mercoledì 19 ottobre 2011

L’esperienza della famiglia Una bellezza da riconquistare di Julián Carrón

....Proprio ora – e con le dovute differenze −, a proposito della famiglia, possiamo domandarci ciò che lo stesso Benedetto XVI si è chiesto a riguardo di Dio nel suo recente viaggio in Germania: «L’uomo ha bisogno di Dio, oppure le cose vanno abbastanza bene anche senza di Lui?». La nostra domanda può essere, dunque, formulata così: l’uomo ha bisogno della famiglia, oppure le cose vanno abbastanza bene
anche senza di essa?....



Incontro a conclusione del Family Happening 2011 di Verona

Fiera di Verona, 5 ottobre 2011

Buonasera a tutti. Ringrazio di cuore chi si è prodigato per la realizzazione di questo incontro, innanzitutto i presidenti Carlo Fratta Pasini, Paolo Bedoni e Paolo Biasi. Sono grato a monsignor Grandis per le parole di saluto che mi ha rivolto a nome del vescovo di Verona monsignor Giuseppe Zenti. Un grazie sincero
anche al presidente della Fiera di Verona, Ettore Riello, e alla presidente del Family Happening, Dora Stopazzolo.

Dopo anni in cui è stata messa sotto attacco a tutti livelli, la famiglia torna alla ribalta in questo momento di crisi. E forse è proprio la situazione attuale che ci costringe a renderci conto del suo valore, dopo che i tempi dell’abbondanza economica ci avevano fatto dimenticare quanto essa fosse decisiva per la vita di un popolo.



Lo sfaldarsi dei legami familiari ha reso tante persone più sole nell’affrontare la crisi. Ovviamente, chi subisce di più questa situazione sono, come al solito, quelli più bisognosi, che oggi sono più soli che mai, anche per le nuove povertà connesse alle crisi matrimoniali.
La felice idea di questo nostro incontro sulla famiglia può iscriversi in quel percorso di preparazione a cui il Santo Padre Benedetto XVI ha invitato la Chiesa in vista del VII Incontro Mondiale delle Famiglie,che si svolgerà a Milano nel maggio del 2012: «L’evento, per riuscire davvero fruttuoso, non dovrebbe però rimanere isolato, ma collocarsi entro un adeguato percorso di preparazione ecclesiale e culturale».
Proprio ora – e con le dovute differenze −, a proposito della famiglia, possiamo domandarci ciò che lo stesso Benedetto XVI si è chiesto a riguardo di Dio nel suo recente viaggio in Germania: «L’uomo ha bisogno di Dio, oppure le cose vanno abbastanza bene anche senza di Lui?». La nostra domanda può essere, dunque, formulata così: l’uomo ha bisogno della famiglia, oppure le cose vanno abbastanza bene
anche senza di essa?
Mi pare che la risposta che il Papa ha dato alla domanda su Dio possa essere illuminante anche per
rispondere a quella analoga sulla famiglia: «Quando, in una prima fase dell’assenza di Dio, la sua luce
continua ancora a mandare i suoi riflessi e tiene insieme l’ordine dell’esistenza umana, si ha l’impressione
che le cose funzionino abbastanza bene anche senza Dio. Ma quanto più il mondo si allontana da Dio, tanto
più diventa chiaro che l’uomo, nell’hybris del potere, nel vuoto del cuore e nella brama di soddisfazione e
di felicità, “perde” sempre di più la vita». Qualcosa di simile accade quando si spegne il termosifone: il
calore accumulato mantiene ancora calda la stanza per un po’ di tempo, nell’illusione che si possa
risparmiare il costo dell’energia. Ma presto il freddo ci fa uscire dall’inganno. In un certo qual modo,
possiamo dire la stessa cosa della famiglia: quando è andata in pezzi, tanti hanno potuto pensare che fosse
una liberazione. Ben presto, però, tutti ci siamo ritrovati soltanto più indifesi, perché più soli, davanti alla
hybris del potere.
Proprio per questo il presidente Carlo Fratta Pasini, in una recente intervista, ha invitato a tornare a
guardare la famiglia come «la speranza del nostro Paese» per rispondere alla crisi in cui ci troviamo
immersi, e questo «non solo per la propensione al risparmio o perché costituisce la base di tante piccole
imprese, quanto perché la vita comune e soprattutto quella politica hanno la necessità di riscoprire i valori
propri della dimensione familiare».
