giovedì 1 aprile 2010

APPUNTI DELLA SCUOLA DI COMUNITA' DI DON CARRON DEL 10 MARZO 2010

...... «È vero che dobbiamo arrivare fino a questa radicalità dell’amore, che Cristo ci ha mostrato e donato [è vero, questo è lo scopo: far partecipare noi stessi della stessa natura di Dio], ma anche qui la vera novità non è quanto facciamo noi, la vera novità è quanto ha fatto Lui […] la novità è il dono, il grande dono, e dal dono […] il nuovo agire. San Tommaso d’Aquino lo dice in modo molto preciso quando scrive: “La nuova legge [non è un comandamento più radicalizzato, più complicato da compiere] è la grazia dello Spirito Santo. La nuova legge non è un altro comando più difficile degli altri: la nuova legge è un dono, la nuova legge è la presenza dello Spirito Santo”». Lo Spirito è la modalità con cui Cristo entra fino al midollo nella nostra vita, facendoci diventare veramente Suoi.


Testo di riferimento: L. Giussani, Si può vivere così?, Rizzoli, Milano 2007, pp. 337-342.


• Canto “Un uomo cattivo”
• Canto “Amazing grace”
Cominciamo oggi il punto «Perfetti come il padre vostro», ma per aiutarci a fare questo passaggio fermiamoci un momento per cercare di collegarlo con il precedente, perché non possiamo lasciare indietro quello che abbiamo detto, affinché come per pressione osmotica possiamo entrare nel Mistero di Cristo. Soprattutto vorrei sottolineare queste cose che don Giussani dice quasi en passant, senza quasi che ce ne rendiamo conto, perché sono questi i passaggi dove si vede l’anima del don Gius attraverso cui passa la sua testimonianza a noi, perché soltanto una umanità così si lascia colpire come lui; per tutti è nella Bibbia, sembra assolutamente banale, ma perché non ce ne rendiamo conto? Per questo immedesimarci con quella modalità con cui lui si lascia colpire è come essere generati, come lasciarci commuovere: «Perché Dio dedica se stesso a me? […] Perché, per di più, diventa uomo e si dà a me per rendermi di nuovo innocente [...]? […] Perché questo dono di sé fino all’estremo concepibile, al di là dell’estremo concepibile?». Noi passiamo sopra a queste frasi, ma è lì dove don Giussani esprime il contraccolpo, perché è così che lui si lascia colpire dalla frase di Geremia che ci invita a imparare a memoria: «Ti ho amato di un amore eterno, perciò ti ho attratto a me avendo pietà del tuo niente»; possiamo dire questa frase senza lasciarci colpire, così come tante volte guardiamo gli altri senza lasciarci colpire, ma l’amore che il Mistero ci testimonia è questo sentimento che ha dentro una ragione, che è l’espressione di una ragione: «Mi commuovo per il tuo valore, Mi commuovo per il tuo niente, ma questo tuo niente è per Me così prezioso».
Prosegue il don Gius a pagina 330: «Questa pietà [...] è bello scoprirla nel Vangelo. Per esempio, quando – due volte è detto – una sera [Gesù] vede la sua città dalla collina e piange sulla sua città [...]. Quella città l’avrebbe ucciso alcune settimane dopo, ma per Lui questo non c’entra». E poi dice come singhiozzò davanti a quella donna che va a seppellire suo figlio: «“Donna, non piangere”, che era una cosa inconcepibile; a parte il fatto che è tra il ridicolo e l’assurdo: come si fa a dire a una donna che segue in quelle condizioni il feretro del figlio “Non piangere”? Era il traboccare di una pietà, di una compassione». Senza sperimentare questo traboccare di compassione noi non sappiamo il vero significato di quello che qui il Vangelo esprime. Noi pensiamo di capire perché siamo così presuntuosi, così razionalisti… No, non capiamo. Quando si vede se capiamo? Quando riaccade; per questo, come è diverso fare la Scuola di comunità e rileggerla pensando di averla capita dal fare la Scuola di comunità vedendo se riaccade (e allora non è che uno può passare sopra, come tante volte passiamo sopra, perché questo vuol dire che noi rimaniamo nella superficie di quelle parole e poi si vede che non cambia niente)! Di Zaccheo, a cui Gesù dice: «Scendi, vengo a casa tua», don Giussani commenta (basta una frase