martedì 29 settembre 2009

MENTRE IL DOLORE SI FA ADORAZIONE PADRE ALDO

Come vorrei che ci lasciassimo provocare da quanto Carrón ci dice parlando dell’urgenza di percorrere il cammino, senza lasciare buchi per la strada, della conoscenza, per arrivare direttamente davanti al Mistero per poter dirgli TU. Mai come in questo sabato sento vere queste parole: dire TU al Mistero. Senza questa esperienza oggi non avrei retto alla dolorosissima agonia e morte della mia figlia piú grande della “casita de Belén”: Rosita, ve la ricordate quando vi ho mandato la foto il giorno della sua cresima? Adesso sono qui al suo fianco mentre, guardando quel TU in cui lei vive, vi scrivo per raccontarvi la sua bellezza.

Cari amici,

Le sue guance che tanto e tanto ho baciato e accarezzato sono ancora tiepide mentre il freddo della morte avanza inesorabilmente. Le sue unghie con lo smalto bianco, lunghe ed affusolati danno alle sue bianche e tenerissime mani un tocco di quella femminilitá che ti rimanda all’Infinito. Cosi la sua bellísima faccia circonscritta dentro una folta chioma di capelli nerissimi. Ripenso al filmato visto a La Thuile e poi a S. Paolo. Ripenso e rivedo Giussani leggere quella bellissima poesía di Leopardi: “Sopra il ritratto di una bella donna”.

É proprio la descrizione della mia Rosetta. Ha appena 18 anni. Come in una rapidissima sequenzza vedo passare davanti a me quell’ora in cui Giussani ci racconta “Cara Beltá”. Ho pianto tanto, fina dalle prime ore del mattino, quando con il S. Sacramento fra le mani sono arrivato al suo letto. Che strazio (solo chi é padre puo capirmi e vive della paternitá che solo la verginitá ti dona) nel vederla con gli occhi semi chiusi, rivolti leggermente all’indietro, e lottando contro la morte. I suoi respiri affanosi sempre piú distanziati nel tempo, come per descrivermi la grande ultima bataglia fra l’anima che vuole ritornare a quel “TU che mi fai”e il corpo che non cede, non vuole lasciarla partire. Un lotta che vedo tutti i giorni nei miei figli che partono (quasi 700 in 5 anni) e che per me ogni volta é un martirio che mi tocca perfino fisicamente. La sua fronte tutta piena di sudore, come le mani. É duro morire, é la fatica piú dura della vita. Sono stato al suo fianco tutto il tempo possibile.

Non potevo non vivere con lei, accarezzandola e e baciandola, questo momento drammatico in cui Rosetta giá tutta consegnata al Mistero, stava per raggiungerlo. Quando alle 12:30 sono ritornato da lei con il Santissimo Sacramento, mi sono inginocchiato e ho messo l’ostensorio al suo fianco. Eravamo noi tre, o meglio era “Io sono Tu che mi fai”. Era quel TU che ci prendeva tutti. Che esperienza di appartentenza, di paternitá, di figliolanza ho provato! Ripensavo alla parolle del Giuss, dette da Carrón che l’aveva salutata alcuni giorni fa: “l’uomo non dipende dai suoi antecedenti… neanche dal cancro e dai terribili dolori… l’uomo é relazione diretta con l’Infinito”.

Giá alcune ore prima di questa scena Eucaristica mi era stata data un’altra prova di questa veritá, quando la polizia mi aveva portato un “barbone” incontrato sballato nella strada. Era irriconoscibile come uomo: barba lunga, incolta, zeppo dei suoi escrementi. Accolto come Gesú, l’amico Carlo lo metteva sotto la doccia, gli taglia la barba ed i Capelli. Sorpresa: quando lo vedo sul letto non lo riconoscevo piú. É un altro, sempre quello di prima, ma è un’altro. Gli chiedo l’etá: 57 anni. Non ci posso credere. Sembrava come averne 80 appena arrivato. Che cosa ha fatto la differenza? Prima non aveva conoscenza di essere “Tu che mi fai”, adesso SI' e questo cambia, ricostruisce l’io, rinasce l ‘uomo. Come? Mediante un abbraccio… é ancora quell’abbraccio del Giuss che raggiunge ogni giorno quelli che per il mondo sono solo degli “sporchi barboni”. Mi viene in mente l’epitaffio che c’é sulla tomba di Santa Rita da Cascia: “l’amicizia é una virtú ma l’essere abbracciati é la felicitá”. Ora anche questo uomo, da una vita nella strada, é felice.

Come la mia Rosetta, che mai ha perso il suo sorriso né quando le amputaronno la gamba destra, né quando tutta metastasi perse l’udito e il suo ginicchio diventò come un enorme pallone. In questo momento sono venuti a salutarla dandole un bacino i suoi fratellini della Casita di Belem. Un incontro incredibile… e che fatica dire loro una parola, mentre mi guardavano sbigottiti con gli occhi spalancati, come chiedendomi: perché?. “Rosetta é in paradiso, guardate il suo sorriso”. É ció che sono riuscito dire loro. Ma sono bastate queste parole perché si rendessero conto che quel TU ci ha reso una sola cosa per sempre e che Rosetta é viva. Sì, quel TU che ha strappato anche loro della violenza di ogni tipo, rendendoli felici.

In questo momento, é morta un’altra mamma.

Pregate per me e per i miei figli e non dimenticate mai quel percorso della conoscenza necessaria, sì, oh sì! per essere abbracciati e abbracciare tutti.

Ripenso e prego per Caterina per che guarisca, la figlia di Antonio Socci, per il figlio di Achilli e di tanti altri, che sono in paradiso con la mia Rosetta. “Io sono TU che mi fai”. Solo cosi anche in questo momento il mio cuore riposa sicuro, mentre il dolore si fa adorazione.

P. Aldo



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