giovedì 23 febbraio 2012

Anno europeo del volontariato 2011 – Francobollo V.Pradal, A. Poles San Marino

Francobollo_volontariato_RSM


Impegno, libertà, appartenenza, gratuità, bene comune, altruismo sociale. Centinaia sono le definizioni che potrebbero essere utilizzare per definire il concetto di "volontariato". Il medesimo si configura come una realtà esistenziale poliedrica, che nessuna legge può cogliere ed esaurire nella sua pienezza.

Il volontario è dunque testimone, interprete e protagonista all’interno della società civile, nell’azione di tutela e sviluppo dell’umana comunanza.

Il fotogramma in movimento (di Alberto Poles), scelto ed elaborato da Valerio Pradal, vuole sintetizzare la radice primigenia insita nella spinta sociale dell’uomo di porsi all’interno del mondo in relazione con gli altri, in un rapporto di condivisione.

L’immagine utilizzata intende riassumere metaforicamente, in una parafrasi evocativa, l’interezza dei "verbi" in essa contenuti. Ancor prima di basarsi sulle criticità nelle quali l’azione del volontariato va ad inserirsi, è il gesto nella sua ampiezza e complessità che vuole essere officiato.

Il volontariato lungi dal configurarsi come l’espletamento di una "buona azione", o il disbrigo di un obbligo caritativo risponde ad un verbo, ben espresso nell’immagine: "accompagnare".

Prendersi cura di un soggetto o del patrimonio culturale, equivale ad agire "con", in una relazione simbiotica, sorprendente per l’individuo stesso che presta la propria disponibilità.

Fabio Cavallari

La possibilità di un cammino veramente umano


di Julián Carrón

23/02/2012 - Saluto finale di don Julián Carrón, presidente della Fraternità di CL, al cardinale Angelo Scola al termine della messa per l'anniversario della morte di don Giussani. Duomo di Milano, 22 febbraio 2012

Eminenza Reverendissima,

mi consenta, a nome di tutti gli amici convenuti in Duomo nella memoria del settimo anniversario del “dies natalis” di don Giussani e del trentesimo del riconoscimento pontificio della Fraternità di Comunione e Liberazione, di ringraziarLa di cuore per averci confortati e illuminati con la Sua presenza e il Suo insegnamento.
È la prima volta che come Pastore dell’Arcidiocesi ambrosiana presiede e condivide con noi questo gesto in cui, partecipando al sacrificio di Cristo, abbiamo offerto la nostra vita riconoscenti al Signore per il dono di don Giussani, alla cui persona Lei, così come ciascuno di noi, è inscindibilmente legato e del quale Lei stesso ricordò, proprio in occasione dell’ingresso in Diocesi, il genio educativo.
La ragione profonda di questa gratitudine sta nel fatto, e lo dico a partire dalla mia personale esperienza, che don Giussani, affrontando con ardore instancabile e grande fascino umano la acuta tentazione oggi dominante di una subìta frattura, apparentemente insanabile, tra fede e vita, ci ha aperto la possibilità (e in essa ci accompagna tuttora) di vivere nell’incontro con Cristo un cammino veramente umano. Seguendo il suo carisma possiamo verificare ogni giorno la presenza del Salvatore come risposta a quel grido di bisogno di salvezza, che – come ha ricordato Lei stesso nel Suo intervento al recente convegno “Gesù nostro contemporaneo”- è del «cuore di ogni uomo di ogni tempo e luogo, per quanto confuso possa essere il suo incedere lungo la strada della vita».
Nel messaggio indirizzato al Convegno Benedetto XVI ci ha ricordato che «Gesù è entrato per sempre nella storia umana e vi continua a vivere, con la sua bellezza e potenza, in quel corpo fragile e sempre bisognoso di purificazione, ma anche infinitamente ricolmo dell’amore divino, che è la Chiesa». Non desideriamo altro che vivere con la Chiesa e per la Chiesa e servire con tutto noi stessi e secondo le nostre possibilità, in filiale obbedienza a Lei, questa Chiesa ambrosiana in cui il carisma di don Giussani è fiorito fino a portare frutti copiosi in tutti i continenti. In particolare, Le assicuriamo la nostra vicinanza e la nostra totale disponibilità nell’imminenza della Celebrazione del VII Incontro mondiale delle famiglie, che sarà benedetto dalla visita del Santo Padre che viene pellegrino a Milano per confermare la nostra fede.

Da ultimo mi consenta, Eminenza, di rendere noto in questa circostanza festosa che, attraverso il postulatore, Le ho presentato la richiesta di apertura della causa di beatificazione e canonizzazione di Mons. Luigi Giussani.
Che la Madonna - “di speranza fontana vivace” - ci aiuti ogni giorno a diventare degni delle promesse di Cristo e della immensa grazia che nel carisma di don Giussani abbiamo ricevuto e ancora riceviamo.
Grazie, Eminenza.

MIRIAM CRESCE

BRAVO GIACOMO COCCOLA LA SORELLINA !!

SULLE PISTE CANADESI


CIAO PAOLETTO ANNA E MICHELE
UN GROSSO BACIONE DALLA NONNA
VI ASPETTO 4 MESI PASSANO IN FRETTA

In Danimarca uccidono i feti dei bambini Down per eliminare la malattia. «Evviva l'imperfezione»


Intervista a Josephine Quintavalle, la più nota esponente laica del movimento pro-life britannico, che davanti al tentativo della Danimarca di eliminare la sindrome di Down uccidendo chi ne è affetto, elogia l'imperfezione: «L'uomo vuole essere efficiente per non avere bisogno. Il problema è che in questo modo non è felice, ma solo. Meglio essere imperfetti e sentirsi amati».
in Attualità
21 Feb 2012

«Mentono perché non è stata fatta alcuna scoperta per combattere la malattia. La verità è che rimediano uccidendo chi ne è affetto. Ma siamo sicuri di preferire la perfezione alla carità?», si chiede in un'intervista a tempi.it Josephine Quintavalle, la più nota esponente laica del movimento pro-life britannico, fondatrice e direttrice del Comment on Reproductive Ethics, l’osservatorio sulle tecniche riproduttive umane. Quintavalle si riferisce alla notizia del quotidiano daneseBerlingske secondo cui entro il 2030 la sindrome di Down (trisomia 21) somparirà in Danimarca grazie alla diagnosi prenatale, che permette di individuare ed eliminare prima della nascita i bambini affetti dalla malattia genetica.

