domenica 9 agosto 2009

MEETING 30 GIUSSANI:DIO HA BISOGNO DEGLI UOMINI

Redazione venerdì 7 agosto 2009
da il sussidiario
Fate bene a battere le mani, perché credo in quello che dico.
«Il pericolo maggiore che possa temere l’umanità - dice Teilhard de Chardin - non è una catastrofe che venga dal di fuori, non è né la fame né la peste, è invece quella malattia spirituale, la più terribile perché il più direttamente umano dei flagelli, che è la perdita del gusto di vivere».



Quando ho detto questa frase mi è venuto immediatamente al cuore e alla memoria come deve essere nato storicamente l’interesse per Cristo. La gente poteva andarlo a sentirlo chiedendosi: "Cosa dice costui? Parla della Trinità, di Dio Padre, parla dell’inferno dell’anima, della responsabilità dell’uomo". Però poteva farsi anche un’altra domanda, che trovava la risposta dentro il cuore della gente, senza che essa ne fosse cosciente: "Costui, perché dice queste cose?" E immediatamente, chi avesse formulato questa domanda si sarebbe sentito rispondere: "Perché ama l’uomo". Prese un bambino se lo strinse al seno e disse: "Guai a colui che torce un capello al più piccolo dei bambini" e non parlava di torcere fisicamente un capello, perché in questo fatto tutti hanno un po’ di ritegno; parlava nel far del male al bambino in termini morali, là dove nessuno presta attenzione e precauzione; parlava di un rispetto assoluto di questo esserino indifeso. Oppure si scosta nel sentiero, passa un funerale, una donna singhiozza dietro il feretro e Lui domanda: "Cosa succede?" "È una donna vedova. Le è morto l’unico figlio". Fa un passo avanti e dice: "Donna, non piangere". O ancora: "Che importa se ti prendi tutto quello che vuoi e poi perdi te stesso?” Che cosa darà l'uomo in cambio di sé? Così è sorto nel mondo il senso del rispetto, della venerazione, dell'attaccamento, dell'amore, della fiducia, della responsabilità verso la persona.




La persona: l'amore all'uomo. Altrimenti non si può capire il Cristianesimo. Ma forse noi stessi non lo comprendiamo, pur tentando di viverlo, perché non partecipiamo di questa sua origine. Il cristianesimo non è nato per fondare una religione, è nato come passione per l'uomo. Allora si capisce che se Cristo parlava del Padre, se parlava del bambino, se tendeva con particolare cura lo sguardo all'ammalato, al povero, era perché povero, bambino o ammalato erano, fra tutti, i meno difesi, coloro che meno avrebbero potuto imporre se stessi; proprio per questo ne sottolineava la presenza, perché il loro valore era indipendente dalla loro capacità di potere o di servire al potere. L'uomo, il figlio di donna, l'uomo concreto, come sempre insiste Giovanni Paolo II, non l'uomo alla Feuerbach o alla Marx, io, tu, l'uomo figlio di sua madre e suo padre: e l'amore all'uomo, la venerazione per l'uomo, la tenerezza per l'uomo, la passione per l'uomo, la stima assoluta per l'uomo.



La frase di Teilhard de Chardin mi ha richiamato una frase del Vangelo: "Vi ho detto tutte le cose che vi ho dette, affinché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena". Gioia: è l'unica voce, quella cristiana, che può usare la parola gioia senza essere obbligata a dimenticare o rinnegare qualche cosa. Gesù lo dice in termini biblici: "Il loro angelo (l'angelo dei bambini) vede la faccia del Padre mio". L'uomo è grande perché è in rapporto con l'Infinito, ma un rapporto siffatto che lo si è potuto anche definire con un paradosso: Dio ha bisogno degli uomini. Dio. Ma chi non ha paura, qualunque immagine ne abbia, ad usare questa parola? Io ne ho molta, e infatti raramente la uso.



