martedì 14 luglio 2009

TESTIMONIANZA DI DAVIDE PROSPERI

VACANZA PONTRESINA 2009

Michele: Ringrazio Davide di essere venuto, penso lo conosciate tutti, grande capo ma soprattutto grande amico…

Davide: Amico si…

Michele: Ho voluto chiedergli di fare una cosa che non gli va tanto a genio, una testimonianza, di raccontare cioè cosa ha voluto dire per lui e cosa vuole dire per lui quel lavoro che stiamo cercando di fare assieme in questi giorni, cioè andare dietro alle cose, giudicare, abbracciare la circostanza, e tutta quella che abbiamo chiamato sinteticamente la sfida che Carròn ha proposto agli esercizi. Perché ho capito già dagli scambi che abbiamo avuto con diversi di voi oggi che quello che lui ha detto agli esercizi a volte è difficile da spiegare o da spiegarci tra di noi, e tutti poco o tanto usiamo le sue parole per spiegarcelo. Ma quando lo si vede diventa molto facile.
E allora chiedo a lui di raccontarci cosa è per lui, cosi abbiamo un’ occasione in più per vederlo.

Davide: Il motivo per cui lui ha detto che non mi va tanto a genio, più che altro è quasi per un pudore, nel senso che io penso che la vera grande testimonianza che noi siamo chiamati a darci reciprocamente è proprio nel vivere l’esperienza che facciamo come un punto di certezza che sostiene la vita, nelle piccole e grandi cose. D’altra parte, gli sono anche grato, nel senso che Michele mi ha detto - visto che abbiamo iniziato a conoscerci ma non ancora bene - “se racconti qualcosa della tua storia”; e questo è sempre una cosa utile, perché il problema della vita, come ci siamo detti tante volte, è se c’è un significato che io possa riconoscere. E questo significato diventa evidente in certi momenti della propria vita, nei fatti che più chiaramente ci rendono evidente che la vita ha




un senso; ma questo aiuta a vedere tutta la storia come carica di questo senso. Io mi ricordo che una volta Giussani raccontava che nel dopo guerra c’era un giornale redatto da Guareschi, che si chiamava ‘il Candido’, e ha visto una vignetta comica in cui c’erano due vecchietti in un paese, marito e moglie, e lui si gira verso la moglie, con pochi capelli bianchi, la guarda e le dice: “ma che bei capelli bianchi che hai!”. E Giussani commentava questa frase, che ai più potrebbe sembrare sproporzionata, senza senso, vuota di senso… cos’è che invece ne fa cogliere tutta la tenerezza e la verità? Tutta la storia vissuta assieme, per cui quel particolare cosi banale, cosi semplice e cosi comune, cosi quotidiano, diventa un punto di affezione straordinario! Per cui in questo senso proverò anche a dire – siccome mi hai anche chiesto rispetto agli esercizi e alla proposta che è stata fatta lì – che tante sono, come per tutti, le cose che mi hanno colpito, come quella che dicevi tu introducendo… Devo dire che subito il sabato mattina mi ha folgorato la partenza che Carròn ha avuto quando ha posto il problema dell’uomo moderno, e questo non perché io pensi, o noi possiamo pensare, che è un problema che dobbiamo combattere, perché fuori da noi è cosi, ma capisco che in qualche modo è un giudizio su quello che può essere la nostra vita, perché noi ci siamo dentro. Mi riferisco a quando lui parlava della separazione tra sapere e credere. Perchè il vero problema, che io capisco essere oggi per tutti e forse sentito più drammaticamente che in atre epoche, è proprio quello della certezza: su cosa si fonda la certezza della vita. Qual’è la conoscenza, questo percorso della conoscenza, di cui si parlava? Oppure, cos’è la fede esistenzialmente? La prima volta che io mi sono posto drammaticamente questa domanda ero un bambino, e ovviamente con la coscienza che potevo avere da bambino, che però mi ricordo ancora.
Avevo 8 anni, ed era successo questo. Mia nonna aveva avuto un figlio che a 11 anni è morto di meningite fulminante, ed era l’unico figlio che aveva, non poteva più averne. Questa cosa aveva gettato mio nonno nello sconforto; lei, dopo un po’ di tempo rimase nuovamente incinta, ma quasi subito i medici le diagnosticarono che non poteva portare a termine la gravidanza, perché il bambino non sarebbe potuto nascere, e se fosse andata avanti rischiava anche lei, tuttavia lei decise di proseguire. E questo bambino nacque, perché altrimenti non sarei qui, era mio padre, però lei mori durante il parto. Mio nonno si ritrovò a tirar su questo figlio, mio padre, che all’età di 33 anni morì anche lui. E io mi ricordo che quando avevo 8 anni, ho un fratello che è 2 anni più giovane di me, noi andavamo spesso con mia mamma a trovare il nonno che abitava in Toscana, e mi ricordo di una volta che eravamo lì, io e mio fratello, che lo guardavamo e lui lavorava nell’orto, e io ho percepito con forza questa domanda: ma cos’è che può sostenere la vita di quest’uomo? Tutto quello per cui aveva speso la vita come gli era stato dato gli era stato tolto. Eppure, quello che io ricordo è soprattutto questo! quella cosa che mi colpi non era tanto la tristezza per quest’uomo, quanto questa domanda: ma cos’è che sostiene la vita di quest’uomo? Perché avevo davanti un uomo piegato ma non distrutto, c’era qualcosa in lui, può esserci qualcosa nella vita di un uomo per cui, dentro anche la tempesta, la vita cosi com’è si regge. E questo io me lo sono portato per molti anni. Capivo che questo era quello di cui io avevo bisogno e quello di cui tutti abbiamo bisogno, cosi come dell’acqua che beviamo e dell’aria che respiriamo! È di una certezza per vivere che abbiamo bisogno, di una certezza che porti la vita, non di una convinzione psicologica, non che siamo convinti che alla fine andrà bene, ma di qualcosa che ci permetta di vivere adesso così com’è, ed in forza di questo possiamo aspettarci che la vita avrà un suo compimento.
