo di felicità … che non basta mai a farmi felice. Tutto mi provoca a desiderare di più. Sempre di più. E a sera? Dopo mille esperienze belle, bellissime: penso solo alla bellezza dei legami affettivi… l’esperienza più potente di un uomo. Anche le cose più belle non bastano. Ho un cuore ancora più desideroso del mattino: con uno struggimento ancora più acuto e doloroso. Cosa mi manca? Altro. Mi manca ancora l’essenziale: che non so definire. Confusamente un bene: l’attesa è confusa perché niente ha potuto chiarirla. Appena hai detto ecco, ho trovato… dopo un istante, se sei serio, senti in cuore la ribellione. Il cuore dice: no. Qualunque cosa tu dica o faccia C’è un grido dentro: Non è per questo, non è per questo! E così tutto rimanda a una segreta domanda: l’atto è un pretesto. La vita fa man bassa Sulle riserve caduche, e ciascuno si afferra A un suo bene che gli grida: addio! Non è per questo. Allora per cosa è che ho vissuto? Non lo so e continuo a cercare. Per quanto riuscirò a cercare se non trovo? Questo è il dramma: che la ricerca, confusa, a tentoni, direbbe Paolo, non dura. Questa ricerca è di ogni uomo, ed è snervante: se non accade qualcosa, ti schiaccia, nei mille modi che vediamo ogni giorno attorno a noi. Ogni uomo, anche il più ateo, se è serio, sente che deve accadere qualcosa, un avvenimento che porti quel bene. L’avvento, questo avvenimento, lo attende ogni uomo serio. E in noi cristiani cosa attendiamo e come attendiamo? Cosa abbiamo noi di diverso? Come è l’attesa cristiana?
2. L’attesa cristiana, la vera attesa, non la fine dell’attesa.

Intanto nel cuore del cristiano insorge una simpatia per l’attesa di ogni uomo. Noi condividiamo l’attesa di ogni uomo: è la nostra stessa attesa. Solo un filo separa chi sinceramente cerca da chi è grato di avere trovato. L’estraneità insuperabile non è tra il credente e l’ateo: è tra chi cerca e chi non cerca più. No: è impossibile non cercare, è possibile ridurre la ricerca, ridurre il desiderio. Il male vero è la meschinità del desiderio. Il chi si contenta gode: così, così…, ricorda Ligabue in certe notti… Ma, prof, è meglio non trovare mai, altrimenti si ferma la ricerca, che è la bellezza della vita. La fede fa terminare tutto. Questa obiezione nasce dal pensiero, non dall’esperienza: si vede che parlate di ciò che non vivete. L’esperienza grida l’opposto. Innanzitutto l’esperienza dei santi grida l’opposto. Ma avete mai visto un santo che si fermi? Nei santi la vera ricerca, la vera attesa, non è prima della conversione, ma dopo. Prima, come ogni uomo, il santo confusamente un bene apprende. Dopo termina il confusamente, non termina l’apprende. Non muore il desiderio, anzi. Come non muore la fame quando inizi ad assaggiare l’antipasto. Perché quel che il santo trova non sazia la fame, anzi. Perché la fame è infinita ed insaziabile. Chi vive una giornata seriamente lo sa. Chi non lo sa è perché non vive. Poi perché l’oggetto del desiderio è infinito: e anche l’infinito è inesauribile. Sulla terra inizia il godimento: si chiama centuplo. Ma il centuplo non fa felice nessuno: san Paolo lo chiama caparra, un anticipo della quota totale: che ti fa venire voglia del totale. La caparra è quel po’ che possiedi già: che ti dà la garanzia del saldo. Pietro dice primizia: primo frutto di stagione, l’inizio del raccolto. Fa già gustare il raccolto finale: e ti fa lavorare con più convinzione per completare il raccolto. Ti rende certo che il compimento esiste e di che qualità è: ti fa conoscere in anticipo. Predestinati, vengono chiamati i cristiani: quelli che conoscono prima il destino e sanno come è buono e come è potente, cosa ha preparato per loro. Questo spegne l’attesa? No: l’infiamma. Scatena un’attesa certa e consapevole che ti lancia su tutto: ti fa venir voglia di conoscere tutto, di gustare tutto, di amare tutto. Sei più certo che vale la pena impegnarti in tutto: anche nelle circostanze disperate, dove nessuno si impegna più. …in geriatria, coi novantenni, perché continuare? Solo i cristiani lo fanno. E fanno tutto quello che possono e pregano che Lui venga a compiere: perché si sentono servi inutili. Tutto quello che noi facciamo è inutile per la felicità: solo un Dio fa felice l’uomo. E il nostro fare a cosa serve? Le nostre opere a cosa servono se non fanno la felicità degli uomini? Sono segni: come i miracoli evangelici: semeia, segni. Ma la tua fede ti ha salvato. Nessun miracolo fa felice: risolve, momentaneamente, un problemino. Ma il dramma resta intatto. E’ la fede che salva e la fede non è un’opera: è affidarsi alla Sua opera. Affidare alla Sua opera anche la nostra opera. L’uomo di fede fa tutto e grida alla fine di ogni opera, di ogni sera, vieni Signore Gesù. Vieni tu a compiere. Vieni presto. Dalla fede dei cristiani sono nate e nasceranno sempre mille opere: la fantasia è il lato umano della fede. Il santo ne strolga sempre una più del diavolo. Ma l’opera delle opere, qual è? L’opera che solo il cristiano può fare e che è lo scopo di tutte le altre opere?
3. La sua gloria, la nostra opera nel mondo.

Tanti cristiani direbbero la carità. No: la carità non è un’opera: è il modo di fare tutte le opere. Un’opera, anche la più eroica, anche dare tutti i beni ai poveri o il corpo alle fiamme, senza la carità… sei un cembalo… nulla. Non è la carità. Voi siete la luce del mondo: che vedano le opere vostre e diano gloria al Padre che è nei cieli. E’ la missione: la Sua gloria nel mondo. Il cristiano non può essere tranquillo mai al pensiero che ciascun confusamente apprende e contende un bene sconosciuto, che gli uomini adorano un dio ignoto, che cercano a tentoni. E che non troveranno mai con la loro ricerca. Che quel bene nessuno l’ha mai visto: solo il figlio lo ha rivelato … e coloro a cui il figlio ha voluto rivelarlo. Ma come puoi essere tranquillo fino a quando Cristo non sarà tutto in tutti? Un compito preciso è il frutto maturo dell’attesa cristiana: la missione. Tutto il cristiano fa per la missione. Sia che mangiate, che beviate, che facciate qualunque altra cosa tutto fate per la Sua gloria. E la scoperta più fantastica e liberante è che la missione è lo scopo adeguato di tutta la vita: per la missione si può fare tutto. Energie, soldi, tempo, gioia e anche il dolore: tutto si può offrire per questo scopo. E’ l’unico scopo che unisce la vita: gli altri scopi, anche i più nobili come la politica o la filantropia, non sono mai totalizzanti, lasciano sempre fuori qualcosa. La missione no: tutto abbraccia. Perché la missione non è un fare, ma un offrire e un domandare. E offrire e domandare si può sempre. Anche sulla croce: anzi, la croce fu il gesto che salvò il mondo perché fu una offerta totale e una domanda totale. Quando sei sulla croce, quando perdi tutto, finalmente puoi riconoscere che Lui è tutto e affidare tutto a Lui e domandare che Lui venga a colmare tutto il vuoto del cuore: questa è l’offerta e la domanda. E basta. Perché svela il meglio di te: la tua capacità di riconoscere Dio e di amarlo. Bastò al centurione pagano che gridò vedendolo morire così: veramente questo uomo era figlio di Dio. Basta per i semplici: basta vedere un uomo vero e lieto per incontrare Dio, come a Disma, il buon ladrone. Perché noi non abbiamo il compito di convincere la gente, di far capire niente: a noi tocca far vedere, non far capire, far vedere la nostra vita cambiata e resa da Lui più bella. Il cristianesimo in fondo si diffonde per invidia: vedi uno più contento di te e ti vien voglia di rubargli il segreto. E lo cerchi tu, non lo molli più: ad una condizione, che tu voglia veramente bene a te stesso. Perché Cristo chiede solo questo: l’unica virtù morale è l’amore a te stesso.E questo lo decidi tu nel segreto del cuore ogni istante: è questa misteriosa decisione che Gesù è venuto a provocare, con la domanda più inquietante che ho trovato nel Vangelo, e con cui iniziavo sempre la prima lezione di Religione. Che giova all’uomo conquistare il mondo, se poi si perde o rovina se stesso? O che darà l’uomo in cambio della propria anima?Cristo porrà questa domanda fino alla fine del mondo, fino a quando ci sarà un cristiano che testimonierà la gioia e la bellezza, la ragionevolezza della fede. La risposta la darà ognuno … come io, stasera, ho dato la mia di fronte a voi. Ognuno di voi già la sta dando: davanti a Dio.

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venerdì 4 dicembre 2009

IS LIFE A TALE TOLD BY AN IDIOT?

Is life a tale told by an idiot?

Faced with the Director of Public Prosecutions’ consultation on assisted suicide – in other words, on when is it permissible to end a life deemed not worthwhile – we ask ourselves: what is life, who am I, is there anything that makes this life worthwhile?
Some say life is no longer life when an individual depends too much on someone else. But all life is dependence, structural dependence. We do not decide to be born. In order to remain alive we depend on eating, drinking, breathing, on the climate. All existence is dependence: the only possibility for it not to become slavery is that the giver of life makes himself our companion, someone we can encounter, a human presence who starts answering our heart’s desire for infinite love, for goodness, and for eternity.
Everyone needs to discover who is behind this gift that I am and that reality is. Otherwise, life becomes, as Shakespeare says, “a tale told by an idiot, full of sound and fury, signifying nothing”, and so ultimately, a lie. Our whole being cries out with the desire that life be forever, that relationships last, that the joy aroused by reality before our eyes stay with us forever. The simple existence of things, including the self, as “given” casts a promise of goodness, meaning and eternity on the horizon of life
How is it possible for a man to stay in front of pain, toil, and the apparent contradiction that a life of sorrow and suffering presents?
The claim of Christianity is that the Giver of life, the Creator, became flesh, like one of us; that he grew into a child, a youth, an adult; that he was not spared suffering, even death on a cross, but rose from the dead; and that he is present here and now.
This presence becomes someone we can meet through a human reality that contains something so exceptional that it can only be explained by introducing the word ‘divine’. Only this can introduce the possibility of not despairing in front of death – the ultimate contradiction – into human history. “Woman do not cry” (Lk 7:13), as Jesus said to the widow who had lost her only child.
Let’s be sincere and let’s answer what our heart is structurally looking for; but is it a human pity, somebody who is ready to terminate our sufferings at any moment should we so request, or is it somebody who loves us with a love so true that it can conquer time and space?

Communion and Liberation UK

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LA VITA E' UNA FAVOLA RACCONTATA DA UN IDIOTA?


......Tutti noi abbiamo bisogno di scoprire chi sta dietro a questo dono che è ciascuno di noi, che è la realtà. In caso contrario, la vita diviene, con le parole di Shakespeare, “una favola raccontata da un idiota, piena di rumore e di furore, che non significa nulla”, e quindi, ultimamente, una menzogna. Tutto il nostro essere grida il desiderio che la vita sia per sempre, che i rapporti permangano, che la gioia che la realtà che abbiamo davanti agli occhi suscita rimanga con noi per sempre. La semplice esistenza delle cose, e con esse dell’io, come “date” pone sull’orizzonte della vita una promessa di bene, di significato, di eternità......


Comunicato stampa comunione e liberazione
Sulla consultazione in merito al suicidio assistito

Di fronte alla consultazione indetta dal Procuratore Generale del Regno Unito sul suicidio assistito – in altre parole, su quando sia lecito porre fine a una vita giudicata non degna di essere vissuta – ci chiediamo: cosa è la vita, chi sono io, c’è qualcosa che rende questa vita degna di essere vissuta?
Qualcuno afferma che la vita non è più vita nel momento in cui un individuo dipende oltre misura da qualcun altro. Ma tutta la vita è dipendenza, strutturalmente dipendenza. Noi non decidiamo di nascere. Per rimanere in vita dipendiamo dal nostro mangiare, dal bere, dal respirare, dal clima.


Tutta l’esistenza è dipendenza; la sola possibilità perché questa dipendenza non si trasformi in schiavitù è che Colui che dà la vita si renda nostro compagno, uno che possiamo incontrare, una presenza umana che inizia a rispondere al desiderio di amore infinito, di bene, di eternità che è racchiuso nel nostro cuore.

Tutti noi abbiamo bisogno di scoprire chi sta dietro a questo dono che è ciascuno di noi, che è la realtà. In caso contrario, la vita diviene, con le parole di Shakespeare, “una favola raccontata da un idiota, piena di rumore e di furore, che non significa nulla”, e quindi, ultimamente, una menzogna. Tutto il nostro essere grida il desiderio che la vita sia per sempre, che i rapporti permangano, che la gioia che la realtà che abbiamo davanti agli occhi suscita rimanga con noi per sempre. La semplice esistenza delle cose, e con esse dell’io, come “date” pone sull’orizzonte della vita una promessa di bene, di significato, di eternità.


Come è possibile per un uomo stare davanti al dolore, alla fatica, all’apparente contraddizione che sembra sottesa a una vita di pena e di sofferenza?

La pretesa del Cristianesimo è che il Datore di vita, il Creatore, si è fatto carne, come uno di noi; che è diventato bambino, ragazzo, adulto; che non gli fu risparmiata la sofferenza, fino alla morte sulla croce, ma che è risorto dalla morte; e che è presente qui e ora.

Questa presenza diviene qualcuno che possiamo incontrare attraverso una realtà umana che contiene qualcosa di così eccezionale che può spiegarsi solo introducendo il termine “divino”. Solo da qui può nascere la possibilità di non disperare di fronte alla morte – l’ultima contraddizione – nella storia umana. “Donna, non piangere” (Lc 7,13), come disse Gesù alla vedova che aveva perso il suo unico figlio.

Occorre essere sinceri, occorre dare risposta a ciò che il nostro cuore strutturalmente cerca; ma è una pietà umana, qualcuno che è pronto a porre fine alle nostre sofferenze in qualunque momento lo chiedessimo, o è qualcuno che ci ama di un amore così vero che può sconfiggere il tempo e lo spazio?

Comunione e Liberazione UK
3 dicembre 2009




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mercoledì 2 dicembre 2009

IL VOLANTONE CHE CI AIUTA A PREPARARCI AL NATALE

La fede ha ancora in assoluto una sua possibilità di successo? … perché essa trova corrispondenza nella natura dell’uomo. Nell’uomo vi è un’inestinguibile aspirazione nostalgica verso l’infinito. Nessuna delle risposte che si sono cercate è sufficiente; solo il Dio che si è reso finito per lacerare la nostra finitezza e condurla nell’ampiezza della sua infinità, è in grado di venire incontro alle domande del nostro essere . Perciò anche oggi la fede cristiana tornerà a trovare l’uomo. (Joseph Ratzinger)

Ora con questi muscoli che non tengono, con questa stanchezza, con questa facilità alla malinconia, con questo masochismo strano che la vita di oggi tende a favorire o con questa indifferenza e questo cinismo che la vita di oggi rende, come rimedio necessario per non subire una fatica eccessiva e non voluta, come si fa ad accettare sé e gli altri in nome di un discorso? Non si può rimanere nell’amore a se stessi senza che Cristo sia una presenza come è una presenza una madre per il bambino. Senza che Cristo sia una presenza ora – ora! – io non posso amarmi ora e non posso amare te ora. (Luigi Giussani)


COMUNIONE E LIBERAZIONE

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AUGURI ALESSANDRA E FRANCESCO BUON 9 ANNIVERSARIO



Carissimi
siamo felici di poter condividere con voi ,anche se l'oceano ci divide ,la gioia di festeggiare il vostro nono anno di matrimonio.
In questo giorno vi e' donata nuovamente la possibilita' di andare a fondo del significato sacramentale che vi unisce.
".... Due persone che vivono l’esperienza dell’amore vero “sospirano”, perché attraverso l’altro si affacciano all’infinito, tenendosi per mano si incamminano insieme verso il compimento di entrambi. Sperimentano che l’amore all’altro coincide con l’amore per il destino dell’altro. Hanno un comune destino e sono frutto di un amore che li ha preceduti....."
Quello che ci permette di non sentire che l'oceano crea una barriera fra noi e' che in posti diversi abbiamo affidato la vita a Colui che permettere che questa unita' sia per sempre.E' bello vedervi felici nelle foto,ancor piu' bello e' sapere che pregate per poter affrontare le difficolta' che la vita mette sul cammino di tutti noi.
Auguri carissimi e un bacione a Michele Anna e Paolo

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martedì 1 dicembre 2009

CHI E' MARCO CALAMAI?

