lunedì 18 gennaio 2010

«UN UOMO COLTO,UN EUROPEO DEI NOSTRI GIORNI PUÒ CREDERE,CREDERE PROPRIO,ALLA DIVINITÀ DEL FIGLIO DI DIO, GESÙ CRISTO?»

Esercizi degli universitari
di Comunione e Liberazione
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TRACCE
Supplemento al periodico Tracce - Litterae Communionis, n. 1, Gennaio 2010. Poste Italiane Spa - Spedizione in A.P. D.L. 353/2003 (conv. in L. 27.02.2004, n° 46) art. 1, comma 1, DCBMilano


TRACCE
«Un uomo colto,
un europeo dei nostri giorni
Può credere, credere proprio,
alla divinità del Figlio
di Dio, Gesù Cristo?»
Esercizi degli universitari
di Comunione e Liberazione
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TRACCE
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Un uomo colto, un europeo dei nostri giorni può credere...
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Introduzione Julián Carrón
4 dicembre, venerdì
Per piccola che sia la consapevolezza che ciascuno di noi ha adesso, sarà
difficile che ciascuno non si senta veramente bisognoso, mancante, desideroso;
non per nulla abbiamo fatto questo sforzo di venire da lontano per
essere qua. Questo desiderio che ci ha mosso, che ci ha portato qua, è quello
che adesso diventa grido. Perché un grido? Perché tutti i tentativi che noi
abbiamo fatto per rispondere a questo bisogno sono insufficienti. Abbiamo
bisogno di Qualcuno più grande che ci doni quella pienezza che tutti
i nostri tentativi non riescono a darci. Questa è l’intelligenza più grande
dell’uomo. Occorre essere stupidamente presuntuosi per non riconoscere
questa evidenza più elementare che abbiamo. Per questo noi, da uomini,
consapevoli di cosa siamo, del bisogno che ci troviamo addosso, con tutta
la nostra intelligenza, con tutta la nostra coscienza, non possiamo fare altro
che gridare, gridare allo Spirito, all’energia del Mistero, affinché possa darci
quello che noi non siamo in grado di darci.
Discendi Santo Spirito
Vi saluto, ciascuno di voi, che siete arrivati dall’Austria, dal Belgio, dalla
Francia, dalla Germania, dall’Irlanda, dall’Olanda, dal Perù, dal Portogallo,
dalla Spagna, dalla Svizzera, dalla Turchia, dall’Uganda e dall’Italia.
Da tutti i contributi che avete inviato per questo momento di lavoro
degli Esercizi, si evince con chiarezza qual è la situazione in cui siamo chiamati
a vivere la vita. È particolarmente bello, come vedremo adesso, che
le domande che sorgono nelle vostre vite sorgano dal fatto che siete nel
reale, nelle circostanze, nell’ambiente. È la vita che fa sorgere le domande,
che urge dentro le circostanze; e per questo ci rendiamo ancora più conto,
proprio perché non siete fuori dall’ambiente del reale, di qual è la drammaticità
del momento storico che viviamo, della confusione che c’è in giro
(come dicevamo questa estate), della difficoltà di chiarirci la strada. Tanti di
voi sentono urgente il bisogno di una certezza per vivere, di una chiarezza
della strada. E mi viene sempre in mente quel passo, che abbiamo letto
in tante occasioni, del Fedone di Platone, che descrive il nostro dramma:
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Un uomo colto, un europeo dei nostri giorni può credere...
davanti alla difficoltà del vivere, come tutti, desideriamo attraversare la vita
(il pelago, nell’immagine che lui usa per la vita) in un trasporto sicuro per
non perderla.
Siamo immersi in un cambiamento epocale. Non siamo nati in una circostanza
storica in cui c’è, diciamo, una tradizione che si tramanda quasi
meccanicamente. Ci troviamo davanti a una diversità che ci costringe a
scegliere, a dare delle ragioni sul perché scegliamo una cosa piuttosto che
un’altra. Non è più possibile salire sul tapis roulant, per essere portati meccanicamente.
Non c’è più il tapis roulant, come poteva essere nel passato
dove uno, per il fatto di nascere in un certo ambiente, in un certo Paese, era
come facilitato. Per vivere oggi, senza essere travolti dal torrente della confusione,
più che mai occorre l’io, e questo lo vede ciascuno di noi.
Mi scrive Sharon: «Sono appena arrivata al San Raffaele, dopo aver fatto
la Triennale in Bicocca; e tutto quello che mi sembrava consolidato e quasi
dato per scontato, si sta presentando prepotentemente con l’esigenza di
essere giustificato. I rapporti con i compagni di corso, la rappresentanza
studentesca, il Banco Alimentare, distribuire i volantini vari: nel vivere questa
realtà mi sto trovando addosso inaspettatamente il metodo cui siamo
stati educati in questo periodo: il giudizio. Ogni momento è un’occasione
pressante per chiedermi perché e per scoprire cosa c’è alla fine della lunga
trafila, cioè cosa mi muove. Non mi basta essere lì accodata, e comincio a
fare tutte le domande possibili, dal perché voglio arrivare presto in università
quando aspetto l’autobus la mattina, fino a domandarmi: io cosa sono?».
Quanto è necessario – lo vediamo dall’interno della nostra esperienza – il
lavoro su cui stiamo insistendo in questo tempo, dall’estate in poi.
Dice Michele: «La prima reazione dopo l’équipe è stata una difficoltà
nell’accettare che l’ingrediente mancante fosse l’esperienza. M’aveva colpito
la decisione di affrontare alla radice la confusione e la noia del presente,
ma la medicina, cioè l’esperienza, mi sembrava troppo amara, quasi
esagerata. L’inizio dell’università, l’accoglienza delle matricole, gli esami, il
cambiamento dell’appartamento, la sentenza sul crocifisso, gli attacchi alla
Cusl, mi hanno aiutato a capire che il lavoro che ci fa fare Carrón non è
un discorso nuovo da imparare, ma la reale possibilità di una svolta. Non
sono allenato a non fermarmi alla superficie, a dare voce a quelle domande
persistenti che albergano e si agitano nel cuore ad ogni impatto con il reale:
perché? Mi basta? Chi fa questa realtà? E la percezione del Mistero è così di5
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venuta più frequente nelle mie giornate, e ha introdotto un respiro nuovo».
«Perché senza giudizio, la nostra vita sembra guidata dalla sorte», come dice
Andrea con i suoi amici di Perugia.
Per questo è la realtà stessa che ci costringe. Carlo ci mette davanti lo
scenario: «Durante i mesi di settembre e ottobre all’ingresso della segreteria
dell’università i banchetti matricole si sono moltiplicati; oltre al nostro
banchetto, si sono aggiunti quelli dei giovani leninisti, di alcuni giovani extossicodipendenti
in cerca di soldi per canili di Milano, un gruppetto di
esperti che proponeva un corso di memorizzazione veloce e, per finire, un
banchetto di omosessuali. La fiera. È impossibile vivere in università, fare
il banchetto, studiare, incontrare la gente, andare a lezione, senza avere un
punto fermo, senza giudicare ciò che accade. Davanti a tutto ciò, come mai
prima d’ora, mi sono accorto del bisogno di verità e di significato che tutti
in università esprimono. Spesso mi chiedo come io rispondo. Di che cosa
c’è davvero bisogno?».
Non è che uno fa l’intellettuale; è la vita, la vita che urge, e davanti a questa
vita che urge non ci basta più la ripetizione di cose come un pappagallo,
come dice Maria Piera dell’Aquila: «Quando c’è stato il terremoto, per me
è crollato tutto e mi sono resa conto che le cose che pensavo d’aver capito,
non erano affatto mie, che ripetevo le cose come un pappagallo. La teoria
c’era, ma non sapevo fare nemmeno un esempio partendo dall’esperienza e
mi sembrava di aver buttato anni di movimento». Non ci serve esserci così.
La vicenda dei crocifissi lo ha fatto emergere ancora in tanti con più
chiarezza, come racconta Luca da Roma: «Il giorno della sentenza della
Corte Europea ero a casa influenzato, quindi ho avuto parecchio tempo per
vedere molti notiziari alla televisione, e quindi sentire i commenti dei politici
e perfino i dibattiti nei talk-show, parecchio tempo per leggere notizie
su tutti i giornali in rete, parecchio tempo per leggere gli articoli dei maggiori
giornalisti. Volevo approfittare della grande dose di tempo che avevo
a disposizione per sviscerare questa notizia e per farmi un giudizio vero. La
prima cosa di cui mi sono accorto è che questo giudizio non veniva su in
chiarezza e profondità, proporzionalmente al numero di articoli che leggevo,
alle ore di telegiornale che ascoltavo. La sera, torna a casa mio fratello e
mi chiede: “Luca, che dici della vicenda del crocifisso? Che idea ti sei fatto?”.
E non sapevo dire niente. Mi ero bevuto tutto, ma senza fare nessuna mossa.
Sapevo solo ripetere meccanicamente i commenti di altri, ma questo mi
INTRODUZIONE
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Un uomo colto, un europeo dei nostri giorni può credere...
lasciava una profonda insufficienza, e mi sembrava di non arrivare mai alla
risposta alla domanda che mi premeva, davanti alla riduzione del crocifisso
a segno della nostra tradizione, della nostra identità, che non offende
nessuno. Come non arrivare mai al nocciolo della questione, alla domanda
decisiva: perché vale la pena tenere il crocifisso? E quindi: che cosa rappresenta
per me quell’Uomo inchiodato alla croce? E questa domanda me la
posso portare dietro tutti i giorni, senza nemmeno la fretta di tirare fuori
dal taschino la risposta giusta. E poi la sorpresa davanti al volantino». O
come dice Michele: «La sfida lanciata dal volantino, con la domanda [quella
che abbiamo scelto come titolo per questi Esercizi] che riproponeva alla
fine, suona come uno schiaffo forte e incancellabile al mio modo di vivere
di tutti i giorni, in un periodo in cui la mia vita, in università e in famiglia,
nella quotidianità, sembra essere più lontana e distaccata dalla pretesa di
Cristo su questa stessa vita. Che un pezzo di carta mi chiedesse esplicitamente:
“Puoi tu, Michele, credere, credere proprio alla divinità del Figlio di
Dio?”, non era scontato, anzi, sarei potuto rimanere distaccato come sempre
e continuare nelle mie giornate come se Cristo non incidesse. Invece la domanda
è arrivata, ha ferito questo mio atteggiamento distaccato, ha preso
spazio nel mio cuore e nella mia ragione, perché mi sono accorto di come
il cuore puoi distrarlo, ma non puoi ingannarlo. Non si possono estirpare
quelle esigenze elementari su cui tanto ho cominciato a lavorare in questo
anno, alla scuola matricole, pur essendo al secondo anno. E questo pezzo di
carta – cioè il volantino – ha effettivamente smontato questa mia presunzione.
Perché pormi il problema del fatto di Cristo? Tanto sono di Cl, per
cui so che c’è e mi basta così. Invece no. È proprio in questo scontato farmelo
bastare che poi si è rivelata tutta la pochezza del mio attaccamento a Cristo,
perché, a mano a mano che il tempo passava, Cristo rimaneva, ma nella
vita, che ci fosse o no, non cambiava niente». O come dicono quelli della
Bovisa: «Dopo aver distribuito il volantino, a proposito della sentenza della
Corte Europea sui crocifissi, con qualche amico ci siamo trovati a raccontare
le impressioni avute in questo lavoro. Se le primissime righe del volantino
pongono il problema dal punto di vista sociale, con la percentuale di
italiani scandalizzati della sentenza, già dal secondo capoverso la sfida viene
portata a livello personale. “E voi, chi dite che io sia?”. Questa domanda ha
rotto ogni possibilità di affrontare il problema tirandoci fuori da esso, come
da spettatori benpensanti o ben ragionanti. Molti di noi avrebbero preferito
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difendere il crocifisso senza implicarsi con Cristo, difendere cioè i nostri
interessi di cristiani senza però portare l’argomento per noi decisivo: Cristo
è un Uomo vivo. Ci si poteva comodamente schierare nella fazione più numerosa,
per la difesa della cultura occidentale, e invece ci è stato proposto di
implicarci fino al punto di dire chi siamo. Fino al punto, cioè, di esprimere
cosa nella vita abbiamo di più caro, fino a dire chi è Cristo per noi».
Se noi non prendiamo sul serio tutte queste domande, l’ultimo ragazzino
ci mette in imbarazzo, come descrive Matilde: «L’ultima volta che sono
andata a caritativa, qualche settimana fa, ho aiutato un ragazzino arabo a
studiare la rivoluzione francese in rapporto con l’Italia. A un certo punto,
questo ragazzo mi ha chiesto se il Papa fosse il nostro Dio. Mi trovavo in
una situazione strana, dovevo spiegare dal principio la mia religione. Ho
tentato di parlare della vita di Gesù fino ad arrivare a spiegare l’Eucaristia;
mai è stato così difficile esporre una questione; e mentre parlavo mi veniva
da zittirmi, perché si insinuava il dubbio che non fosse vero o che stessi dicendo
cose assurde, dubbio incalzato dalle domande insistenti del ragazzo:
“Ma come, è sceso agli inferi? Come fai a dire che gli apostoli non si sono
inventati tutto? Perché l’hanno seguito? Come fa a diventare carne un pezzo
di pane?”».
Questo introduce, amici, quel che scrive Guido coi suoi amici della Bicocca:
«La domanda che detta il titolo degli Esercizi spirituali sta diventando
in questo periodo meno retorica, sempre meno retorica. Il lavoro di Scuola
di comunità che abbiamo fatto durante l’estate, la ripresa dell’università ci
stanno aiutando a capire che la fede, e ciò che ne consegue, per noi non è
nulla di scontato o di garantito dalla nostra appartenenza a Cl. Ce ne accorgiamo
guardandoci in azione nelle circostanze di tutti i giorni, e spesso ci
ritroviamo ad agire come tutti, davanti alle provocazioni personali, come lo
studio, i rapporti, la presenza in università, o che riguardano tutto il nostro
popolo, come la sentenza sui crocifissi. L’origine di questa mancanza di originalità,
ci sembra risieda nella disaffezione al giudizio, nella mancanza di
abitudine al paragone serrato tra ciò che accade davanti ai nostri occhi e le
esigenze che ci costituiscono. A volte, la nostra appartenenza sembra non
incidere sul modo di vivere la realtà. L’inconveniente di cui parla il volantino
non è così distante, anzi, dietro una formale apparenza [appunto, il salire
sul tapis roulant] si cela a volte una totale autodeterminazione su quale sia
il criterio con cui giudicare la vita, cioè l’assunzione del criterio suggerito
INTRODUZIONE
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Un uomo colto, un europeo dei nostri giorni può credere...
dal potere. Tuttavia questo modo di fare dimostra la sua insufficienza, nel
disagio che proviamo e che tante volte si offre a noi come possibilità di
ripartenza».
