giovedì 10 marzo 2011

LA RINNOVATA BANALITA' DEL MALE

....Il peccato originale è sostituito dal malessere, dalla malvagità dell’orco delle favole e intanto Yara è una martire del terzo millennio, si è aggrappata all’erba del creato per invocare aiuto, muore nell’unico gesto davvero eroico: salvare la vita come dono.....


....il male non risiede tanto nella cattiveria o nella mostruosità di alcuni carnefici, ma nell’assenza di pensiero in uomini del tutto normali, a tal punto da essere definiti ordinari, “banali”: il male è compiuto per conto del despota di turno, un male senza dolore, senza conseguenze etiche. La Arendt smaschera questo atteggiamento disumano secondo il quale si era inseriti in un’organizzazione infernale che evitava agli esecutori il dramma del pensare...


...Ma cosa riusciamo a balbettare oggi del bene…e del male? Tristemente poca cosa. Il frutto dell’analisi puramente psicologica delle emozioni, senza un riverbero del bene, è in questi giorni Omar che in procinto di lasciare il carcere afferma di volersi rifare una vita perché ha avuto i tempi necessari per “rielaborare il lutto”: un ragazzo che usa il linguaggio alla moda per ergersi a nuovo maestro del pensiero nichilista!.....

di Loretta Bravi
Tratto dal sito Cultura Cattolica.it il 6 marzo 2011

Riferendosi al processo Eichmann, criminale nazista che aveva mandato a morte centinaia di migliaia di ebrei, nell’anno 1963 la filosofa H. Arendt definisce la “banalità del male” come l’agire per “obbedienza ai comandi” senza mai chiedersi il perché dei crimini compiuti.

Ascoltando Eichmann Ella si convince che il male non risiede tanto nella cattiveria o nella mostruosità di alcuni carnefici, ma nell’assenza di pensiero in uomini del tutto normali, a tal punto da essere definiti ordinari, “banali”: il male è compiuto per conto del despota di turno, un male senza dolore, senza conseguenze etiche. La Arendt smaschera questo atteggiamento disumano secondo il quale si era inseriti in un’organizzazione infernale che evitava agli esecutori il dramma del pensare.

Che cosa resta oggi di questa provocazione? Ci sembra moltissimo. Nel nostro quotidiano il male è trattato “banalmente”: giornali e televisioni manifestano tale svilimento e non si possono tacere gli esiti più deleteri. L’intellighenzia dei criminologi è giunta a dire che il silenzio e la compostezza dei genitori di Yara sono stati perdenti perché non hanno favorito le indagini; una tra le psicoterapeute più in voga ha affermato che l’orco si è trasferito dalle favole alla realtà, quasi a dirci che il problema maggiore del terzo millennio sarebbe quello di rimuovere l’immaginario in quanto pericoloso per la nostra realtà, perdendo così quella dimensione dell’infanzia che ha permesso la bellezza della “poetica del fanciullino” di Pascoli o le migliori storie che hanno segnato la nostra crescita. Per non parlare poi del supporto tecno-scientifico: unità cinofile della polizia, indagini dei R. I. S., una macchina che da anni svolge un lavoro meticoloso di analisi dei particolari, ma che è reputata la verità assoluta e che purtroppo ha sperimentato la propria impotenza nel ravvisare i responsabili di molti delitti (Garlasco…). Pseudo-verità che necessitano di essere smontate, menzogne che sotto forma di bombardamento mediatico creano la paura e l’individualismo più bieco, rimpinguando quell’analfabetismo emotivo di cui sono vittime le nuove generazioni, incapaci di un giudizio e di una speranza. Come ha affermato il nostro Pastore in una recente intervista televisiva “l’indignazione non è l’undicesimo comandamento”, come dire che non può essere né l’approdo né la roccia su cui poggiare il proprio dolore. Sant’Agostino definiva il male la drammatica “mancanza” di bene, non un assoluto che sta sullo stesso piatto della bilancia.

Ma cosa riusciamo a balbettare oggi del bene…e del male? Tristemente poca cosa. Il frutto dell’analisi puramente psicologica delle emozioni, senza un riverbero del bene, è in questi giorni Omar che in procinto di lasciare il carcere afferma di volersi rifare una vita perché ha avuto i tempi necessari per “rielaborare il lutto”: un ragazzo che usa il linguaggio alla moda per ergersi a nuovo maestro del pensiero nichilista! Non una parola, non un accenno, non un silenzio sul gesto compiuto insieme alla fidanzata Erika. Giovanni Paolo II ha affermato “che l’altra persona è una responsabilità immensa ma ne può comprendere l’importanza solo colui che possiede la piena coscienza del valore della persona” (Amore e responsabilità): questa è la non-banalità del male, il punto di lavoro, oggi il punto di maggior fragilità e dolore. Senza questo sguardo continuiamo ad inculcare nelle giovani generazioni un dualismo mortale: da un lato ci sarebbe l’uomo buono, autosufficiente, capace, onesto, magari cristiano senza macchia e dall’altro lato il cattivo, il pazzo, l’uomo descritto in termini di follia e di istinto brutale. Non ci chiediamo più chi sia l’uomo mediano “infinitamente grande, infinitamente misero”(Pascal), l’uomo reale, bisognoso di bene, di cura da parte dell’altro uomo, di relazioni famigliari e amicali dentro le quali crescere, bisognoso di Dio. In questo dualismo schizofrenico piangiamo i nostri morti, le vittime del nulla che ci sovrasta, odiamo quegli uomini ai quali, senza Dio, “tutto è permesso” (Dostoevskij).

Il peccato originale è sostituito dal malessere, dalla malvagità dell’orco delle favole e intanto Yara è una martire del terzo millennio, si è aggrappata all’erba del creato per invocare aiuto, muore nell’unico gesto davvero eroico: salvare la vita come dono. Con questa dignità chi l’ha amata ed educata ha cercato di sottrarla allo scempio, ha cercato di non sbatterla in prima pagina ma di proteggerla come creatura “unica e irripetibile” risparmiandoci inutili crudezze, gossip sulla tragedia, creando uno spazio di silenzio che non può essere un vuoto, ma una domanda che muove l’intelligenza e il cuore ad uscire dal fango per riaggrapparsi al senso della vita e alle vie più autentiche del suo compimento



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