Quale principio è sotteso a questa mentalità?
Pare che l'uomo voglia superare ogni limite. È la notizia stessa data dal giornale danese a dirlo: «Nel 2030 – è il titolo dell'articolo – nascerà l'ultimo bambino Down». Il problema è che eliminare l'imperfezione è impossibile e così si usa un linguaggio fuorviante per far sembrare che la malattia sarà debellata. In realtà non c'è nessuna scoperta medica che elimini la trisomia 21. Semplicemente verranno abortiti tutti i bambini down. La realtà è che per eliminare la malattia si uccide l'uomo. E questo è un controsenso.

Perché è un'illusione pensare di eliminare l'imperfezione?
Ora si eliminano i bambini Down, ma chi può determinare cosa sia l'imperfezione? In Inghilterra, ad esempio, lo fa lo Stato che ora si è spinto anche più in là, ritenendo inaccettabile qualsiasi anomalia fisica: la legge consente l'aborto fino al nono mese se il bambino ha il labbro leporino o se ha un dito in più. Anche il naso storto o le orecchie a sventola sono difetti: se seguiamo la logica perfezionista pure i bambini con queste imperfezioni dovrebbero essere abortiti.

Tutti nascono con dei difetti.
E infatti la prossima vittima, a seconda dei parametri di normalità decisi dagli Stati, potrebbe essere chiunque.


Che spazio c'è in un mondo così per l'amore? Come può finire l'uomo che per raggiungere l'efficienza rinuncia alla carità?

In una società come la nostra, perfezionista e con il mito dell'efficienza, il bisogno è visto come un peso: lo si vede nella vita fragile dei bambini (infatti oggi è forte il fenomeno della denatalità) e degli anziani (l'eutanasia è un rimedio sempre più diffuso). Questo significa scegliere di privarsi dell'affetto e dell'aiuto reciproco, della bontà di un atto gratuito. L'uomo, insomma, vuole essere efficiente per non aver bisogno. Il problema è che in questo modo non è felice, ma solo. E infatti molti chiedono il suicidio quando capiscono che iniziano ad avere bisogno: a quel punto, senza legami d'amore reali, si percepiscono solo come un peso.

Sta dicendo che l'imperfezione ci dà la possibilità di domandare e di accogliere l'affetto di cui si ha bisogno per vivere?
Nel libro sulla vita di Jérôme Lejeune - lo scienziato che ha scoperto la trisomia 21 e che ha utilizzato la diagnosi prenatale per aiutare i bambini con la sindrome di Down a curarsi (non nascose la sofferenza portata per il resto della vita per il fatto che la sua scoperta venne usata contro di loro) - c'è un episodio bellissimo: mentre riceveva un premio, un ragazzo Down gli saltò al collo per ringraziarlo per quanto l'avesse aiutato e si fosse sentito amato da lui. È preferibile una società di uomini imperfetti ma che si sentono voluti o di persone efficienti che non possono chiedere mai e quindi nemmeno ricevere amore?

OMELIA DI S.E.R. CARD. ANGELO SCOLA, ARCIVESCOVO DI MILANO

istica nel settimo anniversario della scomparsa

e nel 30° del riconoscimento pontificio di Cl. Domani on line un servizio e alcune immagini

Don Giussani, in Duomo il ricordo dell'Arcivescovo

Il cardinale Scola ha presieduto la celebrazione eucaristica nel settimo anniversario della scomparsa
e nel 30° del riconoscimento pontificio di Cl. Domani on line un servizio e alcune immagini







1. «Nessun uomo è padrone del suo soffio vitale tanto da trattenerlo» (Prima Lettura, Qo 8,8). L’autore del Libro di Qoèlet, un “Predicatore” tristemente smaliziato vissuto all’inizio del II secolo a.C. che si immedesima con il re Salomone, indaga con crudo realismo la precarietà dell’umana esistenza. In particolare è scandalizzato dall’impossibilità di fare giustizia nella storia degli uomini: «Ho visto malvagi condotti alla sepoltura» - anche loro non sono in grado di trattenere il loro soffio vitale - [ma] «ritornando dal luogo santo, in città ci si dimentica del loro modo di agire» (Prima Lettura, Qo 8,10). Questo calcolato oblìo è intensificato dal fatto che «contro la cattiva azione non si pronuncia una sentenza immediata. Per questo il cuore degli uomini è pieno di voglia di fare il male» (cfr Prima Lettura, Qo 8,11).
La profondità della constatazione («ho visto» è l’espressione che Qoèlet usa più volte) è pari solo alla sua straordinaria attualità.
giussani





Qoèlet non si limita infatti a rilevare l’inevitabilità della morte che, come un rumore di fondo, accompagna la vita di tutti gli uomini. Neppure si ferma all’angosciosa domanda: «L’uomo infatti ignora che cosa accadrà; chi mai può indicargli come avverrà?» (Prima Lettura, Qo 8,7). Entra nel quotidiano della esistenza in cui si mescolano verità e menzogna, bene e male, giustizia e ingiustizia.
L’intreccio dei fattori in gioco gli consente di tessere la tela dell’umana vanitas. Chi di noi, qui convenuti in preghiera, per rinnovare il paterno vincolo di comunione che ci lega al caro Mons. Giussani, può restare indifferente agli interrogativi angosciosi e alle amare constatazioni del Qoèlet? Non a caso la Chiesa, Madre e Maestra, ci invita a leggere la circostanza che ci riunisce attraverso la Parola di Dio proclamata in questa santa azione eucaristica. La liturgia è la forma (il paradigma) della vita che illumina la realtà, trama di circostanze e di rapporti come Mons. Giussani amava definirla.
Vanitas afferma il Qoèlet, cioè inconsistenza. Inconsistenza del nostro umano essere e del nostro agire.

