sabato 19 febbraio 2011

A SANREMO L'EMOZIONE PIU' GRANDE DA QUANDO FACCIO TV

....Benigni rivolto idealmente a Bossi- schiava di Roma non è l’Italia, è la vittoria. Umberto, hai capito? Che c’è lì pure tuo figlio Renzo?”. Benigni prosegue con la sua analisi storico-filologica dell’Inno: “Stringiamci a coorte/Siam pronti alla morte/L’Italia chiamo’”, declama e poi sottolinea: “Coorte non e’ la corte, e’ la decima parte della legione romana, 600 fanti. Come dire l’unione fa la forza. Come dice Morandi: stiamo uniti”.
Finale nel segno dell’emozione. Iniziata nel modo più dissacrante la performance del premio Oscar si conclude dopo quasi un’ora di monologo con l’attore che canta a cappella l’Inno di Mameli commuovendosi lui stesso sul finale e facendo commuovere gran parte della platea dell’Ariston che si alza in piedi per tributargli una standing ovation.......


Roberto Benigni: “A Sanremo l’emozione più grande da quando faccio tv”








“E’ stata un’emozione incredibile. La più forte da quando faccio televisione. Mi dicono che abbiamo fatto punte da venti milioni di spettatori: era dai tempi del Mondiale dell’ 82 che non succedeva…”. In un colloquio con il ‘Corriere della Sera’ (non un’intervista, ci tiene a precisare), Roberto Benigni torna sul monologo al Festival di Sanremo con il quale ha ricordato l’anniversario dell’unità d’Italia attraverso l’esegesi dell’Inno di Mameli.



Lo sa Benigni che stavolta persino Il Giornale ha scritto bene di lei? «Guardi, è una cosa incredibile, forse anche pericolosa, infatti è tutto il giorno che mi chiedo: ma dove avrò sbagliato?» . Il giorno dopo il trionfo, Roberto Benigni è ancora euforico. «Nessuna intervista, per carità, se no gli altri si arrabbiano, e poi sono appena sceso dall’aereo, sono stanco e felice, non so cosa mi verrebbe fuori…» . Nessuna intervista quindi, però Benigni non rinuncia a dire la sua gioia. Il monologo di Sanremo ha cambiato la percezione degli italiani della festa per i 150 anni, da ricorrenza triste di un Paese diviso tra secessionisti al Nord e neoborbonici al Sud a momento in cui molti si rendono conto di essere più legati all’Italia di quanto non amino riconoscere. «Succedono cose pazzesche — sorride Benigni —. Mi dicono che a Radio Padania telefonano leghisti della prima ora un po’ arrabbiati con il partito: “Ma come, nell’inno di Mameli c’è la battaglia di Legnano? Perché non ce l’avete mai detto?”. Personalmente, però, la cosa non mi ha stupito. Non dovrebbe stupire. Alberto da Giussano è un eroe italiano, non padano. Appartiene a tutti noi, come la saga del Carroccio e della Compagnia della morte».



Benigni torna al suo intervento di Sanremo. Al suo riscoprire eroi dimenticati, morti a vent’anni, ed eroine ignote ai più, come la principessa di Belgioioso che porta i napoletani a combattere accanto ai milanesi e poi soccorre i patrioti lombardi e veneti venuti a difendere la Repubblica romana. E ritrova due punti centrali del suo monologo. L’idea che l’attaccamento fortissimo alle piccole patrie, alle storie locali, non è incompatibile con l’amore per la patria comune, anzi. «In sei strofe, Mameli unifica la storia di un’Italia fino a quel momento divisa. Legnano, appunto. E poi Genova, la rivolta di Balilla. Firenze, con Francesco Ferrucci. E la Palermo dei Vespri siciliani» . La conferma che si può essere padani, o genovesi, o toscani come Benigni e Ciampi, oppure siciliani, e nello stesso tempo italiani. Altro punto centrale, l’idea che l’Italia nasce dalla poesia e dall’arte, dalla cultura e dalla bellezza, prima che nella politica. «Prima viene Dante, e secoli dopo Cavour. Prima la lingua, poi la nazione. È la straordinaria bellezza del nostro Paese e dei nostri artisti che ci unisce. Non è meraviglioso il passo di Dante in cui Beatrice appare vestita dei tre colori che saranno quelli della bandiera italiana?» . Meraviglioso, certo. Ma l’Italia per Dante era anche un pensiero doloroso. Benigni cita a memoria: «Ahi serva Italia, di dolore ostello/nave senza nocchiero in gran tempesta/non donna di province ma bordello…» . Versi che riletti oggi sembrano avere un’amara attualità. Ma l’altra sera Benigni si è limitato a evocare le vicende politiche, senza infierire. Mentre a Vieni via con me aveva picchiato duro su Berlusconi, stavolta ha scelto il registro dell’ironia più che quello del sarcasmo. Erano altre le cose che gli premeva dire. Ma neppure stavolta la reazione politica si è fatta attendere, con la spaccatura dentro al governo e alla maggioranza su una questione, i 150 anni, rimasta finora sullo sfondo. Benigni però non ne è rimasto impressionato più di tanto. «Guardi, non dovevo scoprirlo a Sanremo o leggendo la curva dell’audience: sono sempre stato convinto che gli italiani, tutti gli italiani, anche quelli che votano Lega o dicono di rimpiangere i Borboni, sono legati al nostro Paese, e amano l’Italia come la amo io».