Marco Calamai premiato a Milano per il suo metodo

Il dodicesimo premio L’Altropallone verrà consegnato a Marco Calamai, tecnico fiorentino di basket in serie A, che ha deciso da tempo di dare una svolta alla sua carriera. Basta con le ricche panchine e le partite di cartello, basta col professionismo. Insegna basket da anni ai disabili, fisici e mentali, ed è felice, e loro con lui.

Calamai è stato allenatore nella serie A di pallacanestro per 12 stagioni con 365 partite dirette dal 1982 al 1995 (Ferrara, Pavia,Venezia, Firenze, Bologna, Livorno). Campione del mondo alla guida della nazionale militare italiana nel 1990. Da 14 anni è impegnato come tecnico nell´handicap psichico nelle sue varie forme (dall´autismo alla psicosi alla sindrome di Down) attraverso la proposta del gioco della pallacanestro come prima forma di scambio e di rapporto interpersonale. I risultati ottenuti sono incoraggianti e apprezzati in campo nazionale: molti dei ragazzi coinvolti sono arrivati ad una capacità importante di comunicazione e di relazione, non solo nell´ambito del gioco ma anche e soprattutto della vita quotidiana. La palla sa affascinare questi giocatori speciali, per i quali il canestro rappresenta una tensione alla speranza, il passaggio un´apertura verso gli altri, il palleggio uno strumento di conoscenza dello spazio. La finalità dell´attività è la comunicazione (che avviene attraverso la palla)e il gioco come diritto e divertimento. Gli strumenti sono la forza del gruppo e il puntare sulle qualità di ognuno senza fermarsi ai limiti.
La premiazione avverrà il prossimo 15 gennaio a Milano in via Dini al Centro Puecher.

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PER GLI AMICI DI GIOVANNI

Come d'accordo riporto gli indirizzi di Marco Calamai
e' possibile contattarlo al numero 337 557767
per chi fosse interessato alla struttura di Cologno Monzese il contatto e' con
RossettiFerruccio 3294471918
per Milano il contatto e' Granata Laura 3471400290
per Rimini Manda Mandeschi 3471064518
o Bellariva Valerio per Prato 3355846454
per Reggio Emilia Grassi Alberto 3495318737

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PADRE ALDO

.....non elimina nulla, non mi toglie dal fango, non elimina il dolore, non mi toglie la insonnia, non mi risolve i problemi (altrimenti che vita, che libertà sarebbe la mia?), però mette una luce nella mia vita, mi dona un criterio, mi indica un cammino per cui tutto diventa occasione per sperimentare cosa significa “dire tu al Mistero”, cosa significa dire “Cristo mio”......
30 NOVEMBRE 2009
Cari amici,

Mi stupisce l’insistenza con cui Carron ci richiama alla cosa che più mi commosse di Giussani quando abbracciandomi nel mio niente mi disse: “Tu non sei e non sarai mai il frutto del tuo passato, delle tue miserie, dei tuoi antecedenti biologici, psicologici, ereditari, etc… perchè tu sei relazione con l’Infinito”. Che commozione, da 20 anni a questa parte, vivere drammaticamente ogni istante con questa certezza: “Io sono tu che mi fai”. Non c’è depressione, momento difficile, ossessione, tentazione, dolore, accusa, odio, morte che possa definirmi, bloccarmi, paralizzarmi. “Io sono tu che mi fai”

non elimina nulla, non mi toglie dal fango, non elimina il dolore, non mi toglie la insonnia, non mi risolve i problemi (altrimenti che vita, che libertà sarebbe la mia?), però mette una luce nella mia vita, mi dona un criterio, mi indica un cammino per cui tutto diventa occasione per sperimentare cosa significa “dire tu al Mistero”, cosa significa dire “Cristo mio”.

In questi giorni è stato chiaro che questo è un giudizio, è un punto di non ritorno. Alcuni esempi:

1. Rispetto ai miei figli violentati. Guardate questo disegno. È di una bambina, violentata sistematicamente dal “padre” di 60 anni. La mamma di 18 anni si è suicidata alcuni anni fa. In casa (capanna) il “padre” con altri uomini abusavano di questa bambina e per di più teneva relazioni con animali. La piccola ha visto e sofferto di tutta questa violenza. Così anche il fratellino che è qui con me. Il disegno mi ha fatto soffrire molto perchè descrive il suo “io” pieno di paura, di terrore, descrive il suo io frantumato. Me l’ha dato di ritorno dal Messico dicendomi: “papà ho una letterina per te”. Quando prima di dormire l’ho aperta e ho visto questo disegno mi sono venuti i capelli dritti. Poi ho guardato sulla facciata della pagina e con sorpresa che mi ha commosso ho letto queste parole: “Ciao papà Aldo. Sei il miglior padre, papà Aldo. Non abbandonarmi mai, Ti voglio bene. Spero che sia sempre così e non cambi mai. Per favore continua ad essere come sei, lottando per un domani più bello. TI RINGRAZIO PER PROTEGGERMI. Grazie. Ti voglio molto bene”. È inutile ogni commento. Il testo è sottolineato in giallo e verde. Una settimana dopo mi consegna un altra letterina (ai miei figli piace ogni volta che parto o torno scrivermi) e sopresa: “Ti voglio molto bene e sono felice perchè passerò il Natale nella casetta di Betlemme. Proteggimi molto con il tuo cuore”. E dietro al posto del mostro c’era una cavallo disegnato con la matita e senza nessun colore. Un passo avanti nella coscienza di sè. Cosa ha permesso questo? L’affetto di noi, l’affetto mio che nasce dalla certezza “Io sono Tu che mi fai adesso” e che si trasmette per osmosi.

2. Gabriel, è come il sacerdote Melcheredech della Bibbia, di cui non si conoscono le generalità. Sappiamo solo che è venuto da Dio. Non ha cognome. Ha, si pensa, 8 anni. Da un orfanotrofio all’altro, da una violenza all’altra. È arrivato qui dopo essere stato respinto, perchè violento, da ogni istituzione. Quando è arrivato, era inavvicinabile. La sua risposta a tutto era solo violenza. Una cosa terribile e umanamente insopportabile. Quante volte guardandolo pensavo alla frase di Pavese: “Qualunque violenza nasce dalla mancanza di tenerezza”. Ma la tenerezza non si inventa, non è un fattore ereditario, è un frutto della coscienza “io sono Tu che mi fai”. E così il mio rapporto con lui è diventato per lui l’inizio del cambiamento. Sentite cosa mi ha scritto sotto l’immagine di un uomo-robot disegnato da lui: “Ciao P.Aldo. Voglio che mi ponga il tuo cognome, così sarò felice. Ti voglio tantissimo bene P.Aldo. Io (è importante questo “Io” nella sua boca, lui che non aveva identità) Gabriele ti voglio bene con tutto il mio cuore”. Qui c’è tutta la pedagogia, la psicologia… meglio, qui c’è la evidenza della assoluta verità di ciò che Carron instancabilmente ci ripete: l’uomo è relazione con il Mistero, o capiamo e facciamo esperienza di questo o siamo “vecchi vuoti” che si affidano agli esperti per risolvere la vita.

Cari amici, qui tutto grida “io sono Tu che mi fai” e le peggiori violenze diventano possibilità per una vita nuova, più bella, più umana, perfino per i miei bebè, tutti concepiti violentemente. Ma quando entrano in contatto fisico con qualcuno in cui è evidente “io sono Tu che mi fai” tutto cambia e il bebè sorride. Come vorrei che in questo avvento ognuno facesse questa esperienza di appartenenza.

Con affetto,

Padre Aldo




Padre ALDO TRENTO 29 NOVEMBRE 2009

Cari amici,

perdonate se vi disturbo ritornando su una cosa per cui vi ho già chiesto aiuto a nome della Divina Provvidenza. Ma, come sapete, io sono il medicante di Dio, quel Dio che si è fatto carne in Gesù: e Gesù vive, come ci ricorda il cap. 25 di Matteo, anche nei poveri più poveri come sono tutti i miei figli. Gesù è ognuno di loro, e per questo tre volte al giorno mi inginocchio davanti a ognuno di loro, in adorazione. Che bello: ognuno è Gesù.

Capite quale grazia Gesù mi dona. Ieri ho accolto un ragazzino di strada con un tumore di un kilo al collo, metastasi generali e per di più tossicodipendente. L’ho guardato, mi sono inginocchiato … quanto dolore fin dalla nascita nella strada. “Padre, che bello è qui” mi ha detto.

Oggi il Consiglio Economico mi ha detto:”Padre per il 31 dicembre abbiamo bisogno di 90.000 euro per pagare i 150 che lavorano qui (Novembre, Dicembre, Tredicesima più le spese correnti)” “Non preoccupatevi, io sono le mani, i piedi, la lingua della Provvidenza, ma è Lei che risolve tutto. Allora pregate e siate certi che per il 31 Dicembre tutto sarà risolto”.

Per questo mi permetto di chiedervi per Natale di ricordarvi dei miei figli. Siete in tanti, e tutti assieme permetteremo alla Madre della Divina Provvidenza di risolvere la questione. A noi ogni letto della clinica costa 2.500 euro mensili, cioè 83 euro al giorno. I letti attualmente sono 27 per cui ogni mese il costo è di 63.500 euro. Da cinque anni Gesù e sua Madre hanno sempre e puntualmente risolto tutto. E questo è il costo della Clinica, senza contare le casette per gli anziani, che sono due e il cui costo mensile è di 7.000 euro in totale, e la casetta di Betlemme, il cui costo mensile è di 6.000 euro.

Per cui mi affido a ciascuno di voi

Vi ricordo che la rivista “Tempi” per Natale distribuirà un Dvd realizzato dal più grande e famoso giornalista locale, Humberto Rubin, che dopo aver visitato la Clinica, lui ebreo e agnostico, mi ha detto piangendo:” Se ciò che ho visto è Dio, allora ci posso credere anch’io”. Vi prego di comprare questo Dvd, perché nel suo drammatico realismo dice un po’ di ciò che qui si vive.

Vi ricordo il mio numero di conto corrente:

Trento Antonio

UNICREDIT BANCA – Filiale di Fonzaso (Belluno)

Codice IBAN : IT14Z0200861120000004701742



Buon Natale

p. Aldo

TEMPI 26 Novembre 2009

Aldo Trento: La vita nuova di Blanca

La bimba venduta dal padre per dieci litri di vino che ha trovato un abbraccio in mezzo al deserto

Iniziativa: Asilo de Dios, il dvd per sostenere l'opera di padre Aldo in Paraguay

di Aldo Trento


Blanca oggi è una ragazza di ventidue anni. È arrivata alla clinica Divina Providencia non perché malata fisicamente, ma per stare vicina a Don Lucio, suo attuale compagno di vita e malato terminale di cancro.
La loro storia è quella di due vite disperate, e in queste ultime settimane è diventata drammatica ma al tempo stesso si è colmata di pace. Assieme al compagno Lucio, molto più anziano di lei, Blanca ha avuto due bambini. Da due settimane hanno deciso di sposarsi qui, nella clinica. Il motivo: «Padre, desideriamo stare in pace con il Signore. Padre, voglio morire in pace e lasciare alla mia donna la certezza di morire in grazia di Dio».
Nel paradiso che è la clinica, questo è un ritornello ripetuto da molti pazienti terminali: «Vogliamo sposarci in Chiesa per morire in grazia di Dio». Una prova chiara del fatto che non esiste un amore, una relazione autentica e di conseguenza capace di dare la pace, l’allegria al cuore, che non sia anche relazione con l’Infinito. Sono pazienti analfabeti, che vengono dalla strada, vite spese per lo più seguendo l’istinto di sopravvivenza. Che però, quando hanno incontrato lo sguardo di qualcuno, con la piena coscienza che “Io sono Tu che mi fai”, come per osmosi hanno percepito che solo nella relazione con l’Infinito l’uomo incontra la vera pace.
Del resto, cos’è l’amore umano se non un grido dell’eterno, un segno dell’Infinito che l’uomo cerca? Ciò che affermava Cesare Pavese, che «anche nei piaceri più a buon mercato ciò che l’uomo cerca è l’eterno», qui tra i nostri infermi terminali è un’evidenza che si impone. Don Lucio incontrò Blanca in un momento disperato della vita di lei. Fin da piccola era stata oggetto di qualsiasi violenza sessuale da parte del padre. La “madre”, come molte donne paraguaiane, ridotta a oggetto, viveva come ipnotizzata e impotente anche solo a reagire verbalmente davanti alla bestia che era suo marito. Un giorno un vicino a cui piaceva la ragazza si avvicinò alla “famiglia” offrendosi di comprarla. Al “padre” non sembrò vero, e per soddisfare il suo alcolismo la vendette per dieci litri di vino.

Da quel momento per Blanca si spalancarono le porte dell’inferno. Visse con un’altra bestia per qualche anno, vittima di ogni tipo di violenza e oltraggi, avendo da lui anche dei figli. Però una notte, disperata per la tortura cui era sottoposta, approfittando dell’ubriachezza dell’uomo, riuscì a fuggire portandosi via le sue creature. Camminarono per alcuni giorni nel cosiddetto inferno verde: il Chaco paraguaiano, un deserto pieno di cactus, serpenti e belve feroci. Stanchi, affamati e assetati cercavano un rifugio. È così che Blanca e i suoi figli sono giunti all’umile casa di Don Lucio, che aveva quarant’anni più di lei. L’uomo, molto povero e molto solo, la accolse con affetto in casa sua. La verità è che nell’inferno del mondo, e anche nelle circostanze più avverse, Dio ci mette sempre davanti una perla preziosa: qualcuno col cuore di carne, segno e rifugio per i disperati.

La Divina Providencia
Don Lucio subito la protesse, le diede una casa e l’affetto, quell’affetto umano che nasce da una ragione che nonostante tutto vive aperta al Mistero, sostenuta da un’umile religiosità contadina, frutto della prima evangelizzazione. La vita di Blanca e dei suoi figli cambiò. Gli anni della violenza rimasero alle sue spalle. Un volto finalmente umano le aveva restituito la speranza e il desiderio di vivere, di lottare. Si affidò totalmente a questa nuova opportunità, dedicandosi al nuovo compagno e ai suoi figli. Nel bel mezzo del Chaco, un deserto terribile che soltanto le rare volte che piove diventa verde e per questo è chiamato inferno verde, una novità umana, la comunità di una famiglia naturale che non aveva mai visto una chiesa, un prete, però aveva la coscienza originale che l’essere umano per sua natura è relazione con Tupa, il nome con il quale i paraguaiani definiscono Dio, il Mistero (“Tu” in guaranì ha lo stesso significato di “stupore, meraviglia”; “pa” vuol dire: chi ha fatto questa cosa bella?).
Purtroppo la convivenza durò solo pochi anni, perché repentinamente Don Lucio si ammalò di cancro. Per alcuni mesi sopportarono la disgrazia, però il dolore crescente e la povertà vinsero la resistenza di entrambi, e dopo aver peregrinato inutilmente per diversi centri ospedalieri arrivarono alla nostra clinica.

Per loro fu come giungere in un hotel a cinque stelle, essere accolti con il grande calore umano del quale entrambi avevano bisogno, dopo anni di solitudine e mancanza di compagnia umana. Blanca rimase giorno e notte accanto a Don Lucio e cominciò a conoscere Cristo.
Fu per entrambi l’occasione di scoprire una vita nuova, e in poco tempo chiesero di ricevere i sacramenti, coscienti che in questo modo la loro relazione non si sarebbe mai interrotta, nemmeno di fronte alla morte.

