giovedì 30 giugno 2011

60 ANNIVERSARIO DEL GIUBILEO SACERDOTALE DI DIAMANTE


...Ha sempre incarnato la figura del pastore, che è per Dio e vuole introdurre gli altri alla Sua conoscenza. Penso sempre che mio fratello possa essere un esempio, perché si è speso tutto per la sua vocazione e non ha mai posto innanzi le proprie preferenze personali. Il suo compito è per lui la vita.

Una fedeltà nell’umiltà che lo ha portato al momento dell’elezione a definirsi un lavoratore nella vigna del Signore...
... e lo è davvero. Ha voluto esserlo. Per questo ha usato quell’immagine evangelica, in cui la Chiesa viene paragonata a una vigna, nella quale qualcuno deve lavorare affinché il vino riesca bene. E lui in questa vigna della Chiesa vuole assolvere pienamente il suo compito....


Georg: «Annunciare a tutti l’amore di Dio missione che lui svolge in modo esemplare»
Joseph Ratzinger «si è speso tutto per la sua vocazione» e in tutte la tappe della vita sacerdotale ha sempre voluto portare a termine il suo compito di pastore, cioè essere sempre disponibile per ciò che Dio vuole e per cercare di «introdurre gli altri alla Sua conoscenza». Quel 29 giugno del 1951 in cui venne ordinato nel duomo di Frisinga, così come oggi.




Parola di fratello, oltre che di confratello. C’era anche Georg Ratzinger quel giorno a ricevere l’imposizione delle mani da parte del cardinale Faulhaber, arcivescovo di Monaco e Frisinga. E alla vigilia del 60° anniversario, del Giubileo sacerdotale di diamante, il fratello maggiore di Benedetto XVI ritaglia per Avvenire pochi minuti della sua giornata per tornare con la mente e col cuore a quel giorno.

L’ex direttore del coro di voci bianche della cattedrale di Ratisbona, i celebri Regensburger Domspatzen, insiste più volte sul concetto della missione da compiere. Sul fatto che Dio si affida agli uomini per realizzare i suoi disegni. E che questi devono fare la propria parte nella vigna del Signore, per usare un’immagine cara al Pontefice.

Monsignore, come vive questa ricorrenza? Quale ricordo più forte le suscita?
I ricordi dell’ordinazione e della Primiz, la prima Messa, sono ancora molto vivi nella mia memoria. Certo, da allora sono successe tante cose. Le forze vengono meno, la vista anche (problemi agli occhi rendono sempre più difficile suonare il piano al sacerdote-musicista ndr). Ma sento una grande gratitudine per quello che abbiamo potuto vivere.

Allora, dopo il disastro della guerra, cosa significava per voi, per la vostra generazione, diventare sacerdoti? Cosa vi spingeva?
La coscienza della nostra missione. Del fatto che Dio non ha abbandonato il mondo e che questo vive a partire da Dio. Questo è il compito più bello: essere mandati da Dio e annunciare il suo amore alle persone.

Per voi l’ambiente in cui è maturata la vocazione è stato la famiglia, cosa che oggi sempre più spesso manca. Chi di voi due per primo ha deciso per questa vita?
La prima considerazione la trovo giusta. Poi, io sono maggiore di tre anni e tre mesi e forse in me la decisione è maturata prima. Essendo più vecchio, ho anticipato mio fratello in tutto.

E lui come ha vissuto il proprio stile sacerdotale nelle varie tappe della sua vita: cappellano, professore, vescovo, cardinale, infine Papa?

Ha sempre incarnato la figura del pastore, che è per Dio e vuole introdurre gli altri alla Sua conoscenza. Penso sempre che mio fratello possa essere un esempio, perché si è speso tutto per la sua vocazione e non ha mai posto innanzi le proprie preferenze personali. Il suo compito è per lui la vita.

Una fedeltà nell’umiltà che lo ha portato al momento dell’elezione a definirsi un lavoratore nella vigna del Signore...
... e lo è davvero. Ha voluto esserlo. Per questo ha usato quell’immagine evangelica, in cui la Chiesa viene paragonata a una vigna, nella quale qualcuno deve lavorare affinché il vino riesca bene. E lui in questa vigna della Chiesa vuole assolvere pienamente il suo compito.
Gianni Santamaria



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