Infatti, per alcuni anni mi sono portato dentro tutta la problematica, perché l’assenza del padre è un problema grosso, perché è il padre chi ti introduce alla realtà, e io mi sentivo come malato nella impossibilità di un rapporto vero con la realtà. Uno si trova a dover affrontare le cose per come riesce, per come si immagina, per come pensa, mentre quello che invece ci aiuta veramente, ci sostiene veramente è sempre un principio di immedesimazione (appunto la figura del padre). Tanto che, siccome poi mia mamma andò a lavorare in una scuola, perché avrebbe dovuto provvedere ai figli (fino a quel momento non lavorava), nella scuola c’erano anche gli psicologi e gli avevano detto che avrebbe dovuto fare certe cose, che si sarebbe dovuta risposare perchè se no io sarei venuto su ‘deviato’… e pensate che adesso ho 4 figli... Le cose sono andate diversamente da quello che le avevano assicurato mi sarebbe accaduto….
Ma se io penso a quegli anni, il problema era sempre posto in termini psicologici, nel senso che sarei stato insicuro. Ma quello che sentivo più determinante per la mia vita non era tanto di dover essere sicuro, quanto quello che ho detto prima, cioè se c’è una certezza, una roccia su cui la vita è aggrappata! Tanto è vero che io comunque non ho mai sentito la vita come negativa. Questo perchè mia madre, che pure avrebbe avuto tutti i diritti, non l’ha mai sentita negativa, ma ha sempre vissuto la realtà come positiva; e io senza saperlo venivo su così, con questa evidenza. Ma ad un certo punto sono andato in crisi: sentivo l’urgenza della possibilità di un rapporto che fosse realmente capace di restituirmi il rapporto con la realtà che pure io sentivo come domanda forte e drammatica. Questo è accaduto non moltissimo tempo fa, quando sono stato invitato agli esercizi del CLU nel ‘94.
Stavo facendo l’università, io ho fatto chimica, il titolo era “Riconoscere Cristo”, me lo ricordo bene, dove per la prima volta vidi Giussani che fece questa lezione, che probabilmente molti di voi conoscono e ricordano, e in cui per la prima volta ho avuto l’evidenza chiara e certa che quello che io attendevo non solo esiste, ma è una strada che io potevo percorrere! Cioè, è una strada che, come sono fatto, con tutta la storia che ho, con tutto quello che mi è successo, tutti i miei dubbi, le mie paure e anche le mie insicurezze… però che era per me! E questo l’ho visto, l’ho percepito con chiarezza… perchè quello che stava accadendo lì, capivo che era per me perché ho immediatamente sentito quella presenza lì, che raccontava quelle cose. Lui parlava del primo incontro descritto nel vangelo tra Giovanni e Andrea con Gesù, ne ha parlato molte altre volte, ma quello che mi ha colpito è stato che lui ne parlava come di un’esperienza presente, di un fatto reale, concreto, di un’esperienza che stava vivendo lui, come se lui fosse stato lì! E aggiungeva ciò che mancava nel Vangelo; il Vangelo sono come appunti tra cui nelle note in mezzo c’è tutta una vita! Perché per esempio immaginate questo qua che è tornato a casa cos’ha detto alla moglie! E io capivo che quello che stava dicendo era vero, non mi veniva da pensare “ma tu cosa ne sai?” e io ripensandoci la sera ero proprio sorpreso di questo… ma come fa?! Come fa!! Era un’esperienza presente! E la cosa che ho avuto subito evidente è che l’unica possibilità per me di questa certezza era che questa esperienza presente diventasse mia, cioè neanche che lui dicesse queste cose, ma io desideravo che fosse per me quella cosa che stava dicendo lui, che potessi dire io quelle cose con la certezza che aveva lui. E a me, che ho un temperamento abbastanza pragmatico, non venivano in mente altri modi se non… conoscerlo di più, e allora ho fatto di tutto perché questo potesse avvenire.