2. «Tuttavia so che saranno felici coloro che temono Dio… e non sarà felice l’empio» (Prima Lettura, Qo 8,12-13). Riflettendo su ogni azione che si compie sotto il sole, Qoèlet incontra nel timor di Dio un legno a cui aggrapparsi nel vasto gorgo del male. Questo però non sembra liberarlo completamente dal rischio del naufragio, poiché «vi sono giusti ai quali tocca la sorte meritata dai malvagi con le loro opere, e vi sono malvagi ai quali tocca la sorte meritata dai giusti con le loro opere. Io dico che anche questo è vanità» (Prima Lettura, Qo 8,14).
Questa stretta del male che attanaglia il nostro io e fa sentire tutto il suo peso nel male del mondo, e di cui si parla a proposito e a sproposito in questi tempi di travaglio, non si può dunque sciogliere? Qoèlet anticipa il grido di Paolo: «Me infelice! Chi mi libererà da questo corpo di morte?» (Rm 7,24).
Un aspetto geniale della proposta educativa di Mons. Giussani non è stato forse l’efficace riproposizione della verità cristiana che nessuno può salvarsi da sé?
La scelta di celebrare la Messa votiva del Santissimo Nome di Gesù nel VII anniversario della morte di Mons. Giussani e per ricordare il XXX anniversario del riconoscimento pontificio della “Fraternità di Comunione e Liberazione”, indica chiaramente quale sia la strada della salvezza offerta ad ognuno di noi e all’umanità intera.
Così infatti ci ha fatto pregare l’Orazione dell’inizio dell’Assemblea liturgica: «Per il Figlio tuo venuto tra noi hai scelto, o Dio, un nome che chiaramente lo manifestasse come salvatore del genere umano…». Il nome di Gesù significa “Dio salva”. Veramente Gesù ha sciolto l’enigma dell’uomo rivelandogli la sua consistenza. Essa si radica nell’amore con cui «Dio ci sazia fin dal mattino» e «rende salda per noi l’opera delle nostre mani» (Salmo responsoriale, Sal 90,14a. 17).

3. In Gesù la vanitas (inconsistenza) è vinta. «Adorno del nome mirabile che esprime salvezza» - dice il Prefazio - Gesù ci accompagna, riscattandoci dal nostro peccato. E il testo liturgico aggiunge, dettagliando con intensità: «Dolce e rasserenante certezza è la sua protezione nei pericoli della vita, e nel momento della morte il suo nome invocato è speranza e conforto».
Ogni cosa ha consistenza in Cristo: «Omnia in Ipso constant» (Col 1,17). È importante meditare a lungo e piegare il nostro quotidiano vivere a questa convinzione. Ogni cosa significa tutto. Nel mistero glorioso del Verbum caro tutto è stato salvato perché tutto è stato da Cristo assunto. Fin dai suoi primordi la tradizione della Chiesa ambrosiana ha trasformato il metodo dell’azione di Dio nella storia degli uomini (incarnazione) in una feconda proposta educativa. Ha così generato, lungo i secoli, figli consapevoli che «troppo perde il tempo chi ben non ama» Gesù.
Monsignor Giussani ha espresso questa sensibilità ambrosiana con forza profetica fin dagli anni ’50, educando all’assunzione integrale di ogni aspetto dell’umana esistenza. Per la logica dell’incarnazione il cristiano è colui che testimonia - in famiglia, al lavoro, nel sociale a tutti i livelli fino ad arrivare all’impegno politico - l’opera salvifica del Crocifisso Risorto.

4. Amici, l’azione eucaristica di questa sera pone ognuno di noi davanti ad un aut-aut che, a volte tacito e quasi impercettibile a volte prepotente, accompagna ogni nostra azione. Sotto la pressione del male, fisico e soprattutto morale, può prender peso anche nel cristiano la tentazione di pensare che tutto sia vanitas, inconsistenza. O il cristiano presume nei fatti di salvarsi da sé finendo talvolta come gli scribi per «cercare i primi seggi nelle sinagoghe» (Vangelo, Mc 12,38 e 39). Oppure la sua libertà cede all’amorevole sferzata del Salmo: «Tu fai ritornare l’uomo in polvere, quando dici: “Ritornate, figli dell’uomo”» (Salmo responsoriale), come ci ricorderà tra qualche giorno l’imposizione delle Ceneri.
Il ritorno, frutto del perdono, rende capaci di amore oggettivo ed effettivo. Come Qoèlet anche Gesù è un attento osservatore della realtà: «Seduto di fronte al tesoro, osservava …» (Vangelo, Mc 12, 41). La vedova, che ha gettato nel tesoro «tutto quanto aveva per vivere» (Vangelo, Mc 12, 44), mostra la forma piena della libertà del cristiano. In ogni azione egli è chiamato ad esprimere il primato di Dio nella sua vita. La vittoria sulla vanitas, la grazia della consistenza, sta tutta nel riconoscimento di Cristo presente che chiede il dono totale di sé. Memoria ed offerta esprimono in tal modo la pienezza affettiva cui ogni uomo anela e di cui il cristiano autentico può fare esperienza.