Questo "insondabile mistero", come diceva Einstein, tre giorni prima di morire al grande matematico Francesco Severi, "che sottende ogni ricerca", questa "ombra che non si può staccare da noi" diceva Whithead, questa implicazione ultima della ragione, intesa come coscienza della realtà secondo la totalità dei suoi fattori. "Tutta la legge dell'umana esistenza sta solo in questo: che l'uomo possa inchinarsi all'infinitamente grande", diceva Dostoevskij. Proprio per questo, comunque lo si concepisca, questo infinitamente grande è legato alla nostra esistenza. Con un termine drammatico, la Bibbia parla di "alleanza", un contratto sostanziale, essenziale ed esistenziale: l'alleanza della creazione. Questo infinitamente grande è legato alla nostra esistenza per quello stupore che assicura l'emozione della novità, senza cui la vita sarebbe noia mortale, per cui Dio ci si impone come la struggente attrattiva del reale, dell'essere; per quel brivido della ragione per cui Dio appare come la consistenza che ci mantiene sopra l'abisso del niente; per quella dipendenza inevitabile dagli avvenimenti, per cui Dio ci determina come Destino.



Ma dunque, se Dio è legato a noi, se ne può parlare? Se ne deve parlare, nel senso che non è possibile non parlarne, comunque lo si concepisca. C'è un solo modo per non parlarne: non pensare. "Chiuso fra cose mortali anche il cielo stellato finirà. Perché bramo Dio?" È l'interrogativo appassionato di Ungaretti che era così esplicitato da Reiner Maria Rilke: "Spegnimi gli occhi e io ti vedo ancora; rendimi sordo, ed io odo la tua voce; mozzami i piedi, ed io corro la tua strada. Senza favella, a te io scioglierei preghiere. Dirompimi le braccia ed io ti stringo col cuore mio, fatto repente mano: se fermi il cuore, batte il mio cervello, ardi anche questo ed il mio sangue allora ti accoglierà Signore in ogni stilla". Per questo, per questa implicazione fisiologica, con timore e tremore, ripeto: Dio ha bisogno degli uomini. Così ci si è rivelato.



Il titolo del bellissimo e dimenticato film di Delannoy, è un paradosso, certo, ma è vero: Dio si è reso bisognoso dell'uomo per il modo in cui ha agito. Noi non possiamo che esprimerci con queste formule: aver bisogno senza che si avesse avuto bisogno è amore. L'amore nella sua purità, per tutti nostalgia tanto quanto normalmente non è esperienza, nella sua gratuità assoluta. Dio si è reso bisognoso dell'uomo perché l'ha creato libero, gli ha partecipato questa sua suprema capacità di possesso di sé, e, in secondo luogo, perché si è fatto uomo, si è reso storia! Dal Mistero dei santi innocenti di Péguy: "Chiedete a un padre se il miglior momento non è quando i suoi figli cominciano ad amarlo come uomini, lui stesso, come un uomo, liberamente, gratuitamente. Chiedetelo a un padre i cui figli stiano crescendo. Chiedete a un padre se non ci sia un'ora segreta, un momento segreto, e se non sia quando i suoi figli cominciano a diventare uomini, liberi, e lui stesso trattato come un uomo, libero! L'amano come uomo, libero, chiedetelo a un padre i cui figli stiano crescendo. Chiedete a quel padre se non ci sia una elezione fra tutte, e se non sia quando la sottomissione precisamente cessa, e quando i suoi figli, divenuti uomini, l'amano, lo trattano per così dire da conoscitori, da uomo a uomo, liberamente, gratuitamente, lo stimano così. Chiedete a quel padre se non sa che nulla vale uno sguardo d'uomo che incontra uno sguardo d'uomo. Ora io sono il loro padre, dice Dio, e conosco la condizione dell'uomo, sono io che l'ho fatta, non chiedo loro tropo, non chiedo che il loro cuore, quando ho il cuore trovo che va bene, non sono difficile. Tutte le sottomissioni da schiavo nel mondo non valgono un bello sguardo da uomo libero, o piuttosto tutte le sottomissioni da schiavo nel mondo mi ripugnano ed io darei tutto per uno bello sguardo da uomo libero, per una bella obbedienza e tenerezza e devozione da uomo libero, per uno sguardo di San Luigi IX e anche per uno sguardo di Joinville, perché Joinville è meno santo, ma non è meno libero, e non è meno cristiano e non è meno gratuito, e mio figlio è morto anche per Joinville, A questa libertà, a questa gratuità ho sacrificato tutto, dice Dio, al gusto che ho di essere amato da uomini liberi, liberamente, gratuitamente, da dei veri uomini, virili, adulti, fermi, nobili, teneri ma di una tenerezza ferma. Per ottenere questa libertà, questa gratuità ho sacrificato tutto, per creare questa libertà, questa gratuità, per far agire questa libertà, questa gratuità, per insegnare all'uomo la libertà..."