Vi faccio presente che io sono venuto su in una scuola del movimento; io mi rendo conto, e penso anche rispetto ai miei figli, che tutto ciò è fondamentale. Lo ripeto, se non ci fosse stato tutto questo io probabilmente non sarei neanche arrivato lì in quel modo, però ad un certo punto accade qualcosa a me personalmente, l’incontro l’ho fatto io. Ho fatto io l’incontro che ha messo nella mia vita quel seme che ha chiarito tutto quello che c’era prima, ma che tutto ciò che c’era prima non sarebbe bastato a risolvere, senza che questo accadesse a me. E io questo lo penso sempre quando guardo i miei figli, per esempio… per cui la cosa che è cominciata è che io ero veramente entrato in crisi, tanto che volevo lasciare l’università e volevo andare a fare la guida alpina, adesso non si direbbe… avevo tutta una serie di altri interessi… ma a me era successa quella cosa lì in quel contesto lì, e io non so… adesso sembra una banalità, ma in quel momento ho avuto chiaro che valeva la pena continuare a stare ancora un po’ dov’ero, per andare a fondo di questa cosa che avevo cominciato a vedere e che per me era lì. Non è che avevo il problema di immaginarmi come sarebbe stato in un altro posto, era più semplice: lì c’era.
Allora non era facilicissimo riuscire ad avere un rapporto diretto con lui, però c’è stata una serie di vicende anche abbastanza curiose, ma comunque alla fine effettivamente l’ho incontrato, ed è iniziato un rapporto. Ma la cosa che veramente è stata più decisiva per me è stato uno spalancamento verso una esperienza più grande, per cui sono stato immesso in tutta una serie di altri rapporti che poi sono stati decisivi per la mia vita. Perché quello di cui ho iniziato a rendermi conto è che quello che io desideravo veramente non era neanche solo il fatto di stare con lui, di avere un rapporto personale con lui – all’inizio era questo, certamente – ma a poco a poco dentro questo rapporto quello che ho cominciato a desiderare di più era di vedere quello che vedeva lui, era di poter sentire io quello che sentiva lui.
Questo è stato veramente un passaggio fondamentale, che però ora capisco con più chiarezza proprio per l’esperienza che faccio adesso. Era proprio un principio di conoscenza nuova, una conoscenza che capivo che era anche un legame, una conoscenza che è un legame nuovo con la realtà e che passa anche attraverso un rapporto umano che ti introduce a questo. Questo principio di conoscenza nuova lo direi così: che per vedere quello che vedeva lui dovevo anche cominciare a guardare quello che guardava lui. E’ per questo che ho cominciato a stare veramente dentro un cammino, dentro un percorso umano, dentro un’amicizia umana. Perché non basta capire intellettualmente tutti i motivi per cui uno ti dice una cosa. Cosi come adesso capisco bene quando Carròn cosi insistentemente ci richiama al valore fondamentale del giudizio sull’esperienza, che l’esperienza non è tale se non arriva al giudizio. Cos’è questo giudizio? Noi molto spesso pensiamo che il giudizio sia una riflessione che noi operiamo a posteriori sulle cose che succedono o su quello che noi pensiamo, e normalmente questa riflessione si attesta più che altro su delle categorie, che magari abbiamo imparato o che ci sono state dette o che ci sembrano intelligenti. Poi però quando la vita si complica, ci sono tante cose da fare, non si ha tempo di stare lì a pensare, ecc… si dice: ma allora cosa faccio, non ce l’ho più il giudizio? Io incomincio a capire questo: che il giudizio innanzitutto è quello che noi vediamo quando guardiamo le cose, per cui io e lui possiamo essere davanti allo stesso fatto e vediamo due cose diverse, ma non perché ci sono due cose diverse, ma perché quello che è diverso è il giudizio, è diverso quello che ciò che accade ha per me, ha per la mia vita, per la mia storia, rispetto alla mia umanità, ai desideri che ho, alle aspettative che ho, al mio bisogno.
Mi ha sempre molto colpito l’esempio, che faceva Giussani spesso, quando una volta sulla costa della Liguria, sul lungo mare, una sera vede il riflesso della Via Lattea sul mare. Lì c’erano altre coppiette, con ben altre preoccupazioni in quel momento, e non è che per loro il riflesso della Via Lattea non c’era, c’era! Però lui fu l’unico che l’ha visto. Il problema è che a me interessa vedere quello che vede lui, cioè a me interessa vedere quello che c’è dentro la realtà e che non si vede, che si fa fatica a vedere! Non perché è un visionario, ma è proprio l’opposto! È la bellezza vera che c’è e che pure si fa cosi fatica a vedere. Ma ripeto, per poter vedere quello che vede lui uno deve cominciare a guardare dove guarda lui.