Feb 19, 2011 | 0 comments | View Post
Il video integrale di Roberto Benigni a Sanremo 2011








Feb 18, 2011 | 2 comments | View Post
Video: Benigni canta l’inno nazionale
Lo show di Roberto Benigni si conclude con un colpo di scena. L’attore canta, a cappella, l’inno nazionale. Standing ovation dell’Ariston



Feb 18, 2011 | 0 comments | View Post
Video: battute a raffica sul Rubygate
Benigni: ”Anche la Cinquetti era minorenne”
La parte più politica e d’attualità dello show del comico all’Ariston



Feb 18, 2011 | 0 comments | View Post
Sanremo: Roberto Benigni entra a cavallo
L’ingresso all’Ariston di Roberto Benigni: cavallo bianco e tricolore. E’ l’inizio dello show più atteso della terza serata del Festival



Sanremo, 17 feb. (Adnkronos) – Il ‘ciclone’ Roberto Benigni arriva a cavallo e si congeda cantando ‘a cappella’ l’Inno di Mameli; si muove tra storia e attualità, e non rinuncia affatto alla satira politica, un po’ come ci aveva abituato con le sue lecture dantis. L’attore toscano premio Oscar entra in scena alle 22.25 e tiene banco per oltre 40 minuti. E soprattutto si applica sulla storia e il significato del Canto degli Italiani, meglio conosciuto come l’Inno di Mameli o Fratelli d’Italia.

Robertaccio sorprende tutti con un ingresso a cavallo, alla garibaldina. L’attore entra all’Ariston dal fondo della platea su un cavallo bianco, imbracciando una bandiera tricolore. “Buonasera a tutti e di nuovo viva l’Italia”. E subito agguanta l’attualita’: “Avevo dei dubbi ad entrare a cavallo perche’ in questo momento ai cavalieri non gli va tanto bene…”.



Poi assicura: “Parlerò assolutamente solo dell’Inno di Mameli”. Ma neanche per idea mantiene le promesse: “Dov’e’ la vittoria sembra scritto per il Pd”. Poi prosegue a ritmo pirotecnico: “L’Italia c’ha 150 anni è una bambina, una minorenne. Non ce la faccio -confessa- lo so che gliel’ho promesso di non dire queste cose ma non ce la faccio”. Così via giù sul sexygate berlusconiano: “D’altronde e’ nato tutto a Sanremo. La Cinquetti che cantava ‘Non ho l’eta’ e si spacciava per la nipote di Claudio Villa”.
“Ma parliamo dell’inno… anzi no, una parola sola: Ruby Rubacuori.. l’ho detto. Oh, se non ti piace -dice come parlando col premier- cambia canale, vai sul due, anzi no che c’è Santoro. Meglio stasera se vai al letto. Ma questa Ruby per vedere se era la nipote di Mubarak, bastava andare all’anagrafe e vedere se Mubarak di cognome fa Rubacuori. Ma ci voleva tanto? Ci sono due persone in Italia che telefonano continuamente.. una è qui”, dice guardando in platea il direttore generale della Rai Mauro Masi. “Ma pensate alla bolletta.. L’unita’ d’Italia è sacra, pensate a dividere l’Italia in tre. Tre costituzioni, tre Berlusconi, tre Benigni, tre Sanremi.. no, non si puo’”.
Benigni accenna ai grandi patrioti ma subito il discorso torna all’attualità: “Silvio Pellico ha scritto ‘Le mie prigioni’, un libro bellissimo. Prima di trovare un altro Silvio che scriva un libro così ce ne vuole… L’eroe dei due mondi era Garibaldi non Marchionne. Ha spostato la capitale da Torino a Detroit. Verdi aveva gia’ previsto con ‘Va’ pensiero’ la fuga dei cervelli”.
Poi inizia davvero la sue esegesi dell’Inno di Mameli, punteggiata comunque da battute sull’attualità: “L’italia s’è desta. Svegliamoci. Svegliatevi”. “Dov’è la Vittoria? Le porga la chioma, che’ schiava di Roma, Iddio la creo’. Umberto -dice Benigni rivolto idealmente a Bossi- schiava di Roma non è l’Italia, è la vittoria. Umberto, hai capito? Che c’è lì pure tuo figlio Renzo?”. Benigni prosegue con la sua analisi storico-filologica dell’Inno: “Stringiamci a coorte/Siam pronti alla morte/L’Italia chiamo’”, declama e poi sottolinea: “Coorte non e’ la corte, e’ la decima parte della legione romana, 600 fanti. Come dire l’unione fa la forza. Come dice Morandi: stiamo uniti”.
Finale nel segno dell’emozione. Iniziata nel modo più dissacrante la performance del premio Oscar si conclude dopo quasi un’ora di monologo con l’attore che canta a cappella l’Inno di Mameli commuovendosi lui stesso sul finale e facendo commuovere gran parte della platea dell’Ariston che si alza in piedi per tributargli una standing ovation.

“Mi sono immaginato un giovane che componeva questi versi, da solo, magari la sera tornando a casa. Non sono un cantante, ma mi gioco tutto”. Il pubblico apprezza lo sforzo e applaude alla favola raccontata dall’attore toscanaccio, una favola che si chiude con una morale: “E quando vi sembra che la felicità si sia scordata di voi, voi non scordatevi della felicità”.

Feb 18, 2011 | 0 comments | View Post


Nessun commento: