mercoledì 4 gennaio 2012

L’INESORABILE POSITIVITÀ DEL REALE Esercizi degli universitari di Comunione e Liberazione R I M I N I , D I C E M B R E 2011

Pubblicato ilgennaio 3, 2012Introduzione Julián Carró9 dicembre, seraSiete giunti dall’Argentina, dall’Austria, dal Belgio, dal Brasile, dallaNigeria, dalla Russia, dalla Spagna, dalla Svizzera, dall’Uganda o da ogniparte dell’Italia: è il gesto più chiaro di una mendicanza, di uno che riconosceil proprio bisogno, un bisogno a cui non è in grado di dare unarisposta con la propria energia, con la propria intelligenza, con i propridiscorsi. È questo che ci ha messi in cammino pieni di attesa: quanto piùè grande l’attesa, tanto più siamo consapevoli della nostra impotenza.Perciò, l’unico gesto adeguato per incominciare, quando siamo così pienidi un’attesa sconfinata, è gridare, è domandare allo Spirito di Dio, all’Unicoche può rispondere adeguatamente a questa attesa.Discendi Santo Spirito«Dov’è la Vita che abbiamo perduto vivendo?»1, si domanda Eliot neI Cori da «La Rocca». Quasi senza rendercene conto perdiamo la vita vivendo.Ci rendiamo conto di quanto l’abbiamo persa solo quando accadequalcosa che ci rende consapevoli, altrimenti potremmo continuaresenza quasi accorgercene. Certi fatti che sono successi di recente hannoreso consapevoli di questo tanti tra noi: la morte del nostro amico Bizzo,come la crisi, la malattia di genitori o di amici, ci hanno resi consapevolipiù che mai di quanto noi eravamo distratti; stavamo proprio perdendola vita senza neanche rendercene conto.«La morte di Giovanni – dice uno di voi – mi ha tolto da una distrazioneimpressionante, e guardando i fatti che accadevano in quelle orericonoscevo che anche se ciò che era successo mi chiudeva lo stomaco emi faceva piangere, ancora una volta era la strada per me per ricapire checosa vale nella vita. I fatti a cui mi riferisco sono questi: dei testimoni.In quei giorni ho avuto la fortuna di guardare persone che sono state1 T.S. Eliot, I Cori da «La Rocca», Bur, Milano 2010, p. 37.4TRACCEL’INESORABILE positività del realeveramente testimoni di che cosa è vivere davanti a un fatto così: la miamorosa, i genitori di Giovanni». O come dice un’altra lettera: «La mortedi Bizzo e la malattia, l’aver scoperto che uno dei miei più cari amici haun tumore: da quando sono accaduti questi fatti non riesco ad accontentarmidi vivere come se niente fosse e non posso evitare di alzarmial mattino, dire l’Angelus e chiedere di capire il significato del tutto». Oancora un altro che dice che si è risvegliata in lui una domanda enorme eaperta su tutto. E potrei fare un elenco senza fine di tanti dei vostri contributiche documentano questo.Ma il fatto che noi siamo stati come risvegliati da una distrazionemortale che cosa dimostra? Che ci eravamo addormentati – è semplice!–, che vivacchiavamo, che aveva preso il sopravvento una piattezza,un grigiore, ed eravamo caduti in questa situazione senza neancherendercene veramente conto. Per questo si capisce bene la frase di Eliot:«Dov’è la Vita che abbiamo perduto vivendo?».È la drammatica situazione che descrive un personaggio di GrahamGreene in Fine di una storia, quando dice: «Per me il presente non è maiora»2. Terribile! Questa è la caratteristica del mondo moderno di cui noifacciamo parte, come ci ricorda Péguy: «Il mondo moderno opera unimmenso, totale scarico del presente»3, per questo siamo sempre “fuori”.E come descrive Pascal: «Non ci atteniamo mai al tempo presente.Anticipiamo l’avvenire come [se fosse] troppo lento a venire, […] o richiamiamoil passato per fermarlo come [se fosse] troppo spedito, imprudential punto da errare nei tempi che non sono affatto nostri e nonpensare minimamente al solo che ci appartiene. […] È che di solito ilpresente ci ferisce. Lo nascondiamo alla nostra vista perché ci affligge,e se lo troviamo piacevole, rimpiangiamo di vederlo sfuggire […]. Noinon pensiamo quasi affatto al presente e, se ci pensiamo, è solo per averneluce circa le disposizioni per l’avvenire»4. Per questo stiamo sempre“fuori”: «O sole adorabile, hai versato i tuoi raggi in una stanza vuota: ilpadrone dell’alloggio era sempre fuori»5, scrive Ibsen.2 G. Greene, Fine di una storia, Oscar Mondadori, Milano 2000, p. 53.3 Ch. Péguy, Cartesio e Bergson, Milella, Lecce 1977, p. 236.4 B. Pascal, Pensieri, Città Nuova Editrice, Roma 2003, pp. 88-89.5 H. Ibsen, Peer Gynt, atto V, Einaudi, Torino 1959, p. 131.5TRACCEMa adesso ce ne siamo resi conto, tutti ne siamo consapevoli. In qualchemodo lo shock della situazione in cui ci troviamo a vivere mette tuttinoi davanti a una decisione. Come diceva ancora uno di voi: «Quantoho scoperto in questi giorni mi pone davanti alla decisione di guardarela mia distrazione», perché, una volta che l’abbiamo scoperta, possiamoavere già incominciato la fuga non sopportandola, ma è come se la vitastringesse sempre di più.Quest’estate uno dei nostri amici ha citato un monologo di Gaber,in cui il cantautore ricorda la propria storia; ciascuno la può descriverecon altri tratti, secondo la propria esperienza. Gaber dice: «Qualcuno eracomunista perché pensava di poter essere vivo e felice solo se lo erano anchegli altri. Qualcuno era comunista perché aveva bisogno di una spintaverso qualcosa di nuovo, perché era disposto a cambiare ogni giorno,perché sentiva la necessità di una morale diversa. Perché forse era solouna forza, un volo, un sogno, era solo uno slancio, un desiderio di cambiarele cose, di cambiare la vita». È come se questo slancio iniziale nonfosse stato in grado di rispondere a tutta l’attesa, e allora si domanda:«E ora?». Ciascuno può dire dove ha riposto la propria speranza, qualitentativi ha fatto, quale slancio ha avuto – è impossibile che uno stia nellavita e non faccia qualcosa, non decida qualcosa, non rischi un tentativo–, ma a un certo momento, davanti al presente, ecco la secca domanda diGaber: «E ora?». Con tutto questo che abbiamo fatto… «E ora?»6.Qualsiasi risposta diamo a questo interrogativo, se uno è leale conse stesso non può non scoprire l’attesa come definizione dell’istante chevive. Perciò l’inizio di questo gesto è pieno di un’attesa: «L’inizio – dicedon Giussani – […] è nella terra, quando tutto è determinato dall’attesa.[…] L’attesa è il luogo di chi ha fame e sete»7; quello che mi definisce piùdi qualsiasi altra cosa, anche più dei miei sbagli, del tempo perso, di quelloche mi è successo, di come sto adesso, dello stato d’animo in cui mitrovo, è che nel profondo di me, almeno come desiderio, come desideriodi desiderarla, ho questa fame, questa sete di una pienezza per me. Eccoil valore dell’istante: tutto si gioca ora, in questo istante, davanti a questo6 G. Gaber-S. Luporini, «Qualcuno era comunista», dal Cd Il teatro canzone, Carosello Records,Distr. Dischi Ricordi (1992).7 L. Giussani, «La densità dell’istante», in Tracce-Litterae Communionis, n. 9, ottobre 1996, p. 14.INTRODUZIONE6TRACCEL’INESORABILE positività del realericonoscimento della fame e della sete, perché al di fuori di questo istantenon c’è niente. Il sentimento che domina l’istante è proprio l’attesa. Ese noi abbiamo questo istante di tenerezza verso noi stessi, se ci guardiamocon quella tenerezza con cui ciascuno desidera d’essere guardato,non possiamo non riconoscere il desiderio di essere abbracciati con tuttala nostra attesa. Per questo dice don Giussani: «Per vivere l’istante deviaccoglierlo e abbracciarlo»8, abbracciare una cosa che non è tua, abbracciarla,affinché diventi la tua vita.Mi veniva in mente, all’inizio di questo Avvento, l’esempio di sanPaolo. Noi non siamo da soli con la nostra attesa; come diceva san Paolo:«Mi protendo nella corsa per afferrarlo, io che già sono stato afferratoda Cristo»9. Questa frase sintetizza tutta la strada di quest’anno. Perché?Perché si vede che è successo qualcosa, che il cristianesimo per noi, inmezzo a tutto quanto è accaduto, è stata un’esperienza presente, si vedeche qualcosa è capitato veramente tra di noi, se, malgrado tutta la nostradistrazione e tutta la nostra debolezza e tutta la nostra connivenza, nonpossiamo non riconoscere l’attesa con cui siamo arrivati qua. Proprio perquello che abbiamo vissuto insieme, siamo arrivati ancora più desiderosi,attendendo una risposta, una pienezza già intravista: l’attesa è già comela cifra dell’avvenimento di quello che stiamo vivendo.Lo racconta molto semplicemente una matricola di Bologna: «Per meincontrare il movimento ha significato trovare una famiglia, un luogonel quale posso vivere senza censurare nulla di me. Quando ho conosciutoi ragazzi di CL è stata la prima volta che ho visto il cristianesimo comeuna presenza che mi coinvolge, che mi travolge, vera, reale, tangibile, cheha preso la mia vita, una compagnia indispensabile per ogni momentodella mia giornata, e con questo spirito ho deciso di partecipare agli Esercizi:cercare di capire la natura di questa bellezza, che offre la grandiosaopportunità di dare un senso a ogni mio gesto e a ogni circostanza dellamia vita. Sono certo che non esiste un’amicizia più grande di questa».