5. Il Vangelo di oggi ci offre un ultimo prezioso insegnamento. È contenuto in un piccolo passaggio narrativo, celato come una perla nelle pieghe del brano evangelico proclamato. «Chiamati a sé i suoi discepoli» (Vangelo, Mc 12, 43) Gesù li aiuta a comprendere il gesto della vedova.
Cosa traspare da questo gesto di Gesù? Il legame solido tra i membri di quella prima compagnia da Lui generata. Una parentela più potente di quella della carne e del sangue, una fraternità in cui si anticipa – come traspare nella Santa Eucaristia – la vita del Paradiso. Cristo chiama i Suoi a fare l’esperienza inaudita che la consistenza dell’io si chiama comunione.
Comunione come stima a priori per l’altro, perché abbiamo in comune Cristo stesso. Comunione disponibile ad ogni sacrificio per l’unità affinché il mondo creda. «L'espressione matura del condividere cristiano è perciò l'unità fin nel sensibile e nel visibile. Questa fu l'espressione del tormento finale di Cristo nella sua preghiera al Padre, quando in tale unità sensibile e visibile indicò consistere la decisiva testimonianza dei suoi amici» (L. Giussani, Il cammino al vero è un’esperienza, 52-53). Qui sta la vittoria sulla vanitas. Qui comunione è liberazione.
«La nostra comunione è col Padre e col Figlio suo Gesù Cristo» (1Gv 1, 3b). Quando per grazia si diventa amici di Dio, la comunione sviluppa un irresistibile moto di condivisione della vita di tutti i fratelli uomini in ogni ambiente dell’umana esistenza. La gratitudine per avere tutto ricevuto genera gratuità nel tutto dare.

6. Carissimi, il carisma cattolico che lo Spirito ha dato a Mons. Giussani, che la Chiesa ha universalmente riconosciuto, e di cui decine di migliaia di persone in tutto il mondo possono oggi godere, è fiorito in questa santa Chiesa ambrosiana. L’amore che Mons. Giussani le portava è documentato da mille e mille segni e testimonianze. Per i fedeli di questa diocesi appartenenti al Movimento di Comunione e Liberazione questo dato di fatto costituisce una responsabilità che chiede di essere sempre rinnovata: praticare, nella cordiale assunzione del principio della pluriformità nell’unità, una profonda comunione con tutta la Chiesa diocesana che vive ad immagine della Chiesa universale. Questa comunione è con l’Arcivescovo, con i sacerdoti, con i religiosi e le religiose, con tutte le aggregazioni di fedeli, con tutti i battezzati e con tutti gli abitanti della nostra “terra di mezzo”.
L’Incontro dei Movimenti ecclesiali e delle Nuove comunità del 30 maggio 1998 con il Beato Giovanni Paolo II ha segnato un irreversibile passaggio a una nuova fase ecclesiale confermata dagli eventi che si stanno producendo nella Chiesa e nel nostro Paese.
Come ricorda incessantemente Benedetto XVI questo è il tempo della nuova evangelizzazione a cui tutte le realtà ecclesiali debbono concorrere in armoniosa unità.
L’uomo post-moderno domanda salvezza, consistenza: per questo ha bisogno di testimoni di quella forma bella del mondo (Ecclesia forma mundi) che è la santa Chiesa di Dio.

7. «Donaci largamente l’aiuto della tua grazia e assicuraci la gioia di trovare scritti i nostri nomi in cielo». Queste parole della Preghiera dopo la Comunione dicono la fonte della nostra letizia e della nostra speranza: Gesù Cristo vivo in mezzo a noi ed il nostro esserGli familiari per il bene dei nostri fratelli uomini. Amen.


mercoledì 22 febbraio 2012

In memoria di Giussani
Si avvicina l'annuncio dell'avvio del processo di beatificazione di don Luigi Giussani,il fondatore di Comunione e Liberazione. A promuovere la prima fase del processo sarà la diocesi di Milano retta dal cardinale Angelo Scola
VATICANISTA DE LA STAMPA

Messe in memoria di don Luigi Giussani vengono celebrate in questi giorni da parte dei più importanti cardinali italiani, in occasione del settimo anniversario della morte del fondatore di Comunione e liberazione (22 febbraio 2005) e del trentennale del riconoscimento pontificio della fraternità. Le messe - si legge in un comunicato - vengono celebrate secondo questa 'intenzione': "Nel XXX Anniversario del riconoscimento pontificio della Fraternità di Comunione e Liberazione chiediamo al Signore che la gratitudine per l`incontro con il carisma di don Giussani diventi ogni giorno rinnovata responsabilità per il Destino nostro e di tutti i fratelli uomini nella irriducibile fedeltà alla Chiesa dentro le vicende liete e drammatiche della storia. Per questo preghiamo in modo particolare per il Santo Padre, invocando su di lui il conforto dello Spirito Santo in questo momento - sottolinea la nota - di grave confusione". Domani a Milano alle 21 la messa più importante, quella celebrata dal cardinale Angelo Scola (un lungo passato dentro Cl) alla presenza del successore di Giussani, il sacerdote spagnolo Julian Carron. A Roma la messa sarà celebrata alle ore 18 di domenica, all'altare della Cattedra della basilica di San Pietro, dal cardinale segretario di Stato, Tarcisio Bertone. A Genova il cardinale Angelo Bagnasco, presidente della Cei, ha celebrato messa ieri sera. Ma numerose altre celebrazioni sono in programma in altre città del mondo in cui è diffusa la presenza di Cl. Il comunicato segnala, tra le altre, le messe celebrata a Mosca, giovedì, dall'arcivescovo della Madre di Dio, il ciellino Paolo Pezzi. A Madrid, giovedì primo marzo, dal cardinale Antonio Maria Rouco Varela. A Johannesburg, sabato 3, dall'arcivescovo Buti Joseph Tlhagale. A Vienna, venerdì 9, dal cardinale Christoph Schoenborn.


sabato 18 febbraio 2012

"Quei soldi non sono arrivati"

Il premio Oscar nel 2011 prese 250mila euro che avrebbe dovuto devolvere. Il direttore dell'ospedale Meyer di Firenze:
di Fabrizio Boschi

Tratto da Il Giornale del 16 febbraio 2012

Come è stato bello vederlo entrare in sella a quel destriero bianco, stile Garibaldi, sul palco dell’Ariston, sventolando la bandiera tricolore e urlando «Viva l’Italia».