Si tratta di una sfida tutt’altro che semplice da affrontare, in un contesto come quello attuale, come ha
messo in evidenza ancora Benedetto XVI con una lucidità disarmante, parlando ai fidanzati ad Ancona: «Il
nostro è un tempo non facile, soprattutto per voi giovani. (...) Soprattutto la difficoltà di trovare un lavoro
stabile stende un velo di incertezza sull’avvenire. Questa condizione contribuisce a rimandare l’assunzione
di decisioni definitive, e incide in modo negativo sulla crescita della società, che non riesce a valorizzare
appieno la ricchezza di energie, di competenze e di creatività della vostra generazione. (…) Nel
disorientamento, ciascuno è spinto a muoversi in maniera individuale e autonoma, spesso nel solo
perimetro del presente. La frammentazione del tessuto comunitario si riflette in un relativismo che intacca i
valori essenziali; la consonanza di sensazioni, di stati d’animo e di emozioni sembra più importante della
condivisione di un progetto di vita. Anche le scelte di fondo allora diventano fragili, esposte ad una
perenne revocabilità, che spesso viene ritenuta espressione di libertà, mentre ne segnala piuttosto la
carenza».
Questa descrizione dell’incidenza sulla famiglia del contesto economico e sociale ci rende ancora più
consapevoli che la situazione attuale non sarà in grado di rigenerare da se stessa la famiglia, fino al punto
da farla tornare a essere il perno su cui poggiare per una risposta adeguata all’urgenza in cui ci siamo
venuti a trovare. La ragione la conosciamo tutti: è la natura stessa della famiglia a essere in crisi e l’attuale
situazione non fa altro che aggravarla. Perciò, è soltanto affrontando il problema alla radice che possiamo
sperare di avere qualche chance di riuscita. Perché bisogna pur riprendere.
Un nuovo inizio
Tutti siamo testimoni del processo di deterioramento che la famiglia ha sofferto negli ultimi decenni.
Malgrado la stragrande maggioranza delle leggi sulla famiglia e sul matrimonio fossero debitrici a una
concezione derivata dal cristianesimo, niente ha impedito il dilagare di una mentalità totalmente opposta.
Come è potuto accadere? Come è possibile che la chiarezza raggiunta nei secoli sulla natura del matrimonio
si sia oscurata in un modo così generale e in un così breve spazio di tempo? Cercare di comprendere la
situazione attuale mi sembra particolarmente decisivo per poter rispondere alle sfide davanti alle quali ci
troviamo.
Nella enciclica Spe salvi, Benedetto XVI ha offerto una chiave per capire quello che sta succedendo,
quando afferma che «un progresso addizionabile è possibile solo in campo materiale. Qui, nella
conoscenza crescente delle strutture della materia e in corrispondenza alle invenzioni sempre più avanzate,
si dà chiaramente una continuità del progresso verso una padronanza sempre più grande della natura.
Nell’ambito invece della consapevolezza etica e della decisione morale non c’è una simile possibilità di
addizione per il semplice motivo che la libertà dell’uomo è sempre nuova e deve sempre nuovamente
prendere le sue decisioni. Non sono mai semplicemente già prese per noi da altri – in tal caso, infatti, non
saremmo più liberi. La libertà presuppone che nelle decisioni fondamentali ogni uomo, ogni generazione
sia un nuovo inizio».
Nuovo inizio. Sarà difficile trovare una espressione più adeguata per descrivere il presente. Se ogni
momento è un nuovo inizio proprio perché c’è di mezzo la libertà, il nostro è propriamente un nuovo inizio
perché quello che era trasmesso pacificamente da una generazione a un’altra non c’è più. È un nuovo inizio
perché non si può dare per scontato niente di quello che fino a non poco tempo fa era ritenuto chiaro per
tutti. Occorre ricominciare da capo.
A ben guardare la nostra situazione non è molto diversa di quella dell’inizio. Basta ricordare la reazione
dei discepoli la prima volta che sentirono Gesù parlare del matrimonio. «Allora gli si avvicinarono alcuni
farisei per metterlo alla prova e gli chiesero: “È lecito ad un uomo ripudiare la propria moglie per qualsiasi
motivo?”. Ed egli rispose: “Non avete letto che il Creatore da principio li creò maschio e femmina e disse:
Per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due saranno una carne sola?