È un evento che suscita questa attesa, come in san Paolo: «Mi protendonella corsa per afferrarlo», per capirlo sempre di più, «io che sono già8 Ibidem, p. 15.9 Fil 3,12.7TRACCEstato afferrato da Cristo»10. In che cosa vedo che sono stato afferrato?Come dice il nostro amico, senza dirlo con le stesse parole: per il fatto chescopre in sé questo desiderio di capire la bellezza che ha incontrato. Luiriconosce che Cristo è successo, che Cristo è qualcosa che sta succedendoora, per quell’attesa.Possiamo, quindi, incominciare i nostri giorni di Esercizi pieni diquesti desideri e con la coscienza della nostra povertà; ci viene a consolarequello che dice un grande come san Bernardo: «Mi capita spesso dipensare all’ardente desiderio che i patriarchi ebbero della presenza carnaledi Cristo, e allora dentro di me provo umiliazione e vergogna». Perciònessuno scandalo che anche noi possiamo sentire questa umiliazionee questa vergogna: «Mi viene quasi da piangere – continua san Bernardo– se penso con dolore alla freddezza e alla indifferenza di questa nostraetà meschina. Chi fra noi prova, quando Egli per grazia ci viene mostrato,una gioia tanto immensa come quella che infiammava i cuori dei nostrisanti antenati per la promessa della Sua incarnazione? Pensate, quantigioiranno per la Sua natività che ci accingiamo a celebrare. Magari gioisserodavvero per la Sua natività. Ma questo accende in me un ardentedesiderio e un sentimento di attesa fiduciosa»11.È quello che dobbiamo domandare già da questa sera: che possiamovivere questi giorni protesi ad afferrarLo, pieni di questa attesa, ridestatain questo tempo per tanti eventi capitati, e che questa attesa diventi domanda.Essendo consapevoli di quanto grande è la nostra fragilità, domandiamoal Signore di non lasciare cadere questo desiderio, questo slancio,questa attesa, e sosteniamoci a vicenda testimoniandoci che siamo veramenteamici, non conniventi, e che non abbiamo altro desiderio chequello di vivere all’altezza di ciò che noi siamo, di essere presenti a noistessi.Per questo il primo gesto che ci chiediamo per essere veramente amici,per aiutarci a non vivere anche questi giorni «fuori dal nostro alloggio», è il silenzio. Almeno per qualche momento possiamo essere presen-10 Ivi.11 Cfr. San Bernardo di Chiaravalle, «Sermone II», in Id., Del dovere di amare Dio e Sermoni sulCantico dei Cantici, Utet, Torino 1947, p. 77.INTRODUZIONE8TRACCEL’INESORABILE positività del realeti a noi stessi. Abbiamo tanto tempo per parlare tra di noi, ma almenoqui diamoci l’occasione di godere dello spazio dato a Cristo in questigiorni, perché il silenzio – amici – scaturisce davanti a una Presenza. È laSua presenza che mi riempie di silenzio. Per capire che cos’è il silenzio,immaginate quando vi è capitato qualcosa che vi ha lasciati senza parole.Il silenzio: ma non è un silenzio vuoto, perché è riempito di una Presenzache ti lascia senza parole. Il silenzio cristiano è pieno di questo avvenimento,nasce dall’avvenimento della Sua presenza, è un silenzio tuttoteso al lavoro, a riconoscere; non è un silenzio vuoto, è un silenzio chespalanca, che mette in moto a capire, a riconoscere, a lavorare su quelloche ci viene detto, affinché possiamo tornare a casa con una certezza piùgrande, con una chiarezza più grande, che non può essere strappata viadal primo venticello o dal primo contrattempo, come tante volte ci capita(è così superficiale che, al primo «discorde accento»12, tutto sparisce).Sosteniamoci a vicenda in questo silenzio e in questo lavoro.12 G. Leopardi, «Sopra il ritratto di una bella donna», v. 47, in Cara beltà…, Bur, Milano 2010, p. 96.9TRACCELezione Julián Carrón10 dicembre, mattina1. L’urgenza del vivere«Basterebbe soltanto ritornare bambini e ricordare… / E ricordareche tutto è dato, che tutto è nuovo e liberato»13, ma tutti abbiamo visto inquesti ultimi tempi come questo non sia assolutamente scontato. Tuttiabbiamo sentito – ed è il primo punto su cui vorrei soffermarmi – questaurgenza del vivere.Mi sono veramente stupito della sfida che ha significato per tutti noila Giornata d’inizio anno, in cui abbiamo ripreso il capitolo decimo de Ilsenso religioso, o il volantino sulla crisi, che non era altro che un’esemplificazionedella positività della realtà possibile anche davanti a una circostanzacome quella, che si è fatta ancora più stridente davanti alla mortedei nostri amici Bizzo e Marco. È come se tante parole, lette devotamenteper anni nel capitolo decimo, fossero state sfidate dalle circostanze, e alloraè venuto fuori tutto il nostro disagio, la sfida che queste parole significavanoveramente per noi; abbiamo percepito tutta l’urgenza nostra diriconoscere, di toccare con mano la verità di queste parole.