Quanto è stato bravo a recitare un monologo di quasi un’ora analizzando, verso dopo verso, tutto all’Inno di Mameli, come un vecchio professore di liceo. E che emozione, poi, quando con un filo di voce, senza accompagnamento musicale, ha fatto il patriota tenero, cantando l’Inno nazionale. Alla scorsa edizione del Festival di Sanremo, 15 milioni 398 mila spettatori seguirono lo special guest Roberto Benigni e la sua sorprendente performance che raggranellò il 50, 23% di share. Virtualmente i suoi fan raddoppiarono quando trapelò la notizia che il compenso che avrebbe ricevuto dalla Rai, 250 mila euro per una sola sera, sarebbe stato devoluto all’ospedale pediatrico Meyer di Firenze, per la costruzione di un nuovo padiglione. Decisione che, si tenne a precisare, era stata presa prima di firmare il contratto con l’azienda per la presenza dell’artista sul palco di Sanremo, e non come gesto riparatore per l’indignazione popolare che il suo cachet aveva scatenato. Può anche essere, infatti lascia ancora più perplessi venire a sapere oggi che, dopo un anno esatto, quei soldi al Meyer non sono mai arrivati. «Chiedete a Benigni!», risponde un po’ stizzita l’addetta stampa del pediatrico fiorentino. «A me non risulta che sia arrivato mai nulla», conferma sereno il direttore generale del centro di eccellenza per la cura delle malattie dei bambini, Tommaso Langiano.


Le parolacce coprono il vuoto di idee

...Se l’ambizione è riunire nel salotto davanti al piccolo schermo (moderna rivisitazione del foyer domestico) tutti quanti in nome di un «sano divertimento familiare», allora lo spettacolo a suon di turpiloquio non va bene. Per niente.....


di Massimiliano Panarari
Tratto da La Stampa del 16 febbraio 2012

Cadono pietre, anzi, volano parolacce sul Festival della canzone italiana.

Mai il linguaggio, infatti, era stato tanto sboccato e sopra le righe, a Sanremo, come nella prima puntata di questa sua 62ª edizione. Nessuna pruderie o eccesso di moralismo, sia chiaro, ma la mera constatazione di un dato di fatto, e cioè che i presentatori di questo appuntamento musicale (e molto altro proprio qui sta il punto...) hanno la scurrilità facile.


MARGHERITA CANNIZZARO SCRIVE

Gentile Signora Caggioni scrivo di getto il mio pensiero...ma Lei ha mai provato a pensare il dolore che un genitore vive al solo sapere che il regalo più bello della sua vita ..suo figlio non potrà mai giocare,dire le parolacce,portare la ragazza a casa,prendersi la prima sbronza e tutta una serie di altre piccole ma bellissime cose che tutti i figli fanno,anche fare disperare i genitoriIo non penso che il problema di avere un figlio disabie sia doversi prendere cura di lui ..ma è il dolore di non poterlo vedere fare tutto ciò che gli altri fanno,il dolore di non capire ciò che veramente vorrebbe,il dolore di non capire quando stà male,cosa gli fà male potrei continuare...ma Lei non capirebbe.Io non ho un figlio disabile,sono una logopedista,ma Lei forse non sà neanche cos'è,e neanche perdo tempo a spiegarglielo!Sul Signor Verga posso solo dire che vorrei abitare vicino a casa sua e ogni tanto stare con Moreno per consentirgli di bere una birra,ma anche più di una..con il suo amico.Su di Lei invece potrei riempire qualche paginetta,ma non sarebbero di suo gradimento...e non ho tempo da perdere...cara Signora Caggioni Le auguro ogni bene.MARGHERITA CANNIZZARO(REGGIO CALABRIA)

RISPONDO
Cara Logopedista (terapista)(non mamma di disabile)
come ho gia'detto ad un altro operatore un conto e' lavorare con un disabile e altro e' vivere il quotidiano.
I nostri figli cara Margherita le danno la possibilita' di vivere e avere alla fine del mese uno stipendio.
Cara Margherita i nostri figli non hanno necessita' della sua pieta'.
Il mio Giovanni e' un bimbo down ,cieco ventesimista e colpito da una grave infiammazione cerebrale fortunatamente superata.
Certo che un genitore rimane spiazzato di fronte ad una nascita un po diversa da quella che ci rappresenta la televisione o e' nell'immaginario di ciascuno di noi.!!!
Allora!!!!!che facciamo!!!!viviamo giorno dopo giorno fra parolacce rabbia e testimoniamo agli altri figli che e' impossibile vivere una vita del genere?
ASSURDO!!!!Viviamo ormai in una societa'che ci trasmette un senso di grandezza,che crede che l'uomo 'ogni uomo abbia diritto a possedere tutto cio' che vuole utilizzando qualsiasi strada.
Il bambino e' diventato un diritto per ogni coppia non piu' dono.
Il batuffolo biondo dagli occhi azzurri deve sempre corrispondere (deve essere il piu' bravo,il piu'veloce,il piu' intelligente,il piu' bello eccc...).e se non corrisponde?iniziano i guai.
Cara Margherita il bambino sano puo' ammalarsi,cadere e rimanere offeso,avere un incidente e improvvisamente passare fra il gruppo dei disabili.(lei certamente conosce il problema questi ragazzi diventano poi suoi clienti)
Qui troviamo nuovamente una nuova corrente di pensiero!!!Amazziamoli!!!non si dice cosi' L'uomo usa paroli piu' fini "aiutiamo Eluana a poter realizzare cio' che desiderava!!!!!e noi che facciamo? ci caschiamo senza pensare che forse questo desiderio e' piu' il nostro che preferiamo non farci domande serie sulla vita.
Ma ti rendi conto Margherita di quanto danno in piu' possa fare vivere la disabilita' del proprio figlio con rabbia!!!!!OK non posso vedere il mio Giovanni fare o svolgere le stesse attivita' dei suoi coetanei ma lo posso vedere felice sereno perche' oltre che voluto bene si sente amato per quello che e' non per quello che fa.accolto stimato .Siamo ancora alla lega del filo d'oro terminano oggi le tre settimane abbiamo letto il libro .
Tutte le mamme hanno detto "possiamo comprendere,molte di quelle emozioni sono comuni ma 1 )lo poteva scrivere solo un papa'2)come avra' reagito la mamma di Moreno?