Così che non sono più due ma una carne sola. Quello dunque che Dio ha congiunto, l’uomo non lo
separi”. Gli dissero i discepoli: “Se questa è la condizione dell’uomo rispetto alla donna, non conviene
sposarsi”». Non dobbiamo sorprenderci, quindi. La stessa cosa che a tanti dei nostri contemporanei oggi, e
spesso a noi stessi, appare impossibile, tale appariva anche ai discepoli.
Questo non vuol dire che non serva nulla di quanto si è imparato lungo una storia millenaria, ma questa
ricchezza accumulata non si trasmette meccanicamente. Prosegue infatti il Papa: «Certamente, le nuove
generazioni possono costruire sulle conoscenze e sulle esperienze di coloro che le hanno precedute, come
possono attingere al tesoro morale dell’intera umanità. Ma possono anche rifiutarlo, perché esso non può
avere la stessa evidenza delle invenzioni materiali. Il tesoro morale dell’umanità non è presente come sono
presenti gli strumenti che si usano; esso esiste come invito alla libertà e come possibilità per essa». La
trasmissione in campo morale non è così facile da trasmettere perché i suoi contenuti non possono avere la
stessa evidenza delle scoperte scientifiche. Il tesoro morale è un invito alla libertà.
Per questo dobbiamo smettere di sognare – come ci esorta T.S. Eliot − «sistemi talmente perfetti che più
nessuno avrebbe bisogno di essere buono». Non c’è sistema perfetto che tenga, se c’è di mezzo la libertà.
Ce lo spiega ancora Benedetto XVI: «L’uomo rimane sempre libero e poiché la sua libertà è sempre anche
fragile, non esisterà mai in questo mondo il regno del bene definitivamente consolidato. Chi promette il
mondo migliore che durerebbe irrevocabilmente per sempre, fa una promessa falsa; egli ignora la libertà
umana. La libertà deve sempre di nuovo essere conquistata per il bene. La libera adesione al bene non
esiste mai semplicemente da sé. Se ci fossero strutture che fissassero in modo irrevocabile una determinata
– buona – condizione del mondo, sarebbe negata la libertà dell’uomo, e per questo motivo non sarebbero,
in definitiva, per nulla strutture buone».
Questo giudizio vale prima di tutto per noi cristiani, che non siamo diversi dagli altri uomini.
Dolorosamente constatiamo come anche fra di noi ci sono amici che non riescono a rimanere saldi di fronte
alle numerose difficoltà, esterne e interne, che attraversano nella loro vita di coppia. E non è sufficiente
conoscere la vera dottrina sul matrimonio per resistere a tutte le sfide della vita. Ce lo ha ricordato sempre il
Papa: «Le buone strutture aiutano, ma da sole non bastano. L’uomo non può mai essere redento
semplicemente dall’esterno».
«Riguadagnatelo, per possederlo»
Come può dunque accadere questo nuovo inizio auspicato da Benedetto XVI e, con lui, da tutti noi
perché la famiglia possa rispondere alla sua vocazione? La strada non può essere altra che quella suggerita
dal Faust goethiano: «Ciò che hai ereditato dai tuoi padri, riguadagnatelo, per possederlo». Per
riguadagnarlo occorre riandare all’origine della esperienza amorosa, per riscoprire la sua vera natura.
Soltanto questa esperienza può essere adeguato punto di partenza per poter cogliere dall’interno di essa il
valore della proposta di Cristo all’amore tra i due sposi.
Gli sposi sono due soggetti umani, un io e un tu, un uomo e una donna, che decidono di camminare
insieme verso il destino, verso la felicità. Come impostano il loro rapporto, come lo concepiscono, dipende
dall’immagine che ciascuno ha della propria vita, della realizzazione di sé. Ciò implica una concezione
dell’uomo e del suo mistero. Afferma il Papa: «La questione del giusto rapporto fra l’uomo e la donna
affonda le sue radici dentro l’essenza più profonda dell’essere umano e può trovare la sua risposta soltanto
a partire da qui. Non può essere separata cioè dalla domanda antica e sempre nuova dell’uomo su se stesso:
chi sono? cosa è l’uomo?».
Per questo il primo aiuto che si può offrire a quanti vogliono unirsi in matrimonio è il prendere
coscienza del mistero del loro essere uomini. Solo in questo modo potranno mettere adeguatamente a fuoco
la loro relazione, senza attendersi da essa qualcosa che, per sua natura, nessuno può dare all’altro. Quanta
violenza, quanta delusione potrebbero essere evitate nel rapporto matrimoniale, se fosse compresa la natura
propria della persona!
