domenica 27 novembre 2011

Il governo dei monaci



lunedì 14 novembre 2011
Certamente lo scorso 9 novembre avevamo altro da pensare che non celebrare la Giornata mondiale della libertà, ricorrendo in quel giorno l’anniversario della caduta del muro di Berlino. Eppure la coincidenza dell’inizio della crisi di governo con la data della fine dell’impero sovietico ha qualcosa di evocativo. Si è parlato di «fine del berlusconismo» e lo si è connesso col tramonto di tutto il mondo occidentale, che scopre sempre più acutamente le sue debolezze, la perdita del primato planetario, la fragilità del suo modello esistenziale, la vacuità della sua proposta culturale. Così, dopo la fine - per fortuna non sanguinosa -
dell’utopia marxista nella sua versione sovietica, stiamo assistendo al declino della versione capitalistica della modernità, caratterizzata da cieca fiducia nel progresso, da stili di vita gaudenti, dall’abbandono della tradizione, da quello che è stato chiamato «nichilismo gaio».

Il governo dei monaciFoto Fotolia

Qual è il compito dei cristiani in un simile frangente? La nostra lunga storia ha già presentato situazioni analoghe, e forse quella che più chiaramente ha mostrato i fattori in gioco è la crisi dell’impero romano. Cos’hanno fatto, allora, i cristiani? Rispondo con le parole di Alasdair MacIntyre: «Un punto di svolta decisivo in quella storia più antica si ebbe quando uomini e donne di buona volontà si distolsero dal compito di puntellare l’imperium romano e smisero di identificare la continuazione della civiltà e della comunità morale con la conservazione di tale imperium. Il compito che invece si prefissero (spesso senza rendersi conto pienamente di ciò che stavano facendo) fu la costruzione di nuove forme di comunità entro cui la vita morale potesse essere sostenuta, in modo che sia la civiltà sia la morale avessero la possibilità di sopravvivere all’epoca incipiente di barbarie e di oscurità. Ciò che conta, in questa fase, è la costruzione di forme locali di comunità al cui interno la civiltà e la vita morale e intellettuale possano essere conservate attraverso i nuovi secoli oscuri che già incombono su di noi. E se la tradizione delle virtù è stata in grado di sopravvivere agli orrori dell’ultima età oscura, non siamo del tutto privi di fondamenti per la speranza. Questa volta però i barbari non aspettano al di là delle frontiere: ci hanno già governato per parecchio tempo. Ed è la nostra inconsapevolezza di questo fatto a costituire parte delle nostre difficoltà. Stiamo aspettando: non Godot, ma un altro San Benedetto, senza dubbio molto diverso».

Il compito dunque è che nel buio della crisi continui a splendere una luce, una luce pur piccola come quella di un accendino, ma irriducibilmente diversa dall’oscurità. Non la luce di una teoria più sgamata o di un’analisi più raffinata; la luce di una diversità umana già in atto, già sperimentata. Esattamente come quella che brillava nei nascenti monasteri benedettini, dove uomini normali mostrarono possibile la stabilità in un mondo travolto da irrefrenabili migrazioni, la fraternità in mezzo alla violenza, la costruttività alternativa al crollo di tutto. E poco importa se i professionisti della politica diranno che è un’illusione e gli intellettuali che è un’ingenuità. Resta il fatto: quei monaci hanno costruito, senza neppure pensarci, una civiltà.











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