«Non ti abbandoneremo»
Dopo questo momento il cammino di Lucio arrivò alla sua tappa finale, e in pochi giorni morì. Il dolore di Blanca fu grande, perdeva quello che era stato il suo appoggio, l’àncora di salvezza della sua vita. Chi non la conosceva o non aveva conosciuto la sua storia non riusciva a comprendere il motivo di tanto dolore. Una volta ancora si era trovata sola con due creature in un mondo che da sempre le era stato nemico, egoista, cieco e sordo al suo dolore. Io la guardavo abbracciandola, e l’unica cosa che riuscii a dirle fu: «Non ti preoccupare, Blanca, noi non ti abbandoneremo. Cercheremo una casa per te e per i tuoi figli, in modo che possano continuare a vivere con dignità».
Durante i lunghi giorni che aveva passato al fianco del suo compagno, a chi le domandava, sorpreso dalla differenza di età, il perché di un affetto così grande, Blanca rispondeva: «Lui è stato l’unico che mi ha amato senza chiedere niente in cambio, quando persino i miei genitori mi hanno venduto per dieci litri di vino».

Davvero: solo l’incontro con un’umanità nuova carica di gratuità permette a qualsiasi essere umano – non importa cos’ha passato – di scoprire che uno non è mai esclusivamente frutto dei suoi antecedenti, del suo passato, ma relazione con l’Infinito. E quando scopre quest’ontologia del suo essere, la libertà torna ad essere il respiro pieno di speranza della vita. Nemmeno il fatto di essere stata venduta per dieci litri di vino ha potuto impedire a Blanca di formare un giudizio, e di poter dire adesso “io”, con la certezza di appartenere a un Mistero più grande di quella vita di miserie che si porta dietro. Mentre da un lato le femministe frustrate rivendicano il “diritto” all’aborto, mentre il maschio pretende di vedere riconosciuto il suo “diritto” all’omosessualità, ed entrambi pretendono anche il “diritto” di adottare figli, dall’altra parte una ragazza, nel pieno secolo XXI, viene venduta dai suoi genitori. Mentre da un lato la scienza, col suo smisurato orgoglio, vuole dominare la vita decidendo quali siano le sue origini e il suo destino finale, e mentre l’uomo, novello Prometeo, vuole sfidare il cielo, qui in questa piccola aiuola che ci rende tanto, tanto feroci, come scriveva Dante Alighieri, una ragazza di quindici anni viene venduta dai suoi genitori per dieci litri di vino.
Quanto più è esaltata l’idolatria dei diritti umani, tanto meno è riconosciuto il valore della persona umana. E questo vale per tutti gli ambiti della vita quotidiana. Pensiamo, ad esempio, a ciò che accade coi malati e i deboli nel nostro sistema sanitario, con i bambini nelle case e nelle strade, con tutti quei figli di Dio che non essendo utili allo Stato sociale sono “niente” per la società! E perché, in pieno XXI secolo, mentre l’uomo si illude di conquistare l’universo, qui su questa terra la maggior parte delle persone è ancora ridotta in schiavitù?

Una aiuola di libertà
Scriveva molti decenni fa lo scrittore russo Fëdor Dostoevskij: «Se Dio non esiste, tutto è possibile». Vale a dire, come diceva sant’Ambrogio: «Osserva quanti hanno abbandonato Dio, di quanti ami sono schiavi».
La schiavitù non è mai stata così diffusa nel mondo come lo è oggi. La nostra amica, venduta per dieci litri di vino, e per di più dai suoi stessi genitori, è un’evidenza drammatica. Una ragazza vale quanto valgono dieci litri di vino. È esattamente quello che succede con l’aborto o con l’eutanasia: la vita umana non vale niente. Ma dentro queste tenebre il Mistero dell’Incarnazione, che vive nella carità della nostra comunità, continua ad essere una certezza, la grande vittoria sulla cultura cieca e orgogliosa del niente. Visitando la clinica San Riccardo Pampuri si impara che mentre la schiavitù è padrona del mondo, esiste una piccola aiuola verde di libertà, la libertà di morire col sorriso sulle labbra. È il miracolo dell’Incarnazione e Resurrezione di Cristo, che vive nella Chiesa e, concretamente, in questa compagnia.
padretrento@rieder.net.py



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AVVENTO

Benedetto XVI : "L’uomo, nella sua vita, è in costante attesa: quando è bambino vuole crescere, da adulto tende alla realizzazione e al successo, avanzando nell’età, aspira al meritato riposo. Ma arriva il tempo in cui egli scopre di aver sperato troppo poco se, al di là della professione o della posizione sociale, non gli rimane nient’altro da sperare. La speranza segna il cammino dell’umanità, ma per i cristiani essa è animata da una certezza: il Signore è presente nello scorrere della nostra vita, ci accompagna e un giorno asciugherà anche le nostre lacrime. Un giorno, non lontano, tutto troverà il suo compimento nel Regno di Dio, Regno di giustizia e di pace."


Avvento, "visita" di Dio che entra nella nostra vita

28/11/2009 (2:00)

Numerosissimi fedeli si sono raccolti nella Basilica di S. Pietro, sabato 28 novembre, per la celebrazione dei Primi Vespri della Prima domenica di Avvento presieduta da Benedetto XVI e

animata dalla Cappella Sistina e dal coro Mater Ecclesiae. Nella sua omelia, facendo riferimento al brano della Prima Lettera ai Tessalonicesi letto durante la recita dei Vespri, il S. Padre ha invitato a riflettere sul significato dell'Avvento, "arrivo", "venuta", "visita" di Dio che entra nella nostra vita e vuole rivolgersi a noi. In questa luce tutti gli eventi della giornata, ha detto il Papa, sono cenni che Dio ci rivolge, segni dell'attenzione che ha per ognuno di noi. Altro elemento fondamentale dell'Avvento è l'attesa, attesa, ha detto il S. Padre, che è nello stesso tempo speranza

Benedetto XVI : "L’uomo, nella sua vita, è in costante attesa: quando è bambino vuole crescere, da adulto tende alla realizzazione e al successo, avanzando nell’età, aspira al meritato riposo. Ma arriva il tempo in cui egli scopre di aver sperato troppo poco se, al di là della professione o della posizione sociale, non gli rimane nient’altro da sperare. La speranza segna il cammino dell’umanità, ma per i cristiani essa è animata da una certezza: il Signore è presente nello scorrere della nostra vita, ci accompagna e un giorno asciugherà anche le nostre lacrime. Un giorno, non lontano, tutto troverà il suo compimento nel Regno di Dio, Regno di giustizia e di pace."

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GRAZIE

Grazie per la bella lettera che ci hai mandato-
Fortunatamente me l'hai mandata anche per posta perche' non l'avrei vista,ieri non ho aperto il blog.
Le tue parole ci hanno molto commosso e ci sono sembrate immeritate.
Abbiamo cosi' pensato a quel lontano si e ci siamo resi conto che quell'adesione al sacramento del matrimonio e' stata veramente la nostra ancora di salvezza.
La nostra pochezza,i nostri limiti non avrebbero potuto generare nulla ma il Signore e' talmente grande che in tutti questi anni ci ha accompagnato,sorretto e soprattutto ci ha aiutato a renderci conto che solo affidandoci a Lui ,invocandolo,mendicando il suo aiuto e' possibile sperimentare il centuplo quaggiu'.

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lunedì 30 novembre 2009

35 Anni di Testimonianza ...


Carissimi Mamma e Babbo,
auguri per il vostro 35mo anniversario di matrimonio.

Mi spiace non poter essere li con voi a festeggiare ma gioisco al ripensare a cosa abbia voluto dire per me il SI che voi avete detto davanti a Cristo e ai vostri amici 35 anni fa'.

Quel SI ha generato non solo me, ma tutti e 5 i miei fratelli (quasi 6 :-) ).

Quel SI non e' mai stato un ricordo lontano, un SI ripetuto ogni giorno, un SI sicuro e allo stesso tempo pieno di dramma.

Per gli scorsi 35 anni, mi avete testimoniato l'importanza di vivere il presente, di vivere il quotidiano.

A volte penso avranno dovuto lasciare da parte i loro sogni? E so che la risposta e' si, ed e' questo che per 34 dei miei anni mi avete insegnato.

I sogni sono importanti, a volte ti aiutano anche, ma la vera sfida, il vero dramma, la vera vita e' il presente, sono le circostanze che ci vengono messe davanti, sono circostanze piene di dramma che richiedono risposte vere, che richiedono il nostro SI.

Il presente a volta fa arrabbiare, a volte sembra incomprensibile, a volte crea incomprensioni ma un presente che voi avete sempre saputo o voluto accogliere.

I sogni e il futuro vivono nella nostra immaginazione e quindi possono essere malleati a nostro piacimento e non sono percio' drammatici, non richiedono alcuno sforzo ma non danno niente indietro.

Il vostro amore per me e' sempre stato preferenziale, e penso che gli altri fratelli potrebbero dire la stessa cosa pensando a se stessi. Ognuno di noi e' stato amato fino in fondo.

Il vostro SI, ogni giorno, per gli ultimi 35 anni ha toccato migliaia di persone direttamente ed indirettamente e son sicuro che il vostro amore per il quotidiano e' stato quello che ha sempre interessato gli altri, alcuni increduli, alcuni gelosi ed alcuni mendicanti della stessa posizione di fronte al reale.

Il vostro SI, ogni giorno, per gli ultimi 35 anni continua a generare, Io ed Ale ci avviciniamo al nostro nono anno di matrimonio ed e' nostra speranza di poter passare ai nostri figli lo stesso amore per il presente che voi continuate a testimoniarci.

Il vostro SI, ogni giorno, per gli ultimi 35 anni e' continua testimonianza che la vera sfida e' il reale.

Auguri Mamma e Babbo
Francesco

Auguri Tiziana e Claudio
Alessandra

Auguri Nonna e Nonno
Michele, Anna e Paolo

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domenica 29 novembre 2009

GLI SCRITTI DI DON GIUSSANI IN RETE

sabato, 28 novembre 2009
Gli scritti di don Giussani in rete!
Tracce ci dà questa utilissima notizia:

Ci sono voluti sei anni di lavoro, che hanno coinvolto una decina persone. E finalmente è decollato il sito che permette di consultare in rete l’opera omnia di don Luigi Giussani. Su www.scritti.luigigiussani.org, sono disponibili tutti i suoi libri pubblicati in italiano - 57 volumi in edizione definitiva -, più alcune edizioni inglesi. Non solo: ogni testo è affiancato da una scheda che ne ripercorre la storia editoriale, fornendo le informazioni bibliografiche essenziali.
Un’idea che prende spunto dal desiderio di facilitare la lettura delle opere legate alla storia del movimento. Mettendo a disposizione di tutti, e in particolare dei ricercatori, alcuni strumenti essenziali per lo studio di don Giussani.
Qualche dettaglio tecnico: il sito conta oltre 3mila pagine, dove sono schedate circa 2mila voci bibliografiche tra libri, articoli e interviste nelle varie lingue. L’accesso è completamente libero e gratuito, ma è necessario registrarsi per accedere ad alcuni servizi, come la ricerca nei testi o la possibilità di memorizzare le ricerche o le schede preferite. Il sito, che viene continuamente aggiornato con nuove schede, rappresenta quindi una vera e propria biblioteca virtuale.

Linda Stroppa

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sabato 28 novembre 2009

COMMENTO

"COSA INSEGNA LA SCIENZA IL CASO DEL RISVEGLIATO DA...":

Avevo sentito questo"avvenimento" nel TG 5, non ero riuscita a capire bene il fatto, ma mi aveva colpito che nessun altro notiziario in seratal'avesse dato,il giorno dopo sul quotidiano nazionale che leggo non c'era traccia. Scusate questa descrizione che può sembrare gratuita, ma è indicativa per capire come l'argomento della dignità della vita è legato alle "prestazioni". La scienza medica sembra non ammettere la categoria della possibilità e della speranza di fronte ad un organo complesso come il cervello. Questi fatti turbano l'iter culturale che si sta costruendo intorno al fine vita e pertanto vengono chiusi nell'ambito privato e affettivo della persona. Grazie a Marina Corradi che lo ha ripreso e ha dato la possibilità di capire che un' esperienza positiva è pedagogica per tutta la comunità o meglio la "cittadinanza"
Rita di Ostra

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COSA INSEGNA LA SCIENZA IL CASO DEL RISVEGLIATO DAL COMA

giovedì, 26 novembre 2009

Da Avvenire un articolo di Marina Corradi:


L’umiltà di tornare al capezzale di malati etichettati come persi
Ventitré anni fa, dopo un incidente, i medici gli avevano diagnosticato uno stato vegetativo persistente. Tre anni fa Rom Houben, belga, è stato esaminato da un neurologo di fama internazionale. Con le tecniche di risonanza magnetica funzionale il professor Laureys dell’Università di Liegi ha accertato che l’uomo aveva attività cerebrale: un caso particolare di "sindrome locked-in", è la diagnosi, lo stato di chi dopo un trauma è paralizzato e "chiuso dentro" di sé. Oggi Houben riesce a comunicare indicando le lettere su una tastiera, e può leggere. Racconta come un incubo i ventitré anni di silenzio. Quando per i medici la sua attività cerebrale era "estinta".



La storia non è un miracolo, né il caso di un uomo straordinariamente risvegliato dal limbo della incoscienza. È la storia di una diagnosi sbagliata. Ventitré anni fa non c’erano gli strumenti di oggi. Simili errori non erano impossibili. Secondo quanto afferma Laureys nel suo più recente lavoro scientifico, tuttora «il tasso di diagnosi errate di stato vegetativo rimane alto: i segnali che distinguono gli stati vegetativi dagli stati di minima coscienza non sono così netti».
Non così netti, come dal bianco al nero. Non così semplici, che non ci sia ancora da studiare.

La vicenda del ragazzo invecchiato in un silenzio da monade, e il suo esserne tornato, insegna qualcosa. Intanto, che ciò che vent’anni fa sembrava certezza scientifica oggi potrebbe essere superato da nuove tecniche, che leggono ciò che non si vedeva. Forse, tra cinquant’anni, si saprà ancora di più sul cervello umano. Che è macchina straordinariamente complessa; troppo, per definirla irreversibilmente con diagnosi che rapidamente invecchiano.

Il sommo della ragionevolezza di fronte a tanta complessità sarebbe forse l’ammettere di conoscere ancora poco. Non pretendere di sapere "tutto", né dare per scontato che ogni uomo immobile da anni in un letto sia perduto. Sapere almeno che occorre cercare ancora.

In fondo, questa storia prima che di scienza sofisticata è una storia di umiltà: l’umiltà di un medico di tornare al capezzale di un paziente assente da vent’anni, dato per spacciato. E di tentare ancora. Per venti giorni Laureys e i suoi assistenti hanno verificato semplicemente i riflessi oculari di Houben, ne hanno preso nota su un diario. Prima ancora delle macchine più sofisticate, la pazienza dei medici.

Ed è la storia questa, anche, della tenacia di una donna. La madre, che per ventitré anni è rimasta accanto a quel letto. Un tempo lunghissimo. Quanti avrebbero ceduto, quanti si sarebbero umanamente rassegnati. Magari invocando una fine. Quella donna no. Capace, davvero, di sperare contro ogni speranza. E quel figlio intanto, carcerato nel suo personale abisso. Lavato, imboccato, immobile. Eppure cosciente. Di una coscienza invisibile ai medici. Che crollavano il capo, certi del loro sapere: «È un vegetale».

Un errore di diagnosi, una sentenza incollata come un’etichetta, e mai più verificata. Possibile, quando dei medici sono troppo sicuri di aver capito tutto. Fosse un insegnamento per quanti hanno a che fare con i limbi di pazienti assenti. Se, di fronte al mistero della coscienza e dell’indecifrato "hardware" che ne è sede, si alzasse un dubbio: occorre essere umili, di fronte alla vita di un uomo. Di fronte a ciò che è molto grande, somma ragionevolezza l’ammettere di non sapere abbastanza.