«L’uomo che cerca di esistere soltanto positivisticamente, nel calcolabilee nel misurabile, alla fine rimane soffocato»14: con queste paroleil Papa, di recente, ha identificato molto bene l’urgenza alla quale siamochiamati a rispondere, per uscire da questo soffocamento in cui tantevolte ci troviamo a vivere. Queste parole identificano fino in fondo ciòche è in questione: il nostro rapporto cosciente, costruttivo, compiuto,soddisfacente con la realtà. È questa la sfida, perché è il nostro rapportocon la realtà a essere danneggiato, come ha identificato acutamenteMaría Zambrano: «Ciò che è in crisi, sembra, è quel misterioso nesso cheunisce il nostro essere con la realtà, talmente profondo e fondamentale13 C. Chieffo, «Amare ancora», in P. Scaglione, La mia voce e le Tue Parole, Ares, Milano 2006, p. 199.14 Benedetto XVI, Discorso ai partecipanti alla Plenaria del Pontificio Consiglio per i laici, Cittàdel Vaticano, 25 novembre 2011.10TRACCEL’INESORABILE positività del realeda essere nostro intimo sostento»15. Tutto il nostro disagio, tutta la nostraurgenza, tutta la difficoltà e tutto il soffocamento che viviamo emergonoperché è in crisi il nostro nesso, il nostro rapporto con la realtà.Ma che cosa vuol dire rapporto con la realtà? È un problema di coraggio?Si tratta di essere un po’ più carichi, di avere un po’ più enfasi, un po’più spinta? È un problema di carattere, di temperamento, di ottimismo?Evidentemente no, perché qualunque spinta si esaurisce in men che nonsi dica, e se «un discorde accento / Fère l’orecchio, in nulla / Torna quelparadiso in un momento»16. Tutti l’abbiamo visto, anzi, lo vediamo ognigiorno: se fosse semplicemente un problema di carica, un istante doposaremmo di nuovo daccapo. Per questo don Giussani e il Papa insistonoche ciò che è in gioco è un uso vero della ragione, cioè che nel rapportocon la realtà possa compiersi tutta la natura della propria ragione,per cogliere il reale in tutta la sua portata e nel suo autentico significato.Da questo – abbiamo detto alla Giornata d’inizio anno – dipende l’equilibrioultimo della vita: la ragione è la dimensione che caratterizzail rapporto umano con tutto, la ragione è la trasparenza della realtà cheemerge nell’esperienza, è il «bagno di luce»17 – dice don Giussani – in cuila realtà si fa vedere nel suo significato.Allora soltanto se impariamo a usare bene la ragione, potremo capireil titolo di questi nostri Esercizi: «L’inesorabile positività del reale».Ma che cosa intendiamo dire parlando di positività del reale? L’inesorabilepositività della realtà non ha nulla a che vedere con il truccare lecarte, con una visione ottimistica a oltranza, con il “vedere positivo”, maha a che fare con la natura stessa della realtà, con la sua stoffa originale,quindi con un uso vero della ragione.Guardiamo adesso, in questo piccolo filmato, come la realtà appare aun occhio attento.15 Cfr. M. Zambrano, Verso un sapere dell’anima, Cortina editore, Milano 1996, p. 84.16 G. Leopardi, «Sopra il ritratto di una bella donna», vv. 47-49, in Cara beltà…, op. cit., pp. 96-97.17 L. Giussani, Si può (veramente?!) vivere così?, Bur, Milano 2011, p. 80.11TRACCEProiezione filmato18Sono più di 30 anni che scatto fotografie time-lapse dei fiori, senza interruzione,24 ore al giorno, sette giorni alla settimana. E vederli muovere èuna danza che non mi stancherà mai. La loro bellezza ci immerge nei colori,nel gusto, nel piacere del tatto, e ci procura un terzo del cibo che mangiamo.Bellezza e seduzione sono lo strumento della natura per la sopravvivenza,perché noi proteggiamo ciò di cui ci innamoriamo. Ci apre il cuore e ci faaccorgere che siamo parte della natura, non ne siamo separati. Vedere noistessi nella natura ci mette anche in contatto gli uni con gli altri, perché èchiaro che tutto è connesso, è una cosa sola. Quando la gente vede le miefotografie, spesso dice: «Oh, mio Dio!». Vi siete mai chiesti che cosa vogliadire? «Oh»: vuol dire che ha attirato la tua attenzione, ti fa essere presente,attento. «Mio»: vuol dire che ha toccato qualcosa nel profondo della tua anima,crea un varco per la tua voce interiore che possa ergersi e farsi sentire. E«Dio»? Dio è quel viaggio individuale che vogliamo fare tutti, che ci dà ispirazione,ci fa sentire che siamo parte di un universo che celebra la vita. Sapevateche l’80% delle informazioni che riceviamo ci viene tramite gli occhi?Se paragonate l’energia della luce alla scala musicale, l’occhio nudo potrebbevedere soltanto un’ottava, proprio quella centrale. E non siamo grati peril nostro cervello che coglie l’impulso elettrico che viene dall’energia dellaluce per creare immagini in modo che possiamo esplorare il mondo? E nonsiamo grati che abbiamo un cuore che possa sentire queste vibrazioni che cipermettono di sentire il piacere e la bellezza della natura? La bellezza dellanatura è un dono che coltiva l’apprezzamento e la gratitudine. Allora io houn dono che voglio condividere con voi oggi, un progetto che sto portandoavanti che si chiama la “felicità rivelata”. Ci aprirà uno squarcio dentroquella prospettiva dal punto di vista di una bambina e di un anziano.Bambina: Quando guardo la tivù, sono soltanto spettacoli, scene che sonofinte, e quando vai a esplorare ti viene più immaginazione di quanta neavevi prima. E quando hai più immaginazione ti vien voglia di andare piùin là – nel profondo –, così vedi più cose che sono più belle, per esempio un18 L. Schwartzberg, «Nature. Beauty. Gratitude», trascrizione dal video di youtube http://www.ted.com/talks/louie_schwartzberg_nature_beauty_gratitude.html, URL consultato il 21 dicembre2011, traduzione nostra.LEZIONE12TRACCEL’INESORABILE positività del realesentiero potrebbe portarti a una spiaggia o qualcosa potrebbe essere bello.Anziano: Tu pensi che questo sia soltanto un altro giorno nella tua vita;non è soltanto un altro giorno, è l’unico giorno che ti è dato oggi. È donato ate, è un dono. È l’unico dono che hai qui e ora, e l’unica risposta appropriataè la gratitudine. Se non fai nient’altro che coltivare quella risposta al grandedono di questo giorno unico, se impari a rispondere come se fosse il primoe ultimo giorno della tua vita, allora avrai speso questo giorno molto bene.Comincia aprendo i tuoi occhi e sii sorpreso dal fatto che hai degli occhi daaprire. Quei raggi incredibili di colori che ci vengono offerti in continuazioneper il nostro puro godimento. Guarda il cielo! Guardiamo il cielo così raramente.Notiamo così raramente come è diverso da un momento all’altrocon l’andirivieni delle nuvole. Pensiamo soltanto al tempo che fa, ma anchedel tempo che fa non cogliamo tutte le sottili variazioni, pensiamo solo al beltempo o al maltempo. Questo giorno, ora, il tempo che fa è unico, magarinon sarà mai più esattamente come oggi, quella formazione precisa dellenuvole non avverrà mai più come è ora. Apri gli occhi, e guarda! Guarda ivolti delle persone che incontri. Ognuno ha una storia incredibile dietro ilproprio volto. Una storia che non potresti mai scandagliare fino in fondo,veramente. Non solo la loro storia, ma quella dei loro avi. Hanno tutti unastoria così antica. E in questo momento, in questo giorno, tutta la gente cheincontri, tutta la vita di tutte le generazioni da innumerevoli luoghi in tuttoil mondo, si riunisce in un flusso unico e ti incontra qui come un’acqua cheti dà vita se solo apri il cuore e bevi. Apri il cuore ai doni incredibili che cidà la civiltà: devi soltanto girare un interruttore ed ecco la luce elettrica,apri il rubinetto ed esce l’acqua calda, l’acqua fredda e l’acqua potabile. Èun dono che milioni di persone nel mondo non sperimenteranno mai. Sonosolo alcuni degli innumerevoli doni cui possiamo aprire il cuore. E quinditi auguro di aprire il cuore a tutte queste benedizioni, lascia che fluiscanoattraverso di te. Ognuno che ti incontri oggi sia benedetto da te, soltantodal tuo sguardo, dal tuo sorriso, dal tuo tocco, soltanto dalla tua presenza.Che la gratitudine trabocchi in una benedizione intorno a te, e allora saràdavvero una buona giornata.Se aprissimo gli occhi come l’anziano di questo filmato e guardassimoil reale come dato, avremmo questa impressione. Qual è stata la struttura13TRACCEdella nostra reazione? Senza quasi rendercene conto ciò che si è mostratoha attirato tutta la nostra attenzione, qualcosa ha toccato la profonditàdel nostro io; siamo grati, sorpresi del fatto che il nostro occhio si è apertoal reale, grati di avere degli occhi da aprire, e la bellezza della naturaè un dono che ci riempie di gratitudine (è lo sguardo del bambino chevede tutto come dato). Per questo, dice don Giussani, la realtà del nostroio fa chiaramente l’esperienza di qualcosa cui non può rifiutare l’omaggiodella propria volontà e del proprio riconoscimento, fa l’esperienzadella bellezza del dato, del dato come un bene. Scrive Lévinas: «Il Bene[…] si è impadronito del soggetto prima che il soggetto abbia avuto iltempo – ossia la distanza – necessaria della scelta. Non c’è assoggettamentopiù completo di questo brivido che il Bene incute all’improvviso:un’elezione, certo»19. È come essere presi da questo bene, da questodato: prima siamo presi e stupiti, poi ci rendiamo conto; nell’esperienzadell’essere presi possiamo veramente conoscere: solo lo stupore conosce.Per questo, «essere ragionevoli significa riconoscere quello che emergenell’esperienza. E nell’esperienza la realtà emerge come positività»;don Giussani dice che «è così positiva la realtà emergente nell’esperienza,che inesorabilmente appare come attrattiva»20. Noi riconosciamo diessere presi da quell’attrattiva, quasi malgrado noi stessi, e di non poterrifiutare alla positività della realtà l’omaggio del nostro riconoscimento(occorrerebbe staccarsi per rifiutarlo). Perciò, l’inesorabile positività dellarealtà ha a che fare con la sua stessa natura, con la sua stoffa originale,quindi con un uso vero della ragione e perciò con la religiosità, essendola religiosità il riconoscimento del Mistero implicato nella realtà, comeorigine e significato di essa. La religiosità, quindi, coincide con il verticedella razionalità, per cui l’ostacolo a essa non è la mancanza di unacerta sensibilità o