Dice poi Giacomo: «Davanti a questo titolo non ho potuto evitare un
senso di resistenza al tema: ma come, lavoriamo da circa un anno su cosa sia
la fede, come nasca, e ancora mi domandi se un europeo dei nostri giorni,
cioè io, possa credere alla divinità di Gesù Cristo? Non basta aver risposto
una volta per tutte di sì? Cos’altro mi chiedi? Tuttavia, sono cosciente
del fatto che dietro tale resistenza si nasconde la repulsione a farmi ancora
interrogare personalmente, io, ora, dalla domanda. È come distogliere lo
sguardo da uno che ti chiede: in che cosa credi? Rimandare a una risposta
già data, ormai consolidata, vuol dire non rispondere».
Ciascuno di noi può riconoscersi in una o l’altra di tutte queste testimonianze
dei nostri amici, dove viene fuori con chiarezza solare il bisogno
che tutti sentiamo, il desiderio, lo struggimento che proviamo davanti al
vivere: e questo ci dice fino a che punto il tema dei nostri Esercizi urge
dentro di noi, come dice Francesco: «Noi siamo insieme come uomini che
prendono sul serio la propria vita, anche le nostre difficoltà». Non abbiamo
bisogno di nasconderle, non dobbiamo averne paura, possiamo guardarle
in faccia, perché noi non siamo da soli e per questo possiamo far diventare
questo desiderio, questa urgenza un grido: vieni, Signore Gesù! Vieni per
darci quella pienezza, quella capacità di stare nel reale, senza essere travolti
da tutto quanto vediamo davanti ai nostri occhi. Siamo insieme, amici, per
guardare in faccia questo.
Chiediamo a Cristo che si renda così presente in questi giorni per ciascuno
di noi, affinché possiamo riconoscerLo per andar via con una consapevolezza
più grande, con una coscienza più acuta della Sua presenza e
perciò della Sua vittoria. E che trovi in ciascuno di noi quella disponibilità,
quell’apertura del cuore, quella semplicità di cui Lui ha bisogno per entrare
nella nostra vita e salvarla. Perché, come ci ricordava sempre don Giussani,
il protagonista della storia è il mendicante: «Cristo mendicante del cuore
dell’uomo e il cuore dell’uomo mendicante di Cristo»1. A questo Cristo, che
si farà presente in mezzo a noi mendicando il nostro cuore, può rispondere
soltanto uno che mendica il cuore di Cristo.
1 L. Giussani, «Nella semplicità del mio cuore lietamente Ti ho dato tutto», in L. Giussani - S. Alberto
- J. Prades, Generare tracce nella storia del mondo, Rizzoli, Milano 1998, p. VII.
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Lezione Julián Carrón
5 dicembre, mattina
1. La natura della nostra umanità
«Un uomo colto, un europeo dei nostri giorni può credere, credere
proprio, alla divinità del figlio di Dio, Gesù Cristo?»2. La sfida che ci pone
la domanda di Dostoevskij è rivolta a un uomo con tutta la capacità della
sua ragione, con tutto il suo desiderio di libertà, con tutta la sua capacità
di affezione: un uomo che non rinuncia a niente del suo umano. Nel
Volantone di Natale abbiamo rimesso questo passo dell’allora cardinale
Joseph Ratzinger: «La fede ha ancora in assoluto una sua possibilità di
successo? … perché essa trova corrispondenza nella natura dell’uomo.
Nell’uomo vi è un’inestinguibile aspirazione nostalgica verso l’infinito.
Nessuna delle risposte che si sono cercate è sufficiente; solo il Dio che si è
reso finito, per lacerare la nostra finitezza e condurla nell’ampiezza della
sua infinità, è in grado di venire incontro alle domande del nostro essere.
Perciò anche oggi la fede cristiana tornerà a trovare l’uomo»3.
Quando questa estate sono stato a San Paolo, all’incontro con i preti
dell’America Latina, c’era uno nuovo che avevano invitato e che una sera
a cena mi ha detto (avevano passato una giornata, prima che io arrivassi,
leggendo gli Esercizi della Fraternità): «Io in seminario sempre mi sono
sentito dire che occorreva dimenticarmi di me, occorreva lasciar fuori il
mio io. A me ha colpito tantissimo che quello che dice don Giussani è
proprio il contrario: che quello che manca è l’umano, perché la nostra
fede possa essere veramente fede». È stato come un lampo, che mi ha
fatto capire qual è la diversità di atteggiamento con cui uno può affrontare
il problema di Cristo, il problema delle fede oggi, con cui uno può
affrontare questa domanda di Dostoevskij: facendo fuori l’umano (e allora
sarà difficile – come dice il cardinal Ratzinger – che la fede cristiana
possa trovare l’uomo). Uno potrebbe pensare, per attenuare la questione,
che questo prete non era familiare con la modalità con cui noi siamo stati
2 Cfr. F.M. Dostoevskij, I demoni; Taccuini per “I demoni”, a cura di E. Lo Gatto, Sansoni, Firenze
1958, p. 1011.
3 J. Ratzinger, Fede, Verità, Tolleranza. Il cristianesimo e le religioni del mondo, Cantagalli, Siena 2003,
pp. 142-143.
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Un uomo colto, un europeo dei nostri giorni può credere...
introdotti alla fede dall’incontro con don Giussani. Ma sono sempre più
convinto che questa posizione è molto più diffusa anche tra di noi di
quanto ci rendiamo conto.
Per noi l’umano è quasi un ostacolo, una complicazione, un intralcio:
meglio se non ci fosse. Tanto è vero che il nostro disagio, la nostra
insoddisfazione, la nostra tristezza, la nostra noia, sono cose da eliminare
oppure da trascurare. Oppure sono – ancora peggio – uno scandalo: «Ma
come mai sono ancora così? Ma come mai in me c’è ancora questa insoddisfazione,
questa tristezza?». E ci sembra che questo umano sia come
uno scoglio da superare; tanto è vero che pensiamo che prima dobbiamo
sistemare questo nostro umano e forse, poi, possiamo incominciare il
rapporto con Cristo. È come se il nostro umano fosse veramente un ostacolo
per questo rapporto. E così ci dimostriamo vittime della mentalità
dominante e soccombiamo all’illusione che possiamo sistemare l’umano
da soli. Ecco fino a che punto la mentalità comune, la mentalità di tutti,
incide su di noi! Già nel modo di guardare il nostro umano, concepiamo
tutti i segni (il disagio, l’insoddisfazione, la tristezza, la noia) come limiti
da sistemare o da evitare.
Invece quei segni ci dicono qual è la natura del nostro io, chi siamo
noi: rapporto con l’Infinito. Questi sono segni che ci rendono consapevoli
che il nostro desiderio è più grande di tutto l’universo, che la percezione
del vuoto («mancamento e voto»4) di cui parla Giacomo Leopardi,
o la noia profonda di cui parla Martin Heidegger5, sono la prova della
nostra struttura umana, della inesorabilità del nostro cuore, del carattere
smisurato del nostro desiderio. E per questo niente è capace di darci un
appagamento.
Per questo il nostro tentativo di risolverlo ha come primo passo, come
origine, un giudizio che è sbagliato: noi consideriamo tutto questo come
una maledizione, tutti questi sarebbero segni di qualcosa che non va,
quando in realtà sono il segno della nostra grandezza. Anzi, l’insoddisfazione,
la tristezza, la noia, misurano la portata della nostra umanità,
l’ampiezza e la profondità del nostro desiderio. Proprio perché questo
desiderio è così sconfinato, mi trovo ad accusare le cose di insufficienza
4 G. Leopardi, Pensieri, LXVIII.
5 «Noia che non viene dall’esterno, sorge dall’esser-ci stesso» (M. Heidegger, Concetti fondamentali
della metafisica, Il Nuovo Melangolo, Genova 1999, p. 169).
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TRACCE
e di nullità. Grazie a Dio non possiamo sistemarlo: «Siccome torre / In
solitario campo»6 riappare di nuovo questa esigenza di compimento. Che
noi siamo rapporto con l’Infinito è documentato da questi fatti: il disagio,
la tristezza, l’insufficienza, sono segni di questo, non sono anomalie,
come tante volte pensiamo, non sono malattie da guarire con i farmaci
(come sempre più accade, confondendo l’inquietudine del cuore con
l’ansia o il panico). È di quella irriducibilità dell’io che noi siamo che tutti
questi segni sono la documentazione.
Perciò, amici, è inutile volere sistemare il desiderio dell’Infinito, non
ci riusciamo, anche se facciamo della distrazione il sistema di vita.
Invece il vero ostacolo non è il nostro umano: «Il supremo ostacolo al
nostro cammino umano è la “trascuratezza” dell’io. Nel contrario di tale
“trascuratezza”, cioè nell’interesse per il proprio io, sta il primo passo di
un cammino veramente umano. Sembrerebbe ovvio che si abbia questo
interesse, mentre non lo è per nulla»7.
Perché in noi non ha vinto questa trascuratezza? Perché noi, malgrado
tutto, siamo qua con questa domanda, con la consapevolezza di questo
bisogno? Il fatto è che noi abbiamo incontrato uno con cui abbiamo
potuto sperimentare che questa trascuratezza non è l’unica strada da
percorrere, che ce n’è un’altra più vera, perché non è costretta a censurare
l’umano – come succede tante volte nella nostra società: e proprio qui
dimostra il suo errore, perché una soluzione che fa fuori un fattore del
reale autodimostra che è falsa –. Noi abbiamo la fortuna di trovare uno
che invece dice: «La cosa più importante è sentire l’umanità di quello che
ci fa soffrire, l’umanità della tristezza del limite. È un positivo [guardate
che cambiamento di giudizio: per noi è una difficoltà, per lui è un positivo!]
quello da cui può partire tutto. È solo un positivo. [...] Quello da cui
si parte è un bene. Uno può sentire una grave tentazione; una grave tentazione
non è una cosa demoniaca: è una potenza del corpo e dell’anima,
è una umanità. Perché mi è data questa umanità? È questa la domanda
che si infiltra se uno capisce (se uno prende coscienza dell’umanità sua di
partenza) che la tentazione come istinto, come tristezza è una positività
umana, è una capacità umana, è un’umanità. Per che cosa mi è data questa
umanità? È questo il punto, qui incomincia l’uomo: perché mi è data
6 G. Leopardi, «Il pensiero dominante», in Cara Beltà…, Bur, Milano 1996, pp. 77-78, vv. 18-19.
7 L. Giussani, Alla ricerca del volto umano, Rizzoli, Milano 1995, p. 9.
LEZIONE
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TRACCE
Un uomo colto, un europeo dei nostri giorni può credere...
questa umanità?»8.
E allora, uno che si fa una domanda così, incomincia a guardare la
propria umanità non come un ostacolo, ma come un bene, come una
risorsa, non come un nemico, ma come un alleato.
Come mi scrive un nostro amico: «Da un anno a questa parte, molte
cose sono cambiate, sono cresciuto molto in questo cammino. Voglio
raccontare di me e della mia tristezza. In questo anno è accaduto che ho
cominciato a guardare sempre di più il mio umano, tutti i miei sbagli, i
miei problemi che spesso sembra che mi tolgano la mia felicità e, dal momento
in cui ho cominciato a guardarli, mi sono cominciato ad accorgere
che questa tristezza non era contraria, non contrastava la mia felicità, anzi,
era il mezzo attraverso il quale mi accorgo di Lui. Con questa tristezza sei
vivo, sei alla ricerca di qualcosa che dia senso a questa tristezza. Quando
ho questa tristezza, che ormai è quotidiana, non la nascondo mai, perché
questa tristezza è lo strumento attraverso cui Lui si fa presente».
È questo sguardo che noi abbiamo incontrato, tale per cui possiamo
guardare l’umanità senza bisogno di censurarla. Nel Vangelo vediamo che
non c’era bisogno di questa censura, di questa dimenticanza dell’umano:
«Partito di là, Gesù si diresse verso le parti di Tiro e Sidone. Ed ecco una
donna Cananea, che veniva da quelle regioni, si mise a gridare: “Pietà di
me, Signore, figlio di Davide. Mia figlia è crudelmente tormentata da un
demonio”. Ma egli non le rivolse neppure una parola. Allora i discepoli gli
si accostarono implorando: “Esaudiscila, vedi come ci grida dietro”. Ma
egli rispose: “Non sono stato inviato che alle pecore perdute della casa di
Israele”. Ma quella venne [non molla!] e si prostrò dinanzi a lui dicendo:
“Signore, aiutami!”. Ed egli rispose: “Non è bene prendere il pane dei figli
per gettarlo ai cagnolini”. “È vero, Signore, disse la donna, ma anche i cagnolini
si cibano delle briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni”.
Allora Gesù le replicò: “Donna, davvero grande è la tua fede! Ti sia fatto
come desideri”. E da quell’istante sua figlia fu guarita. Allontanatosi di là,
Gesù giunse presso il mare di Galilea e, salito sul monte, si fermò là. Attorno
a lui si radunò molta folla recando con sé zoppi, storpi, ciechi, sordi
e molti altri malati; li deposero ai suoi piedi, ed egli li guarì [non c’era
bisogno di nascondere niente, di trascurare niente: il fatto di essere zop-
8 L. Giussani, Affezione e dimora, Bur, Milano 2001, pp. 44-45.
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po, storpio o cieco, non era una difficoltà, era la risorsa che li spingeva a
cercarLo]. E la folla era piena di stupore nel vedere i muti che parlavano,
gli storpi raddrizzati, gli zoppi che camminavano e i ciechi che vedevano.
E glorificava il Dio di Israele. Allora Gesù chiamò a sé i discepoli e disse:
“Sento compassione di questa folla: ormai da tre giorni mi vengono dietro
e non hanno da mangiare. Non voglio rimandarli digiuni, perché non
svengano lungo la strada” [e fece poi la moltiplicazione dei pani]»9.
Non è che quelli prima hanno sistemato tutti i loro bisogni e poi sono
andati da Gesù. È stata la malattia, sono stati i bisogni: ciò che noi consideriamo
un ostacolo è proprio quello che spingeva loro ad andare a cercarLo.
Per questo non possiamo non avere questo sguardo pieno di simpatia
per l’umano: «Cristo [...] arriva proprio qui, al mio atteggiamento di
uomo, di uno cioè che aspetta qualcosa perché si sente tutto mancante
[...]. Dobbiamo prima di tutto aprirci a noi stessi, cioè accorgerci vivamente
delle nostre esperienze, guardare con simpatia l’umano ch’è in noi,
dobbiamo prendere in considerazione quello che siamo veramente. Considerare
vuol dire prendere sul serio quello che proviamo, tutto, sorprenderne
tutti gli aspetti, cercarne tutto il significato»10.
Ma come mai, dopo aver incontrato uno che ha questo sguardo pieno
di simpatia per l’umano, dopo avere letto tante volte e sentito tante volte
questi testi del Vangelo, come mai sentiamo ancora l’umano come un
intralcio, come una obiezione, come una cosa da sistemare previamente?
Dove è finita questa simpatia per l’umano? Allora sorge ancora più potentemente
la domanda: ma perché mi è data questa mia umanità? Cosa
c’entra questa mia umanità con la fede, con la domanda di Dostoevskij?
Tanto è vero che se non la prendo in considerazione, se non la prendo sul
serio, io non posso rispondere in un modo vero, umano, ragionevole, alla
domanda.
2. Il riconoscimento di Cristo
La mia umanità mi è stata data per riconoscere Cristo. Per questo se io
la censuro, non posso riconoscerLo. «Il valore di una persona non viene
da noi colto direttamente, come se lo vedessimo. L’intimità personale si
9 Mt 15,21-32.
10 L. Giussani, Il cammino al vero è un’esperienza, Rizzoli, Milano 2006, p. 84.
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Un uomo colto, un europeo dei nostri giorni può credere...
lascia comprendere nella misura in cui si rivela – e si rivela attraverso i
“gesti”, come attraverso dei segni [l’amore della nostra mamma non lo
vediamo, ne vediamo i segni] –. Si potrebbe paragonarli a quei sintomi
che per il medico sono manifestazione di una realtà non direttamente
percepibile alla sua osservazione. Quanto più il medico è geniale, tanto
più ha capacità di valutare i sintomi. Così, per cogliere e giudicare il valore
di una persona attraverso i suoi gesti occorre una “genialità” – una
“genialità umana” –. Si tratta di una capacità psicologica più o meno sviluppata
o più o meno favorita. La compongono tre fattori: una sensibilità
naturale, la completezza dell’educazione e l’attenzione. [...] La capacità
di cui stiamo parlando, dunque, non è necessariamente indicata da un
livello di santità, di irreprensibilità etica [essere a posto, avere sistemato
tutto]; ma, essendo in gioco l’elementare rapporto del particolare con il
tutto, essa è più definibile come apertura originale dell’animo [...]. Gesù
nel Vangelo nota continuamente la necessità di questa che abbiamo chiamato
genialità morale [umana] per poterlo comprendere»11. Senza che
noi sviluppiamo pienamente questa nostra umanità, non possiamo arrivare
con certezza a rispondere alla domanda di Dostoevskij sull’identità
totale di Gesù Cristo: «Così per affrontare la concezione morale di Gesù, e
per valutare la personalità che da essa traspare, occorre una umanità, una
possibilità di corrispondenza umana con Lui. [...] Quella che abbiamo
chiamato genialità religiosa, quello spalancamento ultimo dello spirito,
pur a partire da doti naturali diverse in ciascuno di noi, è qualcosa in cui
deve continuamente impegnarsi la persona. Grande è la responsabilità
dell’educazione: quella capacità di comprendere, infatti, pur rispondente
alla natura, non è una spontaneità»12.
E noi come siamo educati a questo? Siamo educati se siamo costantemente
leali con tutto quanto ci capita, che riapre la ferita, che ci spalanca,
che ci fa capire qual è il nostro bisogno. Per questo, se noi censuriamo il
nostro umano, se noi non siamo leali con quanto accade, non possiamo
essere totalmente spalancati a riconoscere Cristo.
Ma per noi questo umano è spesso una tappa da superare, come un
ostacolo, appunto. Ma ridurre il senso religioso, questa apertura originale,
a una mera premessa – qualcosa che va bene prima di incontrare
11 L. Giussani, All’origine della pretesa cristiana, Rizzoli, Milano 2001, pp. 99-100.
12 Ibidem, p. 102.
15
TRACCE
il cristianesimo, prima di incontrare Cristo, prima di incontrare il movimento:
ma dopo occorre cancellarlo – è il segno dell’incomprensione
che abbiamo del senso religioso, del cristianesimo e del carisma. Perché
don Giussani ci ha detto, per avvicinarci, per introdurci alla conoscenza
di Cristo: «Nell’affrontare il tema dell’ipotesi di una rivelazione e della
rivelazione cristiana, nulla è più importante della domanda sulla reale
situazione dell’uomo. Non sarebbe possibile rendersi conto pienamente
di che cosa voglia dire Gesù Cristo se prima non ci si rendesse ben conto
della natura di quel dinamismo che rende uomo l’uomo. Cristo infatti
si pone come risposta a ciò che sono “io” e solo una presa di coscienza
attenta e anche tenera e appassionata di me stesso mi può spalancare e
disporre a riconoscere, ad ammirare, a ringraziare, a vivere Cristo. Senza
questa coscienza anche quello di Gesù Cristo diviene un puro nome»13.
Questo passo dovreste tutti – tutti! – impararlo a memoria; e non lo dico
per modo di dire.
Un puro nome non serve per rispondere alle urgenze del vivere. Perché
io possa riconoscere, ammirare e vivere Cristo, occorre questa coscienza
attenta, tenera e appassionata di me stesso. Per questo il cristianesimo
presenta un grande inconveniente: esige degli uomini per essere
inteso e vissuto. Uomini, cioè quel livello della natura in cui essa acquista
coscienza di sé. Se l’umanità non vibra – come abbiamo visto nel Vangelo
davanti alle guarigioni –, non c’è persuasività di discorso religioso che
possa tenere, perché non ce la possiamo cavare ripetendo un discorso per
essere cristiani oggi. Non ha altra “arma” il cristianesimo: l’essere umano
che vive come tale e che si rinnova e che fa sbocciare la sua umanità rinnovata.
Il cristianesimo ha dunque questo grande inconveniente: esige
degli uomini. Se non ci saranno degli uomini, non ci sarà cristianesimo.
Uomini, cioè gente che vive l’immensità della domanda, perché senza di
questo il cristianesimo non può essere inteso e vissuto. Perché si possa
capire di che cosa si tratta, che cosa è il cristianesimo, occorrono degli uomini,
altrimenti parliamo di Cristo senza capire nulla. E poi ci scopriamo
disarmati davanti alle sfide del vivere.
Allora ci troviamo davanti a questa questione: da una parte, per noi
l’umano tante volte è un ostacolo da sistemare, da dimenticare o da tra-
13 Ibidem, p. 3.
LEZIONE
16
TRACCE
Un uomo colto, un europeo dei nostri giorni può credere...
scurare, ma, dall’altra parte, senza l’umano io non posso capire cos’è
Cristo. Abbiamo visto: da soli lo trascuriamo o ci spaventiamo o ci scandalizziamo,
tant’è vero che trovare qualcuno che abbia questa simpatia
per l’umano è quasi un miracolo. Guardate quando parlate tra di voi: la
maggioranza delle volte è per lamentarvi. Quante volte mi trovo a dire a
chi viene a lamentarsi: «Ma tu devi ringraziare, prima di andare a letto
questa sera, che ci sia ancora la ferita nel tuo umano!».
3. L’affezione a sé
Cosa occorre perché io non abbia paura del mio umano? Che cosa mi
può dare questa simpatia per l’umano, che cosa la può fare rimanere desta?
Com’è possibile un’affezione a sé, a questo mio umano così com’è?
Don Giussani ci dice che «l’uomo non è capace di essere se stesso,
di rimanere uomo, se non con l’aiuto di Cristo. Senza l’aiuto di Cristo
l’uomo non capisce di essere domanda, non capisce che la sua natura è di
essere desiderio, perciò si scandalizza che il suo desiderio non sia soddisfatto.
[...] Ma l’uomo da solo è talmente poco capace di essere se stesso
che, senza Cristo, non sarebbe più neanche uomo. E, infatti, dimenticherebbe
di essere desiderio di felicità e, bestemmiando, direbbe: “Sono fatto
per la felicità e non riesco a raggiungerla”»14.
È questa la situazione che non possiamo cancellare, è questa la ferita
che non riusciamo a rimarginare, è questa l’insufficienza che ci troviamo
costantemente addosso nelle risposte che proviamo a darci. E Gesù entra
proprio a questo livello per rivelare Se stesso: «Chi è Gesù? La domanda
fu posta. Ed Egli rispose. Rispose svelandosi attraverso tutti i gesti della
Sua personalità [...]. Ma il “gesto” più illuminante, il “segno”, quindi, più
significativo [più delle guarigioni, più dei miracoli], è [...] il sentimento
complessivo e definitivo che ha dell’uomo. Solo il divino [attenzione a
questo passaggio decisivo] può “salvare” l’uomo, cioè le dimensioni vere
ed essenziali dell’umana figura e del suo destino solo da Colui che ne è il
senso ultimo possono essere “conservate”, vale a dire riconosciute, conclamate,
difese»15. Cioè, solo Dio è in grado di abbracciare il mio umano
in tutta la sua irriducibilità e perciò solo Lui può svelare a me stesso che
cosa sono, perché sono fatto così, perché la mia insoddisfazione e la mia
14 L. Giussani, Affezione e dimora, op. cit., p. 49.
15 L. Giussani, All’origine della pretesa cristiana, op. cit., pp. 103-104.
17
TRACCE
tristezza, perché mi è data questa umanità.
Perciò quando qualcuno lo incontrava e si sentiva guardato così…
Immaginate Zaccheo: che commozione, che struggimento in quello
sguardo. E questo è bastato a Zaccheo per riconoscere che quell’uomo era
Dio: «È nella concezione della vita che Cristo proclama, è nella immagine
che Egli dà della vera statura dell’uomo, è nello sguardo realistico che Egli
porta sull’esistente umano, è qui dove il cuore che cerca il suo destino ne
percepisce la verità dentro la voce di Cristo che parla; è qui dove il cuore
“morale” coglie il segno della Presenza del suo Signore»16. A noi è stata
data questa umanità per poterLo riconoscere; se invece noi la censuriamo,
come potremo riconoscerLo?
Questo lo possiamo fare perché Gesù ci guarda in un modo che non ci
spaventa, perché è come se tutta la nostra incapacità di rispondere fosse
già abbracciata: con Lui posso guardare veramente me stesso senza paura.
E chi può guardare veramente un uomo senza paura, senza ridurlo,
se non è Dio? Gesù dimostra chi è nel modo in cui guarda questo nostro
irriducibile umano. All’uomo l’amore a se stesso non glielo può portare
che sua madre, per qualche momento, e poi Dio. Ed è questo, la predicazione
dell’amore a noi stessi, dell’amore alla nostra persona, proprio
questo è il sintomo che Cristo è Dio, è divino, perché nessuno ci dice
di amare noi stessi, nessuno è in grado di amare così noi stessi. E quindi,
quando troviamo uno così, siamo pacificati, resi capaci di letizia, con
questo scoperto amore a se stessi.
Allora il segno che Cristo è Dio non è una teoria, non è una filosofia: è
uno sguardo, è un modo di trattare l’umano, è il modo con cui Lui si rapportava
con coloro che incontrava, così come erano, prima di cambiare
alcunché, con l’umanità così bisognosa, così sanguinante, così piena di
bisogno.
Ma ci può essere un’obiezione grande. Infatti, quando è stato appeso
il volantino sulla questione dei crocifissi, qualcuno in università ha cancellato
l’“è” di «Cristo è un uomo vivo» e ha scritto sopra: «Era». Dobbiamo
accettare alla grande questa sfida: Cristo “è” un uomo vivo o “era” un
uomo vivo? Possiamo noi oggi, europei colti dei nostri giorni, rispondere
a questa domanda?
16 Ibidem, p. 104.
LEZIONE
18
TRACCE
Un uomo colto, un europeo dei nostri giorni può credere...
Come sappiamo che Cristo è vivo oggi, e rende ragionevole la fede
ora? Soltanto se noi troviamo nel presente uno sguardo così, uno sguardo
umano così. E qui non si può barare. Io posso riconoscere che Cristo è
vivo ora, se io posso abbracciare me stesso, ora, se posso avere questa affezione
a me, ora, perché il primo esito del rapporto con Cristo è l’affezione
a se stessi, è l’amore a sé. Ma cosa può rendere permanente l’amore a me
stesso? Diceva don Giussani che «un Cristo come fatto storico lontano
[“era”] può essere letto come una pagina di letteratura bella, può dare anche
un input momentaneo, può generare emozione, può destare nostalgia,
ma ora, con questi muscoli che non tengono, con questa stanchezza,
con questa facilità alla malinconia, con questo masochismo strano che la
vita di oggi tende a favorire o con questa indifferenza e questo cinismo
che la vita di oggi rende, come rimedio, necessario per non subire una
fatica eccessiva e non voluta, come si fa ad accettare sé e gli altri in nome
di un discorso?»17.
Se il cristianesimo è soltanto un fatto storico del passato o un discorso,
allora non posso abbracciare ora la mia umanità e il mio limite. Se Lui
non è una Presenza, se non ha vinto la morte, se non è risorto, e perciò
se non è il dominatore della storia, se non è il Signore del tempo e dello
spazio, se non è mio ora, come lo fu di Andrea e Giovanni duemila anni
fa, io torno a essere niente. Perché, come abbiamo visto, «non si può rimanere
nell’amore a se stessi senza che Cristo sia una presenza come è
una presenza una madre per il bambino»18.