(Intanto, quell’ex ragazzo quarantenne ora legge, e discorre con gli amici. Parrà incredibile ai cultori di una "dignità della vita" predefinita secondo rigorosi canoni, ma si dice "contento". Sfuggito a un incubo, ancora paralizzato, e – scandaloso – "contento". Semplicemente contento di essere vivo, e amato).
Marina Corradi

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IL GIORNO DEL RINGRAZIAMENTO

Ciao Michele Anna e Paolo
speriamo di potervi abbracciare presto!




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martedì 24 novembre 2009

L'UNIVERSITA' CHE ODIA I RAGAZZI DI CL

In questi giorni a Milano si stanno palesando due Italie, anzi tre. La prima Italia è quella di alcuni studenti (di Comunione e Liberazione) dell’Università Statale di Milano. Raccontiamo cosa fanno. Lo fanno da tanti anni, dagli anni ’70. Invece di bruciare ciò che non gli va, costruiscono qualcosa. Studiano, sostengono i loro compagni di studi, aprono cooperative librarie, trovano appartamenti per i fuori sede, sono molto uniti, fanno anche politica, il tutto in nome di un ideale cristiano molto concreto. Lo dicono, ma si vede anche. Questo cattura fiducia, e anche molti risentimenti, c'est la vie. Fanno anche un’altra cosa: le prendono. Nel senso che sin da quarant’anni fa il metodo insegnato da don Giussani (essere presenti, essere se stessi, condividere i bisogni del prossimo) fa girare le scatole ai compagni, che menano. Spranghe eccetera. C’è stato qualche anno di tregua. Ma ora l’odio è ritornato, un odio tronfio, da picchiatori matricolati. Questa Italia numero 1 ha il sostegno del popolo che lavora, delle famiglie che fanno fatica a mandare i loro ragazzi a studiare, magari senza neanche troppe prospettive. Questi ragazzi somigliano a quelli che aprono le piccole fabbriche artigiane al mattino presto, e cercano di inventare le strade di un certo benessere e di una vita buona. Drammatica come è drammatica la vita, ma buona. Con il desiderio di essere utili.
Passiamo alla seconda Italia. Questa Italia è quella degli sfaccendati, e siccome l’ozio è il padre dei vizi, loro li hanno tutti, in primis l’invidia, l’ira e l’accidia. Ma anche l’avarizia: gli altri lavorano, loro insaccocciano. In questo caso si dicono anarchici (figuriamoci) di un collettivo che si chiama «La ringhiera». Costoro giorni fa hanno praticato un esproprio proletario, il più cretino di tutti, perché non ha avuto per vittime le multinazionali del commercio, ma i loro colleghi che però hanno il difetto di alzarsi prima dell’alba e tirare su le saracinesche. Giovani che hanno il torto di darsi da fare e di non ringhiare. Tutto ciò è insopportabile per questi pirati urbani, i quali sono entrati nella cartolibreria chiamata Cusl (Cooperativa universitaria studio e lavoro), si sono fatti 800 fotocopie, e hanno preteso di pagare come a Chicago: con i cazzotti, sbraitando alla Al Capone. Erano convinti di farla franca. Sicuri di esercitare il potere della paura. Invece i ragazzi di Cielle hanno fatto quello che i cittadini debbono: denuncia. Nessuna omertà. La polizia ha verbalizzato, compresi i nomi dei denuncianti; e sono seguiti gli arresti, presto peraltro seguiti da scarcerazioni. Se rapini qualcuno, càpita persino in Italia di finire in galera.
Risultato: i cinque coraggiosi che hanno spezzato la catena di soprusi, peraltro tollerati dalle autorità accademiche, si sono ritrovati loro a essere trattati da banditi, circondati da manifesti e lenzuoli da Far West, con scritte tipo: wanted vivo o morto. Una vera taglia su di loro, considerati infami da estirpare dalla vita civile. Come se l’Università fosse Corleone sono apparsi striscioni dove quei ragazzi venivano indicati come gente che «nuoce gravemente alla libertà». Certo: alla libertà di rubare, alla libertà di essere violenti, e alla libertà di essere impuniti.


Da giorni, senza darla vinta alle intimidazioni dei guappi, i ciellini riaprono la cartolibreria. Dura poco: arrivano gli assaltatori, e la polizia fa chiudere per prudenza. I ragazzi di Cielle sono abituati a questo stato di cose. Hanno sempre resistito, non reagiscono con le stesse armi della teppa politica. Nei decenni dopo il ’68 è stata la loro presenza costruttiva, tenace, senza nessun giornale tranne il Giornale che li sostenesse, a impedire che le università diventassero giganteschi soviet gestiti da quelli che poi - quasi tutti i loro capi - hanno fatto carriera e ora pontificano di liberalismo e moralità in politica.
Gli pseudo-anarchici insistono, nel weekend c’è tregua, ma lunedì ricominceranno: capiscono che c’è un mare sporco dove gentaglia come loro può tranquillamente nuotare e azzannare, riscuotendo qualora fossero acciuffati - come ha scritto Paolo Del Debbio - la considerazione che si riserva agli eroi. Tale e quale i picciotti coi boss.
Ho detto che però c’è una terza Italia. Non so se è molto meglio di quella numero 2. È l’Italia del menefrego. Di quelli che lasciano fare e aspettano di vedere chi vince. Il rettore dell’Università Statale, un certo Enrico Decleva, osserva come un Principe sui cuscini di piume d’oca queste vicende, non muove un mignolo, non si espone in pubblico (almeno finora). Trasmissioni televisive tacciono, è un fatto minore? Be’, non ci va bene per niente.
Un tale, un consigliere regionale lombardo di Rifondazione comunista, Luciano Muhlbauer, rivendica addirittura queste aggressioni come reazione quasi dovuta. Opposti estremismi, ma la colpa per lui è di chi ha cominciato per primo, cioè si è rivolto alle autorità dello Stato. Ha detto Muhlbauer: «La denuncia dei collettivi è stata causata dalla denuncia esagerata di queste persone. In fondo gli avevano rubato 800 fotocopie, era un gesto politico. Facendo nomi e cognomi l’hanno trasformato in un gesto criminale». Ah ecco: è criminale fare i nomi, non rubare. Questa è la giustificazione ideologica dell’omertà e del linciaggio. Ma forse oggi è criminale anche lasciare queste notizie in fondo ai quotidiani, tacerne ai telegiornali. Permettere che queste acque di violenza vigliacca invadano l’università senza fare diga, senza scandalizzarsi, senza prosciugarla, sarebbe una resa non dei ciellini (quelli resistono), ma di tutti noi. Basta così.

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LE CHANCE DI UN CRISTIANESIMO VIVO OGGI

...Quali possibilità ha l’annuncio cristiano in un mondo che, per dirla con T.S. Eliot, avendo voltato le spalle alla Chiesa, «avanza all’indietro, progressivamente»? Detta in altri termini: come un cristiano di oggi può comunicare agli altri la propria identità?

....Lo può se sta nel reale fino in fondo e a 360 gradi, dentro tutti gli ambienti dell’umana esistenza, come colui che avendo avuto la grazia straordinaria di un incontro che gli permette di dare del tu a Cristo, lo comunica in tutta semplicità. Il resto è conseguenza. Non servono strategie e non servono progetti....


......Da dove ripartire per ricostituire un soggetto cristiano unito? Qui ritorniamo a quanto rilevato in precedenza: dato che nessuno si educa da sé - il discorso sull’auto-educazione è un discorso banale -, è necessario che qualcuno che già vive questa esperienza di unità si prenda cura dell’educando che gli è affidato. E questo generalmente può avvenire solo dentro comunità vitali. Per noi cristiani l’unità non è un traguardo da conquistare, ma il dono di un’Origine
(torniamo alla prima risposta) da riconoscere......


.....Non ci si può limitare a questo, che pur è una confortante occasione per la riscoperta del potente significato del Crocifisso per la cultura mondiale, ma ci si deve anche (e molto di più) interrogare sul bisogno di testimoni vitali del Crocifisso risorto e vivo come Salvatore, come Redentore, come compagnia guidata al destino dell’uomo. Il bisogno della testimonianza cristiana..

Alberto Savorana INT. Angelo Scola lunedì 23 novembre 2009

In questa intervista il patriarca di Venezia, cardinale Angelo Scola, parla della situazione “precaria e traballante” in cui si trova l’uomo postmoderno e delle chances del cristianesimo. La sfida educativa, l’esperienza elementare, le neuroscienze, il crocifisso e il riaccadere dell’avvenimento cristiano dentro tutti gli ambiti dell’esistenza.

A Brescia Benedetto XVI ha parlato di «emergenza educativa… come il 68». La Cei ha impegnato il prossimo decennio proprio su questo tema. Qual è la natura di questa emergenza?



Questa emergenza è dovuta al fatto che, soprattutto in Europa, si è in un certo senso interrotta la cura tra generazioni. È come quando in una catena si spezza un anello. Questo dato ci provoca a un ripensamento globale degli stili di vita propri dell’uomo europeo, perché la cura delle generazioni passa attraverso la “tradizione” di uno stile di vita buona. E la tradizione favorisce, come diceva Giovanni Paolo II, la scoperta che la nascita di ognuno di noi non è mai riducibile al puro inizio (biologia), ma implica sempre anche un’origine (genealogia). Mette in campo la catena delle generazioni che garantisce quell’esperienza compiuta di paternità-figliolanza senza la quale non si dà la persona con la sua capacità di esperienza e di cultura. Questa dimensione integrale della nascita è sottovalutata dall’uomo contemporaneo, soprattutto nella nostra area europea ed atlantica.





Nel Rapporto La sfida educativa, nel quale come Comitato del Progetto culturale dei Vescovi italiani avete sintetizzato le preoccupazioni della Chiesa, leggiamo che «per le società del passato l’educazione era un compito largamente condiviso; per la nostra essa sta diventando soprattutto una sfida». Come si è potuti arrivare a questa amara constatazione? E in che cosa consiste questa sfida?



Evidentemente non è possibile riassumere in poche righe l’insieme di fattori che ha portato a questo esito amaro. Certamente si possono evidenziare in proposito taluni limiti ed interrogativi aperti dalla modernità a cui il cosiddetto “postmoderno” non è ancora riuscito a dare riposta, ma vanno anche messi in linea di conto le trasformazioni del tutto inedite che da trent’anni sono in atto nella sfera dell’affettività, della nascita, della vita e della morte, ad opera soprattutto delle biotecnologie e delle neuroscienze. Mi capita spesso di paragonare l’uomo postmoderno a un pugile suonato che, incassato un forte colpo, continua il suo combattimento sul ring, ma in una situazione precaria, traballante. In che modo questa realtà ci sfida? E di che sfida si tratta? Si tratta di ritrovare le modalità adeguate per educare, per far passare attraverso costumi buoni uno stile di vita che sia in grado di rispondere al desiderio di felicità e libertà che caratterizza l’uomo di oggi. La prima di tali modalità è semplice, anche se indubbiamente ardua: è il porsi della persona dell’educatore. Ancora una volta il riflettore è puntato sull’adulto come colui che dà testimonianza alla verità che propone.





Il cristianesimo ha qualche chance di fronte a una situazione che sembra dominata dall’indifferenza, come se non ci fosse nulla in grado di suscitare un interesse per la realtà e per il futuro, specialmente tra i giovani?

Io penso che il cristianesimo abbia, oggi più che mai, delle grandi chances.
Nel linguaggio comune attuale le due parole dominanti sono felicità e libertà. Così come nel tempo delle ideologie erano verità e giustizia. Ovviamente non si tratta di sottovalutare queste ultime, ma di partire da ciò che per l’uomo postmoderno sembra contare di più, cioè felicità e libertà.
Ora se noi leggiamo attentamente l’esperienza degli amici di Gesù, come il vangelo ce la testimonia, ci imbattiamo in queste parole del Signore: «Se vuoi essere compiuto - cioè felice -, vieni e seguimi»; e aggiunge: «Chi mi segue, sarà libero davvero».
Gesù si propone come la via alla libertà e alla vita in quanto ha il potere di donare la felicità ed è capace di un appassionato e sconfinato amore per la libertà dell’uomo.



Oggi assistiamo a una frantumazione dell’umano senza precedenti; sembra quasi non sia più possibile rintracciare un principio unificatore dell’io. Come stare di fronte a questa umanità che oggi si mostra con questo organismo fragile e disarticolato?

Edificando - attraverso adeguate comunità educanti, a partire dalla famiglia, dalla scuola, dall’intrapresa economica fino alla comunità cristiana - uomini e donne che ripropongono questa esperienza in termini personali e comunitari. La grande risorsa in proposito è l’incontro con Cristo. Come diceva Mons. Luigi Giussani, è l’incontro con un’ipotesi esistenziale esplicativa della realtà che permette che tutto concorra al bene. Un incontro che genera nell’io una capacità critica straordinaria: «Vagliate ogni cosa, trattenete ciò che è buono». In concreto si tratta di costruire ambiti in cui ogni persona possa fare questa esperienza.

Grazie alle enormi possibilità offerte dalla tecnoscienza si fa strada il progetto di ricostruire l’uomo sulla base del principio che egli è solo un agglomerato di materia. Ma questo basta a spiegare la natura dell’uomo e la nascita della coscienza?

L’inquietante progetto citato è perseguito da non pochi cultori della tecnoscienza e si riferisce alle strabilianti scoperte che si vanno facendo nel campo della fisica, della biologia, delle neuroscienze, ma la domanda si ripropone. Come è possibile che parti di materia priva di coscienza producano coscienza? Personalmente, penso che una rigorosa pratica delle scienze sperimentali non possa negare l’esperienza elementare dell’uomo che, per quanto possa essere radicata nel bios o nel cervello, sfocia inesorabilmente in una dimensione che possiamo chiamare spirituale e che, pur essendo in profonda unità con la precedente, tuttavia la supera. A prova, secondo me, che l’unità duale anima-corpo, sostenuta da più di duemila anni di pensiero, è insuperabile.

Nella prolusione per l’inaugurazione dell’anno accademico dell’Istituto Giovanni Paolo II, Lei si è domandato: «Esiste un terreno comune da cui partire, nel rigoroso rispetto di ciò che è fede e quindi teologia e di ciò che è oggetto del sapere delle neuroscienze, per verificare quanta strada si può fare insieme?». Qual è stata la sua risposta?

La mia risposta è affermativa: è il terreno dell’esperienza morale elementare. Gli stessi cultori delle neuroscienze parlano di “morale prima della morale”, per dire - come sostiene uno dei più famosi, Gazzaniga - che “il nostro cervello vuole credere”. Non so se domani si riuscirà a dimostrare che la mente è riconducibile al cervello, ma so che, in ogni caso, l’esperienza morale elementare, per quanto possa avere la sua origine nei meccanismi neuronali del cervello, ultimamente li trascende. Li trascende proprio perché mette in campo il senso religioso.


Tanti cristiani soffrono un dualismo tra fede e vita, come la fede non fosse più in grado di mostrare la sua portata di verità e di bene nella realtà quotidiana (studio, lavoro, affetti). Cosa può vincere questo dualismo?

Da dove ripartire per ricostituire un soggetto cristiano unito? Qui ritorniamo a quanto rilevato in precedenza: dato che nessuno si educa da sé - il discorso sull’auto-educazione è un discorso banale -, è necessario che qualcuno che già vive questa esperienza di unità si prenda cura dell’educando che gli è affidato. E questo generalmente può avvenire solo dentro comunità vitali. Per noi cristiani l’unità non è un traguardo da conquistare, ma il dono di un’Origine (torniamo alla prima risposta) da riconoscere.



Perché secondo lei la strada del ritorno alla “esperienza elementare” (quella propria di ogni persona quando affronta le domande fondamentali della vita) dovrebbe essere una risorsa per affrontare la situazione dell’uomo di oggi?

Perché l’esperienza elementare supera ogni complessità. Questo è molto importante.
Come hanno mostrato bene Mons. Giussani ne Il rischio educativo, o Woytjla in Persona e Atto, o von Balthasar in Gloria, l’esperienza elementare è assolutamente inaffondabile. Io la paragono a quello che a volte si può vedere in primavera in città, passando vicino a un’area dismessa in cui qualche vecchia costruzione è stata demolita e non si è ancora riedificato, quando spuntano qua e là, tra i detriti, dei fili d’erba. Ecco, l’esperienza elementare è come quei fili d’erba: per quanto possa essere soffocata è insopprimibile, rispunta sempre, non la si può sradicare.






La recente sentenza sui crocifissi nelle scuole ha suscitato la reazione scandalizzata della maggioranza del popolo italiano, addirittura l’84% secondo un sondaggio del Corriere della Sera. Questo dato significa qualcosa per lei?

Significa molto per me. Non sono affatto d’accordo con quanti lo sottostimano, perché non riconoscono con oggettività una chiara volontà del popolo che deve essere rispettata. Ma è fin troppo ovvio che questo dato da solo è destinato a decrescere.
Non ci si può limitare a questo, che pur è una confortante occasione per la riscoperta del potente significato del Crocifisso per la cultura mondiale, ma ci si deve anche (e molto di più) interrogare sul bisogno di testimoni vitali del Crocifisso risorto e vivo come Salvatore, come Redentore, come compagnia guidata al destino dell’uomo. Il bisogno della testimonianza cristiana.



Molti di coloro che si sono pronunciati a favore del crocifisso hanno parlato di difesa della nostra tradizione culturale e sociale, di simbolo universale di fratellanza. Pochi hanno colto un altro livello della questione, che sta sotto l’alternativa “crocifisso sì, crocifisso no”: che cos’è il cristianesimo oggi?

Il cristianesimo oggi è quello di sempre: l’inaudito avvenimento di Dio che viene incontro all’uomo, facendosi uno come noi, con un’umiltà così potente da permettere alla nostra presuntuosa libertà finita di crocifiggerlo. Uno che ci accompagna nel cammino, perché ci ha detto: “Dove due o tre sono riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro”. Uno che rende possibile verificare, nella propria fragile umanità, la potente affermazione di San Paolo: “Tutto è vostro, ma voi siete di Cristo e Cristo è di Dio”. È una qualità di vita diversa su questa terra, perché radicata nella paternità amante del Dio Uno e Trino che ci ha donato Suo Figlio e che, per la potenza dello Spirito Santo, genera la Chiesa e le comunità cristiane, dove si può fare concretamente esperienza di tutto questo, vivendo intensamente fin da ora gli affetti, il lavoro e il riposo.





A quali condizioni può accadere oggi la nascita di quella “creatura nuova” che è il cristiano - cioè un protagonista nuovo sulla scena del mondo - di cui parlò don Giussani nella lunga intervista che Le concesse nel 1987?

Mi limito ad aggiungere un aspetto a quanto rilevato nelle risposte precedenti: il bisogno primario è che si possa rivivere l’esperienza di Andrea e Giovanni. Un giorno, mentre stavano con il Battista, furono da lui invitati ad andare a conoscere Gesù che passava dall’altra parte del Giordano. I due si misero a seguirlo e fecero la potente scoperta che descrive il dinamismo dell’esperienza cristiana: incontrare, andare, vedere, dimorare, comunicare.
Questi verbi possono tradurre in pratica la fisionomia della creatura nuova.





Quali possibilità ha l’annuncio cristiano in un mondo che, per dirla con T.S. Eliot, avendo voltato le spalle alla Chiesa, «avanza all’indietro, progressivamente»? Detta in altri termini: come un cristiano di oggi può comunicare agli altri la propria identità?
Lo può se sta nel reale fino in fondo e a 360 gradi, dentro tutti gli ambienti dell’umana esistenza, come colui che avendo avuto la grazia straordinaria di un incontro che gli permette di dare del tu a Cristo, lo comunica in tutta semplicità. Il resto è conseguenza. Non servono strategie e non servono progetti.















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lunedì 23 novembre 2009

DAL BLOG DI BERLICCHE

Il cristianesimo è la religione più semplice che esista. Probabilmente perchè non è una religione, ma un avvenimento.
Non ci sono cose particolari da fare. Non ci sono cibi particolari da evitare o da mangiare. Non si devono avere comportamenti particolari, tagliarsi i capelli o lasciarseli crescere, indumenti da indossare o da non indossare, cosa da dire o da non dire. Non c'è niente di più semplice.

Ma allora cosa cambia tra l'essere cristiano e il non esserlo? Perchè allora farsi cristiano? In che modo cambia la vita?

Ve lo dirò.
Cambia la vita perchè quello che si fa assume senso e gusto, un senso e un gusto più grandi di quello che da soli potremmo immaginare.
E' la stessa differenza che c'è tra raccogliere un fiore e raccogliere un fiore per la persona amata.
E' la stessa differenza che c'è tra pulire escrementi e pulire gli escrementi di tuo figlio.
E' l'amore a Dio, che si riflette nell'amore a chi ti sta davanti, che si riflette in ogni cosa fai o non fai.

Mi ci è voluto un po' a capirlo. L'uomo cerca sempre manuali che gli insegnino cosa fare, libretti d'istruzioni che gli dicano come comportarsi. Tanto ha paura a guardare dentro a sè e capirsi, e cambiarsi.
Nel cristianesimo i precetti, l'ubbidienza sono il desiderare la persona amata, il cercarla, il seguirla, ascoltare quello che ci dice.

Ecco la differenza tra una religione e un avvenimento. La prima descrive delle regole, la seconda è la realtà che accade, una persona che impari a conoscere, un cuore che ama.

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SDC CARRON APPUNTI

Appunti dalla Scuola di comunità con Julián Carrón
Milano, 18 novembre 2009
Testo di riferimento: L. Giussani, Si può vivere così?, Rizzoli, Milano 2007, pp. 271-277 e 255-259
• Canto “Mare nostre”
• Canto “Liberazione n.2”
Come ci siamo detti la volta scorsa, riprendiamo il testo Si può vivere così? a partire dal percorso dalla fede alla libertà che abbiamo indicato e l’inizio della povertà. Insieme a questo è successo qualcosa: abbiamo davanti a noi anche la vicenda dei crocifissi e il volantino pubblico che abbiamo fatto. Anche questa è un’occasione di verificare qual è stata l’esperienza, perché prima di arrivare al
volantino si era già scatenata la bagarre e ciascuno si è mosso in qualche modo. Che contraccolpo ha prodotto il volantino? Qual è la differenza di atteggiamento rispetto alla mentalità comune? Qual è la ragione della differenza che il volantino porta dentro e come l’abbiamo usato? Che cosa è successo quando l’abbiamo giocato nel reale?


Venendo al libro, quando arriviamo a parlare della povertà, noi dobbiamo chiarire questo: in che cosa si vede che io ho fatto l’esperienza di questo percorso che qui è riassunto? Sono curioso di sapere in che cosa si vede questo.

Io vorrei chiedere un aiuto relativamente a due fatti che mi sono accaduti la scorsa settimana. Un giorno ho saputo che mio figlio aveva fatto una sciocchezza e ci sono rimasta malissimo, tanto che ho chiamato mio marito al lavoro e gli ho detto: «Che facciamo?»; eravamo arrabbiatissimi tutti e due e abbiamo deciso di rimandare la ramanzina alla sera. Nel pomeriggio ero proprio triste e mi sono messa a leggere la Scuola di comunità, lì dove dice che nella realtà c’è un fattore imprevedibile di cui vedo le conseguenze, ma che non posso vedere direttamente, è inspiegabile ma
è dentro la realtà e se io lo nego non sono ragionevole. Come spesso mi accade, ho visto che queste righe leggevano bene quello che mi stava accadendo, perché mio figlio fa le sciocchezze come me perché Qualcuno lo ha fatto, e lo stava facendo anche in quel momento, libero. Davanti a questo Qualcuno che faceva in quel momento mio figlio e me ho fatto come un passo indietro e ho capito che non potevo sgridarlo e forse dargli una sberla, che non era giusto e che non sarebbe servito.
Quando ho sentito mio marito che arrivava gli sono andata incontro e prima che entrasse in casa gli ho detto: «Non sgridarlo, vorrei che parlassimo questa sera», così quella sera abbiamo parlato con lui e alla fine gli abbiamo detto che ha fatto una scemenza, ma che il nostro affetto per lui non è scalfito di una virgola. Solo qualche ora prima avrei voluto riempirlo di sberle. Quella sera ho pensato che l’aver giudicato mi aveva fatto riconoscere la Sua presenza che mi aveva fatto muovere in modo diverso e questo mi aveva fatto sentire più mamma, più moglie e più persona. Il secondo fatto è accaduto quando è uscito il volantino sulla questione del crocifisso. Devo premettere che quando si era diffusa la notizia della sentenza sui crocifissi nelle aule io avevo pensato che non fosse giusta per motivi dei quali io, in fondo, non so nulla e avevo in un certo senso archiviato così la questione. Quando ho letto il nostro volantino ho provato un grande dolore, perché il giudizio
del volantino è l’unico che un cristiano può dare e mi ha fatto capire quante volte dire il nome di Gesù era stato dire una parola vuota, infatti non mi era passato neanche per l’anticamera del cervello che quello che era sfidato in quella questione era il mio rapporto con Colui che è sempre presente nelle mie giornate, anche quando io me ne frego, e che dà pienezza e senso e tutto alla mia vita, e che anche due sere prima era entrato nella vita mia e della mia famiglia permettendoci di
guardare le cose in un modo più vero. Dopo il volantino e anche grazie allo scarto che ho provato,mi sono chiesta che senso abbia per me mantenere il crocifisso nelle aule o tenerlo al collo come
faccio io, e pensando anche alle mamme della scuola che mandano i figli in una scuola cattolica, ma poi non vogliono fargli fare il ritiro d’Avvento, ho pensato che però nessuno può negare che il crocifisso ci ricorda il fatto più misterioso nella storia dell’uomo, anche perché, se quell’Uomo fosse morto e basta, come si potrebbe spiegare che gli uomini hanno continuato a credere in Lui per duemila anni? Di fronte a un fatto di tale portata tutti gli uomini devono poter dire: «Mi
interessa o non mi interessa», come dice la Scuola di comunità, e non è giusto che un gruppetto di saggi si arroghi il diritto di decidere anche per me e per tutti gli uomini. Ciò che però mi sono chiesta e su cui chiedo un aiuto è questo: ma come è possibile che, dopo fatti come quello con mio figlio e anche altri che ho vissuto, nei quali ho riconosciuto la Sua presenza buona, dopo tutto quello che è accaduto nella mia vita, io non percepisca questo attacco al crocifisso come un attacco
a ciò che ho di più caro, come una questione mia?

E cosa ti sei risposta?
Sinceramente l’unica risposta che mi è venuta in mente, che però non mi piace molto, è che non ho conosciuto.

Cosa vuol dire che non hai conosciuto? Spiegaci.

Che io dico che Lo riconosco, che riconosco la Sua presenza buona perché veramente il mio cambiamento per me è sempre segno della Sua presenza (perché è impossibile che uno cambi, soprattutto io). Però, quando poi viene fuori questa questione del crocifisso, mi viene da dire:«Questa non è una questione mia».

Questa è la questione: non è tua. E perché non è tua?


Ho anche pensato che la questione di mio figlio la sentivo come mia, ho pianto, ero disperata quel pomeriggio lì.

E allora? Sei stata costretta a fare qualche passo perché ti urgeva e qua no.
Sì.

Che cosa impari da tutto questo? Perché altrimenti tutte queste cose che ci capitano sono inutili per un cammino, tanto è vero che poi ci sorprendiamo con l’atteggiamento di tutti; e perché non c’è un’esperienza?

Perché a me sembra che ci sia.

Questa è la questione. In che cosa si è ridotto, si riduce di nuovo l’esperienza? Lascia aperta la
questione. In che cosa si vede che si cresce? Nel fatto che questo è tuo, diventerà tuo sempre di più.
Ma crescere non è già che io, quella sera lì, ho fatto una cosa diversa da quel che il mio istinto mi
avrebbe suggerito? Non è lì che io vedo che ho fatto esperienza?
In questo senso tu lì hai fatto un’esperienza, ma che cosa vuol dire questo? Che è ancora a macchia
di leopardo, non è ancora così nostro da diventare la posizione normale davanti al reale; qualche
volta succede, ma tante volte ricadiamo nella mentalità di tutti: non è mia come posizione normale
del vivere, tanto è vero che davanti a queste cose quasi non vediamo la differenza, partiamo in
quinta secondo la mentalità di tutti. Per questo dico: se noi non facciamo un’esperienza in modo tale da giudicare (e giudicare vuol dire che io imparo qualcosa sul reale che diventa mio, in questo io vedo che mi sorprendo con un atteggiamento diverso), in che cosa si vede che noi ancora non ci siamo certamente resi conto? Perché noi tante volte ci fermiamo ancora a quello che non facciamo;
ma qual è la cosa più strepitosa di tutte, molto di più di quello che non riesci a fare? Che Lui c’è. Calma. E perché c’è? In che cosa vedi che c’è?


Io non sono scontenta che ci sia stato il volantino, perché nel volantino vedo che Lui c’è.

Esatto. E cosa vuol dire questo? Che la cosa più importante non è che noi siamo fragili, facciamo dei passi zoppicando (e che poi ci bastoniamo per non essere stati all’altezza), ma che quello che prende il sopravvento è che Lui c’è, e che ci riprende in continuazione; ma come c’è? C’è non teoricamente, bensì storicamente: ti sorregge riscattandoti dalla tua riduzione per metterti davanti alla Sua presenza. E in che cosa si vede – questo è quello che dobbiamo capire – in che cosa si
vede che c’è nel volantino? Dove sta la differenza, dove sta la diversità, lo scontro con questa diversità, dove sta la diversità? Questo ancora lasciamolo aperto.


Io ti racconto di una ramanzina che invece è avvenuta, te la racconto perché mi sembra che c’entri con il cammino della fede e con la fiducia in particolare. Venerdì scorso ricevo dal mio capo di lavoro – che è anche un mio grandissimo amico –una lavata di capo di dimensioni mai viste, anche con una certa violenza che non capivo al momento, per una questione che non mi sembrava così decisiva. Probabilmente non era giornata, fatto sta che succede questo, anche con toni duri e
provocatori come sa avere lui; chiude dicendomi – che era il tema anche del rimprovero, perché non avevo portato a fondo una cosa verificandola –: «Comunque, tu non vai mai al fondo delle cose e questo valga come metodo», come dire: questo ti serva come metodo sempre, ed è una cosa che mi diceva dentro il lavoro, ma da come lo dice lui ha una portata per la vita. Io esco da questo quarto d’ora di telefonata incavolato nero per i toni, ma, allo stesso tempo, mi continuavo a dire:
«Ma caspita, comunque, quel pezzo di vero che mi ha detto, quello rimane, mi inchioda», però la questione mi rimane ancora tutta aperta e la sera sono tornato a casa e l’ho raccontato a un mio amico a cena e lui mi ha fatto accorgere di questo, perché lui conosce bene me e anche il rapporto che ho con il mio capo, e mi ha detto: «Scusami, ma se anche il tuo capo ti avesse rimproverato
dicendoti falsità assolute, niente con un minino di attinenza con la realtà, tu avresti mai messo in discussione il rapporto con lui?».
E lì mi ha spiazzato perché io gli ho detto: «Guarda, non ci avevo neanche pensato a questo». E lui: «Vedi che qua c’è un fattore che è strano: se succedesse a me con il mio datore di lavoro, sarebbe solo una questione lavorativa e io troncherei il rapporto, da un certo punto di vista: “Sono un tuo dipendente e ci rimango, faccio quello che mi chiedi, basta”. E invece guarda: non hai neanche pensato minimamente a troncare quel rapporto, capisci che c’è come un fattore misterioso, strano, e se tu non vai a fondo di questo fattore, prima o poi vedrai che metterai in discussione anche quel rapporto». Cosa è successo? Il giorno dopo incontro
il mio capo in un’altra circostanza fuori dal lavoro e lui continua a provocare, rincara la dose perché, da un lato, mi dice: «Comunque devi capire che io sono il tuo capo, posso dirti quello che voglio», e, dall’altro, mi dice: «Sono anche contento che sei arrabbiato, perché così si smuove qualcosa»; io esco da questa cosa di nuovo incavolato nero e il giorno dopo mi accorgo che sono lì
e ogni tanto, durante il giorno, penso a trovarmi un altro lavoro, penso alle possibilità di poter andare, di piazzarmi sul mercato, finché la sera prendo sul serio la cosa, cioè la guardo in faccia: «Ma io, in fondo, perché non lo faccio? Io dove trovo un’esperienza dentro il lavoro che mi fa crescere così nel rapporto con la realtà e mi fa diventare in pieno un uomo, a partire da un particolare?». Il giorno dopo ho detto al capo: «Per questo non ti mollo, perché è troppo decisivo questo rapporto».