E così io ho cominciato tutto questo, ho conosciuto tante persone, tanti amici, ed in particolare una persona che per me è stata decisiva è stato il Giancarlo, che proprio mi ha preso in un’amicizia grande, in una paternità grande. C’è stato un periodo che noi ci vedevamo spessissimo, mi ricordo che il sabato sera andavo a casa sua, facevamo il Capodanno assieme, anche con l’Emilia. E con lui è proprio cominciato questo rapporto in cui io capivo bene che il fattore determinante era che non avevo davanti una persona grande semplicemente perché capiva, o era più capace di me di dare le risposte, ma perché era su una strada certa! E questo, attenzione, io capisco che… scusate se faccio anche dei salti, però la storia si legge anche nella contemporaneità, perché tante cose non avrei potuto dirle nemmeno mentre c’ero dentro, se non vivessi adesso una certa esperienza. E questo è uno degli aspetti che più mi affascina del modo con cui Carròn vive la sua vita, e anche del rapporto che ho con lui. Si capisce bene che quello che ci è chiesto, e anche la responsabilità reciproca che noi abbiamo, che è l’amicizia, che questa amicizia si gioca soprattutto sul fatto che non è che uno spiega e gli altri prendono appunti, cioè che cercano di capire per poi ripetere, perché poi diventa uno slogan. Il problema vero è che lui è il primo a seguire questa cosa grande che gli è capitata, e quando uno segue quella cosa grande che gli è capitata la prima cosa che fa è sfidare tutti a fare lo stesso, a vivere lo stesso livello di esperienza per sé. Tanto è vero che io ho cominciato a capire che non basta neanche fare le cose assieme, riprodurre i gesti, le parole, ma il problema è che la verità che capiamo, che vediamo in un altro, che su quello è più avanti di noi, realizza più di noi quello che noi stessi riconosciamo come vero. Il problema è che questo entri dentro la nostra personale esperienza. Non basta essere insieme, l’importante è che diventi mio. Perché diventi mio, certamente se non fossimo insieme sarebbe un’immaginazione, ma non mi posso fermare fino a quel punto! Ecco, una delle cose che mi aiuta di più nel rapporto con lui è proprio questo: che io vedo che lui ha questo modo di rapporto per cui alla verità ti aiuta a fare il cammino per raggiungerla tu. Che la raggiunga io per me, e questo veramente è un fattore di certezza. Il fattore di certezza non è il punto di arrivo, il momento in cui ho finalmente capito. Il fattore di certezza è che io posso fare questo cammino. E il fatto che vedo uno che è più avanti, mi aiuta a capire che questo cammino lo posso fare. Mentre noi veramente tante volte sentiamo questo come un limite, uno iato, e ci fermiamo a dire “e ma però lui è grande!”, e questo è uno dei motivi per cui a volte ho un disagio sulle testimonianze perché invece non è questo. Invece il valore del dirsi ciò che è vero per sé, è perché ciascuno può ritrovare nella sua vita come le cose che ci diciamo cominciano a fare breccia, e noi siamo insieme innanzitutto su quello: nell’aiutarci a rendere chiaro per noi stessi cos’è che fa breccia. Per cui poi dentro questi rapporti io ho cominciato anche a vivere una amicizia che poi ad un certo punto è diventata anche una richiesta di responsabilità, fino anche nel Movimento e questo io vi ho già raccontato, non so neanche se vale la pena ridirlo. Quando avevo 26 anni e avevo finito l’università, ad un certo punto Cesana parlando con don Giussani mi propose di seguire le comunità del Movimento in Europa, quello che si chiama Visitor, e praticamente io per 10 anni sono andato in giro per le comunità nei paesi dell’Europa. Però questo era impegnativo perché io nel frattempo stavo anche facendo il dottorato di ricerca … questo tra l’altro è un altro capitolo, apro questa parentesi: io non avrei mai pensato di fare il dottorato, anzi proprio neanche lo volevo fare perché io ho fatto l’università così come veniva, e quindi quando ad un certo punto mi è stato suggerito di cercare di fermarmi in università io mi sono proprio ribellato, ma capivo però che dovevo prendere sul serio questa cosa, per rendermi conto anche di quale fosse il mio posto, comunque bisognava partire da qualcosa. Tanto è vero che dopo una settimana, finita la poesia del fatto che ti dicono “eh, è utile se ti fermi in università ecc.”, poi io in sei mesi, il tempo per arrivare al concorso di dottorato, ho dovuto studiare quello che non avevo studiato in sei anni, praticamente è stato un cinema. Però è stato un periodo veramente utile perché mi sono proprio reso conto di quello che stavo cercando di dire prima, perché uno deve trovare le ragioni per sé, dentro l’esperienza che vive lui, perché non è il Movimento che ti ripara da questo, non è nemmeno il fatto che te lo chiede il capo del Movimento, devi avere una ragione per te perché quello che magari è un suggerimento di un altro diventi una ipotesi sulla tua vita. Ma è così per tutte le cose, non solo quando una cosa ti viene chiesta, perché anche quando uno ha una attrattiva, come quando appunto mi sono innamorato di mia moglie, di quella che adesso è mia moglie, ad un certo punto appunto questa cosa l’ho scelta io, però è un suggerimento che accade nella vita, allora uno lo prende come ipotesi, ma prendere una cosa come ipotesi vuol dire essere seri, andare fino in fondo, vuol dire che ci scommetti la pelle su questo, se no non si capisce. E poi un po’ stranamente ho vinto questo concorso di dottorato, per cui ho cominciato a lavorare in università. Per cui, avevo l’università ed ero già un po’ in difetto rispetto ad altri miei colleghi, quindi dovevo recuperare tutto il divario che avevo, in più andavo sempre in giro, poi mi sono sposato, poi ha cominciato a nascere subito il primo figlio, poi un’altra, e ad un certo punto ero lì che dicevo “bah, io cosa sto facendo?”, mi sembrava di fare mille cose e di non essere veramente dentro nessuna. E poi era successo quell’episodio che ho già raccontato, quello della valigia: perché questa cosa mi aveva posto veramente in modo molto serio il problema. C’era mio figlio che aveva un anno e mezzo e una sera io torno a casa e gli avevano fatto un regalo…
