giovedì 21 maggio 2009

HA APERTO UNA STRADA I POTENTI LO SEGUIRANNO?

pellegrino dall’umile, intelligente coraggio, Egli ha voluto essere il protagonista petrino della Chiesa tutta. Allo Yad Vashem ha coinvolto da subito, nel suo dolore, la «Chiesa cattolica, vincolata agli insegnamenti di Gesù e protesa ad imitarne l’amore per ogni persona» che «prova profonda compassione per le vittime qui ricordate». La forza del suo silenzio in quella voragine di dolore e la sua struggente invocazione perché il nome di nessuna vittima dell’abominevole sterminio nazista vada perduto non ha voluto essere solo quella di Joseph Ratzinger, ma ben più potentemente quella di tutti i cristiani chiamati, al di là dei loro limiti, alla fraterna solidarietà con il popolo eletto.

Calcando le orme del Dio incarnato, “passo”, morto e risorto, il Pontefice ha confermato i “suoi” e abbracciato i fratelli ebrei e musulmani di quelle terre martoriate. Con l’energia caparbia di chi costruisce con mattoni nuovi


Cardinal Angelo Scola

Parla il ministro Sandro Bondi
Una lezione di realismo. Questo sono stati gli otto giorni di Papa Benedetto in Terra Santa. Con intrepido coraggio ha messo mano alle brucianti contraddizioni di quella terra addolorata, con la caparbia energia di chi non si rassegna perché sa di poter costruire con nuovi mattoni. Ha rischiato in prima persona, senza calcoli mondani di successo o insuccesso. Il suo viaggio era a-priori “politicamente scorretto”.



Da dove questo realismo? Benedetto XVI si è inserito nella lunga schiera dei pellegrini cristiani ai luoghi santi. Ha camminato sulle orme del Figlio di Dio incarnato, “passo”, morto e risorto. Ha calcato le tracce palpitanti delle sofferenze dei cristiani che abitano lì. Ha abbracciato, a nome di tutta la Chiesa cattolica, le comunità cristiane di quel lembo di Medio Oriente, «“candele accese” che illuminano i luoghi santi». Ma questo abbraccio – proprio perché compiuto nel nome di Colui che è Via alla Verità e alla Vita – ha coinvolto, necessariamente anche se a diverso titolo, i fratelli ebrei e musulmani che vivono nella terra donata al padre di tutti, Abramo. È la pretesa universale di Cristo che conduce la fede cristiana al paragone con ogni religione, con ogni visione del reale.