Ma questa capacità energica di aderire all'essere, in cui sta la libertà, ha in sé un meccanismo tremendo, come un mistero, Pegury dice "mistero dei misteri". La libertà si realizza come scelta, come opzione. Direbbe Althusser, in quel suo terribile giudizio: "La differenza tra il credere nella esistenza di Dio e il marxismo non sta in una ragione, è una pura opzione". Scelta di che? Accettare o non accettare l'Essere. Questa è una scelta che si ripropone ogni giorno, perché noi ogni mattina ci alziamo e ci poniamo di fronte alla realtà con lo sguardo spalancato, aperto, ingenuo di un bambino, pronto a dire pane al pane, vino al vino. "Sia il vostro dire sì, no; ogni altra parola viene dalla menzogna". Oppure ci alziamo con il gomito a coprire la faccia, guardinghi, per difenderci dalla realtà (accettare o meno l'Essere, la propria madre o Dio è lo stesso, la posizione è identica), accampando pretesti anche contro l'evidenza, naturalmente. E se si accampano pretesti, allora non è solo negazione, ma è menzogna. Le ragioni, i pretesti fondamentali, sono il dolore, in tutti i sensi, anche il dolore del proprio sentirsi venir meno, o la pretesa, la volontà di affermazione dell'uomo, non di sé, badate, non del proprio io, ma dell'uomo, appunto, alla Feuerbach.



Forse l'esempio più impressionante della prima ragione, il dolore dell'uomo, è una famosa poesia di Montale che mi permetto di citare: "Forse un mattino, andando in un'aria di vetro arida, rivolgendomi vedrò compirsi il miracolo; il nulla dietro di me, il vuoto alle mie spalle con un terrore di ubriaco. Poi come su uno schermo si accamperanno di gitto alberi, case, colli per l'inganno consueto, ma sarà troppo tardi. Ed io me ne andrò zitto, tra la gente che non si volta, col mio segreto". Quando ho letto questa poesia di Montale, improvvisamente, mi è parso di comprendere; perché questa è la posizione in cui si accende l'intuizione e l'esperienza mistica, questa percezione immediata del nulla delle cose, dell'inconsistenza di tutto, dell'effimero, è anche l'inizio dell'esperienza dell'Essere di cui tutto consiste e che tutto sostiene. “Rerum Deus tenax vigor", "O Signore, tenace consistenza di tutte le cose": qui invece, dalla stessa identica esperienza, si ha il nichilismo: è una pura opzione. Giustamente Peguy parla del "mistero dei misteri", la libertà.



Indubbiamente, da un punto di vista astratto, Montale non spiega una cosa (l'errore è costretto sempre a dimenticare o a rinnegare qualcosa): perché le cose sono, effimere (l'illusorio è già una valutazione) ma sono. Mentre un esempio tremendo dell'affermazione di sé (ma nell'affermazione di sé è l'affermazione della libertà dell'uomo), è un noto brano di Nietzche: "Un giorno il viandante chiuse la porta dietro di sé e pianse. Poi disse: "Questo ardente desiderio del vero, del reale, del non apparente, del certo, come lo odio!" Tutta l'imponenza del mistero del reale, se l'uomo non lo riconosce, è come niente. Il vuoto dietro di me. È come un nulla, non perché non ci sia, ma perché non è riconosciuto. E in questo senso Tischner, commentando le poesie di Papa Wojtyla, dice che "per Papa Wojtyla l'uomo permette a Dio di essere un Dio".