per dire tutta la sua commozione): «Ma non c’è possibilità di tenerezza come questa tra di noi»; che lontananza da questo! Oppure Lazzaro: il pianto per un amico che muore; solo quando ci immedesimiamo con questo possiamo capire che la carità di Dio per l’uomo è questa emozione, questa commozione: «Ecco dunque il punto: Dio si è commosso per il nostro niente»: lo ripete per aiutarci a capire, gli viene dal cuore: «Che è mai l’uomo perché Tu te ne ricordi?». Il massimo è quando dice che non solo si commuove del nostro niente, ma addirittura della nostra meschinità: «Ho avuto pietà del tuo odio a Me. Mi sono commosso perché tu Mi odi, il tuo odio non può evitare la commozione, tutta la tua avversione verso di Me non è in grado di sconfiggere, di vincere tutta la commozione che Io sento nel guardarti, nel guardare il tuo destino». Questa commozione non è un sentimento, ma è un giudizio:un sentimento che porta dentro la ragione di esso: «Per la stima che ho per il tuo niente Mi commuovo». E come il don Gius spiega questo? Affermando che «il palpito del cuore è la pietà del tuo niente»! Guardate che questa non è la premessa logica (come spesso la usiamo noi: «Lo so già e lo applico»): questo è l’immergersi in una vita affinchè diventi nostra. Perché se io non mi commuovo, vuol dire che non lo so; e se non mi commuovo, non si comunica a me, e tutta la difficoltà del dopo nasce da qui. Quel che don Giussani ci dice si è fatto realtà in Cristo, perciò non c’è un altro sguardo su di noi, qualsiasi cosa abbiamo fatto; perché Egli piange di commozione anche per il nostro odio, non c’è un altro sguardo con cui possiamo guardarci che sia vero se non questo. Se mi guardo in un altro modo, è uno sguardo vecchio, è uno sguardo che non c’è più, è uno sguardo che non esiste, perché da quando è entrato questo sguardo nel reale non c’è reale che non lo abbia dentro; dobbiamo aggiornare il file, come dico sempre; non c’è, questo modo è vecchio, è come una carta geografica senza l’America dopo la scoperta dell’America, non c’è! Questo è proprio quello che dobbiamo aiutarci a capire: «La parola carità indica la natura stessa di Dio», cioè che Egli dà Se stesso con questa commozione verso di noi. Come questo diventa nostro? Solo Dio sfonda questa
estraneità.
Mi scrive uno: «A pagina 339 di Si può vivere cosi? (quasi alla fine) il don Gius dice: “È perché c’è questo Cristo che non c’è più nessun uomo che non mi interessi». Volevo che mi spiegassi meglio questo passaggio: da Cristo agli uomini. Faccio fatica a capire come l’atto di misericordia su di me mi spinga a interessarmi di ogni uomo». Questo è il passaggio, e io lo lascio aperto perché è quello che dobbiamo testimoniarci: come questo passaggio accade?

Quello che dicevi mi è capitato proprio l’altro giorno.
Perfetto. È quello che aspettavo, è l’intervento giusto.
A pagina 341 dice: «Un particolare, tra parentesi: non esiste attaccamento a sé, se non è pieno di
commozione. La commozione unisce, lasciando distaccato». Quando ho letto questo brano ho
detto: «Sì, il solito discorso, allontanati di un passo…», l’ho come interpretata biecamente in modo
letterale, come dicendo: «Ma sì, questa cosa - sono cent’anni che sono del movimento - la so». Poi
è stato come se il buon Dio mi avesse detto: «No, torna indietro», e ho riletto, e Lui mi ha fatto
venire in mente questa quotidianità che mi sta capitando nel rapporto con mio figlio più grande che
ha sedici anni, e mi sto rendendo conto che sta venendo fuori lui come persona, mentre fino a poco
tempo fa era un bambinetto. Per me è proprio commovente vedere come ha le mie stesse domande,
il mio stesso desiderio di essere amato, di amare, di bene, di bello, di vero, e questa cosa me lo sta
rendendo assolutamente vicino, interessante.
Ti conviene che cresca.
Anche perché per me è affascinante, interessante, infatti quando don Giussani dice della
commozione ho pensato: «Caspita, è l’esperienza che sto facendo con lui», poi però dice: «La
commozione unisce lasciando distaccato», e qui...