4. Carisma e contemporaneità di Cristo
Allora la sfida è: questo sguardo c’è o non c’è, ora? Qui sta o cade la
verità del cristianesimo: se Cristo è contemporaneo ora. E questo è quello
che dice la verità del carisma che abbiamo incontrato e questa è già la
prima risposta alla domanda se Lui è presente ora. Sì. Perché? Perché uno
sguardo come quello che ci testimonia don Giussani sull’umano noi non
ce lo possiamo nemmeno sognare. E non è perché don Giussani aveva un
temperamento particolare: quello sguardo che don Giussani ci testimonia
– occorrerebbe cancellare più della metà di quello che ha detto per
cancellare quello sguardo – è il segno più potente della contemporaneità
17 L. Giussani, Qui e ora (1984-1985), Bur, Milano 2009, p. 76.
18 Ibidem, p. 77.
19
TRACCE
di Cristo per noi, ora; è il segno che il carisma è un dono dello Spirito, che
l’abbiamo visto vibrare in quello sguardo.
Il carisma è il sintomo più potente della contemporaneità di Cristo
ora, tant’è vero che ha reso possibile quello che a noi era impossibile:
questa affezione a sé. Potere guardare l’umano così, potere avere questa
simpatia per l’umano, non soltanto leggendolo in un testo del passato,
ma trovandolo in una umanità ora, è il segno della contemporaneità di
Cristo. È questo che mi ha fatto capire perché io lo andavo a cercare,
perché davanti al mio umano, che a volte non sopportavo, che facevo
fatica ad abbracciare, quasi per una intuizione ritornavo a leggere Giussani:
perché lì – non incontrandolo a pranzo, lo vedevo sì e no una volta
all’anno –, trovavo uno sguardo che non c’è altrove. È questo che mi
faceva appassionare di più a Cristo e che mi rendeva sempre più grato a
lui, sempre più attaccato a lui perché sempre di più egli mi introduceva a
questo sguardo di Cristo su di me.
E questo è quello che continua a succedere ora; l’avete documentato
voi, non sono teorie.
Mi scrive una di voi: «Da circa un anno, la mia vita è cambiata completamente
in un modo straordinariamente gratuito e non voluto da me,
è una grazia. L’estate 2008 è stata per me fondamentale per accorgermi
che c’è un modo più bello di vivere tutte le cose. Sono stata a lavorare
in un hotel di Mazzin di Fassa per alcune settimane. Non sapevo nulla
del movimento di Comunione e Liberazione, avevo però davanti a me
persone che grazie ai loro sguardi, ma anche solo nel modo che avevano
di rapportarsi tra di loro, mi hanno conquistata [perché uno sguardo
così è impossibile all’uomo, e quando uno lo rintraccia, non può non
riconoscerlo]. Era evidente che la loro vita era più felice della mia: si vedeva
nei loro occhi, nei loro atteggiamenti, nelle loro parole. Una volta
finita l’estate ero convinta solo di una cosa: io volevo vivere esattamente
come loro. E così, non lasciando perdere i contatti con la gente che avevo
incontrato in montagna, sono venuta a conoscenza del movimento.
All’inizio, devo dire la verità, ero molto diffidente, un po’ per orgoglio, un
po’ perché comunque provenivo da una realtà davvero diversa da quella
di Comunione e Liberazione, perciò in famiglia non potevo nemmeno
osare ad accennare certi argomenti [ma che cosa è questo che neanche
la tradizione familiare può impedire?]. Insomma, ero tornata a casa da
LEZIONE
20
TRACCE
Un uomo colto, un europeo dei nostri giorni può credere...
quelle settimane paradisiache in montagna, ma niente, proprio niente
nella mia vita è rimasto come prima [perché il cuore è il vero interlocutore
di Cristo, e tutto è bruciato in un momento]».
Un altro nuovo amico mi ha scritto così: «Ho conosciuto il movimento
ad aprile, perché alcuni che vi appartenevano hanno chiesto di candidarmi
alle elezioni universitarie, e ho detto di sì stupito della serietà della
proposta e del fatto che mi aveva colpito che loro vivessero in università
ogni giorno. Così ho iniziato man mano ad andare a Scuola di comunità
e a stare con loro in facoltà, colpito da come mi sentivo preso sul serio. E
io so che è perché c’è Cristo che questo capita».
E sentite cosa dice questa ragazza: «Non mi scorderò mai il primo
giorno di università, quando salendo i gradini del Politecnico un po’
disorientata, perché ero in una città nuova a iniziare l’università e non
conoscendo praticamente nessuno, mentre tanti ragazzi mi riempivano
le mani con i loro volantini, io, senza conoscerli, avevo già riconosciuto
quelli del movimento, per come si muovevano, per come loro ti davano,
apparentemente come gli altri, un pezzo di carta nelle mani. Soprattutto
dopo la morte di cari amici, la domanda sul perché valga la pena vivere,
sul chiedersi che cosa regge, che cosa rimane, che cosa non sfugge in
continuazione, è diventata sempre più irrompente. Quando, entrando in
università il primo giorno, ho visto quelli di Cl, ho tirato come un sospiro
di sollievo e mi è venuto da dire: sono loro. Allora ho forse vissuto
quello che avevo spesso sentito dire riguardo al metodo della fede. Avevo
spesso sentito quell’esempio che dice che quando torni a casa e senti il
profumo di tagliatelle subito pensi: la mamma mi ha fatto le tagliatelle [è
così semplice, come riconoscere le tagliatelle]. Nel riconoscere il Mistero
vale lo stesso processo. Per me è stato proprio così. Allora mi sono chiesta
che cosa fosse cambiato; perché quell’esempio che prima mi sembrava
lontano, su quei gradini quasi inconsciamente era diventato così vero?
Quello che cambiava ero solo io. Lì, su quei gradini c’ero io, sola, un po’
impaurita, ma desiderosa di vedere quel posto, di capire dove fosse la mia
aula, ero lì, con il mio umano, con la mia paura, con la mia solitudine,
ma più desiderosa di vedere. Ho iniziato a guardare a quello che c’era e
che meraviglia! Scoprire che non occorre sforzarsi se non nel rimanere
semplici, per accorgersi di quello che si ha sotto gli occhi e mi sono riscoperta
grata».
21
TRACCE
E ancora: «A maggio ci sono state le elezioni universitarie e abbiamo
incontrato a un caffè un ragazzo di Nazareth. Dalle elezioni ha cominciato
a vivere sempre di più in università con noi, iniziando anche a venire
alla Scuola di comunità che trovava un po’ strana, ma bellissima per lui.
Durante l’estate è tornato a casa, ma il giorno stesso del suo ritorno in
Italia mi ha chiamato per sentirci e vederci. In questi mesi ho proprio visto
che se uno si lascia colpire, come lui, dal fatto di Cristo, la vita cambia
e cambia radicalmente. Ora la Scuola di comunità non è più solo bella,
ma è per lui “quello che ho sempre sentito dentro il mio cuore, ma che
nessuno mi ha mai detto prima”». Qui e ora, non soltanto duemila anni
fa: qui e ora. Perché uno sguardo così è la cosa più impossibile all’uomo,
è il segno del divino, il segno della presenza di Cristo, della contemporaneità
di Cristo. E non soltanto in don Giussani, che tanti di voi nemmeno
hanno conosciuto personalmente; ora! Rimane ora, la sua presenza
rimane ora.
È con questo negli occhi che possiamo veramente affrontare la questione
se un uomo colto del nostro tempo, un europeo dei nostri giorni,
può veramente credere in Gesù Cristo. È possibile, ha senso per un uomo
colto la fede? Come vediamo, l’esperienza della fede inizia con questo
imbattersi in un fenomeno di umanità nuova, diversa, cioè corrispondente
alle esigenze originali dell’io. Per questo l’inizio del credere è questo
fatto (un certo incontro, una cena, un modo di stare in università, il
rapportarsi tra di noi) che sfida la mia ragione per la sua diversità, per la
sua eccezionalità, per il suo accento di verità. Non meramente leggere un
pezzo del Vangelo o un libro, bensì un fatto umano, un incontro umano.
E la mia ragione si trova a dover fare i conti con quella esperienza.
Guardate che cosa abbiamo letto nella Scuola di comunità: che cos’è
la fede? «C’è nella nostra esperienza qualcosa che viene da oltre essa: imprevedibile,
misterioso, ma dentro la nostra esperienza. Se è imprevedibile,
non immediatamente visibile, misterioso, con quale strumento della
nostra personalità noi cogliamo questa Presenza? Con quello strumento
che si chiama fede. Chiamiamo questo strumento “fede” per usare un
termine che non si riconduca ed esaurisca nel concetto di ragione, perché
la comprensione dell’esperienza nei suoi fattori immediatamente sperimentabili
è della ragione [...], ma noi nell’esperienza sentiamo il soffio
o la vibrazione o le conseguenze di una Presenza che non si può spiega-
LEZIONE
22
TRACCE
Un uomo colto, un europeo dei nostri giorni può credere...
re, sorprendente: un incontro sorprendente; perciò è qualcosa di oltre la
ragione che lo può intuire e capire, e questo noi chiamiamo fede, che è
un’intelligenza della realtà, è una intelligenza della esperienza. [...] Ho
detto che la fede è una forma di conoscenza che è oltre il limite della ragione.
Perché è oltre il limite della ragione? Perché coglie una cosa che la
ragione non può cogliere: “la presenza di Gesù tra noi”, “Cristo è qui ora”,
la ragione non può percepirlo come percepisce che sei qui tu, è chiaro?
Però non posso non ammettere che c’è. Perché? Perché c’è un fattore qua
dentro, c’è un fattore che decide di questa compagnia, di certi risultati
di questa compagnia [di questi sguardi, di questa novità di rapporti], di
certe risonanze in questa compagnia, così sorprendente che se non affermo
qualcosa d’altro non do ragione dell’esperienza, perché la ragione è
affermare la realtà sperimentabile secondo tutti i fattori che la compongono,
tutti i fattori. Ci può essere un fattore che la compone di cui si sente
l’eco [o l’odore, come le tagliatelle], di cui si sente il frutto, di cui si vede
anche la conseguenza, ma non si riesce a vedere direttamente; se io dico:
“Allora non c’è”, sbaglio, perché elimino qualcosa dell’esperienza, non è
più ragionevole»19.
E questo è quello che riconoscete voi. Sentite questa amica che è tornata
in Romania per fare la tesi: «In quel periodo ho vissuto in modo
inaspettato. Guardandomi così contenta, libera e senza paura, ho scorto
in me la coscienza di essere amata, di essere voluta lì in quel luogo. Mi
son chiesta da cosa nascesse questa coscienza. Mi è venuto in mente un
episodio di questa estate quando sono andata in giornata a trovare alcuni
ragazzi che erano via per studiare insieme. Lì mi sono impressionata per
il modo in cui quella gente così diversa stava insieme. Un modo desiderabile.
Nel vedere quella bellezza m’è tornata la domanda: ma com’è possibile?
Uno deve fare i conti con qualcosa che c’è dentro lì, in quell’esperienza
che faccio. E mi è stato risposto: una compagnia così desiderabile
è possibile solamente per la presenza di Cristo».
Ascoltate questa ulteriore testimonianza: «Non potevo fingere di non
aver visto che fosse possibile vivere all’altezza di quel desiderio che mi
lacerava. Non potevo fingere di non aver visto. La ragione deve far conto
con qualcosa che tocca, che è nell’esperienza; e mi sono arresa all’evi-
19 L. Giussani, Si può vivere così?, Rizzoli, Milano 2007, pp. 271-272.
23
TRACCE
denza e ho lasciato spazio a ciò che accadeva. Sono passati quattro anni
e quell’esperienza è diventata carne di tutti i giorni: Cristo presente. E
la realtà è esplosa davanti ai miei occhi, è diventata tutta per me, io ho
scoperto chi sono e Chi mi compie. Ogni aspetto della mia esistenza non
è più lo stesso: i rapporti, lo studio e il lavoro, sono carichi di una libertà
e di una pienezza mai sperimentate prima. E la mia vita è cambiata irreversibilmente.
Questo è un dato irriducibile».
Lo stesso dice un’altra: «Qualcosa che eccede la misura umana si
vedeva nel modo in cui stavano i miei amici. E questo mi ha costretto
ad andare all’origine, e quelle stesse persone vive hanno detto l’origine:
Cristo. Questo ha dilatato in ogni frangente di vita la mia coscienza di
appartenere a qualcosa di saldo, più potente delle vicende del mondo
che viene da degli uomini che vivono in un modo desiderabile, l’unico
corrispondente».
Tutto il dramma dell’interrogativo di Dostoevskij sta qua: se questo
fattore c’è, se è reale ora. Ecco perché don Giussani prosegue così: «La
fede è un atto dell’intelletto, dice il catechismo, è un atto di conoscenza
che coglie la Presenza di qualcosa che la ragione non saprebbe cogliere,
ma che pur si deve affermare, altrimenti si eluderebbe, si eliminerebbe
qualcosa che c’è dentro l’esperienza, che l’esperienza indica, quindi in
qualche modo innegabilmente c’è dentro; è inspiegabile, ma c’è dentro.
Allora per forza c’è in me una capacità di capire, di conoscere un livello
della realtà che è più grande del solito; e son costretto dalla ragione ad
ammetterlo: [...] tutto il nucleo della intelligenza cristiana è qui. Bisogna
capirlo. Non bisogna capire come Cristo è qui; bisogna capire che si è
costretti ad affermare che c’è qualche cosa d’altro qui»20.
È una grazia che accade: «Il valore del fatto in cui ci si imbatte trascende
la forza di penetrazione dell’umana coscienza [della ragione], richiede
pure un gesto di Dio per la sua comprensione adeguata. Infatti lo stesso
gesto con cui Dio si rende presente all’uomo nell’avvenimento cristiano
esalta anche la capacità conoscitiva della coscienza, adegua l’acume dello
sguardo umano alla realtà eccezionale a cui lo provoca. Si dice grazia della
fede»21.
Questa imponenza, con cui Lui compare davanti ai nostri occhi in
20 Ibidem, pp. 272-273.
21 L. Giussani, Il rischio educativo, Rizzoli, Milano 2005, pp. 130-131.
LEZIONE
24
TRACCE
Un uomo colto, un europeo dei nostri giorni può credere...
questa eccezionalità che tocchiamo con mano, esalta la capacità conoscitiva,
allarga la ragione per potere cogliere quello che altrimenti non
potremmo cogliere: il Mistero presente.
Non solo la fede non teme, ma essa esige un uomo colto, che usa la
ragione così, fino in fondo, vale a dire che sottometta la ragione all’esperienza,
che sia veramente critico, perciò che usi il cuore, che vagli tutto
alla luce delle sue aspirazioni, delle sue evidenze ed esigenze ultime,
originali. Senza questa nostra umanità non ci sarà la fede, perché tutto
appare contro di essa, e noi non possiamo accontentarci di essere portati
dal tapis roulant.
