mercoledì 23 settembre 2009

LA VITTORIA DI CRISTO NELLA CARNE PUTREFATTA

.....Ho visto una sofferenza immensa, un dolore che mai avrei immaginato, la violenza disumana di cui l’uomo può essere capace, ho visto il dolore innocente così profondamente misterioso. È vero, ho visto tutto questo, ma la parola che meglio descrive quello che sto vedendo qui è la parola “Resurrezione”. (…) Quello che il Signore mi sta conducendo a riconoscere ogni giorno è che Lui è risorto. Non è che non ci sia stato il tradimento, la flagellazione, il Calvario, la morte. Nulla di questo è negato, ma tutto è redento. Perché Lui è risorto......

Aldo Trento:
Questa settimana vorrei sottoporre ai lettori la testimonianza di Laura, una ragazza italiana che ha lavorato tutta l’estate come volontaria qui nella parrocchia di San Rafael ad Asunción
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di Aldo Trento
Caro Padre Aldo, ti trascrivo qualcosa di ciò che si è impresso nel mio cuore, di quello che hanno visto i miei occhi, di quello che hanno toccato le mie mani. È un gesto di gratitudine, per come mi hai accolta, (…) per avermi permesso di venire qui, di seguire i tuoi passi, di essere parte di questo luogo così bello e drammatico. (…)




Dentro ai piccoli sacrifici che in questo tempo mi sono stati chiesti si è imposto un cuore nuovo che inizia ad affidarsi, certo della Sua bontà, a Lui. Che voglia di vivere, padre Aldo! Che voglia di tornare a casa per raccontare al mio moroso, ai miei amici quello che ho vissuto. (…) E che desiderio di scoprire passo dopo passo, giorno dopo giorno, come il Signore mi chiederà di riconoscerLo, servirLo, di imparare ad amarLo ed essere una cosa sola con Lui. Ti abbraccio grata. Tua figlia
Laura


Credevo di venire in un posto di dolore e sofferenza. (…) Da cos’altro possono essere caratterizzate una clinica per malati terminali e una casa per bambini abbandonati, maltrattati, abusati? È vero, questo è un posto di dolore. Ho visto una sofferenza immensa, un dolore che mai avrei immaginato, la violenza disumana di cui l’uomo può essere capace, ho visto il dolore innocente così profondamente misterioso. È vero, ho visto tutto questo, ma la parola che meglio descrive quello che sto vedendo qui è la parola “Resurrezione”. (…) Quello che il Signore mi sta conducendo a riconoscere ogni giorno è che Lui è risorto. Non è che non ci sia stato il tradimento, la flagellazione, il Calvario, la morte. Nulla di questo è negato, ma tutto è redento. Perché Lui è risorto. E lo tocco con mano. (…) È realmente, carnalmente la vittoria di Cristo ciò a cui assisto ogni giorno sempre più grata. La vittoria di Cristo DENTRO le circostanze, anche le più dolorose e misteriose. La Sua ressurezione non toglie la morte o il mistero, ma vince e trasfigura ciò che altrimenti potrebbe essere solo disperazione, inferno. La vittoria di Cristo non è dopo, non sarà domani, è adesso, nella carne, nella vita di Pablito, che ha convissuto in letizia con un tumore di 6 chilogrammi sulla spalla che lo obbligava a tenere la testa tutta reclinata da un lato e convivere con il fetore della sua carne putrefatta, fino a morire, senza mai una parola di lamento. È adesso, nella solarità e nel sorriso cristallino di Rosita, 17 anni, sorda, senza una gamba amputata per un tumore, con metastasi in tutto il corpo, che domenica ha ricevuto felice la cresima in clinica e scrive sul suo quadernino attraverso il quale comunica col mondo che ringrazia Dio per la bella vita e la bella famiglia che le ha donato. La vittoria di Cristo è adesso in Isabell, che sorride ed è capace di amore dopo tutto quello che ha subìto. La vittoria di Cristo è adesso in Marchito, abbandonato a quattro anni dalla madre diciassettenne, che sa gioire ed essere felice per una cartina argentata di una caramella che svolazza nel cielo. (…) Quante volte al giorno mi ritrovo a dire: «Mio Signore, mio Dio, mio Tutto». Chiedo di poter essere fedele a quello che ho visto, e di poter portare io stessa nella mia stessa carne e nella mia stessa vita, così come tutti questi testimoni, la Sua resurrezione.


Rosa oggi stava malissimo. Mi colpisce la sua discrezione nell’esprimere il dolore. Così generosa di sorrisi splendenti, quando soffre nasconde il suo volto, si ritira, non facendosi notare. Era sola. L’infermiera le ha portato la morfina. Mi sono messa al suo fianco. Pregando le ho accarezzato la testa, finché non si è addormentata. A volte si può fare così poco (almeno così ci pare). Ma forse oggi Lui non aveva che queste mie povere mani per accarezzare la testa di Rosita.