Cioè?

Arrivo al punto. Da tutto questo capisco due cose: che io ho ancora tutto un cammino da fare, nel senso che non basta che io mi fermi a dire che c’è un fattore inspiegabile dentro questo rapporto e quello che si è rivelato in questo fatto, e capisco che se non vado a fondo dell’origine, rimane un’inquietudine e prima o poi mollo anche dentro questo.

La seconda cosa sulla povertà è che io non avevo problemi di un’immagine mia di affermazione, ma poi sono venuto meno perché non sono andato a fondo a quell’origine lì. Per questo mi accorgo che io sono in una situazione di stallo, con tutto un cammino ancora da fare.

E qual è il cammino da fare? Come il Mistero ti risponde a questo stallo? Come ti provoca, come ti
mette in moto? Questo che ti è successo c’entra con la tua situazione di stallo?


Eccome.

Allora, come il Mistero ti sta rispondendo? Vuoi che ti mandi un angelo? Ti manda un capo!Sbrigati. La questione è: tu questo lo puoi lasciar perdere o può essere l’occasione attraverso cui il Mistero ti sfida a fare un lavoro. Se tu hai scoperto un pezzo di vero in questo, prendilo, incomincia a lavorare su questo, perché questa è la modalità attraverso cui il Mistero ti chiama, ti stachiamando. Sarebbe meglio che non fosse successo niente e tu avessi continuato a vivere la vita
continuando a fare le cose in modo sbagliato? Allora, ti sta portando un bene.


Assolutamente.

Allora puoi rispondere o no, questa è la tua libertà. Ma questo è un esempio – grazie – di quello che capita nella vita; mi scrive una persona che racconta lo stesso: «Il responsabile di lavoro mi ha chiesto di studiare un aspetto di una questione e poi di relazionare. Allora io mi sono messa a studiare gli strumenti e i documenti che mi erano stati dati e a cercarne altri, ad approfondire, insomma, e poi a decidere che avevo finito. Dopo la mia risposta il mio responsabile mi ha chiesto se ero proprio sicura perché, dato l’uso che doveva fare della cosa, dovevo essere sicura al 100% di quello che affermavo. Allora mi sono rimessa in discussione, e ho trovato degli aspetti che avevo trattato superficialmente e ne ho presi in considerazione altri che prima avevo tralasciato, e poi, prima della relazione finale, mi sono stupita io stessa di come avevo lavorato, di come mi erano
venute tante domande sul pezzo di lavoro che avevo tra le mani, di come avevo approfondito, alla fine ero veramente più sicura io della mia riposta, ero anche più contenta perchè avevo lavorato bene, ero soddisfatta; allora mi è sorta questa domanda [questo, in un pezzettino del reale che trattiamo bene]: ma perché nella vita non è così? Perché tralascio tante cose (per esempio nei
rapporti faccio fatica a rischiare fino in fondo), ma se c’è un disagio, questo diventa subito un
blocco, invece di spingermi a lavorare, a mettermi in rapporto in modo ancora più vero, cioè a implicarmi di più, invece che lasciar perdere? Quindi chiedo di capire meglio cosa si intende quando l’ultima volta dicevamo che nel lavoro abbiamo un metodo e nella vita no».


Perché questo è
proprio quello che capita: quando dobbiamo rispondere davanti a un altro, siamo costretti a questo,quando non possiamo prenderla sportivamente, anche soltanto per non perdere il lavoro, perché questo ci interessa; sulla vita, invece, possiamo chiacchierare, dire la nostra, accontentarci di una battuta facile invece di fare un lavoro. Poi, alla fine, sul lavoro facciamo una strada; sulla vita,quando capita.
Questa è la differenza.


A pagina 276 dice: «Ma se la felicità, la giustizia, la verità, la bellezza è oltre quello che noi possiamo vedere, quello che possiamo vedere e toccare, cosa ci importa?». Quando ho letto questa cosa mi sono detta: ma come la felicità, la giustizia, la verità e la bellezza sono oltre quello che io posso vedere e toccare? Io sono fatta per questo, tu mi hai fatto accorgere che io sono fatta per questo e io l’ho sentito corrispondente. Però qua dice un’altra cosa, allora mi sono chiesta: «Ma io vedo e tocco la felicità, la giustizia, la verità e la bellezza?» No, ne sento un accento, ma non le vedo e non le tocco mai totalmente. Allora io queste esigenze che mi corrispondono così tanto non le posso vedere e toccare perché sono i criteri di un Altro, mi sembra che questo Altro mi dica: «Io
porto a compimento le tue esigenze attraverso le circostanze che ti do», ma queste circostanze ultimamente mi sembrano troppo dure; non sento questa durezza come un’obiezione, ma sento un dolore enorme, e se Lui non si mostra con tutta la sua bellezza e non mi fa capire qualcosa, io non riesco a stare in questo dolore. Ti volevo chiedere un aiuto su questo.

In che cosa si vede – perché qui arriviamo al dunque di oggi, proprio arrivando al punto della povertà –, che noi abbiamo fatto il percorso che qui lui riassume? Qual è – e faccio la domanda a tutti, perché ciascuno possa poi fare il paragone con quello che dice la Scuola di comunità, non con quello che dico io (che non sarebbe nemmeno interessante) – il segno che io ho fatto questo percorso? Perché è soltanto se noi capiamo questo che possiamo rispondere alla tua domanda in modo giusto. In che cosa si vede che abbiamo fatto il percorso dalla fede fino alla povertà? Qual è il segno più potente di questo?

A me viene da dire nella certezza della Sua presenza.

Allora, questa è una formula o è un’esperienza?
È un’esperienza.
E se è un’esperienza, questa è una cosa dove tu trovi il centuplo?
Se è un’esperienza, sì.
No, ritorniamo indietro; prima ti ho chiesto: «È un’esperienza o no?», e tu hai risposto di sì. Adesso mi dici: «Se». Hai fatto quest’esperienza? Perché adesso incominci a far “girare” la testa invece di seguire l’esperienza, e allora io comincio a dubitare che tu l’abbia fatta. «Sei innamorata?».
«Sì».
«E uno che è innamorato sperimenta la vita più intensamente?». «Se è innamorato, sì». Capite la contraddizione? Allora, in che cosa si vede che uno ha fatto veramente un’esperienza, che cosa dice la Scuola di comunità, qual è il segno più palese che uno ha fatto veramente tutto questo percorso come esperienza?

Io so dire solo quello che ho detto.

Basta. Avanti, lasciamo aperta la domanda. La domanda è apparsa, adesso tutti quanti fanno i conti
con la domanda. Qui il metodo è un avvenimento. Questa è la domanda di oggi; perché è come la verifica, se noi abbiamo fatto il percorso.

Che io faccio…Una parola soltanto.
Letizia e gratitudine. Tu hai rilanciato la questione della sentenza sui crocifissi, io inizialmente ho reagito con rabbia.

Perché?

Perché tutto ti grida dentro che è un’ingiustizia, che è una prevaricazione, che è una violenza, che è una menzogna questa sentenza. Però la cosa che mi ha sorpreso, su cui sono rimasto stupito è che dopo (e questa era una cosa che non mi era accaduta prima, per esempio sul caso di Eluana sono rimasto fermo sulla rabbia) è come se fosse emersa la domanda: ma se vincessero loro e i crocifissi
sparissero da qualsiasi posto, io che cosa potrei dire della mia fede? E allora lì sono dovuto letteralmente riandare a tutto ciò che mi è accaduto e che mi sta accadendo ancora, e questa cosa,questo percorso di riandare a ciò che mi accade io lo posso dire come una cosa reale, come una cosa tangibile, come una cosa in cui io sono certo (potrei anche dire a volte le circostanze, il posto,
l’ora in cui ho sperimentato una tenerezza), e quando poi è venuto fuori il volantino, io ho detto subito: «Ecco qual è la questione, ecco qual è la portata della questione»; ed è come emersa dentro di me una letizia, cioè ora è chiaro che posso andare in corto circuito tra un istante, ma non posso negare questa esperienza, non la posso più negare, non posso più tornare indietro.

E perché c’è questa letizia? Qual è la differenza tra quella prima tua reazione e la letizia? Qual è il nocciolo della differenza, della diversità che il volantino porta? Perché questa è la questione.

Che ho dovuto implicare tutto il mio umano. Mentre in fondo per altre questioni, anche quella di Eluana, in fondo il mio umano lo potevo anche tenere fuori, perché non vivo una situazione di sofferenza, qui si trattava di arrivare al punto di dove io, ultimamente, sto fondando la mia esistenza, si arrivava al punto di dover implicare quello che mi brucia di più, quello per cui io sono qui a fare una strada con te, e per cui sempre di più percepisco che è una grande avventura ed è
sempre più bella.

Ancora deve venire fuori con più chiarezza qual è la diversità.


Ero felicissima quando ho letto il volantino, ho fatto una festa enorme.

Perché?

Perché corrispondeva a quello che io dicevo e dico di me. Avevo avuto una chiacchierata con un amico italiano che vive in Inghilterra, che è da un po’ di anni che non sopporta che ogni volta che ci sentiamo per mail in qualche modo io dica il nome di Gesù, e mi chiede di parlare di mio marito,dei miei figli e del mio lavoro e dice che vuole parlare di cose che ci sono, e io gli avevo detto,prima che uscisse il volantino: «Toglieteli pure i crocifissi, io comunque ci sono, io ci sono e nel mondo Gesù c’è, sempre ci sarà, per cui noi abbiamo già vinto tutto». Per me quel volantino è stata una festa!

Da che cosa si vede – che è l’altra domanda –?

C’è una differenza enorme tra chi ha la grazia della certezza del Signore presente, chi nel Signore presente trova soddisfazione e felicità, e chi non ha la grazia di questa certezza. E la differenza è che chi non ha questa certezza è giustamente arrabbiatissimo, spende però tutta l’energia a bestemmiare, a lamentarsi e a stancarsi,oppure fa finta che il problema non ci sia per riuscire a sopravvivere, e fa una guerra che non è neanche una guerra perché non si implica mai, in nessun dialogo, in nessun rapporto, mentre
invece io mi trovo una letizia incrollabile, inattaccabile da qualsiasi cosa accada, e la vedo in altri davanti a me e dico che sono vere quelle parole perché ho l’energia per coinvolgermi moltissimo
nella realtà, per cogliere tutte le occasioni – sbagliando, non sbagliando – senza avere nessuna paura e sapendo cosa mi fa felice. Come la preghiera, che anni fa per me nasceva dall’angoscia; e adesso invece prego perché sono felice, sono sicurissima che sono completamene esaudita.

Due cosa devono ancora diventare chiare. Una: perché tu hai fatto festa per il volantino?

Non è un’idea da difendere, e non è una guerra che possiamo perdere; non è un’idea da difendere,ma sono io, è una presenza che io non posso togliere.

Non è un’idea, e perché dici che non è un’idea?
Dico: qual è la diversità a cui la cultura vuole ridurre la vicenda e qual è la novità che noi portiamo nel volantino? Perché questo è quello che
dobbiamo capire noi prima di tutto, per poter esserci con una diversità.
La differenza è che il Verbo si è fatto carne, Gesù c’è.Ma anche quelli che dicono che il crocifisso è un fatto culturale accettano che il Verbo si è fatto
carne, qual è la differenza?



È che noi siamo già sicuri, nel senso che io difendo la mia esperienza, difendo la mia vita.

Ma anche gli altri sono sicuri che Cristo è diventato carne, che è morto, tanto è vero che difendono i crocifissi, non è che non li difendono; tanti cattolici o tanti di noi hanno difeso il crocifisso come un fatto culturale.
Ma non hanno sicuramente speranza…E perché questo è sbagliato? Che cosa diciamo noi? Perché se questo non diventa chiaro, non sappiamo la ragione della festa.


Diciamo che è irriducibile.
E cosa vuol dire questo? Perché è irriducibile? Perché non è un fatto culturale, non è un fatto del passato, ma è un fatto presente. Grazie. Adesso occorre sapere perché è un fatto presente.

È un fatto presente perché mi cambia.

In che cosa ti ha cambiato il volantino? Perché se è presente, ti cambia; cosa ti ha cambiato? In cosa ti ha spostato?

A me ha messo molta più tranquillità al lavoro, dove nessuno è credente, anzi, mi prendono sempre abbastanza in giro; avere in mente in questi giorni quel volantino mi rende più tranquilla: posso non convertirti, posso non dirti nulla di Cristo, ma che io sono qua è un’evidenza, che i miei capi guardano a me in una maniera diversa io lo vedo, che davanti alle cose io sono diversa loro lo vedono, si stupiscono, poi uno lo dice più o meno come lo dice.

Ripensando a questi ultimi mesi, mi sono accorta che immediatamente, rispetto a ciò che accade, non ho un atteggiamento di povertà.
Faccio un esempio banale, l’ultima cosa che mi è capitata, proprio stupida: ieri sera ho realizzato che devo smettere di fumare, assolutamente, e immediatamente mi è uscita una frase: «Che vitaccia, non posso neanche più fumare». E qui mi accorgo però dell’importanza dal lavoro che ci stai facendo fare sul giudizio e l’esperienza, non ho lasciato perdere quella frase e sono iniziate le
domande. È una sigaretta che ti rende felice? Ti ha mai vibrato il cuore accendendoti una sigaretta? Ti commuovi quando vedi un tabaccaio?
Soltanto i fumatori possono capire queste cose...
Ognuno ha la sua strada, quindi anche la sigaretta vale. Così sono arrivata a dire Cristo perché,evidentemente, è l’unico che risponde al mio desiderio di felicità, è l’unico che mi fa vibrare il cuore e commuovere tanto da sentire che ho tutto. Come dicevo l’altra sera ad alcuni amici:
Quello che mi commuove in questi ultimi mesi è l’essermi accorta che non c’è nessuna
contraddizione che sia contro il mio desiderio di felicità». Però questo posso dirlo solo perché Cristo c’è nella mia vita, è un fatto che mi cambia la faccia; ma è diventato un fatto perchè in questi ultimi anni ho deciso di scommettere tutto sul lavoro che ci chiedi di fare; solo così ho iniziato a conoscere e ad affezionarmi a Cristo. Così queste pagine sulla povertà non sono diventate una misura perché non sono capace, ma un punto di commozione, perché con un piccolo lavoro ho ridetto il nome di Colui che mi fa respirare veramente in tutto, ed è come una festa a Cristo. Questo mi fa ringraziare per questo momento, perché è occasione per riverderLo e vedere quello che fa della mia vita, anche una stupida sigaretta diventa occasione per fare memoria.

In che cosa vedi che tu stai facendo questo percorso che propone la Scuola di comunità e che abbiamo fatto insieme? In che cosa lo vedi rispetto alla povertà?

Per questa certezza che mi trovo addosso che, per carità, ogni volta è un lavoro, perché magari non è immediato, però sempre di più mi rendo conto che quello che mi è dato da vivere mi compie molto di più che se io lo evitassi.

In che cosa si vede che la certezza si compie?


Perché mi vedo più tranquilla, più lieta, come diceva il ragazzo di prima, più tranquilla, sono meno agitata.

In che cosa si vede che tu sei più libera, cioè in che cosa si vede che tu sei più povera?

Perché me la vivo quella cosa lì, me la vivo.

Dobbiamo arrivare al dunque. Grazie.


