martedì 1 gennaio 2013

TE DEUM



È paradossale ma giunti alla fine di quest’anno la parola che più mi impressiona è “inizio”. Leggendo il prezioso libretto di Guardini intitolato L’inizio imparai, molti anni fa, che l’unico angolo di visuale con cui si può guardare il passato è l’insegnamento che da esso si può trarre nel presente per costruire il futuro. La fine di un anno, quindi, non può avere anzitutto il carattere di un bilancio ma è piuttosto l’occasione per trarre stimoli dalle circostanze favorevoli o sfavorevoli, dai rapporti facili o difficili, in vista di quell’attitudine che dice della grandezza dell’uomo: la disposizione a cambiare o, meglio, a lasciarsi cambiare.






Per questo io non riesco a pensare ad un Te Deum se non a partire dalla nascita nella carne del Dio che si è fatto Bambino. La parola inizio si lega costitutivamente alla parola nascita: non a caso noi festeggiamo la nascita del Dio che si fa Bambino guardandola oggi non come fenomeno del passato ma come l’inizio di un’avventura, il cui sbocco è quello della Passione, Morte, gloriosa Resurrezione di Gesù, capace di dare direzione e senso alla storia.
Con la nascita del Redentore diventa possibile un nuovo inizio, diventa possibile la rinascita personale e perciò comunitaria.
Tutto ciò è molto pertinente alla situazione che stiamo vivendo, sia nella Chiesa che nella realtà sociale mondiale, europea e in modo particolare nel nostro Paese, chiamato ad affrontare nei mesi a venire passaggi molto delicati.
Non posso ignorare la necessità che talune obiettive storture che abbiamo visto anche quest’anno nei vari ambiti dell’umana attività – l’economia, la finanza, la politica, la cultura, solo per citarne alcuni – vadano corrette.
Ma qual è la condizione per correggerle? Anzitutto sono io che devo cambiare – come diceva un celebre gospel che cantavo da ragazzo – e in secondo luogo devo cambiare adesso, perché se non cambio ora e ricaccio il cambiamento nel futuro, questo cambiamento non avverrà mai.
Cosa vuol dire in concreto? Significa che il rapporto con il Signore deve diventare il movente dell’agire, la sostanza della mia fede: la riforma della Chiesa – ha detto Benedetto XVI – o sarà riforma della fede o non sarà. Anche come cittadino devo decidermi ad assumere in prima persona le virtù civiche necessarie alla costruzione di una società veramente capace di amicizia civica.
Io credo che nella tradizione del nostro popolo, popolo di battezzati, fare riferimento alle virtù teologali – fede, speranza e carità – e anche a quelle cardinali – prudenza, giustizia, fortezza, temperanza – dica tutta la gamma di atteggiamenti stabili necessari al benessere della persona, condizioni fondamentali per il rinnovamento sociale a cui tutti aspiriamo.
Come aiutarci a fare questo passo? Rinsaldando i legami che sentiamo convincenti per noi. In secondo luogo guardando agli ambiti vitali nella nostra realtà milanese e non, sia in campo ecclesiale che in campo civile in cui uomini e donne già vivono così e si prodigano per gli altri. Occorre educarci costantemente all’amore che libera attraverso una pratica del binomio carità-giustizia, e favorire un confronto libero e liberante tra visioni diverse della realtà, senza pregiudizi, più capaci di ascolto, valorizzando quel grande bene pratico di carattere politico che è l’essere insieme, evitando ogni partigianeria, comunicando e proponendo, nella libertà, tutto ciò che riteniamo essenziale, buono e decisivo per vivere adeguatamente ciò che ci attende.
Il mio augurio per l’anno che viene, quindi, è che la parola inizio si coniughi alla parola nascita, affinché ne scaturisca un io consistente, cioè un io-in-relazione.


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