giovedì 17 settembre 2009

PADRE ALDO TRENTO

....Verso sera chiamo la ragazzina, ancora con il muso duro. L´abbraccio, l´accarezzo, con il cuore che grida: “Signore fa che senta la tua carezza e che non sia definita dalle ferite di un passato pieno di violenza”. Lei è ancora irrigidita ma a un certo punto le dico: “Ascoltami bene quando tornerò dal Brasile, ti prendo come mia segretaria”. D´improvviso mi sorrise, mi diede un bacio e con il cuore sereno sono partito. Al ritorno quando vado a prendere i miei figli per portarli a scuola la ragazzina mi dà un bacio e una letterina ben chiusa in due buste.....


PADRE ALDO TRENTO 16 settembre 2009

Carissimi, “Padre Aldo, tutto il tempo che sei stato assente, i malati, quasi dimenticando il loro dolore, hanno pregato non per loro, ma per te, perché tornasi presto e sano”. Cosi mi hanno detto gli infermieri quando sono tornato in Paraguay. La stessa cosa i bambini:

“Papà adesso non puoi più lasciarci tanto tempo, perché ci manchi tanto”.
Poi mi hanno condotto a vedere l´ultimo fratellino arrivato durante la mia assenza e l’hanno chiamato… Ha due mesi ed è figlio di una bambina di tredici anni che l´ha lasciato ed è sparita. Guardatelo com’è bello!
Uno muore, uno nasce. Ogni settimana c´è la vita che sboccia e incomincia i primi passi, passi già segnati dal dolore dell´abbandono o di ogni tipo di violenza, e c´è la vita che arriva alla sua piena maturità nell´incontro con Cristo. Come vedete siamo, sono ogni istante di fronte al Mistero. Appena tornato, una ragazzina, una delle mie figlie che più ha sofferto, per via di continui abusi sessuali ha avuto una crisi d’isterismo spaventoso. In cinque non riuscivano a tenerla. Per me è stato una cosa da infarto, tanto era violenta.
Ho sentito un dolore lacerante e mi chiedevo il perché di questa reazione. Per un giorno non c´è stato niente da fare: impossibile ogni rapporto, che fare? “Io sono Tu che mi fai”…la mia impotenza, il mio dolore ha subito fatto i conti con questa certezza.
E così, mentre l´avvocato aveva già redatto la domanda al tribunale per denunciare l´accaduto ed eventualmente che io rinunciassi alla patria potestà, io fissavo il Mistero, che mi provocava mediante la realtà a non firmare la nota dell´avvocato. “Io sono Tu che mi fai”, se è vero per me, è vero anche per la mia bambina. E così ho stracciato la nota dell´avvocato.
Verso sera chiamo la ragazzina, ancora con il muso duro. L´abbraccio, l´accarezzo, con il cuore che grida: “Signore fa che senta la tua carezza e che non sia definita dalle ferite di un passato pieno di violenza”. Lei è ancora irrigidita ma a un certo punto le dico: “Ascoltami bene quando tornerò dal Brasile, ti prendo come mia segretaria”. D´improvviso mi sorrise, mi diede un bacio e con il cuore sereno sono partito. Al ritorno quando vado a prendere i miei figli per portarli a scuola la ragazzina mi dà un bacio e una letterina ben chiusa in due buste. A casa leggo: “Perdonami perché non sapevo cosa facevo e non mi comporterò più così. Prego Gesù e la Madonna perché mi aiutino a cambiare. Perdonami, ti voglio tanto bene. In queste tre settimane che non sei stato qui ho sentito la mancanza. Il giorno che sei partito per l´Italia ho sofferto molto. E adesso che sei andato da un´altra parte non so che fare”. La letterina scritta dopo la mia partenza per il Brasile era piena di fiori e stelle con un sole grande. Amici, una volta in più ho toccato con mano che non esiste violenza, circostanza che non possa essere vinta dalla certezza del “Io son tu che mi fai”.
È solo questa esperienza dell´istante vissuto come affermazione del “Tu che mi fai” che non solo mi permette di vivere con letizia, ma anche di educare i miei bambini e di venire fuori dalle situazioni più violente abbiano vissuto o vivono. Non è la psicologia, la psicoanalisi che può fare questi miracoli, ma solo la mia fragile umanità piena di questa certezza. Educare a vivere, educare a morire è comunicare questa certezza che vibra nel mio cuore: “Io sono Tu che mi fai”. Nel tempo questo Tu prende l´io e permette all´io stesso di guardarsi con gli occhi del Tu, cioè con ironia. E uno finalmente gode della propria compagnia. E così si diventa educatori e i bambini incominciano a sorridere e i pazienti terminali guardare in faccia alla morte con letizia.
Ciao P. Aldo


Posta un commento