Dio, per essere riconosciuto come Dio, deve in certo qual modo attendere questa scelta, ma la negazione non può non corrispondere ad un ultimo atteggiamento di ira, sottile o clamorosa; ad una affermazione irosa, sorda, o potente. In quest'ira l'accento non è sull'affermazione di sé, della propria personale umanità, ma sul rifiuto di qua1cosa che è dato. È il rifiuto all'atto di un Altro, rifiuto della propria condizione umana in quanto è data, rifiuto della propria natura, rifiuto di una gratuità originaria. Stranamente, l'accento non è innanzitutto sull'orgoglio, sulla volontà di affermazione di sé, perché l'uomo, nella concretezza della sua persona, piuttosto si dissolve. "Chi non crede più in Dio - diceva Claudel nelle sue grandi Odi - non crede più nell'essere, e chi odia l'essere odia la propria esistenza".



Ma come mi è piaciuto leggere in Un uomo di Oriana Fallaci questa osservazione: "L’amara scoperta che Dio non esiste, ha ucciso la parola destino". Ma negare il destino è arroganza; affermare che noi siamo gli unici artefici della nostra esistenza è follia, la follia con cui Sartre diceva: "Le mie mani?! Cosa sono le mie mani? La distanza incommensurabile che mi divide dal mondo degli oggetti e mi separa da esso per sempre". Quanto più stringi e afferri, sei condannato a percepire, a sperimentare una lontananza: nessun nesso è possibile. È l'io che si dissolve, centro di relazione e di abbraccio, di affermazioni e di collaborazione.



Per questo il dissolvimento giunge fino al punto in cui Moravia ne La noia parla della "assurdità di una realtà insufficiente, ossia incapace di persuadermi della propria effettiva esistenza". Che terribile morte della ragione misura di tutte le cose, che non ha accettato di essere coscienza ammirata e stupita di una realtà non sua, che diviene sua nella misura della sua obbedienza, del suo sguardo bramoso, desideroso, spalancato in una accettazione continua. C'è comunque un'alternativa alla negazione di Dio, c'è un'alternativa al rifiuto di una responsabilità di fronte alla domanda, al bisogno espresso di Dio verso di noi.



Dentro il mistero della libertà, l'alternativa alla dimenticanza e alla negazione di Dio, dice il profeta Geremia, "è prostrarsi di fronte al lavoro delle proprie mani". Ma nella società attuale, per il meccanismo potente in cui tutto viene articolato e organizzato, è inevitabile che questo prostrarsi di fronte al lavoro delle proprie mani diventi prostrarsi di fronte al potere: quanto meno ne siamo coscienti, tanto più vi siamo soggetti. "Si è riusciti a far capire - dice Milosz, il grande Nobel per la poesia 1984 - all'uomo che se vive è solo per grazia dei potenti. Pensi dunque a bere il caffè e a dare caccia alle farfalle. Chi ama la res publica avrà la mano mozzata". Il male, che filosofia e letteratura definiscono e descrivono, si rifrange in noi, nelle mille azioni di ogni giorno. Totalmente o in parte, esse sono strappate al disegno del mistero, all'ordine ultimo, a causa del rifiuto della gratuità.



Questa negatività, questa incapacità di perfezione è l'avvenimento esistenziale più tragico per l'uomo cosciente di sé. Sempre io ricordo ai miei amici giovani l'espressione letterariamente più tragica di questa consapevolezza, la finale del Brand di Ibsen, quando colui che per tutta la vita ha ricercato l'attimo perfetto, l'atto interamente umano, ritto vicino alla sua capanna, mentre il tuono della valanga che lo travolgerà oramai sta compiendosi, grida: "Rispondimi, o Dio, nell'ora in cui la morte mi travolge: può tutta la volontà di un uomo ottenere un atto solo perfetto?”. Un atto solo umano? Per questo io ricordo con emozione, e anche con umana paradossale gratitudine, le parole di una persona che stimo profondamente, a proposito del peccato: "Il peccato sono forse io". L'affermazione sembra capovolgersi: l'uomo ha dunque bisogno di Dio per essere uomo? Come risposta Dio si fa uomo, si coinvolge. Certo, chi ha molto senso drammatico della vita, è molto vicino al cristianesimo, gli è molto più facile capirlo. Come risposta Dio si fa uomo, si coinvolge con l'uomo come compagno reale di cammino, totalmente familiare, accende un dialogo immediato senza lunghi, solitari ed ambigui spazi interpretativi. Così Dio si rende bisognoso degli uomini proprio come uomo. Ed è a questo punto che l'opzione si gioca in modo più drastico e diventa dramma storico e tragedia del pensiero.