Questa mancanza di coscienza del destino dell’essere umano conduce a fondare tutto il rapporto su un
inganno, che si può sinteticamente formulare così: la convinzione che il tu possa rendere felice l’io. Il
rapporto di coppia, in questo modo, si trasforma in un rifugio, tanto desiderato quanto inutile, per risolvere
il problema affettivo. E quando l’inganno si manifesta, è inevitabile la delusione perché l’altro non ha
compiuto l’aspettativa. Il rapporto matrimoniale non può avere altro fondamento che la verità di ciascuno
dei suoi protagonisti.
Come essi possono scoprire la loro verità, il mistero del loro essere uomini?
La dinamica del nuovo inizio: bellezza, segno, promessa
È la stessa relazione amorosa che contribuisce in maniera precipua a scoprire la verità dell’io e del tu; e
insieme con la verità dell’io e del tu si manifesta la natura della vocazione comune.
Ciò che siamo ci viene rivelato in maniera solare dalla relazione con la persona amata. Nulla ci risveglia
di più, nulla ci rende tanto consapevoli del desiderio di felicità che ci costituisce, quanto la persona amata.
La sua presenza è un bene così grande che ci fa cogliere la profondità e la vera dimensione di questo
desiderio: un desiderio infinito. Si può applicare per analogia al rapporto amoroso quello che Cesare
Pavese dice del piacere: «Ciò che un uomo cerca nei piaceri è un infinito, e nessuno rinuncerebbe mai alla
speranza di conseguire questa infinità». Un io e un tu limitati suscitano l’uno nell’altro un desiderio infinito
e si scoprono lanciati dal loro amore verso un destino infinito. In questa esperienza si rivela a entrambi la
propria vocazione, perché non c’è richiamo più forte al destino, per l’io, che il tu della persona amata.
E nello stesso momento in cui si rivelano a noi stessi le dimensioni senza limite del nostro desiderio, ci
viene offerta una possibilità di compimento. Più ancora, intravedere nella persona amata la promessa del
compimento accende in noi tutto il potenziale infinito del desiderio di felicità. Per questo non c’è nulla che
ci faccia comprendere il mistero del nostro essere uomini meglio del rapporto fra un uomo e una donna,
come ci ha ricordato Benedetto XVI nella enciclica Deus caritas est: «L’amore tra uomo e donna, nel quale
corpo e anima concorrono inscindibilmente e all’essere umano si schiude una promessa di felicità che
sembra irresistibile, emerge come archetipo […], al cui confronto, a prima vista, tutti gli altri tipi di amore
sbiadiscono». In questo rapporto l’essere umano sembra incontrare la promessa che gli fa superare il
proprio limite e gli permette di raggiungere una pienezza incomparabile, poiché «alla radice di tutta la realtà
vivente c’è la sponsalità. Ed è la sponsalità che rende promessa tutto, come dice la parola stessa: sponsale
vuol dire una realtà promettente, che promette». Per questo la storia dell’umanità – nelle sue pur differenti
espressioni – ha sempre istituito una relazione fra l’amore e il divino: «L’amore promette infinità, eternità –
una realtà più grande e totalmente altra rispetto alla quotidianità del nostro esistere».
Si tratta esattamente dell’esperienza che in modo indimenticabile esprime Giacomo Leopardi nel suo
inno ad Aspasia: «Raggio divino al mio pensiero apparve, / Donna, la tua beltà». La bellezza della donna è
percepita dal poeta come un raggio divino, come la presenza del divino. Attraverso la bellezza della donna è
Dio che bussa alla porta dell’uomo. Se l’uomo non comprende la naturalezza di questa chiamata e non
rischia nell’assecondarla, difficilmente può comprendere profondamente il proprio destino di infinità e di
felicità.
La donna, con il suo limite, desta nell’uomo, anch’egli limitato, un desiderio di pienezza sproporzionato
rispetto alla capacità che essa ha di rispondervi. Suscita una sete che non è in condizione di estinguere.
Suscita una fame che non trova risposta in colei che l’ha destata. Da qui la rabbia, la violenza, che tante
volte sorgono fra gli sposi, e la delusione nella quale vanno a finire − perché l’uno non riesce a compiere il
desiderio dell’altra di essere felice, e viceversa −, se non comprendono la vera natura del loro rapporto.
