venerdì 24 luglio 2009

IL MIO DON GIUSSANI

I pregiudizi della visione laicista anticlericale, i ripensamenti e quella frase: «è il giudizio di valore la questione prima della vita». Perché oggi dico che il fondatore di Cl è stato ed è un maestro di conoscenza

di Oscar Giannino


Se devo pensare a ciò che lega don Luigi Giussani al tema del Meeting scelto per quest’anno, non posso che partire da me. Perché a me è capitato “prima” di modificare molto gradualmente le modalità di analisi e critica della realtà, rispetto alla visione del mondo in cui ero cresciuto. “Poi” e solo “poi”, a cambiamento avvenuto, di farmene una ragione in termini generali. Mi capitò di leggere molti anni dopo, a trasformazione avvenuta, l’intervento di don Giussani all’assemblea del Clu a Novegro, il 30 ottobre 1975.


A un certo punto, sta parlando dell’amore come categoria fondante della vita, don Gius dice che «il problema più grave dell’amore non è a livello del cuore: è a livello del giudizio, perché è il giudizio la radice del cuore». «Infatti – continua – gli antichi scolastici dicevano nihil volitum quin praecognitum, niente è desiderato se non è prima conosciuto». Dopodiché va al punto, con un colpo di rasoio. «Si chiama giudizio quel fenomeno per cui l’uomo conosce da uomo le cose, ciò che fonda l’oggetto verso cui si rivolgono i passi del suo cammino, lo scopo della sua dinamica. è il giudizio di valore la questione prima della vita». In un mondo di commentatori per i quali spesso l’acribìa diventa il velo sotto il quale celare una diffusa ipocrisia, il dare un colpo al cerchio e uno alla botte, tenersi buoni monopolisti e concorrenti, Stato tassatore e contribuenti vessati, lasciando la politica ormai 15 anni fa e dandomi al giornalismo, decisi che il politicamente corretto per non bruciarsi relazioni importanti, magari in vista di una buona carriera ai piani alti di qualche giornalone, decisamente non faceva per me. Sì, il giudizio di valore è la questione prima della vita. Ogni conoscenza del reale non può prescindere dall’argomentare in conseguenza un giudizio di valore: si tratti di come funziona – non funziona, in Italia – la relazione tra mano pubblica e privata, di come ogni banchiere esercita al sua funzione, o di come ciascuno di noi decide di rinchiudersi nel suo “particulare”.
Il titolo del Meeting 2009 – “La conoscenza è sempre un avvenimento” – si colloca a questo livello della questione e riprende una preoccupazione costante di don Giussani a riguardo della precedenza della realtà e dell’avvenimento (l’imbattersi in qualcosa che accade e che provoca l’io) nel fenomeno della conoscenza. Per me, ciò investe l’essenza della scoperta di ciò che siamo davvero, e del perché lo siamo. Quando la pensavo in tutt’altro modo, figlio com’ero di una visione laicissima e anticlericale che mi precludeva un confronto vero sui temi del cristianesimo come fenomeno storico e religioso, e naturalmente sulla fede, una delle classiche giustificazioni che davo a me stesso e davo agli altri era una lettura “letterale” della prima lettera ai Corinti, capitolo primo. Laddove si dice che Dio si fa beffe della ragione dell’uomo o dei criteri dell’uomo. Tenetevelo pure, un Dio così, dicevo io, perché la ragione dell’uomo è ciò che lo fa grande, e se Dio se ne fa beffe o questo vostro Dio non c’è, oppure è il Dio dei meschini. In realtà, il cristianesimo non è affatto la vulgata letterale su cui mi soffermavo io. Sono i protestanti, se proprio vogliamo estremizzare, a leggere quel passo convinti che la fede si fondi su se stessa, in quanto la sua verità è autoevidente. Al contrario, per il cristianesimo la fede non diventa qualcosa di realmente vissuto se non colpisce e penetra l’intelligenza che ho di me stesso e delle cose, cioè la ragione. Il processo di verifica dell’avvenimento-conoscenza mette in gioco le esperienze originarie di ciascuno di noi, in modo che ciascuno possa elaborare la propria conoscenza delle cose volgendola a certi fini. In questo consiste la cultura. Un libero processo di autoesame in cui l’io accetta di divenire, da sorgente di coscienza del reale e cioè idealmente centro del mondo, specchio periferico in cui si riflettono altre libere sorgenti di luce, pensiero e fatti reali.
Troppa filosofia? Non credo affatto. Penso invece che il relativismo di cui si è impregnato il terribile Novecento, figlio della crisi della modernità e della prevalenza del linguaggio sulla realtà, condanni la cultura a essere mero scaffale descrittivo in cui si annega la prevalenza del Non-essere, invece che strumento di trasformazione continua basato sulla persona che vuole Essere. Don Gius è stato un testimone di conoscenza vero, un maestro. Innanzitutto perché ha saputo declinare e declina ancora tutti i giorni una categoria diversa dell’autorevolezza. Quella di persone che ci coinvolgono con il loro cuore, e che con quello danno argomenti migliori all’esperienza in divenire su cui fondano la “questione prima della vita”, tornando alle parole di don Giuss, cioè il giudizio di valore.
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