Eh, la mamma qui…
Per la prima volta nella mia vita questo distacco non l’ho capito, è proprio usato in un’accezione
che io non ritrovo nella mia esperienza, perché se penso all’esperienza che sto facendo con lui è
che invece mi emoziona, mi interessa, vado a vedere le cose che fa, gli domando, cosa che non ho
mai fatto prima, lo accudivo, per carità, non è che gli sia mai mancato niente, però adesso se tu mi
dici “distacco”, “essere distaccati”, è proprio l’ultima cosa che penserei di avere in questo
momento con lui; e così per le cose che mi appassionano, perché è la stessa cosa che mi capita
anche per le cose che mi appassionano.
Tu parti dall’esperienza che fai, e poi pensiamo al termine “distacco”. Il fatto che tu incominci a
vedere come è diverso da te, che è un tu, che è un altro, implica un distacco (cioè che tu lo lasci
crescere)?
Sì.
Sì. Questo è il significato del termine, basta osservare quello che ti accade. Tu ti sei stupita di
qualcosa che stava accadendo e che tu hai cominciato a vedere come positivo: questo venir fuori
dell’alterità del figlio, perché questa alterità non è un di meno per te, ma è un di più, avevi un
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interlocutore, incominciavi a vederlo venir fuori, ma per questo occorreva lasciargli uno spazio, non
soffocarlo, non continuare a pensare che ha dieci anni, non continuare ad asfissiarlo. Questo si
chiama distacco. Puoi usare un’altra parola che ti piace di più, ma è questo. Si è trattato di
un’esperienza in te, tanto è vero che ti ha colpito e l’hai percepita come un bene; questo è amare il
destino di tuo figlio. Come dice il don Gius, il giorno che è nato ha incominciato a staccarsi, adesso
comincia ad acquistare veramente un’alterità, non soltanto fisiologica (che c’era già), ma come “io”.
Io faccio l’infermiera e questa settimana mi è capitato di incontrare una signora di cinquant’anni,
ricoverata nel mio reparto, che ha una distrofia muscolare, per cui è destinata a rimanere
paralizzata e a non respirare più; e lei già il primo giorno che era entrata mi aveva preso il braccio
e mi aveva detto: «Fatemi morire!»; l’altra notte mi aveva chiamata al campanello perché non
riusciva a stare sdraiata, non stava ferma, poi tenta sempre di rimuoversi l’ossigeno perché vuole
morire; siccome non voleva dormire, io sono stata un po’ con lei e lei mi ha raccontato la sua vita:
«Ho avuto tre mariti, ma non ho ancora trovato quello giusto», e poi mi continuava a dire: «Io
vorrei morire, vorrei morire; ma perché non mi fanno morire?». Io le ho chiesto: «Perché vuoi
morire?», e lei: «Perché sono imprigionata in un corpo, io vorrei conoscere, vorrei chiacchierare
con la gente, eppure sono qua imprigionata in un corpo che non mi permette di fare quello che
desidero». Mi ha colpito; io del suo desiderio mi sono commossa per lei (che non è una cosa che mi
capita sempre davanti ai miei pazienti), per il suo desiderio di conoscere. La cosa che è successa
dopo è che io le dicevo: «Guarda che tu hai ancora da scoprire, tu nella vita hai ancora da
scoprire», e lei, guardandomi, sfidandomi, mi diceva: «Ma io chi sono per te? Non sono tua madre,
non sono tua parente, tu mi devi dire chi io sono per te». In quel momento mi sono resa conto che
lei era qualcuno per me perché io, anche solo per il fatto che mi sia commossa per il destino di
questa donna, mi sono resa conto ancora un’altra volta che era la Sua iniziativa per me.
Ti sei commossa per il destino di quella donna; questo è quello che corrisponde, questa è la nostra
esperienza della natura di Dio come commozione; tutto il nostro male, tutta la nostra fragilità non
può evitare, in certi momenti, di commuoverci per il destino di un altro, anche in queste condizioni.
Io ho un’impresa edile insieme ad altri tre amici. Qualche tempo fa avevamo dato del lavoro da
fare a della gente; quelli fanno il lavoro e noi paghiamo il loro titolare. Passa qualche giorno e gli
operai sottoposti a quel signore mi chiamano e mi dicono che li devo pagare. Io dico: «Il tuo
titolare l’abbiamo già saldato», loro non ci credono, vanno avanti per un po’ di giorni a chiamare
e allora gli dico: «Vieni in ufficio, ci vediamo con il mio socio e ti spieghiamo la questione».