La bellezza della donna è in realtà raggio divino, segno che rimanda oltre, ad altra cosa più grande,
incommensurabile rispetto alla sua natura limitata, divina, come descrive Romeo nel dramma di William
Shakespeare: «Fammi vedere una donna che sia bellissima fra le altre; / la sua bellezza non sarà altro per
me che una pagina / dove leggerò di quella che supera tutto per bellezza». Quanto più gli amanti sono
stupiti della bellezza dell’altro, tanto più essa rimanda a «quella che supera tutto per bellezza». E se l’uno e
l’altra non si rendono conto di questa dinamica insita nel loro rapporto amoroso, presi come sono dalla
reciproca bellezza inebriante, finiscono per identificare «la bellezza che supera tutto per bellezza» con la
bellezza del partner. Ma così facendo, dimenticano quello che C.S. Lewis ha colto con una acutezza
memorabile, che cioè la bellezza della persona amata in tutto il suo splendore grida: «Non sono io. Io sono
solo un promemoria. Guarda! Guarda! Che cosa ti ricordo?».
È la dinamica del segno, della quale il rapporto fra l’uomo e la donna costituisce l’esempio più
commovente. Quanto più essi vivono la presenza dell’amato nella sua verità, cioè come segno di Altro,
come segno della «bellezza che supera tutto per bellezza», tanto più essi attendono e bramano questo Altro,
quella bellezza di cui quella dell’amato è solo un promemoria.
Se non comprende questa dinamica, l’uomo cade nell’errore di fermarsi alla realtà che ha suscitato il
desiderio. Per esempio, se una donna che riceve un mazzo di fiori è rapita dalla loro bellezza, ma dimentica
chi glieli ha mandati (e che di lui sono segno), perde il meglio che i fiori recano con sé. Non riconoscere
all’altro il suo carattere di segno conduce inevitabilmente a ridurlo a ciò che appare ai nostri occhi. E prima
o poi si manifesta la sua incapacità di rispondere al desiderio che ha suscitato.
Per questo, se ciascuno non incontra ciò a cui il segno rimanda, il luogo dove può trovare il compimento
della promessa che l’altro ha suscitato, gli sposi sono condannati a essere consumati da una pretesa dalla
quale non riescono a liberarsi, e il loro desiderio di infinito, che nulla come la persona amata desta, è
condannato a rimanere insoddisfatto. Di fronte a questa insoddisfazione, l’unica via d’uscita che oggi tanti
vedono è cambiare la coppia, dando inizio a una spirale in cui il problema viene rinviato fino al momento
della successiva delusione.
Ma entrare in questa spirale non può essere l’unica via d’uscita. Questo è il paradosso dell’amore fra
l’uomo e la donna: due infiniti si incontrano con due limiti; due bisogni infiniti di essere amati si incontrano
con due fragili e limitate capacità di amare. E solo nell’orizzonte di un amore più grande non si consumano
nella pretesa e non si rassegnano, ma camminano insieme verso una pienezza della quale l’altro è segno.
Solo nell’orizzonte di un amore più grande si può evitare di consumarsi nella pretesa, carica di violenza,
che l’altro, che è limitato, risponda al desiderio infinito che desta, rendendo così impossibile il compimento
di sé e della persona amata. Per scoprirlo bisogna essere disposti ad assecondare la dinamica del segno,
restando aperti alla sorpresa che questa può riservarci.
Leopardi ha avuto il coraggio di correre questo rischio. Con una intuizione penetrante del rapporto
amoroso, il poeta italiano intravede che ciò che cercava nella bellezza delle donne di cui si innamorava era
la Bellezza, con la maiuscola. Al vertice della sua intensità umana, l’inno Alla sua donna esprime tutto il
suo desiderio che la Bellezza, l’idea eterna della Bellezza, assuma una forma sensibile. È ciò che è accaduto
in Cristo, il Verbo fatto carne. Per questo Luigi Giussani ha definito questa poesia come «una profezia
dell’Incarnazione».
In questo contesto si può comprendere l’inaudita proposta di Gesù affinché l’esperienza più bella della
vita, innamorarsi, non decada sino a trasformarsi in qualcosa di soffocante.
Questa è la pretesa di Gesù, che troviamo in alcuni passi evangelici che a prima vista possono risultarci
paradossali. «Non crediate che io sia venuto a portare pace sulla terra; non sono venuto a portare pace, ma
una spada. Sono venuto infatti a separare il figlio dal padre, la figlia dalla madre, la nuora dalla suocera: e i
nemici dell’uomo saranno quelli della sua casa. Chi ama il padre o la madre più di me non è degno di me;
chi ama il figlio o la figlia più di me non è degno di me; chi non prende la sua croce e non mi segue non è
degno di me. Chi avrà trovato la sua vita, la perderà: e chi avrà perduto la sua vita per causa mia, la troverà.