inclinazione, non è la mancanza di temperamento odi energia, ma è una parzialità nell’uso della ragione, cioè il pregiudiziopositivistico.Dov’è l’intoppo? Che cosa impedisce alla ragione di essere se stessa,cioè coscienza della realtà secondo la totalità dei suoi fattori, e di compiereil percorso dal fiotto alla sorgente? La chiusura, il tradimento più19 Cfr. E. Lévinas, Umanesimo dell’altro uomo, Nuovo Melangolo, Genova 1998, p. 119.20 L. Giussani, Realtà e giovinezza. La sfida, Sei, Torino 1995, p. 98.LEZIONE14TRACCEL’INESORABILE positività del realedecisivo e grave della ragione non riguarda la capacità di svolgimentologico, ma si situa all’inizio, nel primo e continuo impatto con la realtà: èun tradimento che è una slealtà. Noi siamo pieni, come atteggiamento, diuna slealtà caratteristica dell’inizio della modernità, che «pesca – dice donGiussani – in una possibilità permanente dell’animo umano, in una possibilitàtriste di mancanza di impegno autentico, di interesse e di curiositàal reale totale»21. È come se noi, in questo imporsi davanti ai nostri occhidel dato e del bene, a un certo momento bloccassimo il nostro impetoumano, destato dall’attrattiva del reale, per quella mancanza di impegnoe di curiosità.Lo abbiamo visto anche nel video: a un certo punto l’autore non èin grado di fare tutto il percorso e, dopo aver detto, descritto e sorpresotutta la bellezza del reale, quando deve fare l’ultimo passo, cioè «Dio»,non è in grado di riconoscerLo e Lo riduce a un «viaggio individuale»,non compie il riconoscimento ultimo, senza il quale tutto è destinato aessere niente.Qui si documenta il pregiudizio positivistico, che è come un virus chesi respira nell’aria, per cui non ci stupiamo dell’esserci delle cose. La nostraragione non è debole perché incapace di sviluppare dimostrazionie calcoli, ma perché è priva di stupore, di vivere il contraccolpo davantiall’Essere, davanti alla Presenza. Se io riconosco che la realtà è data, senon la do per scontata, essa, per il fatto che c’è, grida Altro da sé. Non c’èniente da fare. Non è un problema di deduzione nostra: la realtà urge, peril fatto stesso di esserci, qualcosa d’altro come spiegazione adeguata delsuo esserci. Non è un’aggiunta nostra, non dipende dal nostro stato d’animoo da quello che noi pensiamo. Su questo facciamo veramente fatica, ècome se non fossimo in grado di cogliere il carattere di avvenimento dellarealtà, è come se avessimo una ragione handicappata, incapace di riconoscerel’origine di quella realtà che ci troviamo davanti, perché saltiamo ilprimo punto: l’esistenza della realtà, il contraccolpo che sentiamo davantialla presenza stessa del reale. Ecco la slealtà che ci accompagna dall’originedella modernità: diamo per scontato il contraccolpo di fronte allapresenza stessa del reale, e così dipendiamo dai nostri sentimenti.21 L. Giussani, Perché la Chiesa, Rizzoli, Milano 2003, p. 44.15TRACCELa realtà costituirà sempre, per ciascuno di noi, questa sfida, qualsiasisiano i nostri pensieri, qualsiasi sia il nostro approccio al reale; la realtàurge, infatti, per il fatto stesso di esserci, una spiegazione esauriente.Come descrive Giussani: «Anche i cieli e la terra che ci sono da milioni disecoli sono un avvenimento, un avvenimento che sta accadendo ancoraoggi come novità, in quanto la loro spiegazione non è esauribile. Intravederenel rapporto con ogni cosa qualcosa d’altro significa che il rapportostesso è un avvenimento; e se l’uomo non guarda il mondo come “dato”,come avvenimento, a partire cioè dal gesto contemporaneo di Dio cheglielo dà, esso perde tutta quanta la sua forza di attrattiva, di sorpresa e disuggestione morale, vale a dire di suggerimento d’adesione a un ordine ea un destino delle cose. […] Tutte le “realtà” hanno come denominatorecomune il fatto che l’uomo non può ultimamente spiegarsele, non puòdefinirle esaurientemente. Perciò l’avvenimento si può indicare come l’emergerenell’esperienza di qualcosa che non può essere analizzato in tuttii suoi fattori, che ha in sé un punto di fuga verso il Mistero e che mantieneil riferimento a un’incognita […]. Avvenimento indica dunque il contingente,l’apparente, lo sperimentabile in quanto apparente, come nato dalMistero, come un dato, non nel senso scientifico, ma nel senso profondoe originale della parola: “dato”, ciò che è dato. Avvenimento è perciò unfatto che emerge nell’esperienza rivelando il Mistero che lo costituisce»22.Perciò quando diciamo che la realtà è positiva, diciamo questa sua natura,questa sua ontologia, la quale non va mai data per scontata, come fosseuna dottrina da accettare meccanicamente, ma va sempre scoperta e verificatanell’esperienza. Ma «la cultura dominante di oggi ha rinunciato allaragione come conoscenza, come riconoscimento dell’evidenza con cui larealtà si propone