Insomma, questi operai hanno preso una fregatura dal loro capo (e se anche avessero fatto
denuncia, sarebbe stato un boomerang e avrebbero dovuto pagare loro delle multe). Si stavano
alzando per andar via e il mio socio gli dice: «Aspettate. Adesso noi non vi lasciamo soli. Non è
giusto che io paghi il lavoro due volte, ma ho la possibilità di farvi lavorare, lavorate per me».
Allora loro piangendo han detto: «Non esiste gente come voi, che fa così». E io gli dico: «Non è
vero che non esiste, ce n’è, eccome, potrei farti un lungo elenco, perché se noi abbiamo questo
criterio di lavorare, questo modo di stare al mondo, è perché abbiamo imparato da qualcuno che ci
ha trattato così e che ci tratta così». Quando se ne sono andati io sono andato dal mio amico e gli
ho detto: «Ti rendi conto di che cosa hai fatto?». Mi colpiva che alla fine delle pagine che ci hai
detto di leggere per questa sera, a pagina 342 il Gius cita Madre Teresa: «Può esistere!» (non è
una domanda, ma ha il punto esclamativo). «Può esistere!»: basta che uno guardi a come è stato
guardato lui e di conseguenza reagisce così per questa carità che prima di tutto è accaduta a lui.
Questa sera dobbiamo capire il passaggio che don Gius fa per rispondere a questa domanda: come
posso io essere perfetto come il Padre nostro è perfetto? Abbiamo detto qualche Scuola di comunità
fa: «Non progetti di perfezione, ma guardare in faccia Cristo», non è che adesso cambiamo registro
e diciamo: «Dobbiamo essere perfetti come il Padre è perfetto», e andiamo a casa tutti come se
cambiassimo la parola d’ordine (e dopo un po’ “impazziamo”, perché non capiamo il nesso). Da
questo punto di vista, dice il don Gius: «“Siate perfetti come è perfetto il Padre vostro”. Perfetto
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come il Padre nostro: ma chi è capace? Come raccomandazione è sconsiderata, come
raccomandazione produce l’inverso: la paura». Allora come possiamo noi diventare come il Padre?
Che passo fa don Giussani per aiutarci a capire?
Racconto quello che mi è successo la scorsa Scuola di comunità e che mi succede in tutti gli ambiti
che però difficilmente riesco a comunicare. Quando tu hai letto le parole del Papa e hai detto:
«Rimanete nel mio amore», io lì sono stata soddisfatta e libera mentre lo dicevi, non dopo e non
perché quelle parole mi davano un’indicazione di come fare, cioè che bastava rimanere, ma perché
le stavo ascoltando, perché le sentivo, neanche quella era un’istruzione di qualcosa da fare per me,
il motivo per cui ero felice non era che devo rimanere, che basta rimanere nel Suo amore, ma che
quelle parole lì («Rimani») erano le parole di Gesù che io mi sentivo dire in quel momento lì, che
uscivano dalla bocca di una persona che esiste e che quindi io e chiunque altro in qualsiasi
momento, in qualsiasi stato, possiamo incontrare. Non generiamo noi l’avvenimento, l’umanità
nuova non è qualcosa che dobbiamo fare noi; l’unica cosa che noi dobbiamo fare è essere semplici
e vivere il nostro bisogno umano fino in fondo. Ma allora c’è qualcosa che devo fare? Cosa
dipende da me? Perché la mia esperienza è che quello che sono non dipende minimamente da me,
anche il vivere fino in fondo il mio bisogno umano, quando mi accade, è una cosa che non mi do io.