Oggi alla Casita de Belem sono stata con Carol. È alto, non ha forza nel suo corpo, si accartoccia continuamente su di sé, ha due bellissimi e tristi occhi verdi e piange in continuazione. Spesso è come un lamento continuo, a volte uno o due minuti senza piangere e poi riinizia, a volte forte con le lacrime che gli segnano il viso. Mi sono seduta su una seggiolina, lo ho preso in braccio (non riesce a stare seduto), era disteso sulle mie gambe, tentavo di alzargli il busto e la testa per poter mettere un po’ di cibo nella sua bocca. Mio Dio come è misterioso il dolore innocente! Non ho potuto non pensare alla pietà di Michelangelo, lui era esattamente così, abbandonato sul mio corpo seduto, e tentavo di sorreggerlo. Come è umano il cristianesimo e come è divina – fin nei suoi aspetti più drammatici – la nostra vita. E pensavo a Maria, che ha tenuto così tra le braccia Suo figlio, l’unico vero innocente, il Santo innocente. Al dolore di quella madre. Al dolore di tutte queste madri nel mondo. So che c’è Cristo, a cui posso chiedere, domandare, offrire. Che posso riconoscere, servire, a cui posso tentare di dare da mangiare nel corpo ripiegato e accartocciato di Carol. E questo bimbo diventa come un figlio a cui tenti, cullandolo, di mettere un po’ di cibo nella bocca, e così madre ti senti figlia, come generata da questo misterioso dolore, come viva nel mondo grazie a chi in modo così misterioso – ma certamente fecondo – partecipa più carnalmente della croce di Cristo. (…)


Mi hanno raccontato la storia di Rosita e Oscar. Sono due dei bambini con cui sono stata in questo mese alla Casita de Belem. Ho saputo solo ora che quando sono arrivati alla Casita vi sono arrivati per morire. Piccolini, di qualche mese, Oscar aveva avuto due meningiti, malato di Aids, era in stato vegetativo. E così anche Rosita. Erano stati abbandonati moribondi, e alla Casita erano stati accolti perché potessero morire in pace. Ora hanno circa due anni. Oscar è un’esplosione di energia, forza, vitalità. Corre, grida, ride. Rosita ha appena incominciato a camminare, ho accompagnato, stupita e contenta, i suoi primi passi. Ora inizia a parlare, dice: «Rosita ciquitita». A loro è accaduta la stessa cosa che è accaduta a Lazzaro. Oscar e Rosita sono stati richiamati alla vita dall’amore di Cristo. Attraverso Cristina e padre Aldo, l’amore di Cristo ha richiamato in vita questi bimbi. Quello che mi è dato la grazia di vedere qui è esattamente la stessa cosa che hanno visto duemila anni fa, sbigottiti e stupiti, i discepoli di Cristo. Perché qui fioriscono così tanti miracoli?, mi sono trovata a chiedermi. In questo posto fioriscono le resurrezioni, i miracoli, perché ci sono uomini e donne che fondano la loro vita sul fatto di Cristo, sulla fede in Lui. Non su ciò che già sanno, sui loro progetti o schemi. Che spazio lascio io a Cristo, alla fede in Lui, nelle piccole (o meno piccole) cose concrete di ogni giorno? Ho visto in questo mese e mezzo di grazia che quanto più lascio spazio a Lui, quanto più poggio tutta la mia vita sul fatto di Cristo, tanto più la mia vita viene ricolmata di miracoli. Ed è così sorprendente il modo sempre nuovo e diverso in cui Cristo prende iniziativa con me. Non mi chiede che di lasciarGli spazio, di accoglierlo nei volti che mi pone innanzi, nei fatti che mi fa conoscere, nei suggerimenti e desideri che pone dentro al mio cuore. Che pace e che dramma! Che pace: perché è Lui che fa tutto, è Lui che in modo così attento e tenero tutte le volte prende iniziativa con me. Che dramma: perché lo spazio che io lascio a Cristo nella mia vita, lo spazio che lascio alla fede dipende tutte le volte da me. Dalla lotta tra ciò che io penso, progetto, immagino, istintivamente voglio fare e quello che Lui mi dà, che Lui mi pone innanzi tutti i giorni, attraverso cui mi chiede ogni volta di riconoscerLo e di essere Sua.


«Chi sei Tu? Chi sei Tu che mi hai chiamata qui, che mi hai voluta qui? Chi sei Tu che ti prendi così cura del mio piccolo niente?». Mai come in questo periodo questa domanda – piena di stupore e meraviglia – è sgorgata dal mio cuore commosso, a volte fino alle lacrime. Partendo dall’Italia, attraversando il Sud America, gustando panorami maestosi e splendenti, ascoltando e seguendo i passi dei santi, mirando i volti delle decine di Lazzaro che il Signore mi ha dato la grazia di incontrare. «Chi sei Tu che ami così teneramente, così appassionatamente, così fedelmente questo povero niente? Chi sei Tu che desideri mostrarmi i Tuoi prodigi, i Tuoi miracoli, i Tuoi angeli e i Tuoi santi che vivono in questa terra? Chi sei Tu, così attento ai desideri più profondi del mio piccolo cuore come a quelli più semplici e apparentemente banali?». La meraviglia, lo stupore, la gratitudine del Tuo amore infinito hanno travolto e inondato il mio piccolo essere, sempre più grato, lieto e certo che Tu sei.
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