Allora, tenete presente perché ho detto questa cosa del visitor… perché la mia situazione concretamente implicava che soprattutto i primi due o tre anni che non conoscevo niente, avevo anche l’esigenza di conoscere quello che c’era in giro, quindi per due o tre anni io quasi tutti i fine settimana viaggiavo, durante la settimana lavoravo fino a tardi perché dovevo recuperare quelli là che erano più avanti, poi in università è così, c’è un’alta competitività, normalmente in Italia funziona che quando c’è una competitività, l’idea è che tu devi essere meglio degli altri. Allora ci sono due modi per essere meglio degli altri: o che rendi di più, ti applichi di più, hai più talento, oppure impedisci agli altri di essere meglio di te. Di solito in Italia prevale il secondo approccio… Quindi durante la settimana funzionava così e il fine settimana prendevo la mia valigia e andavo, ma all’inizio lo facevo anche un po’ senza stare a pensarci su troppo: io capivo che per me rappresentava veramente tutto quello di cui vi parlavo prima, cominciava a diventare veramente il tessuto della mia vita perché io quello che vedevo, i rapporti che avevo anche con le persone grandi del Movimento erano veramente per me un grande aiuto alla mia umanità… io mi ricordo le prime volte che ci si tovava per delle riunioni, che questi qui avevano un giudizio chiaro su tutto, a me sembrava di non capire mai una mazza di niente e allora mi scoraggiavo, però capivo che desideravo sempre di più, appunto come dicevo prima, che questo potesse diventare mio. E c’era tutta questa cosa, capivo che io stavo crescendo e per me questo era diventato un fattore decisivo per la vita, ma succede questo fatto: torno a casa una sera e trovo ad aspettarmi mio figlio di un anno e mezzo che gli avevano regalato un giocattolo che si chiama alfabetiere: praticamente è una scatola con dei pulsanti, su ogni pulsante c’è una lettera dell’alfabeto, tu schiacci questo pulsante, si scoperchia una casella e sotto c’è raffigurata una immagine la cui iniziale è quella lettera dell’alfabeto. Aveva un anno e mezzo, per cui non mi ricordo chi glielo ha regalato, ma obiettivamente era un po’ precoce. Comunque, a lui piaceva da matti questo gioco. Allora, arrivo a casa e lui viene lì e mi fa vedere trionfante questo gioco e ci mettiamo a giocare. Mi aveva aspettato apposta alle nove di sera. Schiaccia la “C” e scoperchia la carota e allora lui dice “carota”, dopo un po’ aveva imparato dove erano, io stavo al gioco “bravo, bravo” fino a che ad un certo punto schiaccia la “V”, compare una valigia e lui esclama “Papi”. Io lì per lì mi sono messo a ridere, la cosa era curiosa: mi associava ad una valigia. Solo che poi, come fanno i bambini, vedono che ridi, allora tutte le volte c’era questa valigia, e tutte le volte “papi, papi”. Poi capitava anche che vedeva uno in giro con una valigia, gli correva dietro “papi”. Allora a quel punto io ho detto “qua c’è qualcosa che non quadra, perché se mio figlio mi associa ad una valigia, forse tutto quello che sto facendo, che per me è così decisivo per la vita, che capisco che mi aiuta, però se è un problema per la mia famiglia, qui c’è qualcosa che devo correggere. Una sera stavo tornando da un incontro insieme con Cesana, e mentre lo accompagnavo a casa mi chiede: “come va?” E allora io ho iniziato a dirgli “mi sembra che sto facendo un sacco di cose, tutte queste cose in sé sono utili, sicuramente utili per il Movimento, capisco che è necessario, però io sinceramente penso che dovrei lasciare qualcosa”. Allora lui mi dice: “E cosa lasceresti? “. “Non lo so, il lavoro non lo posso lasciare, i soldi li devo portare a casa, mi spiacerebbe lasciare questa cosa, però forse non è quella giusta, evidentemente la famiglia sarebbe meglio di no, per cui non saprei neanche io. E poi mi è successo questo episodio…” e gliel’ho raccontato, quello della valigia. Al che lui mi dice: “ Ma tu sei proprio sicuro che per lui la valigia sia negativa?” E io sono rimasto così, in effetti non ci avevo pensato. Allora poi l’ho studiato, il bambino. Effettivamente lui tutte le volte lo diceva con entusiasmo, per lui non era una obiezione, il problema era in me, allora ho cominciato a fare tutta una serie di passaggi secondo una serie di categorie per cui per me tutto questo voleva dire, il dubbio era avvenuto in me, non in lui. Tanto è vero che per lui quella cosa lì era un fattore positivo della realtà di cui nemmeno si sarebbe accorto probabilmente perché la valigia come la maggior parte degli altri oggetti per lui sarebbero stati neutri se non fosse che per lui era associato a ciò che era più certo per sé, che sentiva come un fattore di certezza affettiva per sé, di legame affettivo, di bene per sé e allora quel particolare lì cominciava a diventare interessante. Lì mi sono reso conto che