mercoledì 18 febbraio 2009

EUTANASIA

.....Per fortuna Eluana è stata viva e ingombrante. Anche da morta è difficile considerarla una cosa insignificante, checché ne dicano i cultori della invero difficile equiparazione tra “vita (vegetativa)” e “non-vita”. Nel criterio scientifico assodato per definire quando si è morti, Eluana non rientrava. A meno che si distogliesse da lei l’attenzione allontanandone la vista fisica e mediatica finché, da morta, ha rischiato di perdere la gara dell’audience con l’imprescindibile Federica del Grande Fratello, lei sì visibile ventiquattrore al giorno nella sua assoluta insignificanza.....
di Giuseppe Romano
Tratto da il Domenicale del 14 febbraio 2009

Nei giorni in cui Eluana Englaro agonizzava è andata in onda una fiction tv in cui un condannato a morte, che si protestava ed era innocente, veniva giustiziato prima che giustizia fosse fatta: la sua morte dava però a un poliziotto la spinta per trovare il vero colpevole.


Vorremmo che questo accadesse, adesso, in Italia, dopo la morte di Eluana. Che ha posto al Paese un problema drammatico nel modo più drammatico, in palio la sua stessa vita, e passando al vaglio di coscienze, istituzioni e ordinamenti non solo un problema di procedure, bensì di fiato, di carne e di sangue.

Quanto a questo, va detto che il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi ha dato al Paese un esempio importante di dignità, mostrandosi consapevole e sollecito del nesso che intercorreva tra la vita di Eluana e la libertà di tutti noi cittadini, tra la polis, città e politica, e l’ethos, i fondamenti dell’agire umano. Tanto più netta è apparsa la frattura con quanti – duole ricordare che il presidente della Repubblica è stato fra costoro – hanno preferito stare a una linea burocratica insensibile alla sostanza: la condanna a morte di una concreta italiana adulta, per giunta disabile, inerme, primo caso nella storia repubblicana da quando, gennaio 1948, è entrata in vigore la Costituzione nazionale.

Speriamo ora che il Parlamento prosegua sulla strada che ha intrapreso, quella di legiferare in materia addossandosi il carico della “questione morale” che riguarda l’effettiva uguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge. Sarebbe orribile che l’ombrello della pari dignità lasciasse fuori proprio i cittadini sofferenti e più deboli, che non possono parlare per sé. Che civiltà è quella che non difende gl’indifesi?

Detto questo, bisogna pure riconoscere che in Occidente, e in Italia, alligna una consistente deriva eugenetica. L’abbiamo vista strepitare sui giornali e in tv. Prima o poi bisognerà ammettere, anche, che questi orientamenti vengono da lontano, da prima dell’ultima guerra, e che Berlino non fu la sola a coltivarli, ma anzi ne fu socia e perfino debitrice a capitali “democratiche” di là e di qua dell’Atlantico. Negli scritti di studiosi e docenti, negli Stati Uniti e in Europa, tuttora è agevole incontrare dottrine che teorizzano la discriminazione riguardo a certe categorie di esseri umani, definite non-persone: bambini non nati ma anche neonati in quanto non “raziocinanti”, così come disabili per tare genetiche o per incidenti e anziani non più in grado di badare a sé stessi. Posizioni, queste, coltivate non nell’abisso dei lager, bensì nell’austerità delle aule, nel candore dei laboratori e nei meandri sterili di una sperimentazione genetica che sempre più anticipa le sentenze di eliminazione, sottraendole agli occhi e ai cuori.

Per fortuna Eluana è stata viva e ingombrante. Anche da morta è difficile considerarla una cosa insignificante, checché ne dicano i cultori della invero difficile equiparazione tra “vita (vegetativa)” e “non-vita”. Nel criterio scientifico assodato per definire quando si è morti, Eluana non rientrava. A meno che si distogliesse da lei l’attenzione allontanandone la vista fisica e mediatica finché, da morta, ha rischiato di perdere la gara dell’audience con l’imprescindibile Federica del Grande Fratello, lei sì visibile ventiquattrore al giorno nella sua assoluta insignificanza.

Questo fascicolo prende spunto dal dibattito di questi giorni per allargare la riflessione. Risulta singolare che la nostra civiltà si proponga l’estensione smisurata della vita fisica senza vagliare quale mondo si apparecchi alla futura, tecnologica, interminabile senescenza dell’umanità: c’è un non detto economico (quanti potranno permettersi d’invecchiare così?), medico (quali mali subentreranno, vinti quelli che oggi ci fanno morire?), antropologico: immortalità non è eternità, né sopravvivenza indefinita vale l’eterna giovinezza.

Un’altra linea simbolica, rispecchiata da immagini letterarie e figurative mostra l’inseguimento di un’immortalità a ogni costo sfidando l’assurdo nella figura del vampiro: che non è immortale bensì “non-morto”, un cadavere ambulante che non può amare, camminare sotto il sole né cibarsi se non di vite altrui. Un essere belluino e notturno che per sempre anela a scambiare il suo beffardo simulacro di eternità con un attimo di vita vera.

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