Chi accoglie voi accoglie me, e chi accoglie me accoglie colui che mi ha mandato».
In questo testo Gesù si presenta come il centro dell’affettività e della libertà dell’uomo. Ponendo se
stesso al cuore degli stessi sentimenti naturali, si colloca a pieno diritto come loro radice vera. In tal modo
Gesù rivela la portata della promessa che la sua persona costituisce per quanti lo lasciano entrare. Non si
tratta di una ingerenza di Gesù a livello dei sentimenti più intimi, ma della più grande promessa che l’uomo
abbia potuto mai ricevere: senza amare Cristo (cioè la Bellezza fatta carne) più della persona amata,
quest’ultimo rapporto avvizzisce, perché è Lui la verità di questo rapporto, la pienezza alla quale l’un l’altro
si rinviano e nella quale la loro relazione si compie. Solo permettendoGli di entrare in esso è possibile che
il rapporto più bello che può accadere nella vita non si corrompa e con il tempo muoia. Tale è l’audacia
della Sua pretesa.
Come ha risposto Gesù allo spavento dei discepoli davanti alla verità sul matrimonio che stava loro
annunciando? Possiamo dire con una formula: facendo il cristianesimo. Egli non si è limitato ad annunciare
la verità del matrimonio, ma ha introdotto una novità nelle loro vite che ha reso possibile viverlo secondo
quella verità. E questo vale tale quale oggi. Soltanto se il cristianesimo torna ad essere una esperienza
presente, possiamo aspettarci una riscoperta del valore del matrimonio.
Che questa novità che lo rende possibile, Cristo, sia qualcosa di così reale e corrispondente alla natura
dell’uomo si vede dal fatto che su di essa si può scommettere tutta la vita. È ciò che la tradizione cristiana
chiama verginità.
Matrimonio e verginità
Alla stupita reazione dei discepoli sulla natura originale del matrimonio, che prima abbiamo visto, Gesù
oppone una frase che può apparire ancora più enigmatica: «Egli rispose loro: “Non tutti possono capirlo,
ma solo coloro ai quali è stato concesso. Vi sono infatti eunuchi che sono nati così dal ventre della madre;
ve ne sono alcuni che sono stati resi eunuchi dagli uomini, e vi sono altri che si sono fatti eunuchi per il
regno dei cieli. Chi può capire, capisca”».
In queste parole Gesù aggiunge una nuova categoria di eunuchi a quelle già note, vale a dire coloro che
si fanno eunuchi per il regno dei cieli. Ovviamente si tratta della libera scelta di rinunciare a sposarsi che
fanno coloro ai quali è stato concesso di riconoscere il valore unico del regno dei cieli. Commentando
questo brano, Giovanni Paolo II ha avuto modo di esprimersi come segue: «Nella chiamata alla continenza
“per il Regno dei cieli”, prima gli stessi Discepoli e poi tutta la viva Tradizione, scopriranno presto
quell’amore che si riferisce a Cristo stesso come Sposo della Chiesa e Sposo delle anime, alle quali egli ha
donato se stesso sino alla fine, nel mistero della sua Pasqua e nell’Eucaristia. In tal modo, la continenza
“per il Regno dei cieli”, la scelta della verginità o del celibato per tutta la vita, è divenuta nell’esperienza dei
discepoli e dei seguaci di Cristo un atto di risposta particolare all’amore dello Sposo Divino e perciò ha
acquisito il significato di un atto di amore sponsale, cioè di una donazione sponsale di sé, al fine di
ricambiare in modo speciale l’amore sponsale del Redentore; una donazione di sé, intesa come rinuncia,
ma fatta soprattutto per amore».
Per questo don Giussani afferma che «la verginità è la fisionomia nuova d’uomo, interiore ed esteriore,
che nasce dalla carità vissuta [da questa carità sterminata, da questo amore sponsale di Cristo verso chi
chiama alla verginità]. Si può dire che la verginità è il capovolgimento, è la rivoluzione del rapporto solito.
Il rapporto solito è “attraverso” il reale creato, sé o il mondo, e arriva al rapporto con Dio come
conseguenza. La verginità capovolge, rivoluziona questo rapporto. (…): il primum, il preponderante (…) è
Cristo in me, è Cristo nella storia, è Cristo nel mondo, il mistero del regno di Dio. Il preponderante è
questo e, attraverso questo, uno vede tutto e tutto vien ricuperato nell’ordine, nell’armonia e nell’unità che
altrimenti non avrebbe».
Alla luce di questo si capisce che cos’è la verginità: il nuovo rapporto assolutamente gratuito che Cristo
ha introdotto nella storia. La verginità è vivere le cose secondo la loro verità. E come è entrata nel mondo la
verginità? Come imitazione di Cristo, cioè come imitazione della vita di un uomo che era Dio. Nessun altra
ragione può sostenere una cosa così grande come la verginità nel vivere l’esistenza, se non
l’immedesimazione con la modalità attraverso cui Cristo possedeva la realtà, cioè secondo la volontà del
Padre.
La persona di Gesù è un bene talmente grande e prezioso che Egli è l’unico che corrisponde pienamente
alla sete di felicità dell’uomo. Proprio questa corrispondenza unica, che la Sua persona costituisce per chi
Lo incontra, rende possibile un rapporto col reale assolutamente gratuito. Per questo chi lo riceve può
essere libero di non sposarsi. «Rendendo libero in modo speciale il cuore dell’uomo (cfr. 1Cor 7,32-35),
“così da accenderlo maggiormente di carità verso Dio e verso tutti gli uomini” (Perfectae Caritatis, 12), la
verginità testimonia che il Regno di Dio e la sua giustizia sono quella perla preziosa che va preferita ad
ogni altro valore sia pure grande, e va anzi cercato come l’unico valore definitivo».
Come coloro che sono chiamati alla verginità contribuiscono al regno di Dio? Qual è il loro compito
nella comunità cristiana e nel mondo? I chiamati alla verginità sono stati scelti perché «gridino davanti a
tutti, in ogni istante – tutta la loro vita è fatta per questo – che Cristo è l’unica cosa per cui valga la pena
vivere, che Cristo è l’unica cosa per cui valga la pena che il mondo esista. [...] Questo è il valore oggettivo
della vocazione: la forma della loro vita gioca nel mondo per Cristo, lotta nel mondo per Cristo. La forma
stessa della loro vita! [...] È una vita che come forma grida: “Gesù è tutto”. Gridano questo davanti a tutti, a
tutti coloro che li vedono, a tutti coloro che in loro si imbattono, a tutti coloro che li sentono, a tutti coloro
che li guardano».
Alla luce di questo si chiarisce il legame tra la vocazione alla verginità e la vocazione al matrimonio.
Rispondendo alla chiamata, i vergini gridano agli sposati la verità del loro amore.
La verginità è un’autentica speranza per gli sposati. La vocazione alla verginità testimonia che la bellezza
«che supera tutto per bellezza» − di cui parla Shakespeare e alla quale rimanda la bellezza della persona −
non è un miraggio, ma qualcosa reale, esiste. È la Bellezza che Leopardi attendeva di vedere rivestita di
«sensibil forma»: Cristo. Una bellezza così reale che può rendere possibile la pienezza affettiva del vergine.
Cristo può portare alla vita una tale soddisfazione da sostenere l’esistenza della persona secondo la
massima di san Tommaso: «La vita dell’uomo consiste nell’affetto che principalmente lo sostiene, e nel
quale trova la sua più grande soddisfazione». Questa testimonianza della verginità è la radice della
possibilità di vivere il matrimonio senza pretesa e senza inganni: «In forza di questa testimonianza, la
verginità tiene viva nella Chiesa la coscienza del mistero del matrimonio e lo difende da ogni riduzione e da
ogni impoverimento».
Il luogo della famiglia: comunità cristiane vive
Appare quindi in tutta la sua importanza il compito della comunità cristiana: favorire una esperienza del
cristianesimo per la pienezza della vita di ciascuno. Solo nell’àmbito di questa relazione più grande è
possibile non divorarsi, perché ciascuno trova in essa il suo compimento umano, sorprendendo in sé stesso
una capacità dì abbracciare l’altro nella sua diversità, di una gratuità senza limiti, di un perdono sempre
rinnovato.