nell’esperienza, cioè come positività. E ha rinunciatoall’affezione alla realtà, all’amore alla realtà […], perché per riconoscerela realtà come emerge nell’esperienza occorre che lo shock che si provasia accettato. L’uomo non accetta la realtà come appare, e vuole inventarlacome vuole lui, vuole definirla come vuole lui, vuole darle il volto chevuole»23.22 L. Giussani-S. Alberto-J. Prades, Generare tracce nella storia del mondo, Rizzoli, Milano 1998, pp.17-18.23 L. Giussani, Realtà e giovinezza. La sfida, op. cit., p. 100.LEZIONE16TRACCEL’INESORABILE positività del realeIn questa situazione si capisce la rilevanza epocale della battaglia portataavanti, nell’indifferenza generale, da Benedetto XVI per la difesa dellavera natura della ragione, per “allargare” la ragione, per una «ragioneaperta al linguaggio dell’essere»24. Tante volte anche noi, davanti al voltocontraddittorio della realtà, non riusciamo a guardarla così e siamo comeil bambino – facevo di recente questo esempio – portato dai suoi genitoria Disneyland. Possiamo facilmente immaginarlo stupito dalle attrazioniche vede, con le quali può divertirsi. Se stiamo attenti a sorprendere le suereazioni, anche noi restiamo colpiti dal fascino che il reale è in grado diprovocare in lui: tutto è percepito come positivo. Ma se, per un disguido,il bambino si allontana dai genitori e rimane smarrito in mezzo alla folla,tutto acquista un altro sapore; la realtà è la stessa di prima, ma la percezionedi essa è cambiata, non la sente più amica, bensì minacciosa e ostile. Soltantoil ritrovare i genitori può restituirgli la vera percezione della realtà.È quello che dimostra la storia del popolo di Israele, come abbiamoricordato di recente: esso ha potuto guardare la realtà, anche quella contraddittoria,senza soccombere al manicheismo – ritenendo una parte positiva,buona, e un’altra negativa, cattiva – proprio per quella compagniadel Mistero che ha sempre permesso al popolo d’Israele di guardare larealtà nella sua verità, come la Bibbia documenta fin dalla sua prima pagina:«E Dio vide che era cosa buona […] era cosa molto buona»25. Questaaffermazione, ripetuta ben sei volte nel primo capitolo della Genesi, esprimela convinzione fondamentale del popolo d’Israele: la realtà è buona,anzi, molto buona. E non è l’affermazione ingenua di uno sprovvedutofuori dalla storia reale degli uomini e delle loro afflizioni; sappiamo bene,infatti, come questi primi capitoli non siano stati scritti all’inizio dellastoria di Israele, ma secoli dopo, al termine di un lungo percorso in cui aesso non è stata risparmiata alcuna sofferenza, neppure l’esilio. Ma è propriolì, nel disastro totale, che è possibile ancora scrivere: «E Dio vide chela realtà era molto buona».Per questo la coscienza della inesorabile positività del reale consisteproprio in questo: nel riconoscimento di «Dio come autore e affermazionedella vita umana; che non abbandona la vita dopo averla chiamata24 Benedetto XVI, Discorso al Parlamento federale, Berlino, 22 settembre 2011.25 Gn 1,10.12.18.21.31.17TRACCEall’essere»26. Ma questo vuol dire che noi vediamo la realtà come positivaper un pregiudizio religioso? Se fosse così, sarebbe una magra consolazione.Questa nostra percezione della «positività di fronte alla vita, alla realtà– dice don Giussani –, non la induciamo dalla compagnia, ma ci è dettatadalla natura», cioè dall’essere delle cose. «La compagnia [come accade albambino] ci rende più facile accettare questo»27, ma la realtà può esserepercepita come positiva perché “è” positiva.Noi abbiamo una difficoltà, una debolezza profonda, che la Chiesachiama “peccato originale”, che ci impedisce di guardare compiutamentela realtà così com’è, per cui davanti al volto della realtà, a volte contraddittorio,noi non siamo in grado di riconoscere il Mistero che si cela dietrotutto quello che c’è. Per esempio, alcuni domandano: «Ma davanti al male,ai campi di concentramento, possiamo dire che la realtà è positiva? E davantialla morte?».Ma perfino qui la nostra libertà è chiamata in causa. Mi ha colpitosempre, a questo proposito, un racconto di Elsa Morante, che descrive lavicenda di una guardia nazista delle SS. «C’era una SS che per i suoi delittiorrendi un giorno, sul far dell’alba, veniva portata al patibolo. Gli restavanoancora una cinquantina di passi fino al punto dell’esecuzione, cheaveva luogo nello stesso cortile del carcere. In questa traversata l’occhio,per caso, gli si posò sul muro sbrecciato del cortile, dove era sbocciato unodi quei fiori seminati dal vento, che nascono dove capita e si nutrono –sembrerebbe – d’aria e di calcinaccio. Era un fiorellino misero, compostodi quattro petali violacei e di un paio di pallide foglioline, ma in quellaprima luce nascente la SS ci vide, col suo splendore, tutta la bellezza