lunedì 27 giugno 2011

ACCOGLIENZA


Quello stesso bisogno di sentirsi amati
di Cristiano Guarneri
09/05/2011 - L'associazione Fraternità ha inaugurato un nuovo Centro di accoglienza in via Rutilia, a Milano. Cinque famiglie che vivono l'esperienza dell'affido. E che hanno «qualcosa di strano: sono amiche tra di loro...»




L'inaugurazione del Centro di accoglienza a Milano.
Quando Stefania dice che «ad essere accolta sono innanzitutto io», risuona, con altre parole, quel che ha ammesso poco prima Alessandra: «Qui mi vogliono bene per quel che sono, senza dover fingere di essere un'altra». L'esperienza è la medesima, anche se spesso si rischia di distinguere. Perché Stefania l'accoglienza “la fa”, mentre Alessandra, da quel freddo e lontano giorno di febbraio, “la riceve”.
E invece no. Di accoglienza si vive tutti, indistintamente. Il bisogno di chi accoglie è il medesimo di chi è accolto: sentirsi amati.
È questa la forza che sostiene le cinque famiglie dell'associazione Fraternità stabilitesi in via Rutilia, a Milano, nel Centro di accoglienza sorto per ospitare minori in affido e inaugurato il 3 maggio scorso. Alessandra, ragazza madre con tre figlie sulle spalle, ci finisce dopo uno sfratto ingiunto da polizia, vigili e servizi sociali. Alcuni giorni passati da un amico, poi il trasferimento in un palazzo di nuova costruzione, muri gialli e un gran cortile interno, a sud di Milano. Lì hanno appena traslocato cinque famiglie che qualcosa di strano ce l'hanno e lo si vede subito: sono amiche tra loro. Di un'amicizia insolita, che bada al sodo, non è sguaiata. Soprattutto è gente che non ti squadra dall'alto in basso. «Temevo di essere arrivata in un luogo ostile, con persone pronte a giudicarmi», racconta Alessandra. Invece, nell'appartamento di Maria e Amedeo Capetti, trova una «famiglia normalissima», pronta a farle posto con le figlie. I giorni dell'agonia si tramutano in un tempo di letizia: «Anche io pian piano mi sono aperta a loro», racconta Alessandra, «sentendomi ogni giorno rinascere e trovando una capacità di amare che mai avrei pensato».
In quella stessa palazzina abita Stefania, un'altra che Alessandra conosce bene. Lei, con marito e figli, forma una delle cinque famiglie che hanno preso casa nel Centro di via Rutilia. È Stefania a raccontare che «la forza per stare qua e accogliere chi ha bisogno arriva dagli amici che mi fanno compagnia». Infatti, «nulla sarebbe possibile se non avessi una porta a cui bussare». Lo dice lei che la propria porta la spalanca ai figli di altri accogliendoli in affido. Tra Alessandra e Stefania, dunque, c'è ben poca differenza. Entrambe chiedono la stessa cosa: l'abbraccio di qualcuno che le stimi per quel che sono.
Questo “qualcuno” ha un nome. Lo pronuncia Amedeo Capetti, medico, consulente per la Santa Sede all'Organizzazione Mondiale della Sanità e soprattutto padre: «Quand'ero al liceo Berchet ho incontrato quelli di Comunione e Liberazione e da allora non li ho più mollati». Questa appartenenza, che arriva oggi all'amicizia con don Mauro Inzoli, presidente dell'associazione Fraternità, dà il via all'avventura dell'affido e al trasferimento in via Rutilia. Vivere insieme ad altri per lo stesso scopo e nel medesimo luogo è «una grazia» ma, molto spesso, «una sfida insopportabile». Che si vince se ci si lascia educare. Se nella vita di chi accoglie si fa esperienza del perdono ricevuto.
Ecco, il perdono. Che in un altro modo si dice «misericordia». «Fino a questa mattina - ha detto don Inzoli il giorno dell'inaugurazione - non avevamo ancora scelto, tra i tanti in mente, il nome per questo Centro. Ma quello che è accaduto nei giorni scorsi, che accade in queste case e nei cuori delle persone che vi abitano, ha dato un nome a questo posto. E la parola è: Misericordia» Che non è roba per chi ha fede o ha capito più di altri. È un luogo dove tutti possono abitare, «dove tutti possono trovare casa, non di muri ma di cuori. Dei cuori di chi vi abita. Sant'Agostino usava infatti l'espressione “miseris cor dare”, cioè dare il cuore ai sofferenti. Io - dice don Mauro - ho il bisogno di essere accolto, di essere perdonato, di essere voluto bene. È per questo che vengo volentieri in queste case». Oltre a Maria ed Amedeo, Stefania e Paolo e Alessandra con le bimbe, al Centro abitano Ippolito e sua moglie Antonella, Pietro e Romana, Giulio e Cecilia. Ognuno con la propria tribù di figli, naturali ed affidati.
Quello di via Rutilia è il terzo Centro di accoglienza della Fraternità. Angelo Gipponi, direttore dell'associazione, ricorda che i minori accolti dal 1984 a oggi sono 700 e oltre 250 i nuclei familiari aderenti. Numeri di una realtà che cresce e a cui le istituzioni guardano con favore, come dimostra la convenzione firmata, durante il momento inaugurale, con il comune di Milano (era presente l'assessore Mariolina Moioli) che «rinnova», ha detto Gipponi, «una collaborazione in vigore da anni, ma fa anche un passo in più: finalmente riconosce il modello di accoglienza non solo in una struttura comunitaria ma nelle singole famiglie, a cui accorda il medesimo valore».
Inzoli cita un brano del messaggio di Giussani per i 20 anni di vita dell'associazione (nel 2011 ne compirà 27): «Tutto il mondo si senta costretto ad amare quello che voi costruite». Sarebbe facile vantarsi, considerarsi importanti. Il sentimento che domina, invece, è quello della gratitudine. Innanzitutto a «Colui che ci ha messo insieme» e che ha permesso di «renderci parte di una storia verso cui siamo debitori». Perchè accadono miracoli, come quello in via Rutilia, che altro non sono se non l'opera di un Altro. «E se stanno accadendo mentre siamo così poveri», conclude don Inzoli, «figuriamoci quando Lo seguiremo di più, come dice un passo della liturgia: “Oh, Signore, se ci hai amati mentre eravamo peccatori, che cosa ci farai adesso che abbiamo cominciato a seguirti?“.
Cosa ci succederà, io vorrei poterlo vedere con voi».

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