Senza comunità cristiane capaci di accompagnare e sostenere gli sposi nella loro avventura, sarà
difficile, se non impossibile, che essi la portino a compimento felicemente. Gli sposi, a loro volta, non
possono esimersi dal lavoro di una educazione – della quale sono i protagonisti principali –, pensando che
appartenere alla comunità ecclesiale li liberi dalle difficoltà. Come ha ricordato di recente ancora ai fidanzati
Benedetto XVI: «Per essere autentico, anche l’amore richiede un cammino di maturazione: a partire
dall’attrazione iniziale e dal “sentirsi bene” con l’altro, educatevi a “volere bene” all’altro, a “volere il bene”
dell’altro. L’amore vive di gratuità, di sacrificio di sé, di perdono e di rispetto dell’altro». In questo modo si
rivela pienamente la natura della vocazione matrimoniale: camminare insieme verso l’Unico che può
rispondere alla sete di felicità che l’altro risveglia costantemente in me, cioè verso Cristo. Così si eviterà di
passare, come la Samaritana, di marito in marito senza riuscire a soddisfare il proprio autentico desiderio.
La coscienza della sua incapacità a risolvere da sola il proprio dramma – nemmeno cambiando cinque volte
marito! – le ha fatto percepire Gesù come un bene così desiderabile da non poter fare a meno di gridare:
«Dammi di quest’acqua, perché non abbia più sete».
Conscio della situazione attuale, Benedetto XVI afferma la necessità «che le famiglie non siano sole. Un
piccolo nucleo familiare può trovare ostacoli difficili da superare se si sente isolato dal resto dei suoi
familiari e amici. Perciò, la comunità ecclesiale ha la responsabilità di offrire sostegno, stimolo e alimento
spirituale che fortifichi la coesione familiare, soprattutto nelle prove o nei momenti critici. In questo senso,
è molto importante il ruolo delle parrocchie, così come delle diverse associazioni ecclesiali, chiamate a
collaborare come strutture di appoggio e mano vicina della Chiesa per la crescita della famiglia nella fede».
Questo invito pieno di tenerezza e di realismo è allo stesso tempo l’indicazione di un compito: la famiglia
come tale abbisogna di un luogo per vivere, ed esso può essere solo costituito da comunità cristiane che a
loro volta vivano in pienezza contemplativa e operativa la propria fede.
L’appartenenza di un essere umano alla propria famiglia si dilata allora nell’appartenenza alla Chiesa, e
dunque a quel brandello di Chiesa in cui ognuno di noi sperimenta la presenza universale di Cristo. Lo
stringersi fraternamente insieme, il creare dimore ospitali: è questo il contributo maggiore che i cristiani
possono dare per favorire e accompagnare l’esperienza della famiglia come cammino inesausto verso la
pienezza costituita da Cristo. «Il superamento della solitudine nell’esperienza dello Spirito di Cristo non
accosta l’uomo agli altri, lo spalanca a essi fin dalle profondità del suo essere. [...] La comunità diventa
essenziale alla vita stessa di ognuno. [...] Il “noi” diventa pienezza dell’“io”, legge della realizzazione
dell’“io”».
Senza l’esperienza di pienezza umana che Cristo rende possibile, l’ideale cristiano del matrimonio si
riduce a qualcosa di impossibile da realizzare. L’indissolubilità e l’eternità dell’amore appaiono come
chimere irraggiungibili. E in realtà esse sono frutti tanto gratuiti di una intensità di esperienza di Cristo che
agli stessi sposi appaiono come una sorpresa, come la testimonianza che, davvero, «nulla è impossibile a
Dio». Solo una tale esperienza può mostrare oggi la razionalità della fede cristiana, la sua convenienza
umana, una realtà che corrisponde totalmente al desiderio e alle esigenze dell’uomo, anche nel matrimonio e
nella famiglia.
Un rapporto così vissuto costituisce la migliore proposta educativa per i figli, che attraverso la bellezza
del rapporto tra i genitori sono introdotti, quasi per osmosi, nel significato dell’esistenza. Nella stabilità di
questo rapporto la loro ragione e la loro libertà sono costantemente sollecitate a non perdersi una simile
bellezza. E la bellezza che risplende nella testimonianza degli sposi cristiani è la stessa che hanno bisogno
di trovare sul loro cammino non solo i figli, ma anche tutti gli uomini e le donne del nostro tempo.
Questa testimonianza è il contributo che possono dare oggi gli sposi cristiani di fronte al travaglio in cui
si trovano tanti dei loro concitadini. È una testimonianza gratuita che sfiderà la ragione e la libertà di chi,
cercando una autentica risposta alla propria esigenza di felicità, non riesce a trovarla. È una testimonianza
che cerchiamo di dare nella consapevolezza che «abbiamo questo tesoro in vasi di creta, perché appaia che
questa potenza straordinaria viene da Dio e non da noi».




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