giovedì 16 febbraio 2012

Don Giussani e l’accento umano di Cristo

A sette anni dalla morte, il carisma del fondatore di Cl rimane irriducibile a qualsiasi concettualizzazione. E continua a comunicarsi attraverso una “storia” di persone segnate da «un momento di verità raggiunta e detta». Il ricordo di un suo discepolo, don Francesco Ventorino. Pubblichiamo l'articolo che appare sul numero 07/2012 di Tempi in edicola da giovedì 16 febbraio.
Di Francesco Ventorino

In queste pagine don Francesco Ventorino presenta il suo libro Luigi Giussani, la testimonianza di un rapporto di amicizia vissuto per quarantacinque anni con il fondatore di Comunione e Liberazione, scomparso il 22 febbraio del 2005. Ventorino, già ordinario di Storia e Filosofia nei licei, è docente emerito di Ontologia e di Etica presso lo Studio teologico San Paolo di Catania. Intorno
a lui, proprio a Catania, è nata la comunità siciliana di Cl, una delle prime realtà del movimento fuori Milano.

Questo libro, Luigi Giussani. La virtù dell’amicizia, che ha voluto essere come un rendimento di grazie a don Giussani, è la testimonianza di un amico, è il racconto di una storia, è la riflessione embrionale su una metodologia apologetica del cristianesimo, fondata su una concezione unitaria dell’uomo, dove fede e ragione sono amiche, anzi la prima è il compimento gratuito della dinamica dell’altra, dove soprannaturale e naturale si uniscono nell’unica destinazione dell’uomo storico, che è la visione di Dio. Ma soprattutto sulla convinzione che il cristianesimo non ha bisogno di altre ragioni o argomenti, per giustificare l’adesione ragionevole e libera dell’uomo, che se stesso. Infatti è nell’incontro cristiano che si palesa in modo immediato la sua corrispondenza a tutte le esigenze umane e si impone per la sua bellezza, cioè per lo splendore della sua verità. È per questo che – secondo don Giussani – all’origine della fede non ci sta un ragionamento, ma la grazia dell’avvenimento di un incontro.

Nel 2001, cioè pochi anni prima della sua morte, don Giussani avrebbe sintetizzato così il suo pensiero circa l’inizio della fede: «Non è il ragionamento astratto che fa crescere, che allarga la mente, ma il trovare nell’umanità un momento di verità raggiunta e detta. È la grande inversione di metodo che segna il passaggio dal senso religioso alla fede: non è più un ricercare pieno di incognite, ma la sorpresa di un fatto accaduto nella storia» (prefazione a All’origine della pretesa cristiana, Rizzoli, p. VI). Ecco perché il carisma di don Giussani è ultimamente irriducibile a qualsiasi concettualizzazione metodologica o teologica, perché esso consisteva nell’offrire nella sua umanità «un momento di verità raggiunta e detta», cioè nel rendere presente ed evidente nella propria umanità tutta la bellezza e la convenienza dell’essere cristiani.


Nel mio libro si narra la storia di un rapporto con lui nel quale fin dal primo momento c’è stata da un canto da parte mia la tentazione di “oggettivare” il suo metodo per gestirmelo poi “in proprio” e nello stesso tempo l’evidenza che questo metodo io l’avrei imparato soltanto dentro una sequela perenne nei confronti della sua persona. «Non un criterio da apprendere – avrei detto in seguito, riscuotendo tutta la sua approvazione – ma uno sguardo che non si finisce mai di imparare». È per questo che il mio rapporto con don Giussani è stato sempre caratterizzato da una drammatica tensione, di “resistenza e resa” che si sono alternate fino alla fine, fino alla resa finale.

Da questa “natura personale” del metodo cristiano, che lui era e che lui proponeva, deriva che esso non può essere tramandato se non attraverso la testimonianza di coloro che hanno vissuto con lui e che in qualche modo da questa familiarità sono stati segnati e recano nella loro carne i segni di una figliolanza che consiste nel portare in se stessi la stessa forza persuasiva del cristianesimo che era propria della sua umanità.

Il carisma – ripeteva spesso don Giussani – costituisce il nostro volto, il volto cristiano di ciascuno di noi, l’accento umano che ha preso il cristianesimo in ciascuno di noi e che in qualche modo costituisce la nostra personalità. Al carisma si possono applicare per analogia le parole di Hans Hermann Groër, che don Giussani ha fatto proprie: «Non esiste il cristianesimo, esistono solo persone che hanno incontrato Cristo» (L’attrattiva Gesù, Rizzoli, p. 8).