Cioè, neanche il mio impegno è qualcosa che genero io, ma mi è dato sempre come un dono,
veramente, e questo non lo vedo solo per me, ma guardo gli altri così. Per esempio, davanti a una
persona che è completamente chiusa alla vita, che manifesta un odio verso chi lo ama o che non
cede mai un istante alla bellezza di quello che accade, non basta dire: «Rimani», o: «Devi solo
rimanere», o: «Basta vivere fino in fondo la tua umanità», dicendoglielo come un’istruzione, come
qualcosa che deve fare, perché quello non ha nessuna intenzione di rimanere e di cambiare, non
riesce, bisogna che accada il Signore perché lui riesca, bisogna che accada il miracolo che Gesù lo
tocchi, che lo prenda e io non posso guardalo, grazie a Dio non guardo più, con l’idea che lui
debba fare una cosa che non sa fare come non so farla io, come dire a un malato: «Mettiti a
guarire», ma è Gesù che deve toccarlo e guarirlo. Quindi il mio rapporto con il Mistero è solo
un’invocazione: che venga, come in effetti viene (perché poi quando viene è l’unica cosa che mi dà
pace e felicità). Quando io dico: «Io sono Tu che mi fai», dico letteralmente questo. Ha pietà del
mio niente: niente è niente, non è qualcosa.
Aspetta un attimo, dobbiamo riprendere certe cose, perché quanto hai detto è assolutamente vero:
quello che stiamo affermando è questa precedenza della Sua azione su qualsiasi altra cosa. Quello
che hai raccontato dell’ultima Scuola di comunità è l’avvenimento di questo, non sono istruzioni
per l’uso che poi applico, accade in contemporanea e per questo è vero che noi non generiamo
l’Avvenimento, ma siamo così travolti da questo che non ce ne rendiamo conto. Quello che occorre
capire oggi dall’intervento che hai fatto è che tu non puoi evitare che questo accada, ma occorre che
tu lo accolga: questa è la semplicità. Io posso darti un regalo e il regalo è tutto tuo, è tutto grazia, ma
io non posso accoglierlo per te; è un esempio banale (perché il regalo resta fuori di te, mentre
l’Avvenimento accade in te), ma è sempre in gioco la libertà, anche se siamo così facilitati dal fatto
che è proprio il segno che avviene che mi facilita la libertà, tanto è vero che il rispondere di sì è
grazia, è provocato da questo fatto che è tutto gratuito. Per questo la Scuola di comunità dice che la
gratuità è «come il riflesso della gratuità della mia grazia»: riflesso, ma noi dobbiamo accoglierlo,
questo è quello che il Vangelo chiama “semplicità” o “povertà di spirito”, chiamalo come vuoi, è
quello che Gesù costantemente chiede perché per poter partecipare di questo - Lui è così
consapevole, come hai detto tu, che tutto è grazia - la cosa che dobbiamo fare è accoglierLo, avere
la semplicità di accoglierLo.
È che questa semplicità sinceramente... Per tanto tempo ho difeso il fatto che avesse bisogno di me.
Ha bisogno di te!
Ma nel tempo, se devo dire, non una virgola viene fuori da me, come dagli altri…
È vero, anche la risposta libera nasce da questa grazia, ma è mia la risposta e perciò non possiamo
lasciar fuori questo aspetto perché altrimenti è meccanicistico, altrimenti è come lasciar fuori la tua
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collaborazione, pur piccola, pur tutta gratuita perché nasce dalla commozione, dalla Sua grazia, ma
è tua; senza di questo non diventa nostro e questo è importantissimo non lasciarlo fuori; perciò
anche la semplicità è data, ma nel senso che muove il tuo io per riconoscerla. La potenza della Sua
grazia si dimostra proprio perché Cristo te la dona attraverso di te, attraverso il tuo “sì”, e questo è il
massimo, capisci? Coinvolgere te stessa in quella grazia per essere salvata! Per questo la mia
invocazione è chiedere questa semplicità, altrimenti perché hai bisogno dell’invocazione?
Ho bisogno dell’invocazione perché avvenga.
Perché avvenga e perché tu riconosca.
Oggi abbiamo la fortuna di avere qui padre Aldo; non posso non invitarlo a dirci che esperienza fa,
come questo sguardo, questa carità del Mistero con noi è diventata anche sua.