Io dico che quello che vedo (che è un’esperienza), è che a me viene voglia di stare con voi, nel Movimento: mi allarga la testa. Per esempio, io sulla questione dei crocifissi ho reagito esattamente come hanno reagito tutti, come un fatto culturale e non ho pensato a Gesù, a Gesù vivo. Allora io desidero venire qua, desidero fare il lavoro della Scuola di comunità. Quello che volevo raccontare è che mio figlio oggi è partito per Londra. Il mio terzo figlio. Ho sempre vissuto le partenze dei figli molto dolorosamente, come una brava mamma chioccia…
Figurati mia mamma, che mi ha visto partire a dieci anni!
Io non ci posso neanche pensare! Mi sono scoperta diversa non perché non viva il distacco, ma in realtà non ho dolore perché il rapporto è proprio libero quando è povero, quando tu non lo vuoi possedere. I nostri figli sono di un Altro…

Cioè, il segno che uno fa un’esperienza qual è davanti, per esempio, a questa vicenda dei figli?

Io lo vivo diversamente.
L’hai detto, ripetilo! Neanche quando la beccate riuscite a fissarla… Guardate, andiamo alla pagina 258: «Il fondamento della povertà sta nella certezza che Dio compie quello che ti fa desiderare. Se Dio, Dio presente, Cristo – perché è in Cristo che Dio opera –, se Cristo ti dà la certezza di compiere ciò che ti fa desiderare, allora tu sei liberissimo». Il test che noi abbiamo fatto questo
percorso dalla fede alla povertà, non è che adesso facciamo chiacchiere sulla povertà o riflessioni sulla povertà: ma se è successa la povertà. E vedo che è accaduta la povertà, se io mi ritrovo libero, liberissimo dalle cose.


Ho fatto l’esperienza di questo. Io faccio l’avvocato, ho il mio studio da tre anni e prima lavoravo in un grande studio dove facevamo delle cose molto interessanti, che ci prendevano, sempre all’erta, sempre sul pezzo. Adesso ho una realtà piccola, faccio piccoli lavori, molta frustrazione per la mia intelligenza sacrificata. La scorsa settimana, la mattina (io mi alzo presto la mattina per
leggere) ho letto proprio il pezzo su «Non sperare la felicità futura da un certo possesso presente»e ho riflettuto. Poi, durante la mattinata, avevo un appuntamento, procurato da amici di Roma, con un avvocato di Milano molto noto che aveva recentemente smembrato la sua organizzazione e cercava proprio il mio profilo. Io non l’avevo cercata questa cosa, gli amici di Roma mi avevano
detto: «Dai, lavoriamo insieme da tanto, perché non vieni anche tu in questa ipotetica cordata che forse si farà?»; sono andata all’appuntamento e lui mi è piaciuto subito, era del tipo di quelli con cui lavoravo prima, per cui mi stimolava il lavoro che faceva, le proposte teoriche che mi proponeva, e avevo dei sentimenti contrastanti: perché raccontandogli di me stessa come sono veramente (per esempio, che la mia attuale segretaria ha solo la terza media) diventavo sempre
meno accattivante per lui e c’è stata una curva discendente. Lui aveva un entusiasmo all’inizio perché aveva visto il mio profilo, alla fine del dialogo mi ha praticamente congedata di forza e sono uscita ancora più frustrata. Mi sono sfogata con un’amica addirittura chiamandola sul lavoro, e lei poveraccia mi ha ascoltato, sono stata tutto il giorno molto disturbata e ho lavorato malissimo. La sera c’erano le quarant’ore in parrocchia da me, sono andata a fare l’adorazione.
Durante l’adorazione mi sono detta: «Tu non hai fatto un fallimento dicendo a questa persona come sei veramente, tu hai dato la tua testimonianza di quello che sei e di quali sono i tuoi valori, di cosa tu porti avanti, di perché lavori così, di perché questa persona che ha la terza media tu la stimi e la incoraggi e la porti avanti e comunque non te ne separeresti mai anche se ha tanti limiti, e del modo con cui tu ti poni verso il lavoro che non è assolutamente quello con cui si pone lui (il
denaro)». E siccome il Signore non ti lascia mai con l’interrogativo che magari ti sei sbagliato, quando sono tornata a casa dall’adorazione, mi chiama una mia collega dello studio dove stavo prima e che non sentivo da sei mesi, alle undici di sera, le racconto brevemente l’episodio e lei, che è una donna in carriera, che ha fatto la scelta opposta, io pensavo mi incoraggiasse a ricontattarlo,mi ha detto questa frase: «Stai a casa tua», e io mi sono detta: «Signore, ti ringrazio perché questa
qui è la conferma, l’avevo già capito però è la conferma di cui avevo bisogno». Che cos’è che cambia? Non è importante cosa faccio, ma come lo faccio e quindi il giorno dopo avevo massimo entusiasmo. Poi, lo spostamento del baricentro sulle cose importanti: non è importante cosa faccio di lavoro, è importante come lo faccio, è importante averlo perché tanta gente non ce l’ha, e quindi ringraziamo il Signore, perché così campiamo in quattro famiglie. E la libertà con cui faccio le
cose deriva dal fatto che Lui penserà a colmare i miei limiti. Alla fine il progetto mio con il Signore è la cosa più importante, cioè quello che faccio lo faccio con il Signore e poi quello che succede succede.

Ma questo è per un temperamento tuo o è per qualcosa che è successo?

Davanti all’Eucaristia ho cambiato completamente atteggiamento.

Come, davanti all’Eucaristia?

Mentre pregavo ho riletto quello che era successo con un altro occhio.

Non confonderti. La libertà ti è successa prima di andare alle quarant’ore, perché il problema era la tua libertà davanti all’ipotetico datore di lavoro. Lì tu sei stata libera; e qual era l’origine di questa libertà? Perché se non capiamo questo, non capiamo perché diciamo queste cose; questo è stato semplicemente perché tu eri più brava, perché eri più allenata, per il tuo temperamento, perché?
Perché questo è quello su cui adesso dobbiamo fare il paragone tutti. Dicevo all’inizio: in che cosa si vede che io ho fatto il percorso che abbiamo ripreso?


È la domanda che mi sto facendo da una settimana, perché sapevo che non avrei potuto concludere.
Esatto, in che cosa? La povertà è il punto in cui siamo adesso, possiamo vedere se noi abbiamo fatto
un percorso non soltanto se possiamo fare tutti i passaggi logici (perché uno può fare tutti i passaggi
logici del discorso, ma questo non basta per aver fatto esperienza). Questa è la differenza
fondamentale fra usare il libro soltanto come uno strumento per imparare qualcosa, o come lo
strumento per fare un’esperienza, che mi butta in un’esperienza. E qual è il test che la Scuola di
comunità stessa suggerisce? Se Cristo ti dà la certezza di compiere ciò che ti fa desiderare, allora tu
sei liberissimo. Io so che ho fatto esperienza se mi sorprendo libero dalle cose: «Non sei schiavo di
niente, non sei legato a niente, non sei incatenato a niente, non dipendi da niente: sei libero». Questa
è la cosa più impossibile da darsi all’uomo, perché tante persone davanti alla povertà o davanti alle
cose possono essere generose, possono fare un tentativo di distacco, ma in fondo per virtù (che è il
valore a cui occorre aderire); ma quello che uno non si può dare è la libertà dalle cose, perché la
libertà dalle cose nasce solo da un’esperienza vissuta, da qualcosa che mi riempie tanto da rendermi
libero. Questo è il test della fede come esperienza: che io faccio tale esperienza di sovrabbondanza
che mi sorprendo a trattare le cose con libertà; sei libero, non sei incatenato a niente. E ciascuno può
vedere adesso, in se stesso, fino a che punto questo è stato così, è così adesso: «Ora, non sei schiavo
di quello che usi, perché sei schiavo solo di Colui che ti dà la certezza della tua felicità. La povertà
si rivela come libertà dalle cose in quanto è Dio che compie i desideri, non la certa cosa cui tu
miri». E questo è il cristianesimo come avvenimento, non soltanto come una mia bravura, non
soltanto come un mio moralismo, non soltanto come un mio tentativo, perché qua adesso abbiamo
potuto fare tutto il percorso del cristianesimo come avvenimento partendo dai fatti eccezionali, da
una diversità, da una eccezionalità. Adesso possiamo tornare alla povertà e cambiare di nuovo la
natura del cristianesimo, cercando ridicolmente di provare a fare i poveri. No! La povertà, così
come viene inserita in tutto il percorso, è il test del percorso, il test di come vivo le circostanze, il
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test per cui posso riconoscere che è un’esperienza presente, che la fede è il riconoscimento di una
presenza presente: perché io sono libero. Guardate che questo criterio è infallibile, questa libertà è il
segno della Sua presenza, è un’esperienza che io devo riconoscere; per spiegare questa libertà
occorre la presenza di qualcosa che io non vedo né tocco, ma senza della quale io non potrei
sperimentare questa libertà. Per questo, perché possiamo fare un volantino così? Possiamo fare un
volantino così, non accettando il campo di gioco definito dalla Corte Europea – perché anche tanti
di coloro che sono a favore dei crocifissi hanno accettato di difenderli con la stessa mentalità ridotta
della sentenza –, perché Cristo non è un fatto del passato o un fatto culturale! Il volantino è diverso
proprio per questo, perché parla di un’esperienza presente. Per fare un volantino così occorre il
cristianesimo come esperienza presente, come ce lo ha testimoniato don Giussani. Perciò, molto più
importante che lamentarci adesso di quello che non abbiamo fatto bene o della correzione che ci è
stata fatta, è importante di nuovo fare festa perché c’è un Altro che ci tiene per la mano, perché una
Presenza è presente. Senza questa Presenza presente il volantino non ci sarebbe stato. È una
testimonianza dello stesso livello della povertà, della libertà rispetto alle cose, perché per poterlo
fare così non basta tutta la nostra cultura (perché tanti hanno molta più cultura di noi e sono caduti
nella riduzione), non bastano tutte le biblioteche, non basta tutta la teologia: occorre una fede come
esperienza, come riconoscimento della Sua presenza che ci impedisce di ridurre la natura del
cristianesimo. E questo, di nuovo, adesso, diventa ancora una volta una verifica di che cosa è la fede
per noi, per giocarla nel presente; perché è la modalità con cui noi – non facendo una
manifestazione, ma essendoci come presenza in mezzo al lavoro, in mezzo ai colleghi, in mezzo
agli amici – possiamo dare a quelli che l’hanno ridotto la ragione completa del perché a noi
interessa il cristianesimo. Per questo abbiamo davanti una bella occasione per fare esperienza di
tutto questo.

La prossima volta ci troviamo sulle pagine 259-270, terminando il capitolo sulla povertà, ma
soprattutto cercando non soltanto di riflettere sulla povertà, ma di sorprendere se ci succede la
povertà, come sorpresa, perché i cosiddetti valori cristiani sono i segni che Lui è presente. Senza
avere Lui come radice e come presenza, non accade nulla (come invece pensava l’Illuminismo, e
insieme all’Illuminismo anche noi tutte le volte che sogniamo di generare le cose da noi stessi, per
poi ritrovarci tristi come tutti), non è la sorpresa di qualcosa, di una sovrabbondanza da cui viene
per sorpresa un evento, una conseguenza imprevista: la libertà rispetto alla cose e alle persone e alle
circostanze a tutto.
È uscito il volantone di Natale, che descrive bene l’esperienza dell’umano che tutti viviamo e a cui Cristo risponde ora venendoci incontro: è un’esperienza se «io posso amarmi ora». Mi sembra quasi ovvio, ma tutti sappiamo che non è così ovvio; volersi bene ora o voler bene all’altro ora è diverso.
Noi non possiamo tornare indietro come metodo dall’esperienza di cui abbiamo parlato, non mi interessa soltanto ripetere delle cose giuste, ma fare esperienza di questo, perché è ciò che ci spinge a fare il percorso che propone la Scuola di comunità. Il volantone rappresenta il nostro cammino oggi, perciò esporlo e usarlo è un’occasione, come il volantino sul crocifisso, di comunicare con più consapevolezza un’esperienza così grande da renderci liberi nel reale. Altrimenti non occorre
nemmeno levare i crocifissi, perché il cristianesimo come esperienza reale non c’è nei luoghi dove si gioca la vita. La sfida per noi è questa:abbiamo fatto un’esperienza di una sovrabbondanza così
da essere liberi nel reale o no? Questa è la verifica.
• Gloria

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PADRE ALDO

....Cara F., incontrando Cristo ho incontrato la positività della realtà, della creazione che, come afferma san Paolo: «Geme interiormente aspettando la resurrezione dei figli di Dio». Che una persona, sposata o no, prete o no, possa innamorarsi è qualcosa che sta dentro la natura umana, forma parte dell’umano. Di conseguenza anestetizzare, condannare, tagliare, fuggire, censurare qualsiasi desiderio umano è un tentativo di eliminare l’umano, l’uomo. Il problema è, al contrario, assumere tutto l’umano e in questo caso la situazione nuova che si presenta nella tua vita, e andare a fondo della questione, prendere sul serio il tuo cuore.....



Aldo Trento: Lettera a F.
Cara F., Gesù ti ha fatto innamorare di un altro uomo perché vuole che diventi una donna matura. Cioè finalmente SuaTEMPI 17 Novembre 2009
di Aldo Trento



Caro padre Aldo, mi chiamo F., conosco la tua esperienza umana tramite il settimanale Tempi. Perdonami il disturbo, ma ho bisogno di ricevere da te parole di conforto che mi permettano di ritrovare lo sguardo a Cristo, in questo momento di dolore e confusione. Sono sposata e ho tre figli meravigliosi. Sono “figlia del movimento” (Comunione e liberazione, ndr), nata e cresciuta – per grazia – in questa storia e in una bella famiglia, con due genitori che hanno educato me e i miei fratelli a godere della bellezza che solo la compagnia di Gesù può donare. Alcuni anni fa io e mio marito, per motivi lavorativi, ci siamo trasferiti nella città dove io sono cresciuta e dove vive la mia famiglia. La vita assieme ha cominciato a starci stretta: ho rivisto i miei vecchi amici, mi sono sentita accolta e abbracciata con un affetto e una carità incredibili. Anche mio marito, abbastanza critico all’inizio, ha cominciato a sentirsi bene e a farsi coinvolgere, arrivando a partecipare alla vita della fraternità. Passano alcuni anni di serenità, fino a quando l’estate passata non mi sono innamorata di un amico, con cui condivido molte iniziative che coinvolgono le nostre rispettive famiglie. È successo in modo inspiegabile. Entrambi stavamo portando avanti un progetto di carità, e questo sentimento come un fulmine ha colpito tutti e due. Ci siamo resi conto, di punto in bianco, di essere innamorati uno dell’altra. Non perché abbia problemi con mio marito, ma perché con questo amico ho incontrato una corrispondenza che dava un gusto nuovo alla mia vita. E nemmeno perché il suo matrimonio fosse una fatica cronica da sempre… Queste, io credo, sono solo chiacchiere da bar, degli psicologi che vogliono trovare a tutti i costi la causa di quello che è successo e che ha investito la nostra vita. Sarà il demonio che si è infiltrato? Perché io penso che sia un dono per me, per il mio matrimonio e per il matrimonio di quest’uomo di cui sono, corrisposta, innamorata. Può essere questo imprevisto un’occasione per andare più a fondo della mia relazione con mio marito? È sensato e ragionevole “tagliare” (come non mi piace questo modo di dire), allontanarci e allontanare le nostre famiglie, i nostri figli?

Per carità, non vivo nel mondo delle favole e so come vanno queste cose, però abitiamo in una città piccola e in una ancor più piccola comunità borghese (nonostante la quantità di incontri gradevoli, ma pettegoli). Non dico questo perché voglio sentirmi dire che la mia vita può continuare come prima! Vorrei sentirmi abbracciata nel mio limite, nella mia fragilità e nel dolore e nella tristezza che ora devo vivere. Io che non mi sono mai rifiutata di guardare in faccia il mio male.