Protagonista della Chiesa tutta
Ecco in sintesi come leggo il viaggio di Papa Benedetto XVI in Terra Santa: pellegrino dall’umile, intelligente coraggio, Egli ha voluto essere il protagonista petrino della Chiesa tutta. Allo Yad Vashem ha coinvolto da subito, nel suo dolore, la «Chiesa cattolica, vincolata agli insegnamenti di Gesù e protesa ad imitarne l’amore per ogni persona» che «prova profonda compassione per le vittime qui ricordate». La forza del suo silenzio in quella voragine di dolore e la sua struggente invocazione perché il nome di nessuna vittima dell’abominevole sterminio nazista vada perduto non ha voluto essere solo quella di Joseph Ratzinger, ma ben più potentemente quella di tutti i cristiani chiamati, al di là dei loro limiti, alla fraterna solidarietà con il popolo eletto. Non ho mai dimenticato le parole che, nel lontano 1985, mi disse il Cardinal Henri de Lubac: se il cristianesimo si deve inculturare, dato che alla nostra radice c’è il popolo ebraico, allora si deve inculturare nella storia, tuttora in atto, di questo popolo.
Il legame singolare e privilegiato che unisce il cristianesimo all’ebraismo ha trovato una espressione significativa nel commento che il Papa ha offerto a un passo del profeta Isaia. Per ovvie ragioni, il tema della sicurezza è particolarmente avvertito in Israele ed è continuamente evocato nel dibattito interno. Si tratta dunque di un argomento squisitamente politico, forse il tema di questa stagione in Medio Oriente, e il Santo Padre ha scelto di non sottrarsi alla riflessione. L’ha fatto però impostandola da una prospettiva molto particolare, quella delle Sacre Scritture. Nel linguaggio della Bibbia ebraica sicurezza e fiducia – ha ricordato al presidente Shimon Peres – sono strettamente connesse. Per la Scrittura non c’è sicurezza senza fiducia. Si potrebbe immaginare una lezione più attuale? «Non sono esaurite le sue misericordie»: dal Libro forse più tragico della Bibbia, le Lamentazioni, Benedetto XVI ha tratto il suo invito alla speranza.
In Giordania nelle parole che il principe Ghazi ha rivolto al Papa presso la moschea al Hussein bin Talal è apparso evidente un impegno deciso a favore del dialogo. Al cuore del discorso del principe, cosa del tutto sorprendente per noi occidentali, un valore-cardine delle società del Medio Oriente: quell’ospitalità che richiama la natura essenzialmente relazionale della società umana.
Sulla Spianata delle Moschee a Gerusalemme Benedetto XVI ha ripreso il tema del dialogo facendo riferimento alla fede nell’Unico Creatore e alla figura di Abramo: «La Cupola della Roccia conduce i nostri cuori e le nostre menti a riflettere sul mistero della creazione e sulla fede di Abramo. Qui le vie delle tre grandi religioni monoteiste mondiali si incontrano, ricordandoci quello che esse hanno in comune. Ciascuna crede in un solo Dio, creatore e regolatore di tutto. Ciascuna riconosce Abramo come proprio antenato, un uomo di fede al quale Dio ha concesso una speciale benedizione».
Due sono i capisaldi con cui il Papa ha affrontato la bruciante questione del dialogo interreligioso.
Tornando sul rapporto tra ragione e religione, Benedetto XVI ha fortemente rimarcato la necessità per ognuna di farsi purificare dall’altra. La religione deve lasciarsi interrogare dalla ragione, per non cadere nella superstizione o nella strumentalizzazione da parte del potere politico, ma anche la ragione deve sapersi aprire alla dimensione dell’Assoluto. Una ragione cieca al divino: questo è il grande rischio che nel mondo di oggi i credenti sono chiamati a scongiurare con la loro comune testimonianza. In secondo luogo, Benedetto XVI ha ribadito che il contributo particolare delle religioni «nella ricerca di pace si fonda primariamente sulla ricerca appassionata e concorde di Dio. Nostro è il compito di proclamare e testimoniare che l’Onnipotente è presente e conoscibile anche quando sembra nascosto alla nostra vista». Due espressioni di questo suo intervento mi hanno colpito in particolare, per la loro capacità di aderire alle provocazioni della realtà: la ricerca di Dio come condizione per la pace e l’urgenza della testimonianza personale e comunitaria. È in questo quadro che va inserita la perentoria affermazione del Santo Padre al Campo profughi di Aida: «Le vostre legittime aspirazioni ad una patria permanente, ad uno Stato palestinese indipendente, restano incompiute… In un mondo in cui le frontiere vengono sempre più aperte è tragico vedere che vengono tuttora eretti dei muri».

Una via chiara per i semplici
Ma, per finire, ciò che più sembra aver lasciato il segno durante tutto l’itinerario del Papa in una terra che è nervo scoperto dell’umanità è stata la sua cura carica di speranza per gli abitanti della Terra Santa: «La vostra terra», sono le parole di Benedetto XVI durante la Messa a Betlemme, «non ha bisogno soltanto di nuove strutture economiche e politiche, ma in modo più importante – potremmo dire – di una nuova infrastruttura “spirituale”, capace di galvanizzare le energie di tutti gli uomini e donne di buona volontà nel servizio dell’educazione, dello sviluppo e della promozione del bene comune. Avete le risorse umane per edificare la cultura della pace e del rispetto reciproco che potranno garantire un futuro migliore per i vostri figli. Questa nobile impresa vi attende. Non abbiate paura!».
Il volto delicato ed intenso con cui il Papa, in ginocchio davanti alla fenditura in cui fu conficcata la croce di Gesù, più che chiudere questo pellegrinaggio, apre per tutti gli uomini di buona volontà una strada efficace per sciogliere il nodo mediorientale. I semplici la sapranno certo trovare. I potenti di questo mondo vorranno imparare dalla pacata mite energia costruttiva di Benedetto XVI?

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