Prima di tutto grazie. Sono commosso perché il miracolo ogni giorno più grande della mia vita
coincide con la grazia che avete voi di prendere seriamente, parola per parola, quanto Carrón ci
dice. Cleuza e Marcos dicevano recentemente ad alcuni amici che chiedevano loro perché
andassero in Paraguay: «In Paraguay non c’è niente di bello, è tutto brutto, non c’è niente di
peggio al mondo: moribondi, malati di aids, prostitute, travestiti, bambini violentati, barboni della
strada». «E quindi perché andate?». «Andiamo per imparare uno sguardo», che è lo sguardo di
Cristo alla Maddalena, di Cristo a Zaccheo, di Cristo alla Samaritana. Questo sguardo per me
possiede un punto sicuro su cui non ci sono più dubbi da molti anni: «Io ho la certezza di essere
voluto istante per istante così come sono». La cosa più tragica della vita è l’incertezza affettiva,
perché è la certezza affettiva che sostiene la vita e la certezza affettiva per me è che «io sono Tu che
mi fai», che i capelli del mio capo sono contati, parole che in America Latina vanno da Panama
alla Terra del Fuoco. Guardarmi con gli occhi del Tu, guardare la mia umanità con la modalità
stessa con cui mi guarda l’Essere; e l’Essere mi guarda così, anche quando sono incavolato,
quando sto male, quello diventa un motivo di più, perché non ci sarebbe l’arrabbiatura, il
malessere senza la mia umanità, quindi il malessere, la malattia, il cancro, la depressione
diventano motivo per affermare: «Io sono Tu che mi fai», perché questi fattori appartengono alla
mia umanità. E questo mi fa commuovere, perché, anche davanti alla mia malattia o ai miei malati,
pensate cosa vuol dire: «Il Signore dal seno materno mi ha chiamato, ha pronunciato il mio nome
prima di concepirmi nel ventre di mia madre, di un amore eterno mi ha amato, ha avuto pietà del
mio niente». Parole che Carrón ci ripete continuamente e che sono come il leitmotiv di tutti i
minuti della mia vita e della vita dei miei amici; capite che non c’è aspetto della vita che sia
negativo, per questo i miei malati muoiono sorridenti, perché il punto della questione è questo
sguardo pieno di tenerezza; questo per me è l’inizio della carità. Il secondo passo è che questo io
commosso per il Mistero l’ho incontrato visibile in Cristo; come posso io essere perfetto come il
Padre? Io ho un criterio: guardare a Gesù, come Gesù viveva, come Giussani mi ha abbracciato,
come Carrón mi guarda, è un criterio molto concreto, preciso, per cui il «Tu che mi fai» diventa
Tu, o Cristo. Per questo con Cleuza e Marcos riprendiamo da mesi la predica di Carrón ai funerali
di Pontiggia quando diceva: «Chi sei Tu, o Cristo?». Questa domanda cruciale sta riecheggiando
istante per istante, ma non con una risposta immediata, perché la risposta non terminerà neanche
in Paradiso, se no ci stancheremmo; potremo sempre chiedere: «Chi sei Tu, o Cristo?». E poi c’è
la tenerezza di Dio; sono i due punti su cui stiamo lavorando forte perché nel poter dire: «Tu, o
Cristo», è nato tutto, è nata la certezza che mi fa porre in ginocchio davanti a ogni ammalato e
baciarlo, non perché i vermi non mi facciano schifo, non perché non mi provochi il vomito la carne
che cade a pezzi, non perché sia più bravo di voi, no, ma è perché quella carne putrefatta è Cristo
che soffre, è Cristo che palpita, è Cristo che vive, e quando tu vedi Cristo non puoi non
abbracciarlo, non puoi non baciarlo; e così anche la capacità di baciare o di togliere i vermi
diventa piena di letizia, perché diventa un gesto di gratuità: togli i vermi da Cristo. E un Dio
commosso dalla mia umanità diventa un io commosso davanti a ogni uomo, in particolare a questi
rifiuti umani, perché io devo fare compagnia come Cristo la fa a me, perché Cristo non mi
abbandona un istante, capite? Cristo è un appuntamento continuo con me, continuamente mi sta
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vicino, non mi dice: «Vieni domani», no, è qui presente adesso, e il segno più bello di questo dono
commosso di me è la letizia (cioè tutto mi diventa amico). Allora ai lamenti si sostituisce lo stupore,
la mia impotenza, la distanza è riempita dal Mistero, in fondo io non sono padrone di niente, se il
Mistero vuole questo vuol dire che è il meglio, e tutto comincia dall’io, dal mio io come certezza di
essere voluto. Io mi domando come fa uno a dubitare – dice Cleuza –, come fa uno ad avere dubbi?