Che sia possibile una fede pienamente umana si vede da come Gesù
lancia questa sfida ai suoi: «Quando vedete una nuvola salire da ponente,
subito dite: Viene la pioggia, e così accade. E quando soffia lo scirocco,
dite: Ci sarà caldo, e così accade»22. La gente del tempo di Gesù capiva
bene che i segni della nuvola o dello scirocco rimandavano a un’altra
cosa, rimandavano oltre. E Gesù senza fare nessun commento prosegue
direttamente: «Ipocriti! Sapete giudicare l’aspetto della terra e del
cielo, come mai questo tempo [quel che sta accadendo ora attraverso di
Me] non sapete giudicarlo? E perché non giudicate da voi stessi ciò che
è giusto?»23.
Noi siamo come quelle persone: non è che noi non vediamo, anzi,
siamo davanti a una valanga di fatti, di segni. Non è che manchino i segni
o che siamo poco intelligenti, è che noi siamo degli ipocriti, vogliamo
non capire. L’accusa di ipocrisia che fa Gesù è adeguata, perché indica
la contraddizione tra la capacità di discernere i segni meteorologici e la
mancanza di capacità di discernere i segni dell’azione di Dio. Se non lo
facciamo, è perché diciamo di no.
Per aderire basta essere sinceri, basta essere leali con quello che accade,
con quello che sperimentiamo. Ed esattamente così possiamo rispondere,
da uomini del nostro tempo, ragionevolmente: «Sì», alla domanda
di Dostoevskij.
22 Lc 12,54-55.
23 Lc 12,56-57.
25
TRACCE
Assemblea
5 dicembre, pomeriggio
Julián Carrón: Abbiamo colpito nel segno, perché è venuta fuori la
difficoltà che abbiamo proprio nel riconoscere il nostro umano come la
risorsa più grande che abbiamo. E in tante occasioni prevale lo scandalo
davanti a esso. È bello che venga fuori, che lo affrontiamo insieme, che
non ne abbiamo paura, perché così possiamo aiutarci a rispondere alle
domande e ai problemi che emergono.
Abbiamo scelto alcune domande che esprimono le difficoltà che sono
emerse nel lavoro che avete fatto.
Intervento: Premessa: sono uno di quelli del tapis roulant, proprio, in
pieno.
Carrón: Benvenuto nel club!
Intervento: Hai parlato della tristezza, non come limite, ma come occasione
di prendere consapevolezza della natura del mio desiderio. Allora a
me capita questa cosa: mi vedo con la mia morosa, poi vado a casa e sento
questa grande tristezza, questa grande malinconia. Però, appunto come
hai detto tu, ho capito che questo non è un ostacolo oppure qualcosa da
rimuovere, è invece un segno che mi fa capire quanto è grande il mio
desiderio.
Carrón: Perché ti fa capire questo?
Intervento: Perché quella persona lì dovrebbe essere la cosa più bella
per me, no?
Carrón: Cioè: non è quando le cose non vanno, ma quando ho davanti
la ragazza che mi piace da morire che neanche quel momento basta.
Intervento: Appunto.
Carrón: Non è quando la vita ci tratta male, il problema della vita sorge
e inizia a essere percepito nel momento più bello, non in quello brutto.
Perché neanche questa cosa così bella basta? E allora cosa basta?
Intervento: Infatti la domanda che sorge è appunto: cosa basta? Il problema
che pongo è questo: visto che questa malinconia la sente comunque
anche la mia morosa, la sente un uomo qualsiasi, non c’è bisogno di essere
in questa compagnia per sentirla.
26
TRACCE
Un uomo colto, un europeo dei nostri giorni può credere...
Carrón: Perfetto.
Intervento: L’incontro che ho fatto, come trasforma, come trasfigura
questa mia malinconia?
Carrón: E tu cosa dici, tu hai fatto l’incontro?
Intervento: Sì.
Carrón: E come la trasforma?
Intervento: Secondo quello che penso io, dovrebbe quasi toglierla; e invece
no, non è così, è questo il problema. La sento proprio bruciare questa
cosa.
Carrón: Esatto, per questo ti ho fatto venire fuori, perché questo è cruciale,
e così lo affrontiamo con tutti i nostri amici. Ma a te piacerebbe che
Cristo ti togliesse questo? Dovete guardare in faccia questo: ti piacerebbe
non sentire la nostalgia della tua morosa?
Intervento: No, probabilmente mi stancherei, è vero, però…
Carrón: Ti piacerebbe che la tua morosa non avesse nostalgia di te?
Giro la prospettiva, per fartelo capire.
Intervento: No.
Carrón: Capisci, cosa vorrebbe dire se non avesse nostalgia di te? Che
non gliene importa nulla. Ti piacerebbe? Questo è quello che desiderate?
Intervento: No.
Carrón: Dobbiamo avere il coraggio qualche volta di guardare in faccia
questo. Perché è così, guardandolo in faccia, senza paura, senza spaventarsi,
che uno si rende conto che forse non è una disgrazia. Il giorno in cui
tu non avessi questa malinconia di lei, cosa diresti del tuo amore per lei?
Allora, se è così, la malinconia è un bene o una disgrazia?
Intervento: È un bene.
Carrón: È un bene. Ma allora perché nella vostra immaginazione è meglio
toglierla? Se tu non avessi più questa malinconia della tua ragazza, che
cosa ti interesserebbe di lei? È proprio perché è un bene così prezioso, che
provi questa nostalgia. Il giorno che non l’avessi, sarebbe finito tutto. E per
questo hai una ragione per andare a cercarla?
Intervento: Quindi, praticamente, la differenza è il modo con cui io la
guardo questa malinconia? La differenza fra una persona che non ha fatto
l’incontro col movimento, è questa?
Carrón: No, la differenza è un’altra. Senza avere incontrato Cristo, cosa
succede a tutti gli altri? Cosa succede a tutti gli altri quando questa malin27
TRACCE
conia finisce? Che è finito tutto. Invece che cosa introduce Cristo in questa
esperienza umana? Che te la dona per sempre e te la fa amare sempre di
più. A chi non succede questo, che cosa accade? Che sparisce tutto, tant’è
vero che si fanno delle leggi apposta: siccome finirà, occorre preparare
la via d’uscita che si chiama divorzio. Tutti si aspettano che l’amore finisca
così. Allora che cosa introduce Cristo? Cristo ti dice: «Amico, se tu
non lasci entrare in te la Mia vita, tu non sei in grado neanche di tenere
desta questa nostalgia, cioè la tua morosa in quanto tale non è in grado
di destarti questa nostalgia; hai bisogno di Me, perché senza di Me,
tutto decade. È soltanto se Io sono alla radice del vostro amore, che esso
può permanere; se Io non alimento questo vostro amore, voi non avete
la forza né la capacità di tenerlo desto, di tenerlo vivo, di tenerlo fresco,
di tenerlo come all’inizio». Perché siamo poveracci, senza di questo, tutto
viene meno. Che cosa introduce Cristo? Introduce che questa cosa bella
che ti è capitata rimanga. Ma non perché ti toglie la nostalgia, non perché
ti toglie la malinconia, bensì proprio perché te la ridesta in continuazione!
O a te piacerebbe che un certo giorno la tua morosa non ti dicesse
più niente, come succede tante volte? La maggioranza delle volte, quelle
persone che mi hanno più colpito, che mi hanno commosso fino al midollo,
dopo che ho sentito questa malinconia, a un certo momento, non
mi dicono più niente! Com’è possibile? È possibile perché noi non siamo
in grado di tenere desto questo, e la tua morosa non ha certo la potenza
di destarti questa nostalgia in continuazione. Soltanto Lui – che è così
potente – ti può donare questa esperienza per sempre. E come ti piacerebbe
che fosse sempre più così! Non come tante volte ci immaginiamo
o vediamo nell’esperienza di tante persone, dove l’esito è l’indifferenza, se
non addirittura il peso, il rifiuto, l’insopportabilità. Gesù non è venuto a
intrufolarsi nelle nostre questioni personali, nelle nostre cose più intime,
ma è venuto a salvarle; è se noi lo lasciamo entrare, se noi lasciamo aperta
la possibilità che Lui ridesti questo, che può succedere una cosa del genere.
Altrimenti il nostro input iniziale ha una data di scadenza, perché la
tua morosa (e viceversa) non è in grado di ridestarti l’interesse dell’inizio.
Perché non ne è in grado? Perché siamo fatti per l’infinito, e se voi non
vedete questo amore come un rapporto con Colui a cui questo amore
rimanda – pensando che è tutto lì –, le cose più belle, la cosa più bella che
vi è capitata nella vita, decade! Immagina che il tuo tentativo fosse cercare
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TRACCE
Un uomo colto, un europeo dei nostri giorni può credere...
di non fare perire questo rapporto: potresti fare qualcosa? No. Ne fanno
di tutti i colori. Tantissimi tentativi: viaggi, sorprese, regali… Guardate la
quantità sterminata di tentativi che non sono in grado di tenere desto un
istante di quella nostalgia che noi vorremmo che sparisse, quasi. Questo è
ciò che introduce Cristo. Ti interessa?
Intervento: Grazie.
Intervento: Stamattina tu hai detto che per cogliere il valore di un fatto,
di una persona, occorre una genialità umana e che questa non è un livello
di santità o una irreprensibilità etica, ma è un’apertura originale dell’animo.
Io non ho capito tanto bene come tu puoi dire che non si tratti di una
questione etica, perché tante volte a me sembra che sono proprio la mia
incoerenza, la mia distrazione, la mia superficialità che mi impediscono di
avere questa apertura.
Carrón: Perché è come ho detto io e non come hai detto tu? Guardiamo
insieme. Guardiamo insieme, perché è una delle cose più belle del Vangelo
guardare questo. I pubblicani erano coerenti? No, erano peccatori.
Pubblicani e peccatori erano sinonimi, l’esempio dell’incoerenza assoluta.
Il fatto è che il mestiere coincideva col peccato, figurati! Meglio di così,
più incoerente di così si muore. Invece, prendiamo l’esempio di Zaccheo,
pubblicano, capo dei pubblicani, diciamo: l’incoerenza massima! Questa
incoerenza che si trovava addosso gli ha impedito di riconoscere Gesù?
Questo è il guaio della tua domanda. L’incoerenza che si sentiva addosso
fino al midollo non gli impediva di riconoscere questo. La Samaritana
aveva avuto cinque mariti e quello che aveva non era il suo. Questo le
ha tolto la sete che aveva, questa apertura che aveva? Le ha impedito di
riconoscere Gesù? No. Ancora, il figliol prodigo ne ha fatte di tutti i colori,
è andato via di casa, ha sperperato la parte della fortuna, il Vangelo non
trascura i dettagli per dire fin quanto è stato incoerente, è finito a curare
i maiali, l’animale più impuro per un giudeo, la cosa più brutta, l’umiliazione
più grande. Questo non ha impedito che, quando era lì nell’incoerenza
più assoluta, gli sia venuto da dire: «Ma nella casa di mio padre si
viveva alla grande!». Capisci? Questo cosa vuol dire? La cosa più bella del
Vangelo è che, come vedi, sono persone a cui capitano le stesse cose che a
noi, vivono le stesse difficoltà nostre; e perciò se noi guardiamo il Vangelo,
troviamo una risposta alle nostre domande, perché lì Gesù ha risposto a
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TRACCE
queste domande. La loro incoerenza non ha impedito a Gesù di guardare
la Samaritana e Zaccheo. E questo ha fatto sì che venisse fuori – anche
sotto tutta l’incoerenza, sotto la coltre dei peccati – la loro umanità. È questa
la grandezza: che neanche tutto il nostro male può cancellare questa
apertura dell’animo di cui parlavi prima. Perché? Perché questa apertura
dell’animo è originale, appartiene alla tua natura umana, perché siamo
fatti aperti all’Infinito, siamo fatti aperti al reale. Perciò niente, ma proprio
niente, può impedire questo: è soltanto una mossa della nostra libertà che
ci può bloccare, non perché abbiamo questa incoerenza addosso, bensì
perché diciamo di no.
Intervento: E questa è una incoerenza...
Carrón: Questa è una decisione della libertà. Con l’incoerenza puoi dire
di sì, e con la coerenza può dire di no. Ci sono stati i farisei che apparentemente
erano più coerenti, e hanno detto di no; e i pubblicani che erano
incoerenti hanno detto di sì. Se tu vuoi che Cristo ti tolga la libertà, questo
non è possibile, questa è un’altra questione. Per noi l’obiezione è l’incoerenza.
L’incoerenza non è un’obiezione, perché dietro alla tua incoerenza
rimane la libertà. Questo gesto di tenerezza di Gesù con Zaccheo ha perforato
tutta la coltre e ha fatto venire fuori tutta la sua struttura originale.
Pensa al buon ladrone: tutta la vita piena di tante incoerenze addosso! Ma
fino all’ultimo istante può capitare uno sguardo così che gli spalanca tutto.
Questo può capitare in qualsiasi momento della nostra vita, tutta la tua
incoerenza non può impedire che qualcuno ti guardi così e che riapra la
partita. Tu puoi dire di sì o puoi dire di no, ma questo non chiude la partita,
perché uno sguardo così, come nel caso di Zaccheo, la riapre; come nel
caso del buon ladrone, la riapre; come nel caso della Samaritana, la riapre.
L’incoerenza non è un’obiezione. Se volete cercare un’altra giustificazione,
cercatela, ma l’incoerenza non è giustificazione. Grazie.
Intervento: Com’è possibile che la tristezza passi da mortificazione a
segno? Dalla mia esperienza emerge come punto decisivo l’affezione a sé.
E poi: perché, pur avendo incontrato Cristo, e aver sperimentato il Suo
abbraccio e il Suo sguardo, resto ancora scandalizzato dal segno?
Carrón: Perché lo sguardo di Cristo ancora non è penetrato in te, e non
è lo sguardo con cui ti guardi. Perché, come hai visto da quanto abbiamo
detto prima, noi rimaniamo scandalizzati della nostra umanità, e se siamo
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da soli ci scandalizziamo della tristezza, ed essa non diviene segno. Ma
quando uno ha incontrato Cristo, che cosa succede? Che incomincio a
intravedere che questa mia umanità può trovare una risposta. Tu quando
hai incontrato Cristo hai incominciato a intravedere questo o no?