E da lì non faccio mai un passo indietro. Eppure stavolta mi fermo, e non vedo più il Bene e ciò che di buono c’è in me! Ma cosa vuole Gesù da me?
Ho poche certezze, ma credo che questa croce sia per me, perché la mia vita diventi più bella e santa! Desidero questo per me e per i miei figli. È un dolore non poter vivere con la libertà che vorremmo questo amore, però su questo punto siamo stati subito chiari… Vorrei capire come dovrei pormi di fronte a questa cosa e viverla per riconquistare la luce negli occhi che tutti sempre mi hanno invidiato, e il mio sorriso! Ti ringrazio, prego per
te e per tutti i tuoi figli. Un abbraccio.
F.

Cara F., incontrando Cristo ho incontrato la positività della realtà, della creazione che, come afferma san Paolo: «Geme interiormente aspettando la resurrezione dei figli di Dio». Che una persona, sposata o no, prete o no, possa innamorarsi è qualcosa che sta dentro la natura umana, forma parte dell’umano. Di conseguenza anestetizzare, condannare, tagliare, fuggire, censurare qualsiasi desiderio umano è un tentativo di eliminare l’umano, l’uomo. Il problema è, al contrario, assumere tutto l’umano e in questo caso la situazione nuova che si presenta nella tua vita, e andare a fondo della questione, prendere sul serio il tuo cuore. Sì, prendere sul serio il tuo cuore, perché non esiste criterio più oggettivo e infallibile per giudicare ciò che riguarda la vita, la verità o la falsità di un sentimento. Però il cuore inteso non come dimensione della realtà, o confondendolo col “mi piace-non mi piace”, ma piuttosto come finestra aperta all’infinito, come quell’insieme di esigenze e di evidenze elementari che possiamo tradurre in quel poderoso desiderio di amore, di felicità, di giustizia, di bellezza e di verità che sta all’origine di tutto il movimento umano. pag. 1 | 2 | 3 |

Lo scandalo è borghesia
Il fatto che tu ti sia innamorata, come affermi con sincerità nella tua lettera, mette in crisi tutto quell’atteggiamento borghese che vivevi e che vivono quelli che scandalizzati ti gridano: «Taglia, prima che tutto il mondo lo venga a sapere». È la posizione di chi vuole eliminare o censurare l’umano per non vivere il dramma della vita, per non andare al fondo dell’esistenza.


Innamorarsi non è un limite, o meglio è l’umano che si risveglia. È l’umano che, stanco del trascinarsi quotidiano di un matrimonio tranquillo, esige di incontrare quella totalità per la quale è stato fatto.

Ti domandi: cosa vuole Gesù da te? Una sola cosa: che diventi una donna matura, che il tuo Io torni ad essere protagonista della vita. Gesù vuole che tu gli appartenga totalmente, e non come è stato fino ad ora. Se nel tuo matrimonio si è infiltrata questa “novità” è perché Gesù ha deciso che la tua libertà può fare un salto di qualità per sperimentare che voi, come me, come tutti noi, siete relazione con l’Infinito e quindi solo l’Infinito può colmare ciò che quell’uomo di cui ti sei innamorata ha risvegliato in te.
Quello che ti sta accadendo è quello che è successo a me, e ricordo l’abbraccio di monsignor Luigi Giussani, che vedendomi disperato e solo, abbandonato dagli “amici”, mi disse: «Ora finalmente sei diventato un uomo». E mi mandò in Paraguay.


Ricordo anche quello che mi disse citando Emmanuel Mounier: «È necessario soffrire, perché la verità non si cristallizzi nella dottrina». E partii piangendo da Linate, destinazione America.
Il cuore esige radicalità


«Ho poche certezze, ma credo che questa croce sia per me, perché la mia vita diventi più bella e santa! Desidero questo per me e per i miei figli», bellissima la tua posizione, Francesca, e come testimonia la mia vita è solamente non censurando il desiderio, il tuo innamoramento, e andando al fondo di ciò che significa, che la tua vita si trasformerà come in un parto pieno di dolore perché finalmente pieno di amore.

Un amore che ti permetterà – come è per me – di toccare con mano il vivere ogni istante sorpreso dal Mistero che ti fa. “Io sono tu che mi fai”. Resta nel cammino perché questa “Tu” ritrovi lo sguardo con cui, svegliandoti ogni mattina, la tua vita possa vibrare della Sua dolce Presenza.
Solamente prendendo sul serio la nostra umanità nella sua totalità, senza censurare nulla, senza imporle schemi prestabiliti, un uomo può arrivare a dire Tu al Mistero, passando per i gemiti del parto che ogni istante della vita contiene.


Gemiti che sono la condizione per cui Cristo trascini e trasfiguri la nostra umanità dandole una felicità che, personalmente, vedo in tutto ciò che è nato attorno a me. Però senza quella modalità, di un innamoramento vissuto obbedendo a un cuore impregnato di Infinito, oggi non potrei dirti queste cose. Il tuo cuore esige una radicalità, esige che la ferita aperta da questo “innamoramento” non si rimargini mai, che magari sanguini fino alla morte perché è la strada più bella, più umana per dire “Tu, o Cristo mio”.    padretrento@rieder.net.py pag. 1 | 2 | 3 |

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giovedì 19 novembre 2009

CATTOLICI FUORI DAL GUSCIO

.....Questo emendamento ha soddisfatto le richieste della Conferenza dei vescovi cattolici e convinto un numero sufficiente di deputati democratici conservatori a votare il progetto di legge, approvato con soli cinque voti di scarto, 220 contro 215. È evidente che la legge non sarebbe passata senza l’emendamento Stupak appoggiato dai vescovi.....

Lorenzo Albacete giovedì 19 novembre 2009

Qualche commentatore ha osservato questa settimana che il Partito Repubblicano è stato scosso da una rivolta dei conservatori contro i moderati, ma che anche il Partito Democratico si è dovuto confrontare al suo interno con una battaglia ideologica, avente per oggetto la presenza dell’aborto nella legge sulla riforma sanitaria. Da una parte si sono schierati i “progressisti” e i sostenitori dell’aborto (la base del partito), dall’altra i moderati e conservatori guidati dai vescovi cattolici.



In un recente articolo su The New York Times, Katharine Q. Seelye ha citato Robert J. Blendon, professore di politica sanitaria ad Harvard, secondo il quale i Democratici favorevoli all’aborto devono confrontarsi “con la scelta tra cercare di fermare l’erosione del diritto di aborto e cercare di migliorare l’assistenza sanitaria alle donne”. Per Blendon è uno scontro tra “quelli che sono definiti due diritti umani fondamentali, il diritto alla copertura sanitaria universale e il diritto delle donne ad avere servizi sulla salute riproduttiva”.

Sull’altro versante, in lettere e conversazioni personali con esponenti del Partito Democratico, i vescovi cattolici hanno detto chiaramente che, malgrado considerino la salute un diritto fondamentale dell’uomo, si sarebbero opposti a ogni legge che avesse reso possibile l’uso di fondi federali per sovvenzionare aborti.

Secondo quanto sostenuto dall’Associated Press, il Cardinale di Boston Sean O'Malley ha parlato direttamente a Obama durante i funerali del senatore Edward Kennedy, spiegandogli come non ci fosse altra scelta possibile per la Chiesa. In prossimità della votazione alla Camera, il Cardinale Theodore McCarrick, Arcivescovo emerito di Washington, ha chiamato la presidente della Camera Nancy Pelosi, cattolica, per sollecitare provvedimenti che permettessero alla Chiesa di sostenere la legge sulla sanità.



È curioso notare che entrambi i cardinali sono stati criticati dai conservatori cattolici, incluso qualche vescovo, per la loro partecipazione ai funerali di Kennedy. Tuttavia, sembra proprio che siano stati i loro interventi a convincere il presidente e i leader democratici ad accettare l’emendamento del deputato democratico del Michigan Bart Stupak.



Questo emendamento ha soddisfatto le richieste della Conferenza dei vescovi cattolici e convinto un numero sufficiente di deputati democratici conservatori a votare il progetto di legge, approvato con soli cinque voti di scarto, 220 contro 215. È evidente che la legge non sarebbe passata senza l’emendamento Stupak appoggiato dai vescovi.



L’emendamento vieta che gli aborti, tranne nei casi di stupro, incesto o pericolo per la vita della madre, possano essere coperti da piani assicurativi governativi o comunque sovvenzionati dal governo. Il vescovo William Murphy di Rockville Center, NY, presidente del Comitato Episcopale sullo Sviluppo Sociale, ha detto che la loro preoccupazione era di assicurare che i soldi dei contribuenti non venissero utilizzati per gli aborti.

La proposta di legge comprendeva già l’esclusione dell’aborto dai fondi direttamente erogati dal governo federale, in base al cosiddetto Emendamento Hyde (dal fu deputato Henry Hyde dell’Illinois), ma rimaneva il problema per le polizze acquistate con un misto di capitali personali e di sussidi federali. L’Emendamento Stupak estende specificamente l’esclusione dell’aborto anche a questi casi.



La prova che i vescovi hanno avuto ragione nel chiedere questa estensione viene dalla campagna in corso per cancellare l’emendamento al Senato, con accuse di lobbismo ai vescovi e la richiesta di eliminare ogni esenzione fiscale alla Conferenza Episcopale.



La cosa interessante è che i vescovi cattolici degli Stati Uniti abbiano ripreso il ruolo di leader morali quando ancora molti sono scandalizzati dal modo in cui è stata gestita la questione dei preti coinvolti in abusi su minori. Forse questa volta i politici hanno capito che il loro punto di partenza non era né lobbismo politico né argomentazioni etiche, ma la fede in Cristo come l’Unico che rivela, incarna e provoca quei cambiamenti nel cuore umano sui quali può essere costruita una società umana veramente giusta.



I vescovi sono stati capaci di mostrare che non si tratta di un “diritto umano” più importante di tutti gli altri, ma di dar testimonianza che solo la presenza nel mondo di Cristo risorto può assicurare che il riconoscimento dei diritti umani non diventi una questione di chi ha il maggiore potere politico.







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lunedì 16 novembre 2009

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domenica 15 novembre 2009

IO COME IL PAPA FIERO NOSTALGICO DI UNA "BATTAGLIA PERDUTA"

.......Forse qualcuno ricorderà che in Italia la storia del Banco Alimentare inizia vent’anni fa dall’incontro tra don Giussani e il dottor Fossati, patron della Star. Niente di speciale, nessun progetto, nessuna grande analisi, nessuna manifestazione di piazza. Niente, solo “radici cristiane” vissute ciascuno entro la propria vita personale. L’uno da educatore, l’altro da imprenditore. Si sono messi insieme, Giussani e Fossati, e hanno fatto della loro amicizia un volano che si è moltiplicato per amicizie e che ora raggiunge materialmente, molto materialmente, milioni di esseri umani come noi. Uomini, donne, bambini, che sono state raggiunti da cosa, se non da un cambiamento così visibile e reale da dar letteralmente da mangiare, bere, sopravvivere, a un milione e mezzo di persone?.....


TEMPI/ Amicone: io, come il Papa, fiero nostalgico di una "battaglia perduta"



Chissà perché il Papa continua a ritornare sul tema delle radici cristiane dell’Europa. E chissà perché è normale che gli si faccia spallucce, anche se con il rispetto dovuto all’autorità dei suoi 83 anni. Si corre il rischio di essere un po’ naif, ingenui a dire certe cose. E se parli ancora di radici cristiane, più che ingenuo sembri fuori dal mondo.







Lo ha scritto in modo piacevolissimo Sergio Romano (il nostro ambasciatore scrive divinamente, chiaro e stringente) in un bell’articolo che copriva quasi interamente una pagina del Corriere della Sera di sabato scorso. Per dirla in soldoni, Romano prendeva spunto da un libricino fresco di stampe a firma del presidente della Camera, per salutare con favore la prospettiva di un centrodestra rinnovato dalla leadreship di Gianfranco Fini. Del quale, scrive l’ambasciatore, tutto è condivisibilissimo, specie il posizionamento in materia di diritti civili e immigrazione, eccetto, appunto, quella balzana idea delle radici. «Mi sorprende invece - scrive in conclusione il nostro Ambasciatore - che (Fini ndr) spezzi una lancia per rivendicare le radici cristiane dell’Europa. Ma è forse soltanto un omaggio ai nostalgici di una battaglia perduta».



In effetti, come dice quella profetica canzone di Claudio Chieffo a proposito della scimmia e dell’Imperatore? Dice che tempo verrà in cui ai nostri figli “diranno che tuo padre era un personaggio strano, un illuso, un fallito, un cristiano”. Diranno che la battaglia era perduta da un pezzo e che nemmeno il Papa se ne era accorto. Sic transeat.



Vi ricordate cosa disse agli iracheni il primo soldato americano fatto prigioniero durante la seconda guerra del golfo? “Sono venuto qui per fare il mio dovere. Mi avevano detto che qui c’erano le cose rotte e noi americani dovevamo venire qui a metterle a posto”. Le conseguenze della buona fede con cui fu condotta la guerra in Iraq sono a tutt’oggi sotto i nostri occhi e, così pare, ci resteranno per almeno un altro decennio di violenza e di lutti.



Senza radici cristiane, in giro per il mondo a mettere a posto le cose rotte. Non è per mettere a posto le cose che qui in Italia si sta combattendo una guerra senza esclusione di colpi? Una guerra a colpi di intrighi, spiate, squadernamento sui giornali di tutte le nostre peggio abitudini e pensieri. Ma, direte, è almeno una guerra che non si combatte (non ancora) sulla punta dei fucili.



Le pallottole che vogliono “mettere a posto le cose rotte”, “ristabilire la verità”, “rispondere alle domande” poiché “tutti devono sapere tutto”, sono fortunatamente (ancora) di carta. Anche se, ammettiamolo, il volto dell’avversario ormai merita di essere solo svillaneggiato e sfregiato. Già, in tutto questo a che serve il cristianesimo, siamo forse noi stessi, noi cristiani, “una battaglia perduta”?

Ecco, quando leggo certe cose che appaiono molto sensate e molto sagge al cospetto del buio in cui precipita il nostro mondo pieno di luci, così trasparente da non distinguere più un uomo da una medusa, mi viene da ripensare a quelle due persone di cui ogni tanto sento raccontare e di cui gli italiani risentiranno parlare tra qualche settimana. Quando per l’ennesimo anno consecutivo si rinnoverà quel grande gesto di popolo che è la raccolta della spesa per gli italiani più in difficoltà realizzata dal Banco Alimentare.



Ripenso a quel milione e mezzo di italiani che sopravvivono grazie ai pacchi che vengono consegnati loro ogni giorno da questo nostro generoso popolo. Poi mi ri-chiedo, ma come è successo? A chi è venuta questa brillante e semplice idea di raccogliere e distribuire ai poveri i generi alimentari in scadenza e la libera offerta di un sabato di spesa italiano al supermercato? Possibile che tutti i saggi, tutta la politica, tutti i grandi ambasciatori, esperti, economisti, insomma tutti i potenti messi insieme, non siano riusciti a fare quello che è stato fatto dall’incontro di due semplici uomini?



Forse qualcuno ricorderà che in Italia la storia del Banco Alimentare inizia vent’anni fa dall’incontro tra don Giussani e il dottor Fossati, patron della Star. Niente di speciale, nessun progetto, nessuna grande analisi, nessuna manifestazione di piazza. Niente, solo “radici cristiane” vissute ciascuno entro la propria vita personale. L’uno da educatore, l’altro da imprenditore. Si sono messi insieme, Giussani e Fossati, e hanno fatto della loro amicizia un volano che si è moltiplicato per amicizie e che ora raggiunge materialmente, molto materialmente, milioni di esseri umani come noi. Uomini, donne, bambini, che sono state raggiunti da cosa, se non da un cambiamento così visibile e reale da dar letteralmente da mangiare, bere, sopravvivere, a un milione e mezzo di persone?



È vero, sembra naif quello che dice il papa di Roma, ingenuo quello che testimonia un cristiano del Banco. Sarà naif e ingenuo, ma intanto è un cambiamento che si vede, incide e perciò talora è sorpreso come un divertente cascame, talora è semplicemente attaccato a sangue. Mentre tutti questi altri che si sbracciano e si “sputtanano” - lo giurano - allo scopo “di mettere a posto le cose rotte”, di quale tipo di cambiamento vi sembrano testimoni e segno?

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