venerdì 24 maggio 2013

La parabola di Papa Francesco scuote le coscienze dei vescovi

.....Il testo di Bergoglio trae forza dai fondamenti del magistero ecclesiale basato sulla domanda di Gesù a Pietro: «Mi ami tu?; Mi sei amico?», ha detto il Papa richiamando il Vangelo di Giovanni. «La domanda è rivolta a ciascuno di noi: se evitiamo di rispondere in maniera troppo affrettata e superficiale, essa ci spinge a guardarci dentro, a rientrare in noi stessi»......


La mancata vigilanza rende tiepido il pastore; lo fa distratto, dimentico e persino insofferente; lo seduce con la prospettiva della carriera, la lusinga del denaro e i compromessi con lo spirito del mondo; lo impigrisce, trasformandolo in un funzionario, un chierico di Stato preoccupato più di sé, dell'organizzazione e delle strutture, che del vero bene del popolo di Dio».




Sono parole dure quelle pronunciate ieri da Sua Santità Papa Francesco nel primo incontro ufficiale con i vescovi italiani. Parole che suonano come un ammonimento, come una lezione, quasi una strigliata, sul compito dei pastori della Chiesa italiana, riuniti nella 65ª Assemblea generale della Cei. L'occasione era data dalla «solenne professione di fede dell'episcopato» che si celebrava nella basilica vaticana «sul luogo che custodisce non solo la tomba di Pietro, ma la memoria viva della sua testimonianza di fede... del suo donarsi fino al martirio per il vangelo e per la Chiesa».
È una «meditazione» di appena un paio di paginette, quella del Santo Padre. Ma particolarmente densa. E come tutte le meditazioni richiederà di esser letta e riletta per essere davvero assimilata. I presuli italiani lo faranno certamente. Il testo di Bergoglio trae forza dai fondamenti del magistero ecclesiale basato sulla domanda di Gesù a Pietro: «Mi ami tu?; Mi sei amico?», ha detto il Papa richiamando il Vangelo di Giovanni. «La domanda è rivolta a ciascuno di noi: se evitiamo di rispondere in maniera troppo affrettata e superficiale, essa ci spinge a guardarci dentro, a rientrare in noi stessi».
Nella riflessione del Pontefice non compaiono accenni ai «valori non negoziabili» né riferimenti alla situazione politica e sociale italiana. L'esclusiva insistenza sui fondamenti della chiamata al ministero pastorale - la catechesi, l'evangelizzazione anche dei non credenti - è suonata come un'implicita correzione di alcune recenti gestioni troppo immerse nelle cose della vita politica italiana.
Solo all'inizio della celebrazione Bergoglio aveva detto improvvisando che «il dialogo con le istituzioni politiche, sociali e culturali italiane compete ai vescovi». Una sottolineatura che potrebbe esser letta come un ridimensionamento del ruolo della Segreteria di Stato. «Andate avanti in questo difficile compito che compete a voi», aveva insistito esortandoli anche a «ridurre un po' il numero delle diocesi». Ma poi, durante la meditazione vera e propria, si è concentrato sulla missione pastorale sottolineando che si fonda sulla «intimità con il Signore; vivere di Lui è la misura del nostro servizio ecclesiale». «Non siamo espressione di una struttura o di una necessità organizzativa», ha scandito ribadendo un avvertimento ricorrente in questi primi mesi del pontificato. Senza questa vigilanza si corre il rischio «come per l'apostolo Pietro, di rinnegare il Signore, anche se formalmente ci si presenta e si parla in suo nome; si offusca la santità della madre Chiesa gerarchica, rendendola meno feconda».
Qualche tempo fa, parlando del ruolo dei sacerdoti, Bergoglio aveva detto che bisogna essere pastori «con l'odore delle pecore». E anche ieri, rivolto ai vescovi, li ha esortati «a camminare in mezzo e dietro al gregge». Questo «per rendere riconoscibile la nostra voce sia da quanti hanno abbracciato la fede, sia da coloro che ancora “non sono di questo ovile” (Gv 10,16)». Perché la casa del Signore «non conosce esclusione di persone o di popoli», ha sottolineato esplicitando il suo cristianesimo includente. Anzi, ha proseguito, «dalla condivisione con gli umili la nostra fede esce sempre rafforzata: mettiamo da parte, quindi, ogni forma di supponenza, per chinarci su quanti il Signore ha affidato alla nostra sollecitudine».
Come si vede due paginette dense di spiritualità e fitte di indicazioni anche piuttosto concrete. Dalle stanze vaticane filtra che il testo originale stava per essere «contestualizzato» in una stesura più italiana. Salvo poi rimanere nella versione originale. Vero o no che sia, dopo questi primi mesi del pontificato si ha la sensazione che Bergoglio e parte delle gerarchie viaggino a due velocità. E che la testimonianza del vescovo di Roma non abbia ancora contagiato le altre diocesi.
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