In questo senso il carisma è una “storia”, fatta da uomini che hanno affrontato la vita sociale ed ecclesiale con un gusto, un accento cristiano, che li ha resi originali protagonisti del loro tempo. La memoria di questa storia – lungi dall’essere un rifugio nostalgico nel passato – è condizione essenziale perché essa si ripeta originalmente nel presente e la fedeltà al carisma non si riduca, a lungo andare, ad un noioso citazionismo dei testi di Giussani o a una stucchevole analisi introspettiva, che ci si ostina a chiamare “esperienza”.

C’è un’ultima osservazione da fare. Concepito così il carisma ecclesiale, esso risiede in pienezza soltanto nel suo principio o nel suo fondatore. In tutti gli altri si riverbera secondo un’analogia che è misura di maggiore o minore partecipazione, come nelle diverse sfaccettature di un prisma. Esso pertanto si ritrova nella sua compiutezza soltanto in una comunione. Don Giussani diceva che lui aveva fatto il movimento con tutti quelli che Dio gli aveva fatto incontrare, nessuno escluso, anche se avvertiva che qualcuno di essi gli era stato messo come un bastone fra le ruote. Ma, riaffermava con convinzione, un movimento che escludesse uno solo di questi non sarebbe intero e perciò vero. Quante volte ho lottato con lui perché prudentemente ne escludesse qualcuno. Non c’è stato nulla da fare!

Non c’è comunione cristiana senza autorità, pertanto non ci sarà unità del movimento se non attorno a colui che di volta in volta sarà chiamato a succedere a don Giussani alla sua guida. Oggi costui, eletto secondo lo Statuto voluto dalla Chiesa, è don Julián Carrón. Ma la fraternità con le sue esigenze comunionali – come diceva don Giussani – deve essere la forma di ogni responsabilità all’interno del movimento, la «vera cellula creativa di tutto il movimento, a tutti i suoi livelli». Solo in questa unità di autorità e comunionalità sarà custodita la verità del carisma e sarà esaltata la forma che esso ha preso in ciascuno di noi e della quale ciascuno è personalmente responsabile.

VACANZINA CON GLI AMICI

Cari amici,
siamo in grado di comunicarvi al data precisa delle vacanzine degli "Amici di Giovanni".
Come di consueto si terranno presso l’hotel San Simone, località
Valleve, in Val Brembana. E’ un appuntamento privilegiato per trascorrere un po’ di
tempo insieme e, oltre a divertirsi sulla neve, confrontarsi sulla vita.
Il periodo è dal 22 al 25 MARZO, dalla cena del GIOVEDI’ 22, al pranzo
di DOMENICA 25.
Vi comunico i prezzi che ci pratica l’albergatore
Sono prezzi molto buoni che pratica con il nostro gruppo
- 3 notti: 130 Euro a persona
- 2 notti: 100 Euro a persona
- 1 notte: 60 Euro a persona


Visto che sono prezzi praticati ai gruppi, il prezzo si riferisce al
trattamento in pensione completa per la singola persona, con esclusione dei
bambini fino a 3 anni, che NON pagano.
Inoltre questi prezzi sono relativi a un gruppo di almeno 50 persone,
quindi iscrivetevi numerosi.

disponiamo di un fondo cassa per le necessità, quindi è
possibile chiedere qualche sconto. Fate pervenire eventuali necessità

mercoledì 15 febbraio 2012

martedì 7 febbraio 2012

Il mio Principe


Codovilli Gina

Soffrire, crescere, sorridere con un figlio autistico



A Riccione, la perla verde dell’Adriatico, si snoda la vicenda toccante e drammatica riportata dall’autrice.
È la madre stessa a raccontare, quasi in presa diretta, ventidue anni di vita insieme al figlio Andrea, affetto da autismo.
Idroterapia, musicoterapia, logopedia, psicoterapia, ippoterapia, delfinoterapia: sono altrettante stazioni di una sorta di via crucis che la donna percorre con lo scopo di risvegliare il figlio dal «fatale incantesimo» che lo tiene rinchiuso in un mondo tutto suo. Ma non è soltanto la narrazione intima di un dolore.
Nello scenario spensierato della riviera romagnola la storia privata e familiare diventa l’emblema di un percorso umano universale. Il lettore non avrà difficoltà a ritrovarsi nelle stesse obiezioni, a sentire come propri i momenti di scoramento o di esaltazione della protagonista. In una parola, a riconoscere il valore di una testimonianza, caratteristica genuina del libro.
Lungo il suo cammino, Gina Codovilli riscoprirà la fede cristiana e, con essa, il senso di un compito misterioso assegnato da «Chi dirige le vite di noi tutti». La presenza di Andrea, da fardello e fonte di imbarazzo, si trasformerà in occasione di cambiamento radicale. Di più: sarà l’irruzione di una misericordia inaspettata, tanto da farle scrivere: «La tenerezza di Dio si rivela quando il mio bambino mi accarezza il lobo dell’orecchio».

Presentazione di S.E. Mons. Francesco Lambiasi, vescovo di Rimini
Postfazione di Filippo Muratori, professore di Neuropsichiatria infantile all’Università di Pisa - IRCCS Stella Maris

«Andrea sembra sordo: non si gira se lo chiamo, se faccio tintinnare un sonaglio, se invento ogni genere di suoni e rumori. Lui se ne frega di tutte le strategie che metto in atto per richiamare la sua attenzione e continua imperterrito a sfarfallare la sua mano davanti al viso. Il suo mondo arriva lì, alla sua mano: oltre non c’è nulla.»

