sabato 10 aprile 2010

LA SPERANZA DI UN LEGAME INCANCELLABILE


......Pensiamo alla frase: «Ama il prossimo tuo come te stesso» - una rivoluzione non solo psicologica-umana, ma anche antropologica-esistenziale -; ebbene, è di una perenne attualità perché tiene conto delle fragilità umane e delle grandi risorse psicologiche che vivono in noi. È il concetto di caritas, sottolineato da Benedetto XVI. L’amore di Dio. Quando si nega questo, si diventa prigionieri di quell’individualismo che dilaga in tanti ambienti e che rifiuta una Chiesa che indica sentieri di sviluppo, riflessione, contemplazione, che oltrepassano l’immediata realizzazione dei nostri impulsi anche sessuali, legati al piacere immediato......





Paola Bergamini
Dagli errori dei religiosi alle polemiche sul celibato. Poi i dati gonfiati sul fenomeno. E l’aspetto della patologia. Lo psichiatra EUGENIO BORGNA spiega il peso degli attacchi alla Chiesa.
Tentativi di indebolire l’orizzonte di senso dell’uomo. Che solo nella caritas vive ciò che lo salva dal suo male

«Credo fermamente nel potere risanatore dell’amore di Cristo», ha scritto Benedetto XVI nella Lettera ai cattolici d’Irlanda, il 19 marzo, per gli abusi sessuali commessi da preti e religiosi, a lungo sottovalutati da una parte dalla gerarchia ecclesiastica irlandese, a danno di giovani. Sono le parole accorate di un padre che sa che solo l’amore misericordioso dell’unico Padre può dare speranza e perdonare ciò che per gli uomini è umanamente incomprensibile e imperdonabile.


I fatti sono rimbalzati su tutte le pagine dei giornali italiani ed esteri: i reati di pedofilia di cui si sono macchiati religiosi in Irlanda, in Germania e prima ancora negli Stati Uniti. Atti infami condannati con fermezza dal Papa, che hanno suscitato un’alzata di scudi da parte di opinionisti e intellettuali contro il celibato, gli ordini religiosi, ma più radicalmente contro la Chiesa. E a proposito della Chiesa il Papa scrive, sempre nella Lettera, rivolgendosi ai giovani: «Siamo tutti scandalizzati per i peccati e i fallimenti di alcuni membri della Chiesa, particolarmente di coloro che furono scelti in modo speciale per guidare e servire i giovani. Ma è nella Chiesa che voi troverete Gesù Cristo che è lo stesso ieri, oggi e sempre». In questi mesi in tanti si sono sentiti in “dovere” di dire che cosa è la Chiesa, come si è ridotta e cosa deve fare. Dimenticandosi delle migliaia di religiosi che silenziosamente ogni giorno, in ogni angolo della terra, dedicano la propria vita a chi ha bisogno e solo per amore di Cristo e della Chiesa. E il Papa, ancora una volta, ribadisce, con tutto il dolore per quanto è successo e indicando una strada da percorrere: è solo lì che c’è Cristo presente.
Pochi giorni prima dell’uscita della Lettera abbiamo incontrato il professore Eugenio Borgna, primario emerito di Psichiatria dell’Ospedale Maggiore di Novara e autore di vari saggi. È nato un colloquio che, a partire dai fatti accaduti, ha spaziato sul tema più ampio della presenza della Chiesa nella società contemporanea.

La pedofilia è sicuramente uno dei reati più nefandi che si possano commettere. Fa più scalpore se a commetterli sono stati dei religiosi. Qual è stata la sua prima reazione?

Innanzitutto, che il fenomeno da un punto di vista numerico è più circoscritto di quanto sembri. È normale che, vista la risonanza che ha avuto sui media, sia avvenuta un’enfatizzazione del fatto stesso che si accompagna a improvvise testimonianze di possibili abusi, nate sulla scia di quelle che chiamerei “illusioni della memoria”, una deformazione della memoria. Stiamo parlando di fatti accaduti fino a trent’anni fa. Con questo non voglio dire che la deviazione non esista. Anzi. C’è, e non è infrequente. I sacerdoti che hanno commesso tale crimine possono essere stati spinti da istanze patologiche. Come ogni altro uomo. E la Chiesa li ha condannati drasticamente. In questo clima i media tendono a indicare il sacerdozio come una delle sorgenti di questa terribile esperienza aggressiva. Ma collegare queste due esperienze di vita - il celibato e l’insorgenza di questi fatti - non mi sembra proprio possibile.