Intervento: Sì.
Carrón: Appunto. Poi hai tutta la strada, vivi come i discepoli. Giovanni
e Andrea, dal primo giorno, hanno incominciato a intravedere questo,
ma poi quante volte son caduti? Il Vangelo non ci risparmia niente: non ci
risparmia la negazione di Pietro, non ci risparmia la discussione su chi tra
loro sia il più grande, non ci risparmia la loro invidia reciproca… Tutta la
strada, fino all’ultimo: «Mi ami tu?», rivolto a Pietro. Allo stesso modo fa
oggi con noi la Chiesa, non si scandalizza mai della nostra umanità, ci abbraccia
sempre. E qual è la cosa più bella? Che, come testimonia il Vangelo,
pur ricascando e scandalizzandosi sempre, non potevano fare fuori Gesù
che costantemente li abbracciava, li riprendeva, li accompagnava. Anche
noi che ricaschiamo sempre, non possiamo evitare che qualcuno continui
a guardarci così. E piano piano uno comincia a essere più contento che
ci sia questa Presenza, piuttosto che preoccupato del proprio scandalo. E
come prende il sopravvento: meno male che ci sei, Cristo! Meno male che
c’è questa Presenza, che anche se io sbaglio in continuazione, mi riprende
sempre; e uno è contento perché c’è, perché c’è quella Presenza. Come il
bambino che può cadere in continuazione, ma c’è la mamma; può sbagliare,
può farne di tutti i colori, e piange e sente tutto lo scandalo, tutto lo
smarrimento, ma quello che lo definisce che cos’è? La gioia che c’è. A volte
il Signore ci lascia andare secondo un disegno che a noi sembra misterioso
per farci capire: «Ma guarda che ci sono Io». E, a un certo momento,
uno comincia a guardarsi con questo sguardo, con questa Presenza, con la
compagnia di questa Presenza. E non si scandalizza più.
Intervento: All’inizio dell’anno mi hanno diagnosticato un tumore
maligno e ho conosciuto che cos’è la vera corruzione. Non solo quella
morale, come la tristezza, il dolore e la malinconia, ma anche quella fisicamente
visibile. Ciò però non mi ha creato scandalo. Come i ciechi, gli
storpi e i muti, ho gridato pietà a Cristo, cioè ho subito chiamato i miei
amici perché mi aiutassero in questa prova. Il divino mi ha salvata davvero
attraverso lo sguardo dei miei amici, che mi hanno accompagnato
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TRACCE
durante le terapie, e attraverso la gratuità di offrirmi il loro sostegno e
aiuto anche dopo lunghe giornate di lavoro, come un’amica infermiera
che è sempre venuta, tutti i giorni, ad aiutarmi per le punture. E anche se
il mio ragionamento non può arrivare a spiegare ciò, la mia esperienza
grida della Sua presenza.
Carrón: Ti ringrazio tanto, perché è il più bell’intervento che è arrivato.
E sapete perché l’ha molto colpita quello che abbiamo detto questa
mattina? Perché era la più bisognosa di tutti. Non per modo di dire, fisicamente!
Vero?
Intervento: Sì.
Carrón: E allora questa è la testimonianza che ciò che abbiamo detto
questa mattina è vero. Che quando uno ha questo bisogno, reale, allora
non solo non prevale lo scandalo, ma è contento perché Cristo c’è. Allora
può capire, e ci dice quante volte noi, che diciamo di partire dall’esperienza,
in realtà partiamo da un’esperienza ridotta ai nostri pensieri, alla
nostra immagine, alle nostre scemenze. Ma una persona che ha un bisogno
vero, reale – come lei –, dice così. E questo non chiude, ma apre al
riconoscimento del divino, perché quanto più uno ha questa ferita, tanto
più può cogliere la corrispondenza nella risposta. Che impressione, e che
testimonianza per tutti noi che il Signore ci dà da vedere, davanti ai nostri
occhi, come quando c’è un’umanità bisognosa, non per modo di dire, tutto
è facile. Grazie, amica.
Intervento: Grazie.
Intervento: Questa mattina ci hai detto: solo il divino può salvare
l’umano, solo Lui può salvare, può abbracciare il mio umano, può svelarmi
chi sono. Lui però è Dio, può farlo, noi comuni mortali, come facciamo
con gli altri?
Carrón: I discepoli, Zaccheo, la Samaritana, il buon ladrone, con chi si
sono incontrati? Hanno visto la Trinità? Hanno visto Dio? Che cosa hanno
visto, che cosa hanno incontrato?
Intervento: Un uomo.
Carrón: Un uomo, un uomo! Non dimenticarti questo, non hanno visto
Dio, hanno visto un uomo e hanno capito che in quell’uomo c’era Dio.
Ma quello che hanno visto era un uomo. Perché che il divino può salvare,
può abbracciare, può rivelarmi chi sono, è normale, ma questo non è il
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Un uomo colto, un europeo dei nostri giorni può credere...
cristianesimo. Il cristianesimo è che Dio è diventato uomo, e chi guardava
quegli uomini e faceva loro riconoscere il proprio umano era quell’uomo
lì. E questa è la grande differenza, perché se fosse soltanto questo che tu hai
detto, che mistero c’è? Questo non è il cristianesimo, il cristianesimo è che
Dio è diventato uomo e che il divino si comunica attraverso lo sguardo di
quell’uomo. Era uno sguardo umano quello che ha raggiunto Zaccheo,
era uno sguardo umano quello che ha raggiunto Giovanni e Andrea, che
ha raggiunto la Samaritana, e per questo hanno capito che lì c’era una cosa
dell’altro mondo in questo mondo. Ma era un uomo, anzi, è soltanto questo
che ha aiutato a capire a tutti gli uomini chi era Dio, in un modo che
tutte le altre religioni che parlavano di Dio non hanno colto neanche per
sogno. Tant’è vero che ti lancio una sfida: dove trovi uno sguardo come
quello che trovi nel Vangelo in qualsiasi altra religione, parlando del divino?
Non lo troverai. Fino a tal punto Dio si è fatto riconoscere attraverso
quell’uomo. Per questo è stato la grande novità della storia, e coloro che si
son sentiti guardati così, sono stati investiti da questo sguardo; ma quelli
che hanno guardato gli altri come sono stati guardati loro, erano uomini,
tant’è vero che questo sguardo è arrivato fino a noi, e colpisce noi come il
primo giorno: ma chi è questo che guarda così? Non è che questi hanno
visto la Trinità, hanno visto delle persone in cui succedeva qualcosa, qualcosa
che toccavano con mano, non erano dei visionari. Ma erano uomini.
Allora non è che noi siamo Dio, portiamo quello che abbiamo ricevuto,
quello sguardo che ci ha investito, e non possiamo non guardare gli altri
con la stessa tenerezza con cui noi siamo stati guardati, riconoscendo tutta
l’ampiezza del desiderio che li costituisce, senza ridurli soltanto a uno
strumento di piacere o di potere. Perché il Mistero ha voluto condividere
con noi (che siamo poveracci) questo e ci ha plasmato e ci ha reso una
creatura nuova; cosicché, con tutti i nostri limiti, non possiamo evitare
di guardare così, con qualche briciola di quello che noi abbiamo ricevuto.
Capisci? È per questo che è arrivato a te, a me e a noi questo sguardo, altrimenti
noi non ce lo sogneremmo d’aver visto una cosa così. Ma è il divino
che ci raggiunge attraverso l’umano. È chiaro?
Intervento: Sì.
Intervento: Dunque, stamattina hai letto l’episodio evangelico di Gesù
con gli ammalati. Dicevi che loro non avevano bisogno di censurare nulla,
33
TRACCE
anzi la malattia era ciò che li spingeva ad andare da Lui, e Gesù li guarisce.
Io ho imparato a convivere con la mia tristezza, inizialmente; la accetto
come un lato un po’ oscuro del mio carattere, della mia personalità. Ultimamente
però, in questi anni, grazie al lavoro di Scuola di comunità ho
iniziato a prendermi più sul serio ed è vero quello che dici, il mio senso
di solitudine è diventato uno strumento privilegiato per mendicare la Sua
presenza e per riconoscerLo presente. Però rimane una questione aperta,
perché Gesù quelli li ha guariti. Io invece… il dolore lo provo ancora nella
tristezza. Quindi i casi sono due: o l’esempio non è calzante, perché in
fondo, guarendoli, Gesù ha loro tolto la malattia, oppure c’è qualcosa che
io non capisco. È nel rapporto con Cristo che quel bisogno, quella malattia
è compiuta, senza bisogno di eliminarli? E volevo capire che esperienza fai
tu di questa pacificazione nella tristezza.
Carrón: Noi pensiamo che la guarigione è la eliminazione del bisogno.
Tu immagini che siccome gli ammalati li ha guariti, la tua tristezza guarisce
se te la toglie. O no?
Intervento: Se mi toglie il dolore. Non il bisogno di Lui che non mi dà
alcun fastidio…
Carrón: Ma il dolore, cos’è? È il bisogno di Lui. Cioè, sempre ricordo
l’esempio dei dieci lebbrosi. Tutti li ha guariti. Sembra finita la vicenda.
Ma a uno di loro non è bastata questa guarigione, perché la guarigione
aveva uno scopo, che era dirgli: «Guarda che non sei da solo, ci sono Io
che ho cura di te». Perché Gesù sapeva che guarire la malattia non bastava,
non è che questo risolve il dramma del vivere. Come tu dici: è una
questione aperta. Ma Gesù, attraverso la guarigione, nel prendersi cura
della malattia delle persone voleva aiutarci a capire che non eravamo da
soli, che c’è una cosa più decisiva della malattia che è il nostro desiderio
di felicità, e che Lui c’era. Ed è quello che ha testimoniato per sempre il
lebbroso che è tornato: a lui non è bastata la guarigione e per questo non è
finita, è tornato perché ha sentito tutta la nostalgia di Gesù. Per gli altri la
questione era chiusa. E allora cosa è successo? Che hanno perso il meglio,
perché il meglio non era la guarigione, il meglio era Gesù. Perché quando
si sono alzati la mattina dopo e si sono incontrati non più ammalati, avevano
comunque tutto il bisogno umano, la questione era aperta ancora.
Gesù è venuto non per chiudere, ma per esserci, con noi, per diventare
nostro compagno, per dirci che non siamo soli con le nostre ferite aperte.
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Un uomo colto, un europeo dei nostri giorni può credere...
E tutto diventa bello, tutto diventa diverso se tu questa tristezza e questa
malinconia te le giochi nel rapporto con Lui. Se nel lebbroso che è tornato
fosse stato guarito questo bisogno, egli non sarebbe tornato; ma così si
sarebbe perso il meglio, perché il meglio era Lui. Si capisce?
Intervento: Sì, grazie.
Carrón: Meno male che, come dico sempre, Cristo a volte non risponde
alla nostra immagine, a come noi concepiamo la soluzione… Infatti ad
alcuni ha risposto così, agli altri nove ha risposto alla grande, ha tolto la
malattia; ma soltanto uno si è reso conto che questo non bastava per rispondere
a tutto il proprio desiderio di pienezza. Perché quest’ultimo non
si risolve come una malattia, si risolve in un rapporto, si risolve in una relazione
con Cristo! E per questo, se è un rapporto, se è una relazione, sarà
sempre aperta (come spero che sia se ti innamorerai, perché il giorno che
tu sia “guarita” da questo, vuol dire che del tuo moroso non ti importa, che
non hai desiderio di andarlo a trovare, che non ti stupisce guardarlo, che
non ti commuovi davanti al suo amore). Senza rapporto puoi non avere
malattia, ma sei un sasso, e neanche ti commuovi. Gesù non è venuto a
farci diventare sassi, ma a vivere questa avventura umana: quanto più Lo
incontri, tanto più il dolore viene meno, perché il dolore è che non ci sia
Lui. Ma se Lui c’è e io Lo posso riconoscere, ogni volta posso essere commosso,
qualsiasi sia la situazione.
Intervento: Stamattina stavi parlando dello sguardo e hai parlato anche
dello sguardo di Giussani e del suo carisma e hai detto che è il segno della
contemporaneità di Cristo. Giussani ti introduceva sempre di più allo
sguardo che Gesù aveva su di te. Dunque, io, se sono sincera, mi accorgo
che questo sguardo inspiegabile l’ho riconosciuto nella mia vita, tante volte.
Però a un certo punto è come se ci fosse un gap, cioè un’ultima resistenza,
non so se dovuta al fatto che si insinua il dubbio a un certo punto, per
cui quello sguardo diventava meno eccezionale, cioè un po’ meno unico e
si andava a incasellare insieme a quei mille fatti, a quei mille sguardi unici
che avevo avuto nella mia vita. E questi diventavano quasi degli aneddoti,
degli aneddoti nostalgici e come conseguenza meccanica di tutto questo,
ecco che di colpo la mia umanità tornava a essere fonte di scandalo e di fastidio
per me, per cui avevo di nuovo paura di stare di fronte al mio limite.
Per cui io ti chiedo: che cosa occorre ancora per far sì che questo sguardo e
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TRACCE
questo carisma che io ho incontrato possa introdurmi sempre di più allo
sguardo di Lui e possa essere presente sempre, incancellabile qui e ora?
Carrón: Che ci sia tu. Perché tu, come mi hai detto, questo sguardo lo
hai incontrato tante volte.
Intervento: Sì.
Carrón: Allora, se dopo viene la nebbia e comincia la confusione, tu
puoi usare un’arma, che si chiama ragione. Capisci? E tu, davanti a queste
cose, devi starci e giudicare se è vero o non è vero, devi decidere. Se tu dici
che diventa tutto buio, devi cancellare questi sguardi che hai sperimentato.
Ma che cosa può far di più Gesù per te che averteli dati in continuazione,
fino al punto che tu adesso, anche in mezzo a questo dubbio che dici, non
puoi evitare di riconoscere che ci sono stati?
Intervento: Sì, ma io non so perché non riesco a dire sì.