In nome dell'autonomia della verità umana, in nome, cioè, del suo modo di concepire l'ultimo, quello che noi chiamiamo Dio, perché è inevitabile l'implicazione dell'ultimo nel dinamismo della ragione, l'uomo respinge con violenza, fino alla nausea, questa presenza amorosa che ha bisogno dell'uomo, ma gli chiede di amarlo con tutta la mente, con tutto il cuore, con tutte le forze, come dice il Vangelo. Così, dalla onestà dei farisei, al rifiuto del giovane ricco, allo scandalo di Giuda, l'abolizione di Cristo dalla memoria che decide e guida la vita singola e sociale, diventa peccato sociale. Una ovvietà della cultura dominante: Cristo è un grande uomo, a patto che venga abolito, come Cristo, dalla memoria. Tale abolizione diventa rinuncia alla categoria suprema della ragione, la categoria della possibilità. È assurdo, è inconcepibile, è impossibile.



Mi ricordo, ne "La fine dell'avventura" di Graham Green, che il protagonista, 1ibero pensatore, va di sera tardi in casa dell'amico cui era morta la moglie e ci trova il confessore della moglie, un fraticello smilzo, piccolo, fragile, che lui cerca di confondere attraverso una serie di invettive contro l'immagine religiosa cristiana della vita e dell'uomo. E quel povero fraticello, approfittando di un respiro dell'artista, “libero pensatore”, esclama timidamente: "Ma mi sembra di essere più libero pensatore io di lei, perché è più libero pensiero ammettere tutte le possibilità piuttosto che precludersene qualcuna". È dalla abolizione della memoria di Cristo come Dio-uomo che diventa possibile la lucidità isterica con cui tanta cultura moderna rinnega Dio, ma lo diceva Nietzsche: "Se togliamo Cristo, dobbiamo togliere Dio". Ma Cristo è un impegno del mistero, irreversibile, col tempo umano; la Bibbia lo chiama "Alleanza Eterna". Dio è fedele a se stesso, Cristo è lo svelarsi della natura del mistero verso l'uomo. Che cos'è il mistero verso l'uomo? Misericordia. La gratuità iniziale, originale, per cui l'uomo è, si svela compiutamente nel suo cuore, nella sua profondità affettiva. È misericordia.



La risposta negativa dell'uomo non risolve la grande questione di amore: Cristo si implica nella totalità della esistenzialità stessa dell'uomo, nella totalità della mia esistenza. L'idea che per il cristianesimo la salvezza, cioè il senso positivo del mondo è legato ad un punto infinitesimale che è il sì di una ragazza di 15, 16 o 17 anni al massimo, che viveva in uno sperduto villaggio della Palestina, basterebbe a farmi capire il divino. Così, sull'altro versante, un uomo viene baciato, in quella notte, ed esclama: "Amico, a che sei venuto? Giuda, con un bacio tradisci il Figlio dell'Uomo". Coinvolto con l'esistenzialità umana, col gioco della sua libertà, secondo le movenze normali, quotidiane di essa, implicato nella totalità dell'esistenza come uomo, Cristo si rende bisognoso delle concrete, visibili cose che l'uomo usa: l'acqua nel Battesimo, l'olio nella Cresima, il vino e il pane nell'Eucarestia, la parola nella Confessione; il gesto, dovunque. Ma la realtà storica totale di cui Cristo ha bisogno per compiere la sua presenza al cammino dell'uomo verso il destino, è l'unità fra tutti coloro che il Padre gli ha dato.



Dice il XVII capitolo di S. Giovanni: "L’unità di tutti coloro cui è stato dato di conoscerlo". Inizio dell'unità totale dell'umanità, è l'unità fra tutti coloro che il Padre gli ha dato, la Comunità Ecclesiale, "questo ambiente dell'esistenza redenta dell'uomo", come ci disse Giovanni Paolo II il 29 settembre, la Comunità Ecclesiale, esistenza redenta dunque non perfetta.... ambiente affascinante, dove ogni uomo trova la risposta alla domanda del significato per la sua vita, cioè Cristo centro del cosmo e della storia. Perché non c'è nessun fascino nella vita più grande che l'esplodere chiaro del significato. Perché il fascino è l'attrattiva del vero, "pulchrum splendor veri" diceva S. Tommaso.



Così, in un certo senso, l'inizio cristiano non è l'inizio di una religione e neanche di un'etica, ma di un'estetica. L'etica verrà, come conseguenza, da un amore destato, e l'amore è destato dalla bellezza, che è l'attrattiva propria della verità. Comunità Ecclesiale: dove tutti i temperamenti, tutte le storie, cioè tutti i movimenti, le associazioni, scaturiscono dall'unica domanda di quel significato e insieme, senza alcuna possibilità di dominio, completandosi e aiutandosi l'un l'altro come grande e appassionata compagnia, fluiscono verso l'unica foce; la testimonianza a tutto il mondo umano di Cristo morto e risorto. Ma questa Comunità Ecclesiale è un popolo, o, come diceva Paolo VI (25 luglio 1975) "una entità etnica sui generis", un popolo di uomini: Dio non ha bisogno di santi, ha bisogno di uomini.



Così dunque Eliot descrive il cammino di questo popolo nel VII Coro della Rocca: "Da quel momento sembrò come se gli uomini dovessero procedere dalla luce alla luce, nella luce del Verbo attraverso la passione, il sacrificio, salvati a dispetto del loro essere negativo, bestiali come sempre, carnali, egoisti come sempre, interessati, ottusi come sempre lo furono prima, eppure sempre in lotta, sempre a riaffermare, sempre a riprendere la loro marcia sulla via illuminata dalla luce, spesso sostando, perdendo tempo, sviandosi, ritardandosi, tornando, eppure mai seguendo un'altra via". Questo Cristo ha introdotto nella nostra vita, facendosi compagno nostro, la dignità, la libertà come tensione all'infinito; se l'uomo è rapporto con l'infinito, l'unica dinamica degna è la tensione ad esso. Come un bambino che, nato, deve imparare a camminare, e mille volte cade, e mille volte riprende, ma tutto in lui è tensione al cammino e alla vita.



Eliot prosegue: “Ma sembra che qualcosa sia accaduto che non è mai accaduto prima, sebbene non si sappia quando, o perché, o come, o dove. Gli uomini hanno abbandonato Dio non per altri dei, dicono, ma per nessun Dio, e questo non era mai accaduto prima; che gli uomini negassero gli dei ed adorassero come dei la ragione o il denaro, il potere o ciò che chiamano vita, razza, dialettica. La Chiesa ripudiata, la torre abbattuta, le campane capovolte, cosa possiamo fare? Deserto e vuoto, deserto e vuoto, perché deserto e vuoto è il mondo là dove non c'è ricerca di un significato, e tenebre sulla faccia dell'abisso. È la Chiesa che ha abbandonato l'umanità, o l'umanità che ha abbandonato la Chiesa? Tutte e due. Quando la Chiesa non è più considerata, e neanche contrastata, e gli uomini hanno dimenticato tutti gli dei, tranne l'Usura, la Lussuria e il Potere".



Il Dio dell'uomo è ciò che l'uomo è; ciò che l'uomo è, è il suo Dio. Ma l'uomo non è lussuria, denaro e potere. Questi dinamismi pretendono continuamente di definire l'uomo e l'uomo può diventarne, soprattutto teoricamente, schiavo, prigioniero; ma l'uomo è definito da qualche cosa di più, dove il calcolo è travolto. Nonostante tutto, nonostante che l'uomo sia attraversato continuamente dalla fame e sete della lussuria, del denaro e del potere, affermare questo più, tendere a questo più, vivere questa lotta e, nella propria fragilità, mendicare come poveri lungo le strade, è il modo umano di vivere la gratuità, di vivere cioè la propria vera natura, immagine di Dio, di vivere quel rapporto con l'infinito, creatore per grazia. Tale capacità di gratuità, questo scatto oltre il calcolo, verso l'infinitamente grande che si è reso bisognoso della nostra esistenza, è il test della vita. "Son venuto perché abbiano la vita e la abbiano in sovrabbondanza", una vita che non sia costretta a dimenticare o rinnegare nulla.