noi tante volte pensiamo che ciò che è più necessario, come dicevo prima, che ci spieghiamo, che stiamo molto attenti a darci le categorie, a fissare i parametri coi quali bisogna muoversi, ma veramente il fattore più determinante, anche per la personalità, nei figli si vede benissimo, è sempre un principio di immedesimazione. Lui vedeva che sebbene, magari non capiva, magari a volte gli faceva fatica certamente, il fatto che io non fossi sempre lì presente, però capiva che questa cosa faceva contento me, vedeva la sua mamma che non era in crisi per questo, anzi che ci volevamo più bene, che volevo più bene a lui: questo era il fatto determinante. Allora questa cosa mi ha aiutato a capire anche l’altra questione che gli avevo posto: cioè che il problema è che io tutte queste cose non è mica che le avevo scelte io, sì me le ero anche scelte in un certo senso, però mi sono state date. Il problema è qual è il filo perché, certamente uno fa quello che può e poi arriva ad un punto in cui deve anche decidere, ma il problema vero è se c’è un filo, se c’è qualcosa dentro quello che vivi, se c’e qualcosa dentro quello che vivo per cui la mia umanità è tenuta insieme, è unita. Cioè che il Mistero di cui noi parliamo, questo senso del Mistero innanzitutto accade come l’evidenza che quello che ho, è per me. Cioè mi è dato, è per me! Oppure possiamo dire, mi corrisponde. Che dentro la realtà c’è qualcosa che la rende chiara. Poi appunto, e finisco, poi Michele mi ha chiesto “adesso come vivi”, un po’ l’ho già detto…. Quando è arrivato Carron, di questo sono rimasto veramente stupito, del fatto che come lui subito si è posto è stata veramente una sfida grandissima. Ciascuno di noi, credo, lo può dire! E’ stata una sfida grandissima perché ho cominciato da subito a capire che non c’è distanza tra il fatto che uno ti dice “guarda che questa cosa la devi vivere tu, devi rendere ragione tu di quello che vivi, devi accorgerti tu di cosa che c’è dentro la tua esperienza”. Uno che ti dice così, non è che non ti vuole rispondere, è uno che ti vuole veramente bene. Questa è la percezione che ho avuto io, perché se non arriviamo ad aiutarci fino a lì, se non arriviamo a dirci questo, se non facciamo questo percorso della conoscenza, su che cosa la vita si regge? Su che cosa le domande che facciamo si reggono? Perché quando noi domandiamo, questo inizio degli esercizi è veramente straordinario, perché quando Carron dice la frase di don Giussani: “le circostanze sono fattore non secondario, ma essenziale per la vocazione e la missione cristiana”, noi tutti abbiamo la percezione di che cosa questo può voler dire nella nostra vita, del valore quindi che la circostanza assume nella vita, mentre tante volte ci sembra di vivere sempre per quello che deve succedere dopo, è come se uno non fosse mai veramente sul presente. Io inizialmente, ho avuto come la percezione che questo fosse innanzitutto per la domanda che pone, la circostanza ci pone delle domande, fa emergere la domanda ultima sul significato della vita e magari della circostanza e in questo senso non tutte le circostanze sono uguali perché ci sono delle cose che lo fanno venire fuori più chiaramente, più drammaticamente. Ma queste sono metà della torta, l’altra metà è che la domanda vera ha sempre dentro una affermazione, una affermazione di positività, cioè che la risposta c’è. Perché se no è un grido ultimamente disperato, l’ultimo grido. Mi ha colpito quando lui ha fatto l’esempio delle ugandesi che quando hanno saputo del terremoto in Abruzzo, hanno detto “ma noi cosa possiamo fare? Questi sono della tribù di Giussani”, che neanche hanno mai visto in vita loro, Giussani. Eppure che la circostanza ponga una domanda su di sé, diventi interessante per sé, diventi un fattore decisivo per la propria vita, per cui uno se ne accorge, perché il vero problema della circostanza non è tanto che è buona, è che noi normalmente non ce ne accorgiamo, per cui le cose succedono e vanno. Ma che uno se ne accorga, quello che rende facile accorgersene, è questa affermazione di appartenenza. Per cui tu dentro la circostanza domandi perché appartieni, domandi veramente a chi appartieni e io questo lo vedo sempre coi miei figli, perché loro domandano continuamente, come tutti i bambini e, ci pensavo adesso che abbiamo fatto la Scuola di Comunità sulla speranza, quello che mi ha sempre veramente molto colpito, è questo fatto: che loro continuano a farmi domande, rompono le scatole, e non è che se io gli rispondo una cosa diversa da quella che vogliono loro, smettono di domandare, anzi rompono ancora di più. Ma questo non è ovvio, perché uno dice: “Hai risposto diversamente, basta!”, invece uno domanda di più, perché uno domanda di più? Non perché è certo che gli rispondi quello che vuole sentirsi dire, ma perché è certo che gli rispondi. E’ certo che gli rispondi perché sei suo padre. Perché questo Mistero non è la tegola che ti cade sulla testa, per cui dici boh, è la circostanza, vediamo cosa succede, chi lo sa e poi dopo si vedrà, ma tanto alla fine finirà bene. E’ il rapporto con un padre. Perché con un padre tu continui a domandare e se ti risponde diversamente tu gli domandi di più per capire di più, per conoscere di più, per entrare dentro il suo sentimento delle cose, per immedesimarti veramente fino in fondo. E infatti un bambino non è che smette di domandare se gli rispondi diversamente, ma smette di domandare se non gli rispondi mai. Cioè se non percepisce che gli vuoi bene.