Carrón: Esatto, perché non è meccanico, perché voi volete che sia qualcosa
che succede senza di voi! Vi assicuro: non può essere così! Perché,
come vi dico sempre, io ti posso fare un regalo, ma non posso anche accettarlo
a tuo nome! Almeno questo devi farlo tu. Gesù ti può dare tutta
questa valanga di segni, che tu riconosci, ma non ti toglie la libertà; anzi,
noi apparteniamo a un movimento in cui abbiamo sentito che Gesù vuole
di più la nostra libertà che la nostra salvezza. Cioè, non che ci lasci da soli,
ma non impone una salvezza meccanica che non passi attraverso la tua
libertà; ti aspetterà tutto il tempo della vita, fino a quando tu decidi, ma
non ti risparmierà mai la possibilità di dire di sì o di dire di no, perché non
sarebbe degno, non sarebbe rispettoso del tuo umano, della tua grandezza
umana; e Lui è così attento a rispettare tutta la nostra libertà, tutta la nostra
grandezza, che non si impone meccanicamente, ma ci sollecita. Mendica
il nostro cuore, ci darà tutti i segni di cui abbiamo bisogno, ritornerà a
sorridere, ma non ci toglierà mai la libertà. Questo è quello che dice don
Giussani: il cristianesimo ha un inconveniente, esige veri uomini, non dei
robot, non dei meccanismi, occorre un io (anche quando noi vogliamo
sistemi così perfetti che ci risparmino di essere buoni, come dice Eliot, che
ci risparmino la libertà). Se volete quell’altra cosa, dovete cercare un altro
luogo, un’altra religione, perché qui Dio è diventato uomo per esaltare, così
come abbiamo visto oggi, l’uomo; e ha tale stima della grandezza dell’uomo,
che non lo costringe: lo chiama, lo sollecita, lo attira, gli dà tutti i segni,
ma non gli risparmia di dire: «Io». Per questo la questione è aperta.
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Un uomo colto, un europeo dei nostri giorni può credere...
Intervento: Stamattina tu parlavi dello sguardo d’amore che continuamente
ci viene proposto. Posso dire di averlo sperimentato attraverso la
mia vita, in fatti e persone. Il problema è che questa coscienza della Sua
potenza, che è su di me, esiste solo in alcuni momenti. Io ti chiedo com’è
possibile che questa coscienza, nelle mie giornate, nel quotidiano, diventi
qualcosa che mi prende totalmente, che sia sempre chiara e su cui io possa
fondare ogni istante del mio tempo. Perché con questa coscienza io potrei
affrontare tutto!
Carrón: La prima cosa è che tu ti renda conto che – anche se sono solo
alcuni momenti – tu hai visto qualcosa che è così unico, così eccezionale,
che è il segno della contemporaneità di Cristo. E questo rimane. Poi, posso
dimenticarmi per la mia fragilità, posso venire meno, ma quello che ho
visto in quel momento, se io ho capito quello che ho visto, rimane. Mi
spiego? Mi interessa che voi lo capiate, perché tanta della vostra incertezza
proviene proprio da questo: è come se voi riduceste quello che è, sì,
entrato in un momento del tempo, ma che è così unico, così eccezionale,
che è un altro mondo in questo mondo, che è il divino nella storia, che
è la contemporaneità di Cristo. E questa è la prima cosa di cui renderci
conto, che questo è un giudizio e per questo rimane, anche se quello che
non rimane sono io. Capisci? E io sono contento che Lui rimanga, anche
se io poi decado; ma è diverso che io abbia questa certezza del giudizio che
Lui rimane. E poi, Egli non è semplicemente entrato in quei momenti, ma
rimane, rimane come un fatto nella storia, per te, perché possa sempre di
più diventare familiare e sempre di più prendere il sopravvento; e questo
è un cammino. Diventa quotidiano perché tu ogni volta che Lui si rende
presente Lo riconosci ancora, e ti desta sempre più il desiderio di riconoscerLo
ancora. E quando ti manca, perché senti la nostalgia o senti che c’è
qualcosa che non è come quello che hai sperimentato, ti urge la memoria
di Lui, come della persona amata. E così, piano piano, Cristo diventa, non
in qualche momento, ma sempre più una compagnia quotidiana per la
vita. Ma succede secondo un cammino umano, secondo tutta la dinamica
della costruzione di un rapporto umano, capisci?
Intervento: Quindi il problema è una memoria nella quotidianità.
Carrón: È una memoria. Il problema è una memoria. E per questo
dico: se tu usi tutto il tuo bisogno, questa è la risorsa. Una volta che uno
ha incontrato Cristo, la nostalgia e la solitudine – che sono come i sintomi
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che ti manca qualcosa – diventano la risorsa che tu puoi usare per fare
memoria di Cristo che ti spinge a cercarLo. E così, senza scandalizzarti
di esserti dimenticato, ma usando tutto questo come risorsa, questa tua
tristezza diventa come lo strumento per ricordarmi di Lui. Allora, invece
di essere una maledizione, tutto questo mio umano diventa una benedizione.
Perché? Perché tutto mi parla di Lui, perché tutto mi rimanda a Lui,
perché tutto è occasione di una nostalgia di Lui.
Intervento: Questa mattina ci hai chiesto se per noi Cristo è un uomo
presente oggi, cioè ora, in questo momento, oppure un uomo che è stato
presente duemila anni fa. Io riconosco che Cristo è presente in mezzo a
noi ogni giorno, e quindi mi aspetto che in me vinca un sentimento di
letizia per la presenza di Cristo. Invece poi ci sono la tristezza e l’insoddisfazione,
che sono sintomi di quell’umanità di cui abbiamo parlato questa
mattina, che riescono a prevalere anche rispetto alla Sua presenza. Perché
succede questo?
Carrón: Allora, cosa prevale?
Intervento: La tristezza?
Carrón: Che ci sia questa tristezza, non vuol dire che vinca e che possa
cancellare quella Presenza che ti ha riempito di letizia. La Presenza c’è.
Immagina Pietro e Giovanni, quando veniva loro la tristezza, Cristo non
c’era? Non L’avevano incontrato? Chi vinceva? Il sentimento passeggero
triste o quella Presenza che si imponeva davanti ai loro occhi? Questa è la
questione. Perché noi tante volte pensiamo che, poiché succedono tutte
queste cose, vincono; ma la questione è se questa Presenza è un fatto così
reale che sia riempita la vita di letizia. Perché senza di questo io non L’avrei
potuto riconoscere. E tu mi dici che Lo riconosci. Allora ha vinto! Anche
nei momenti di tristezza. Il problema è che a voi queste due cose sembrano
incompatibili…
Intervento: Sì, infatti.
Carrón: Eh, sì. Il fatto che tu sia triste in quel momento, non vuol dire
che non ci sia Lui, capisci? Tu sei contenta che ci sia; ma pensi: «Se questa
Presenza c’è, vuol dire che deve cancellare tutto il resto». Invece no. La
tristezza capita perché io così mi rendo più conto di quale grazia è la Sua
presenza.
Intervento: Grazie.
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Intervento: Io ho sempre tentato di essere leale con la mia tristezza. Il
problema che riscontro è che non vedo un cambiamento, nel senso che mi
colpiva quello che dicevi oggi sul fatto che noi non cogliamo i segni della
Sua presenza, e non li cogliamo non perché non possiamo, ma perché non
vogliamo. E io non riesco bene a capire che cosa tu voglia dire con questo,
perché io effettivamente faccio molta fatica a cogliere questi segni, e vorrei
capire che cosa tu intendi per ipocrisia.
Carrón: Quello che dicevo, ciascuno deve capirlo nella propria vita. Se
tu non vedi i segni perché non ci sono, è un conto, allora non c’è ipocrisia.
Il problema è che Gesù parlava davanti a persone che avevano una valanga
di segni davanti (tu personalmente saprai rispondere se sei davanti a questa
valanga di segni o no). Non è che siamo scemi, sappiamo benissimo
interpretare i segni, e i segni ci rimandano altrove. Dalla nuvola, subito
arriviamo alla certezza che sta per arrivare la pioggia. E Gesù dice: «Voi
avete qui più segni che una nuvola. Allora siete ipocriti, perché resistete
al riconoscere questi segni e perciò a trarre tutte le conseguenze di questi
segni, perché questi segni sono il segno di chi sono Io, perché tutti questi
segni sono l’espressione del mio Io, l’espressione di cosa sono Io». Tu
dovrai vedere. Io non sto facendo un giudizio su di te, ciascuno dovrà
giudicare lealmente se non ha visto nessun segno (allora non è ipocrita), o
se sta davanti a questi segni eppure vi resiste (allora è ipocrita).
Intervento: Ho capito, grazie.
Intervento: Questa mattina ci hai detto che la fede è un’intelligenza
nuova sulla realtà, è un’intelligenza dell’esperienza. Io volevo sapere come
accade questa intelligenza, cioè accade come una conseguenza naturale
del riconoscimento di questa alterità, di questo Mistero e di questa inspiegabilità
che è la realtà?
Carrón: Quello che dice don Giussani è molto semplice. Come abbiamo
visto nelle testimonianze che abbiamo letto questa mattina, tanti di
voi sono qua perché hanno visto dentro la realtà qualcosa che la vostra
intelligenza ha dovuto riconoscere, una diversità. E questo ha scatenato
tutta la vostra curiosità di spiegare che cos’è tutta questa diversità. E abbiamo
detto: se noi cancelliamo quell’origine ultima, dobbiamo cancellare
qualcosa della nostra esperienza. E questo come lo cogliamo, questa
origine ultima, quello che c’è dentro l’esperienza? Lo cogliamo con quella
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TRACCE
che chiamiamo fede, perché la fede è questa intelligenza nuova sulla realtà.
Questa Presenza ha la capacità di allargarci così potentemente la ragione,
di spalancarci così potentemente, che ci consente di cogliere quel che c’è
dentro. Vedendo quanto ti vuole bene una persona e che commozione
ti introduce, tu vedi che c’è qualcosa lì che ti spalanca a cercare di capire
qualcosa che non vedi, ma che non puoi cancellare dall’esperienza. Tu non
è che lo tocchi con mano, tocchi i segni. Se tu neghi che c’è questo, se tu
neghi che la tua mamma ti vuole bene, tu devi cancellare qualcosa nella
tua esperienza. Credere che la tua mamma ti vuol bene è una intelligenza
nuova sulla realtà. È un esempio per aiutarci a capire che quando noi facciamo
questo, stiamo riconoscendo qualcosa dentro la nostra esperienza:
infatti, se non crediamo che la nostra mamma ci vuol bene, dobbiamo cancellare
qualcosa. È una analogia per aiutarci a capire che la fede ha questa
dinamica, che noi troviamo qualcosa dentro la nostra esperienza che, per
non negarla, siamo costretti a riconoscere. E questo lo chiamiamo “grazia
della fede”, perché tu non potresti riconoscere questo senza la presenza di
Cristo, senza la presenza di qualcosa nella tua esperienza che ti spalanca
tutta. Tu non potresti aderire al significato vero del reale, senza che Lui
fosse così presente da spalancare tutta la tua capacità d’intelligenza. Allora
fai il gesto più ragionevole che ci sia: riconoscerLo. Non occorre nessuna
visione, occorre essere leali fino in fondo con quell’esperienza. Per questo
tutto si gioca in questa lealtà con l’esperienza che facciamo, in questo cedere
davanti allo spalancarsi della mia ragione, della mia intelligenza, della
mia capacità di cogliere quello che c’è dentro e che io non potrei cogliere
senza che ci fosse una Presenza così affascinante, così imponente. Questa
è la fede. E nessuno dice che credere che tua mamma ti vuol bene sia irragionevole,
ma è una intelligenza piena della tua esperienza.
La fede è una intelligenza piena dell’esperienza dell’incontro con una
umanità diversa, con una eccezionalità che facilita il suo riconoscimento.
Abbiamo, come vedete, tanta strada da percorrere; ma in questa strada ci
accompagniamo.
ASSEMBLEA
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TRACCE
Un uomo colto, un europeo dei nostri giorni può credere...
Sintesi Julián Carrón
6 dicembre, mattina
Quello sguardo di cui abbiamo parlato ieri è quello con cui la Chiesa in
questo tempo d’Avvento guarda ogni suo figlio, con una tenerezza senza
limite, con un abbraccio senza confine, perché ciascuno di noi possa sentire
su di sé tutta la commozione con cui il Mistero guarda la nostra vita,
dove niente è escluso da questo sguardo, anche quelle cose che noi non
siamo quasi in grado di guardare. È quello che fa la Chiesa con il canto
Rorate, invocando il Signore.
Ne irascaris Domine, ne ultra memineris iniquitatis: non arrabbiarti, non
adirarti con noi, non soffermarti sulla nostra iniquità; ecce, civitas sancti
facta est deserta, Sion deserta facta est, Jerusalem desolata est. Non c’è alcuna
paura di usare le parole che descrivono la situazione: una città deserta,
desolata, una città che era fatta per santificare la Sua gloria, per lodare Dio,
come avevano fatto i padri. Ma questa città è deserta. Perché? Peccavimus,
niente è escluso da questo sguardo; facti sumus tamquam immundus nos,
siamo diventati sporchi. Perché? Perché abbiamo ceduto, cecidimus quasi
folium universi, ci siamo lasciati trascinare come foglie dell’autunno, et
iniquitates nostrae, quasi ventus, abstulerunt nos, i nostri peccati ci hanno
portato di qua e di là come il vento; hai nascosto la Tua faccia e ci hai
abbandonati alle nostre iniquità. Che cosa possiamo avere fatto che non
entri in questa descrizione? Che cosa possiamo opporre a questo abbraccio,
a questo realismo sulla vita di ciascuno? Che cosa dobbiamo mantenere
nell’armadio chiuso, dove non può penetrare uno sguardo così? Da
che cosa dobbiamo difenderci? La Chiesa non ha paura di niente, né del
deserto, né del male, né del nostro cedere, né del nostro essere trascinati
come il vento, e ce lo pone tutto davanti. Vide, Domine, afflictionem populi
tui, guarda la nostra afflizione, il peso che portiamo con tutto questo, et
mitte quem missurus est: emitte Agnum dominatorem terrae, manda Colui
che stai per mandare, l’Agnello, che è il Signore: mandalo a consolarmi!
Consolamini, consolamini popule meus: cito veniet salus tua, arriverà, sta
per arrivare presto questa tua salvezza; quare moerore consumeris, perché
ti consumi nell’amarezza del tuo male, di tutto quello che non è a posto?
Consumarsi. Di che cosa hai paura? Salvabo te, ti salverò, noli timere, non
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TRACCE
avere paura. Perché ego, enim, sum Dominus Deus tuus, io sono il Signore
tuo Dio, Sanctus Israel, Redemptor tuus, il tuo Redentore.