Maltempo? Un grande valore pedagogico


......Il maltempo, contro il quale ben poco possiamo fare, ha il suo valore pedagogico: ci ricorda chi siamo, collocandoci gentilmente, ma invincibilmente, al nostro posto di creature. Ci obbliga a rallentare i ritmi (disumani) che spesso abbiamo e ci dona un po’ di silenzio, merce preziosissima, ma poco valutata nell’epoca contemporanea. Il maltempo educa, necessariamente, ad obbedire alla realtà.

E se, camminando nella neve, ci è parso di incrociare più facilmente lo sguardo ed il sorriso degli altri, affaticati ed impacciati come noi, non stupiamocene: si chiama umanità..............



Una riflessione sul disagio creato dall'ondata di freddo e neve
di Salvatore Vitiello*
Tratto dal sito ZENIT, Agenzia di notizie il 4 febbraio 2012

Le condizioni di maltempo su tutta l’Italia e sull’intera Europa, con temperature siberiane ed importanti nevicate, hanno certamente determinato un profondo disagio per tutti, impedendo gli spostamenti e, talvolta, perfino di assolvere ai “normali” doveri lavorativi, stravolgendo l’ordinario svolgimento delle giornate.

CIAO BRUNELLA


CIAO BELLISSIMA SILVIA
Noi siamo a Santo Stefano frazione di Osimo
immaginatevi voi in che casino di neve e tormente ci troviamo!!!!
Speravo di potervi venire a trovare ma non ci e' nemmeno possibile raggiungere
Osimo!!!!!!

MA HANNO O NON HANNO ABILITA'

Simone Capuzza organizza
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......Centro di documentazione arti visive e la Cooperativa sociale “Arcobaleno”, offre al visitatore una nuova chiave di lettura: partire dalle opere per conoscere ed incontrare i loro autori. Presentare e valorizzare la creatività degli artisti, mostrandone le emozioni e la ricchezza, per arrivare a scoprire solo in un secondo momento che sono persone disabili. Troppo spesso, infatti, si focalizza l’attenzione sulla disabilità dell’autore piuttosto che sul valore artistico dell’opera prodotta......

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Simone Capuzza SCRIVE

Salute (ironia).
Sono un Animatore di Comunità presso un Centro per Disabili di Grosseto e cara sig.ra Tiziana dico
"disabili" non "diversamente" abili,
perchè è decisamente meno ipocrita.
Il suo è un commento da ipocrita.
Esprimo tutta la mia solidarietà verso Massimiliano Verga, Uomo saggio e degno di rispetto.

RISPOSTA

Caro Simone
il fatto di lavorare presso un centro di disabili non ti permette di crederti"l'arrivato"
Il tuo e' un lavoro che spero che tu svolga con serieta'
Non so a quale risposta tu ti stia attaccando ma non ho mai pensato che esista un mondo dei disabili e una poossibile targa che li etichetti tutti.
Ci sono tante persone con problematiche tutte differenti.lo stesso Verga dice che spesso incontrando altri ragazzini con altri problemi torna a casa pensando che gli sta bene Moreno.
Chiaro e' il padre e nonostante le grandi traversie ama suo figlio.
Cerchiamo di non giocare con le parole e tu ringrazia il cielo della presenza dei nostri figli perche' saresti forse ancora in giro a cercar lavoro.
Mi trovo alla lega del filo d'oro circondata da molti ragazzi e ragazze con grandi difficolta' siamo immersi nella neve e bloccati in casa abbiamo il tempo di leggere mentre i nostri ragazzi fanno un lavoro di tre settimane con
gli specialisti.
Il libro di Verga l'ho messo nel salotto e lo stanno leggendo le altre mamme.
Non so se tu lo abbia letto o dal tuo piedestallo mandi commenti generici e lodi l'autore senza conoscere cio' che ha scritto.
Da nessuna parte del mio blog leggi che cio' che ha scritto e' condannabile anche perche' e' giusto rispettare l'opinione di tutti soprattutto di chi si gioca tutto il quotidiano tutta la vita con il proprio figlio.
Forse tu sei l'unico terapista che lavori per la gloria e rinunceresti immediatamente a proposte di lavoro piu' retribuite per stare accanto ai nostri figli?se si mandami la foto che la pubblico!!!!!!Noi genitori di ragazzi differenti dalla norma speriamo solo di incontrare tecnici che almeno svolgano con serieta' il loro lavoro.
Per mandare i nostri figli in centri residenziali dobbiamo essere proprio arrivati allo stremo delle nostre forze!!!!
Ti rendi conto di cosa succede in molti istituti !!!!!! Verga chiede scusa al figlio perche' non ha intrapreso la lotta per inserirlo in una scuola normale.!!!!Non so se condividi quindi tutto cio' che scrive l'autore.
Basta!!!!!! pensare che chi racconta esperienze diverse(da cio' che racconta l'autore) con il proprio figlio sia solo gente di sacresia o perbenisti.
Ritengo rispettabili tutte le fatiche dei genitori. assurdi invece i commenti fatti da chi crede di conoscere questo mondo solo perche' ha frequentato qualche anno di scuola riempiendosi di tante teorie e spesso incapaci di guardare ed accogliere la persona che gli si presenta.Fortunatamente i nostri figli come Moreno riconoscono al volo le persone di cui non fidarsi!!!!!!


lunedì 6 febbraio 2012

EUTANASIA

Le gemelle Kessler, le famose ballerine della tv spensierata degli anni Sessanta, nel numero di Chi in edicola questa settimana, raccontano di un patto tra loro, "un patto d'amore", che consisterebbe nello “staccare le macchine” qualora una delle due si trovasse a cadere in stato vegetativo. «Se una di noi si ridurrà allo stato vegetativo, l'altra l'aiuterà a uscire di scena». Ma L'amore fraterno e familiare, quello di sangue che non si riesce mai a dimenticare, a detta del primario del centro Don Orione di Bergamo, Giovanbattista Guizzetti, è un altro.


domenica 5 febbraio 2012