Ecco io però non vorrei andare avanti troppo. Io ho dato solo degli spunti però io quello che capisco è che perché la certezza della fede incida veramente nella vita, sia appunto certezza, non è che uno non deve essere mai insicuro, non deve vacillare mai, non deve andare mai in crisi. Il problema è che uno deve sapere che cosa preferisce nella vita. Perché lì veramente si gioca di più quello cui noi teniamo, perché la preferenza è quello cui noi più teniamo. E io capisco che normalmente il motivo per cui facciamo più fatica è perché noi tendiamo a preferire quello che è più simile a noi, alla nostra immagine, a quello che noi pensiamo di noi stessi, delle cose, gli amici, le circostanze, il lavoro, le condizioni di vita, le persone con cui si vive. Mentre invece il vero problema della vita è che noi cominciamo a imparare, attraverso ciò che preferiamo, ciò che veramente sentiamo più nostro, cominciamo a guardare tutto così. Il rapporto con la realtà è il luogo della verifica che quello cui noi teniamo regge nella vita. Pensando ai miei quattro figli, non preferire nessuno è impossibile perché oltretutto è disumano. E uno sarebbe sempre tentato di dire per essere giusti che bisogna trattarli tutti allo stesso modo, cioè bisogna non preferire nessuno. Ma questo oltre che essere impossibile è sbagliato perché non corrisponde a quello che loro desiderano così come non corrisponde a quello che desidero io. Perché non è che loro desiderano non essere guardati da meno degli altri. Il vero problema, quello che loro desiderano così come lo desidero io, è di essere preferiti loro. Il problema non è di non preferire nessuno ma è di preferirli tutti e di preferirli per qualcosa che attraverso di loro diventa più decisivo per la mia vita. E così non è una finzione, è vero e se ne accorgono. E così per tutte le cose, per cui le cose che ci sono date, soprattutto le cose cui teniamo di più sono un’apertura sulla totalità perché noi siamo fatti per questa totalità e il vero problema non è di capire innanzitutto cosa è per noi e che cosa va scartato, il vero problema è capire tutto quello che ci è dato per che cosa ci è dato e non è tutto uguale.

Domanda: quest’anno sia nella Scuola di Comunità sia agli Esercizi si è parlato con molta insistenza del fatto dei testimoni, quasi come se senza testimoni non si potrebbe fare il percorso della fede. Mio marito insiste molto sullo stare sul reale, sul fatto di avere dei figli piccoli.. Quindi io come mamma ho possibilità limitate di vedere testimoni. Ho quei pochi fedeli. Mi chiedo sempre se vale la pena di far fare dei sacrifici alla famiglia per seguire i testimoni, o tutto quello che propone il Movimento. La mia domanda è: come fare? E come fa tua moglie? E’ giusto dire che vale la pena di far fare dei sacrifici alla famiglia solo se si vive un’esperienza che fa bene anche a loro?