Come fa uno ad avere dubbi davanti alle crisi, davanti al cancro, come fa a non sentire che anche
quello è il modo con cui Dio mi ama, anche non dormire è il modo con cui Dio mi dice: «Io sono
qui vicino a te che veglio con te»? Per questo la mia umanità è sedotta, come dice Geremia: Dio mi
ha sedotto e io mi sono lasciato sedurre. Che spettacolo! In ogni aspetto della mia vita, io sono
stato scelto, io sono Tu che mi fai, i capelli del mio capo sono contati: «Chi sei Tu, o Cristo?», ci
diceva Carrón; è da novembre che continuiamo a ripeterci: «Chi sei Tu, o Cristo?», ogni volta che
ci vediamo: «Chi sei Tu, o Cristo?», in ogni cosa davanti a ogni dettaglio. Questa è la carità che
vivo.
Capite adesso perché don Giussani può dire: «Il primo oggetto della carità dell’uomo si chiama
Gesù Cristo»! Questo è il passaggio dall’Antico al Nuovo Testamento: Dio per farci Suoi, per farci
diventare come Lui, non dà solo le istruzioni per l’uso che sono i comandamenti, ma è diventato
Uomo, per calamitare tutta la nostra affezione verso di Lui. «Chi sei Tu, o Cristo?». Per questo il
primo oggetto della carità è essere calamitati da questa carità Sua, di Cristo; è soltanto il rimanere di
cui dicevamo prima, è il rimanere in questo, è il rimanere attaccati a questo Tu. E uno che L’ha
incontrato non può evitare di essere attratto, sedotto. È da lì che viene tutto, tutto il resto è sviluppo
di questo, ma noi non passiamo dalla carità di Dio ad amare così se non attraverso Cristo; non è che
noi leggiamo le istruzioni per l’uso o leggiamo cos’è la carità e… No! Don Giussani fa questo
passaggio, che è quello che ha fatto Cristo, la prima cosa che è successa ai discepoli non era essere
caritatevoli con gli altri, la prima cosa che è successa loro è essere affascinati da Cristo, il primo
oggetto del loro amore, della loro carità è stato Cristo e da lì è nato tutto il resto. Per questo non
potevamo finire senza fare questo passaggio consapevolmente: «Amare Cristo e in Lui [perché
siamo trascinati, sedotti da Lui], cioè secondo il suo modo, i fratelli». Allora Péguy parla di «trovare
in loro come una certa gratuità che sia come il riflesso della gratuità della mia grazia». E il don Gius
finisce chiedendosi: qual è la sorgente di questa commozione? «La sorgente di questa commozione,
in Cristo come in me stesso, è lo Spirito di Cristo». Lo Spirito Santo è Colui che dobbiamo
invocare, domandare. Per questo quando il don Gius ci fa dire: «Veni Sancte Spiritus, veni per
Mariam», ci sta invitando a chiedere questo. Perché, come dicevamo l’altra volta leggendo il Papa,
«“Amatevi come io vi ho amato” […]. Non è un nuovo comandamento; il comandamento di amare
il prossimo come se stessi esiste già nell’Antico Testamento. Alcuni affermano: “Tale amore va
ancora più radicalizzato; questo amare l’altro deve imitare Cristo, che si è dato per noi; deve essere
un amare eroico, fino al dono di se stessi”. In questo caso, però, il cristianesimo sarebbe un
moralismo eroico»; così con le stesse parole del Vangelo possiamo mutare la natura del
cristianesimo, con le stesse parole, con gli stessi ingredienti cucinare un’altra minestra. «È vero che dobbiamo arrivare fino a questa radicalità dell’amore, che Cristo ci ha mostrato e donato [è vero, questo è lo scopo: far partecipare noi stessi della stessa natura di Dio], ma anche qui la vera novità non è quanto facciamo noi, la vera novità è quanto ha fatto Lui […] la novità è il dono, il grande dono, e dal dono […] il nuovo agire. San Tommaso d’Aquino lo dice in modo molto preciso quando scrive: “La nuova legge [non è un comandamento più radicalizzato, più complicato da compiere] è la grazia dello Spirito Santo. La nuova legge non è un altro comando più difficile degli altri: la nuova legge è un dono, la nuova legge è la presenza dello Spirito Santo”». Lo Spirito è la modalità con cui Cristo entra fino al midollo nella nostra vita, facendoci diventare veramente Suoi.
• Gloria al Padre
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