Permettetemi di citare questo brano del Diario di Kierkegaard: "Il rapporto di negatività polemica che il paganesimo metteva fra l'idea di una vita futura e l'esistenza presente, si vede anche dall'obbligo che le anime avevano, giungendo ai Campi Elisi, di bere l'acqua del fiume Lete". Per entrare nel loro paradiso i pagani credevano che le anime dovessero prima bere l'acqua del fiume Lete, che nella radice greca vuol dire "dimenticare": per essere felici nell'al di là, bisognava dimenticare tutto. Ma questa è la norma per ogni ideologia, teorizzata o implicata nel modo di vivere. Il Cristianesimo invece insegna che dobbiamo rendere conto, che ha un valore eterno anche una parola detta per scherzo. Ciò significa, tra l'altro, la presenza totale del nostro passato, anche se un altro Lete, la misericordia, ce ne toglie il lancinante dolore: è il mutamento profondo, la conversione profonda del significato del mio stesso male.



Il Vangelo dice: "Anche i capelli del tuo capo sono numerati". Una vita che diviene se stessa, cioè sempre più vita, come diceva S. Agostino: "La vita non deve passare, letteralmente, dalla giovinezza alla vecchiezza, ma è la giovinezza che deve crescere sempre di più". Ciò che S. Agostino affermava per esperienza personale è testimoniato da una bellissima poesia di una poetessa settantenne, grande anche se naturalmente oggi dimenticata, Ada Negri, Giovinezza: "Non t'ho perduta, sei rimasta in fondo all'essere, sei tu, ma un'altra sei, senza fronda né fior, senza il riso che avevi al tempo che non torna, senza quel canto; un'altra sei, più bella. Ami, e non esigi essere amata, a ogni fiore che sboccia o frutto che rosseggia o pargolo che nasce, al Dio dei campi e delle stirpi rendi grazia in cuore; non ami il fiore perché lo cogli e lo annusi, ma perché è; non ami il frutto perché lo addenti, ma perché è; non ami il bambino perché è tuo, ma perché è".



Questa è la gratuità resa vita quotidiana, che riverbero nello sguardo a chi vive vicino!, che riverbero nel pensiero e nel travaglio per gente ignota che viva lontano!, che riverbero di missione! In fondo il Cristianesimo realizza l'immagine che Victor Hugo, in un bellissimo brano del suo Le Conteplation intitolato L'Eremita, descrive. Si immagina questo eremita che si alza al mattino presto, all'alba, e cerca alla luce della candela di cominciare a leggere e meditare il suo testo. Man mano che legge, il sole si alza e cresce, e così, nello stesso tempo, nella sua anima sì fa luce, non dalla giovinezza alla vecchiezza; è la giovinezza che deve crescere sempre. "Non fidatevi dell'amore" è l'ultimo ricordo di Paul Valery ai suoi amici. "Noi abbiamo creduto all'amore" è il messaggio di Giovanni. "So bene che Dio non mi ama, come potrebbe amarmi? E tuttavia in fondo a me, qualcosa, un punto dì me, non può impedirmi di pensare, tremando di paura, che forse, malgrado tutto, mi ama", dal primo quaderno di Simone Weil.



Questo è ciò su cui non può non attestarsi la nostra umanità, per quel poco di purità che mantenga. C'è un unico vero delitto, la dimenticanza del Dio che ha avuto bisogno di noi, che ha bisogno di noi. "Sento che la mia nave - dice un buon poeta spagnolo, Juan Ramòn Jiménez - ha urtato là sul fondo in qualcosa di grande". La nostra nave che sta navigando per l'Oceano della vita ha urtato là, sul fondo, in qualcosa di grande: Dio presente. E nulla accade. Nulla, quiete, onde. Tutto come prima, tutto è già accaduto e siamo già tranquilli nel diverso, ci siamo già rassegnati? Io auguro a me e a voi di non stare mai tranquilli, mai più tranquilli.





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