Eppure certe prese di posizione su celibato e pedofilia mi sembra siano l’esempio di un’aperta ostilità, di un attacco verso la Chiesa.

La Chiesa è oggi la sola istituzione che difende valori che la mondanità respinge. Difende la vita fino in fondo, si presenta come portatrice, testimone di una contestazione continua di tutto ciò che non è eticamente fondabile su valori che altri invece obbiettano. Colpire la Chiesa significa indebolire quella che è sempre stata e continua a essere la sua straordinaria e unica forza di difesa dei valori assoluti che vanno al di là della produttività dell’uomo: la salvaguardia della vita, il rispetto del morire. La Chiesa è portatrice di orizzonti di senso, di vita, inconciliabili con chi della vita abbia una concezione positivista che esclude la libertà vera, che esclude la presenza di quella dimensione spirituale che fa parte della vita e che entra in conflitto con l’ideologia laicista. Cogliere la Chiesa in difficoltà, in comportamenti orribili, offre l’occasione per affermare che non è più attendibile. Non può essere maestra di vita.

Non solo. Viene messa in discussione la dimensione educativa. Gli abusi sono avvenuti nei collegi...

Certo. Si interpretano questi fatti come testimonianza della incapacità educativa della Chiesa. Colpendo al cuore una delle grandi, indiscutibili realtà: la Chiesa vive l’insegnamento con una passione, partecipazione emozionale, assistenziale, che appare come più intensa, esclusiva e totale. Per la Chiesa l’educazione è la premessa per cui fede, speranza e carità siano vissute concretamente, storicizzate nel mondo d’oggi.
Penso non solo alle scuole, ma anche agli oratori, alle opere assistenziali. Viene negata la prima dimensione evangelica della Chiesa.
Si colpisce al cuore la possibilità che le giovani generazioni possano vivere un cristianesimo sempre attuale, vivo, palpitante. Riscoprire l’attualità vertiginosa del vangelo è uno dei compiti che ogni educazione dovrebbe avere: laica e cattolica. La passione dell’insegnare è una delle grandi linee del vangelo. Pensiamo alla frase: «Ama il prossimo tuo come te stesso» - una rivoluzione non solo psicologica-umana, ma anche antropologica-esistenziale -; ebbene, è di una perenne attualità perché tiene conto delle fragilità umane e delle grandi risorse psicologiche che vivono in noi. È il concetto di caritas, sottolineato da Benedetto XVI. L’amore di Dio. Quando si nega questo, si diventa prigionieri di quell’individualismo che dilaga in tanti ambienti e che rifiuta una Chiesa che indica sentieri di sviluppo, riflessione, contemplazione, che oltrepassano l’immediata realizzazione dei nostri impulsi anche sessuali, legati al piacere immediato.

Questo elemento dell’individualismo come rifiuto della caritas è interessante.
L’individualismo si contrappone a ogni forma di solidarietà, non solo in senso sociologico, ma anche solidarietà umana che implica rispetto, stupefatta ammirazione, necessaria ricerca di ogni forma di aiuto nei confronti di chi è più debole e ha bisogno di aiuto, di non essere trafitto dalla logica della produttività, che è una delle false ragioni su cui il mondo cammina. Quanta più caritas è in noi, tanto più diventiamo capaci di comprendere quelli che sbagliano, chi sta male. E dà speranza, la passione della speranza. Che non è dentro di te. Ti è data.


In che senso?

La speranza o è cristiana o si riduce a ottimismo. Come ha scritto Benedetto XVI nell’enciclica. La speranza crea relazione: io spero per te. È l’epifania del noi, del prossimo. Ritorniamo al giudizio di Cristo: «Ama il prossimo tuo come te stesso». Questo è il fondamento di ogni etica e bioetica. Ci sono istanze umane incancellabili: felicità, infinito, anche senso della colpa che fanno parte della vita di tutti i giorni, ma sono calpestate dall’ottimismo. La speranza è una relazione capace di aprire, dilatare. L’ottimismo dura un attimo, la speranza dà senso all’agire. La speranza cristiana permette di non assolutizzare. Anche il male.

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