Amici, questo è lo sguardo con cui Dio attraverso il Suo corpo che è la
Chiesa, attraverso uno sguardo umano oggi guarda ciascuno di noi. Perciò
non c’è niente, ma proprio niente, che sia escluso da questo abbraccio;
niente che sia lasciato fuori, non c’è male che ci pesi, non c’è situazione che
ci bruci che non sia abbracciata. Nessun male, nessuna difficoltà, nessuna
circostanza, nessun peccato; se è così, chi può sentirsi escluso da questo
abbraccio pieno di tenerezza, da questo sguardo pieno di affezione? Come
mi piacerebbe abbracciarvi uno a uno per potervi comunicare questa
commozione con cui il Mistero ci guarda, ci abbraccia, per portarci questa
commozione, perché questo è il Mistero che noi abbiamo conosciuto, ed è
così diverso, amici, così diverso che è soltanto il divino, perché a nessuno
viene in testa una cosa così, è impossibile generarlo da un uomo!
Capite perché, a un certo momento, Gesù afferma: «Beati gli occhi che
vedono ciò che voi vedete. Vi dico che molti profeti e re hanno desiderato
vedere ciò che voi vedete, ma non lo videro, e udire ciò che voi udite, ma
non l’udirono»24. È questa la gioia che percorre tutto il Vangelo, perché
tanti nel mondo vorrebbero sentire una cosa così.
È questa contemporaneità di Cristo ciò di cui abbiamo bisogno; e per
questo il Volantone di Natale è lo sguardo con cui guardarci, con sulle
spalle il disagio che ciascuno di noi porta: «Ora, con questi muscoli che
non tengono, con questa stanchezza, con questa facilità alla malinconia,
con questo masochismo strano che la vita di oggi tende a favorire o con
questa indifferenza e questo cinismo che la vita di oggi rende, come rimedio,
necessario per non subire una fatica eccessiva e non voluta, come si
fa ad accettare sé e gli altri in nome di un discorso? Non si può rimanere
nell’amore a se stessi senza che Cristo sia una presenza come è una presenza
una madre per il bambino. Senza che Cristo sia presenza ora – ora!
–, io non posso amarmi ora e non posso amare te ora»25.
Questa è l’unica possibilità per noi di volerci bene ora, di abbracciarci
ora: riconoscere la Sua presenza ora. Non occorre alcuna particolare capacità,
non occorre alcuna coerenza particolare, non occorre alcuna energia:
basta lasciarci abbracciare ora, basta riconoscerLo presente ora. E che è
24 Lc 10,23-24.
25 L. Giussani, Qui e ora (1984-1985), op. cit., pp. 76-77.
SINTESI
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Un uomo colto, un europeo dei nostri giorni può credere...
presente ora, come dicevo prima, è così palese per la diversità di questo
sguardo, che, da una parte, ci fa sperimentare un sollievo infinito, un respiro
unico e, dall’altra, quasi una resistenza, tanto è diverso, tanto non è
generato da noi, tanto è altro, tanto è divino. Perché noi abbiamo sempre
questo faticoso dubbio: ma c’è o lo inventiamo? La fede è creazione o riconoscimento?
Fate voi i conti, cercate di immaginare se una cosa così, che
è il segno di Dio presente che ha ancora pietà di noi, vi passa per la testa...
Il movimento ci offre questo strumento che è il Volantone, per potere non
dimenticare che, come non esiste carta geografica senza l’America, non c’è
realtà – qualsiasi sia il momento che passo, qualsiasi sia l’aridità che provo,
qualsiasi sia la lontananza che sento, qualsiasi sia il male che mi strugge,
qualsiasi sia il dolore che porto –, non c’è realtà dove non ci sia questa
Presenza. Questo non lo decidiamo noi, possiamo non riconoscerLo, ma
non è nelle nostre capacità farLo fuori.
In un dialogo con gli universitari don Giussani aveva detto: «La traccia
che il Volantone ha lasciato in noi è una domanda, una posizione di domanda
personale: non la scontatezza di avere fatto un lavoro e di avere capito,
di avere ormai inglobato nella propria esperienza e lasciato alle proprie
spalle anche questa proposta, ma un trovarsi il Volantone davanti a sé,
non dietro di sé, come contenuto di una domanda. Giussani: Scusate se mi
permetto di interrompere, è uno spunto troppo bello questa immagine:
“Il Volantone davanti e non dietro”. Ci è venuto davanti! Normalmente le
cose ci vengono davanti, noi, poco o tanto le studiamo e poi, dopo, vanno
alle spalle, come se già fossero acquisite [così maciniamo i testi, e dobbiamo
aspettare quello successivo, una nuova parola d’ordine, un nuovo
pensiero, una nuova genialità, perché siamo stufi e dobbiamo cambiare].
Questo vuole dire che non sono mai una verità, perché la verità sta sempre
davanti, sempre. Come il Volantone, che sta sempre davanti. Una cosa è
verità quando sta sempre davanti. La tragedia nel movimento sono quelle
persone (state attenti, per favore, perché voi siete i più disponibili a questo
errore) che sanno già cosa dice il movimento. Il movimento per chi è
così non è mai stato una verità, capite? Anche se fosse il rettore magnifico
dell’università di Tolentino! È un’immagine troppo bella, questa: “Il Volantone
sta davanti”. Io ho interrotto, mi sono permesso di interrompere,
per sottolineare che [...] la verità sta sempre davanti. È la conferma, questa
osservazione, della famosa frase che ripeto per la centoduesima volta
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TRACCE
in un anno: “Raramente gli uomini capiscono quello che credono già di
sapere”. Quello che credono già di sapere non lo capiscono neanche! Ieri,
mentre parlavo alla Giornata di fine d’anno degli adulti di Milano, mi ha
fatto colpo, quando mi è venuto in mente, questo pensiero: la verità, una
cosa vera, quanto più tu la senti e la guardi, tanto più è nuova. Questa è la
caratteristica del vero. Quando uno dice: “Questa roba qui l’ho già sentita”,
è perché non l’ha mai capita, oppure non è vera la cosa»26.
Per questo niente, amici, è ostacolo. È per questo, perché Lui è davanti,
che la Chiesa, in questo tempo d’Avvento, attende. Perché il tempo d’Avvento,
come ha detto il Papa, è il tempo dell’attesa. E perché attendiamo?
Perché Egli c’è. Noi tante volte diamo per scontata l’attesa, ma c’è tanta
gente che non attende niente, e quanto più passano gli anni, tanto più è
difficile trovare qualcuno che attenda qualcosa. Provate a vedere quanti
adulti di quarant’anni conoscete, che non siano scettici, e forse incomincerete
a capire che attendere non è scontato. E allora la Chiesa, che ha molti
più anni di quaranta – ne ha duemila! –, perché continua ad attendere?
Perché continua a celebrare questo tempo? Perché non ha smesso di sperare?
Non diamolo per scontato, amici, non è scontato: duemila, questo è
un fatto! Fateci i conti. Perché il fatto che uno attenda è il segno che c’è chi
ci ridesta sempre l’attesa.
Il Papa l’ha detto: «La speranza segna il cammino dell’umanità, ma
per i cristiani essa è animata da una certezza: il Signore è presente nello
scorrere della nostra vita, ci accompagna»27. Noi possiamo sperare per la
certezza di un presente – bellissimo! –. Come abbiamo studiato parlando
della speranza nella Scuola di comunità, il tempo diventa un’altra cosa:
«Se il tempo non è riempito da un presente dotato di senso, l’attesa rischia
di diventare insopportabile; se si aspetta qualcosa, ma in questo momento
non c’è nulla, se il presente cioè rimane vuoto, ogni attimo che passa appare
esageratamente lungo, e l’attesa si trasforma in un peso troppo grave,
perché il futuro rimane del tutto incerto. Quando invece il tempo è dotato
di senso, e in ogni istante percepiamo qualcosa di specifico e di valido,
allora la gioia dell’attesa rende il presente più prezioso. [...] E se Gesù è
presente, non esiste più alcun tempo privo di senso e vuoto. Se Lui è presente,
possiamo continuare a sperare anche quando gli altri non possono
26 Ibidem, pp. 279-280.
27 Benedetto XVI, Celebrazione dei Vespri per l’inizio del tempo di Avvento, 28 novembre 2009.
SINTESI
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TRACCE
Un uomo colto, un europeo dei nostri giorni può credere...
più assicurarci alcun sostegno, anche quando il presente diventa faticoso.
Cari amici, l’Avvento è il tempo della presenza e dell’attesa dell’eterno.
Proprio per questa ragione è, in modo particolare, il tempo della gioia,
[...] che nessuna sofferenza può cancellare. La gioia per il fatto che Dio si è
fatto bambino. Questa gioia, invisibilmente presente in noi, ci incoraggia
a camminare fiduciosi»28; perché ciò che domina la vita è quella Presenza,
quel Tu che rende la vita diversa.
Scrive don Giussani in questo testo clamoroso: «Non dobbiamo mai
demordere dal fatto che c’è un uomo che è nato da una donna duemila
anni fa e che è presente alla nostra vita e che ci ama. E quest’uomo è Dio.
[...] Dal momento che lo riconosco non desidero più altro, questo è tutto.
Il Tu vale e, dal momento che lo riconosco, non c’entra più altro. Io sono
un povero, poveraccio, pidocchioso, ignorante, fedifrago, traditore. Dal
momento che Ti riconosco, che dico “Tu”, non vale più altro, tutto il resto
scompare [...] “Tutto questo non è mai esistito, Egli solo è”. Non è una
bugia. È questo, capisci? Ma accettare di dire questa frase vuol dire proprio
cambiare pelle, vuol dire cambiare mentalità; meglio, cambiare concezione
della vita. Per la concezione [...] occorrono sempre due partner (non
si può concepire in uno, eccetto che negli strati inferiori della vita). Perciò
è con una Presenza che tu puoi concepire: riconoscendo quella Presenza,
tu concepisci in modo diverso le cose e, se dici “Tu”, il resto non c’entra
più. [...] Tu. Tu è un dire con l’indice rivolto, l’occhio rivolto e il cuore
rivolto, la mente rivolta a una Presenza, a una realtà presente; a una realtà
presente, rivolgendoti alla quale – non essendo un pezzo di legno, non essendo
un pezzo di roccia, non essendo neanche una stella, ma essendo una
persona – l’unica parola che puoi usare è Tu. Il problema è che con tutti i
nostri discorsi cerchiamo il più possibile di nascondere la forza totalizzante,
il valore totalizzante che ha questo Tu. Diciamo “Tu” come dire – non
so – “Prosciutto!”. “Tu, prosciutto”. E, mentre dici così, si taglia via, si taglia
via per rendere più sottile possibile, per mettere da parte il più possibile,
per rubare. Noi diciamo “Tu” cercando di rubare, mentre Tu è tutto. E
infatti l’alternativa a questo Tu non è altre cose, ma è il nulla; l’alternativa
a questo Tu è il nulla, è il niente. Quanto più nel dire “Tu” cerchiamo di
salvaguardare qualche nostra capacità, qualche nostro valore, di scusare i
28 Ivi.
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TRACCE
nostri difetti – è come dire: “Tu, però..., Tu, però...” –, quanto più facciamo
così, tanto più si bestemmia, si parla male di Dio. [...] Può lasciarci deboli
fin quando vuole, può lasciarci quel che siamo fin quando Lui vuole, ma
al di fuori di Lui c’è il niente, il niente sospeso, per un gioco ottico, al pulviscolo
atmosferico, che si chiama? Apparenza [...], che dall’alba alla sera
declina e scompare come rugiada, come la rugiada del mattino. [...] E per
dire con pudore e verità la parola amare è forse giusto sostituirla con la parola
attesa. Attesa ha dentro l’amore perché è “tendere a”, ma è un tendere
che aspetta senza fissare né tempi, né modi»29.
Tu vuoi dire alla persona amata che le vuoi bene, o vuoi che lo dica una
macchinetta al tuo posto? Grazie, ma io non voglio che me lo risparmi. Io
voglio dire Tu a Cristo, ogni giorno. E l’istante ha dentro questa densità,
potere dire Tu a Cristo, sempre di nuovo, come qualcosa che accade ora,
quella grazia per cui Lui mi prende, mi tira via dalla distrazione, rende
presente Sé, e io, così commosso da questa mossa del Mistero con me,
posso dire: «Tu, Cristo. Tu, Cristo».
E questo è possibile per l’affezione che il Natale ha introdotto nella
storia. «Il Natale è la festa dell’affezione, dell’affezione di Dio all’uomo»30,
proprio per potere destare questa affezione nell’uomo, perché senza destare
questa affezione in noi, noi siamo come una mina vagante, come foglie
travolte dal vento, travolte dalle nostre stupidaggini. Che tenerezza!
Perciò vi auguro per questo tempo di «rendere preferenza umana la
presenza di Cristo»31. Che sempre di più la Sua presenza sia una preferenza
umana che vi prende tutto, che vi prende dalle viscere, fino a dirGli,
commossi e grati: «Tu».
29 L. Giussani, L’attrattiva Gesù, Bur, Milano 1999, pp. 223-225.
30 L. Giussani, «Natale la tenerezza di Dio», in Tracce-Litterae Communionis, n. 12, dicembre 1991,
pp. 31-34.
31 L. Giussani, Affezione e dimora, op. cit., p. 96.
SINTESI
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TRACCE
Un uomo colto, un europeo dei nostri giorni può credere...
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TRACCE
Introduzione
4 dicembre, sera 3
Lezione
5 dicembre, mattina 9
Assemblea
5 dicembre, pomeriggio 25
Sintesi
6 dicembre, mattina 40
INDICE
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TRACCE
Un uomo colto, un europeo dei nostri giorni può credere...
In copertina: foto Stefania Malapelle
Supplemento al periodico Tracce - Litterae Communionis, n°1, gennaio 2010
Poste Italiane Spa - Spedizione in A.P. D.L. 353/2003 (conv. in L. 27.02.2004, n°46)
art. 1, comma 1, DCB Milano
Iscrizione nel Registro degli Operatori di Comunicazione n°6147
Società Cooperativa Editoriale Nuovo Mondo – Via Porpora 127 – 20131 Milano
Direttore responsabile: Davide Perillo
Progetto grafico: Davide Cestari, Lucia Crimi
Reg. Tribunale di Milano n. 57 – 3 marzo 1975
Impaginazione: G&C
Stampa: Arti Grafiche Fiorin - Via del Tecchione 36, Sesto Ulteriano (Mi)

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