Prosperi: perché agli Esercizi Carron ha continuato a insistere sul “percorso della conoscenza”? Perché come dicevo prima riguardo all’evidenza della fede che incide sulla vita, quello che noi desideriamo è che accada in noi. Perché possiamo sentirci appagati all’inizio perché incontriamo uno che è straordinario. E anche per me è stato così. Però io fin da subito, come dicevo prima, ho cominciato a desiderare di vedere quello che vedeva lui. Cioè di vedere quello che c’è nella realtà che io facevo fatica a vedere. Perché io ho cominciato a desiderare che questa cosa fosse mia sempre, non solo quando ero lì con lui perché ero lì con lui poco, perché questo succedeva raramente. Cioè cos’è che fa essere così quell’uomo? Cos’è che lo faceva essere così certo di Cristo tanto poteva parlare dell’incontro tra Cristo e Giovanni e Andrea così come poteva parlare di quel ragazzo malato che aveva incontrato.. Perché se vi capiterà di leggere di quegli Esercizi lui faceva esempi di vita tra di noi, di cose accadute tra di noi parlandone come dello stesso fatto contemporaneo. Oppure, come noi abbiamo vista in tanti casi, le grandi testimonianze che abbiamo avuto in questo periodo. Di queste testimonianze uno potrebbe anche non accorgersene. Perché ad esempio quando Carron ha cominciato a dire degli Zerbini, della Vicki..che è la domanda che gli ho fatto alla giornata di inizio anno, qual è il valore di delle testimonianze per la fede. Ma un testimone uno, e qua arrivo alla tua domanda, deve anche saperlo riconoscere. Io sono molto grato che ci sia uno che è innanzitutto testimone per me perché mi indica - e non è che io sono in Brasile con gli Zerbini - mi indica un punto cui guarda lui per capire meglio e fino in fondo l’esperienza che fa lui. Cioè che quella cosa lì è per me, anche se io magari sto vivendo in una condizione diversa, in un posto diverso, con dei problemi diversi. Cosa significa per me come conoscenza nuova, come metodo nuovo di affrontare la vita, come modo nuovo di pormi di fronte alla proposta che viene fatta. Perché quando lui racconta della Cleuza che è rimasta colpita quando lui ha detto che anche i capelli del capo sono contati, noi eravamo lì, eravamo tutti lì e non è che abbiamo avuto tutta questa suscitazione. Eppure lì è accaduto e magari non me ne sarei accorto se lui non l’avesse detto. Ma lui lo ha detto e in quel momento diventa mio anche se son dall’altra parte del mondo. Cioè interroga me. Ad esempio riguardo alla testimonianza che ha fatto Franco sul carcere.. Uno vive la sua condizione…Chiunque di noi può avere la percezione di questo. Quello che desidero io rispetto a questo è capire cosa mi permette di riconoscere perfino il testimone? Perché è’ vero, i testimoni sono necessari per essere introdotti al rapporto col Mistero. Ma la famigliarità col Mistero è quello che ti aiuta perfino a riconoscere chi ti è veramente testimone. Perché non è che uno ti è testimone perché c’ha dei gradi o perché tutti lo dicono. Ma perché tu capisci che ti sta facendo vedere quello per cui tu ti senti fatta. Te lo sta facendo vedere realizzato, come possibilità. Allora la questione non è di andare a caccia dei testimoni. Il problema è che dentro la circostanza che uno vive uno possa riconoscere dove questa eccezionalità accade. Cioè dove questa corrispondenza accade. Racconto questo esempio. Quando mia moglie aspettava il primo figlio, era la quinto mese, andò a fare un’ecografia e il dottore ci disse che da lì a qualche giorno sarebbe potuto nascere ed era troppo presto. E quindi l’avrebbero dovuta ricoverare. Abbiamo fatto il viaggio di ritorno in macchina insieme e io sono stato zitto tutto il viaggio perché non sapevo cosa dire. Arrivati a casa lei si siede sul divano e per la tensione scoppia a piangere. Io l’ho lasciato piangere un po’. Poi dopo un po’ che non smetteva ad un certo punto le ho detto: scusami, però lui c’è. E lei recentemente si è ricordata di questo episodio e mi ha detto che lei aveva passato tutto quel tempo piena di preoccupazioni giuste – perché per noi è facile capire dove sta il problema quando abbiamo la sensazione che le nostre preoccupazioni, i nostri desideri siano una pretesa sbagliata – erano preoccupazioni giuste, come salvaguardare la vita di questo bambino. E quindi cosa avrebbe voluto voler dire, cosa si sarebbe dovuto fare, che sarebbe stato molto complesso perché io non c’ero mai e avrei dovuto stare di più a casa. E poi però c’erano gli amici che ci avrebbero aiutato. Però tutte queste conseguenze di questo fatto e anche le giuste preoccupazioni non la facevano accorgere dell’unico fatto per il quale valeva la pena che le conseguenze e le preoccupazioni esistessero, avessero un senso, cioè di riconoscere quella presenza, che lui c’era, che lui c’è, che ti è stato dato, che ti è stato affidato e tu fai quello che puoi. E innanzitutto fai quello che puoi come risposta a questo fatto che c’è. Perché se non ti accorgi di questo tu puoi fare tutto pensando che sia la cosa più giusta come conseguenza di questo fatto ma il fatto non c’è più e vivi nell’angoscia. E allora a volte basta che uno che lo dica e faccia cominciare in te il percorso di riconoscimento di queste cose che io neanche mi sarei immaginato che lei le aveva vissute così, me le ha dette dopo otto anni. Cioè che han cominciato in lei a far breccia. Questo è il valore del testimone. E se noi non avessimo questo saremmo lì tutti chiusi nei nostro problemi. Però questo non ci toglie l’urgenza perché avrebbe potuto lasciarla cadere. Invece uno lo riconosce perché riconosce che quella cosa che ti viene detta chiarisce il tuo compito rispetto a ciò che è chiesto a te, che è dato a te. Cioè lei si è laureata in fisica e quando abbiamo avuto i quattro figli uno dietro l’altro è dovuta stare a casa….. Però io non l’ho mai sentita lamentarsi della sua condizione.
(non riviste dall'autore)
Posta un commento