ela felicità dell’universo e pensò [proprio lì, mentre sta andando verso ilpatibolo, dopo tutto il male che ha fatto e che ha visto, davanti a quel fiorellinopensò]: “Se potessi tornare indietro e fermare il tempo sarei prontoa passare l’intera mia vita nell’adorazione di quel fiorelluccio” [quel fiorelluccioripropone all’uomo che ha costruito e che ha visto Auschwitz,come all’inizio, come se aprisse gli occhi in quell’istante, tutto il drammadell’esserci delle cose; e non può evitare di vedere e di percepire in sé che lacosa più conveniente sarebbe passare la vita intera nell’adorazione di quel26 L. Giussani, «Con l’infinito nel cuore», in Corriere della Sera, 24 agosto 2001, p. 1.27 L. Giussani, Si può (veramente?!) vivere così?, op. cit., pp. 292-293.LEZIONE18TRACCEL’INESORABILE positività del realefiorelluccio]. Allora, come sdoppiandosi, sentì dentro di sé la sua propriavoce, […] che gli gridava: “In verità ti dico: per questo ultimo pensiero chehai fatto sul punto della morte, tu sarai salvo dall’inferno” [salvo per questo,non perché non sarà condannato; ma perché recupera tutto il reale.L’inferno infatti è questo stacco dalla realtà, per cui rimani isolato da tuttoe da tutti. La guardia ha sentito come di nuovo, per la prima volta, questolegame, il nesso con la realtà si è ricomposto, e per questo la sua vita puòessere salvata]. Tutto ciò a raccontartelo mi ha preso un certo intervallodi tempo, ma là ebbe la durata di mezzo secondo. Fra la SS che passava inmezzo alle guardie e il fiore che si affacciava al muro c’era tuttora più omeno la stessa distanza iniziale, appena un passo. “No! – gridò fra sé e séla SS, voltandosi indietro con furia – Non ci ricasco, no, in certi trucchi!”, esiccome aveva le due mani impedite, staccò quel fiorellino coi denti, poi lobuttò in terra, lo pestò sotto i piedi e ci sputò sopra»28.Non c’è male, non c’è situazione, non c’è debolezza che possa fare definitivamentefuori la libertà. Come ci dice Giussani, «nessun esito umanopuò essere imputato esaustivamente a mere circostanze esteriori, poichéla libertà dell’uomo, pure infragilita, resta contrassegno indelebile dellacreatura di Dio»29. Come per questa guardia nazista si ripropone tutto ildramma davanti all’essere delle cose, nel segno di quel fiorellino, anche alcospetto degli interrogativi che nascono di fronte ad Auschwitz e di frontealla morte, dopo aver toccato con mano tutta la contraddizione sua e deisuoi contemporanei, così anche per noi si ripropone lo stesso dramma:«No! Non ci ricasco in certi trucchi!». Possiamo toccare con mano quella«recondita partenza»30, di cui parla la Scuola di comunità, e non perché larealtà non sia positiva, ma perché noi abbiamo deciso di non riconoscere,di non aderire a quell’attrattiva che può apparire nel sorriso di un bambinoo nel fiorellino che nasce per caso.Qui si situa tutto il nostro dramma; per questo una di voi si domandava:«Ma da dove riparto? Qual è la posizione per non ricadere in questovicolo cieco, che non è altro che la mia misura? Chi ci può aiutare in questasituazione?».28 E. Morante, La storia, Einaudi, Torino 1974, pp. 604-605.29 L. Giussani, Perché la Chiesa, op. cit., p. 45.30 L. Giussani, Il senso religioso, Rizzoli, Milano 2010, p. 170.19TRACCE2. Solo il divino salva l’umanoSolo la presenza del divino può salvare la statura dell’uomo e la suaragione. Come facciamo a sapere che questo è successo? Quando lo vediamoaccadere davanti ai nostri occhi. Come è accaduto a Giovanni eAndrea, che hanno riconosciuto il divino tra di loro perché la loro ragionee la loro libertà erano salvate. Dio, infatti, per poter facilitare all’uomoil suo cammino umano, si è fatto uomo, attraendo la totalità dell’io, vincendola riduzione della ragione, la frattura tra il riconoscimento e l’affezione;con Cristo avviene proprio il riscatto dello stupore e della ragione.Come Cristo si è imposto all’attenzione di coloro che Lo incontravano,che Lo ascoltavano e che poi Lo seguivano? Don Giussani ci sfida:«Come possiamo definire il motivo per cui si dice “sì” a Cristo? Il motivoper dire “sì” a qualcosa che si introduce nella nostra vita vincendo tuttii preconcetti è una bellezza: una bellezza e una bontà che possiamo benissimonon riuscire a definire, ma che sentiamo come contenuto dellanostra ragione per la decisione più grave in cui essa è implicata, cioè lafede, perché la fede nasce come riconoscimento della ragione. […] “Sololo stupore”: lo stupore, come per Giovanni e Andrea. Questa è la parolache spiega tutto quello che noi diciamo dell’inizio della fede. Il gesto dellafede si è enucleato, è sorto ed è stato “gestito” in Giovanni e Andrea (qualeimportanza ha per noi questa prima pagina del Vangelo di Giovanni!)per una Presenza: […] una Presenza suggestiva, una Presenza che colpiva,una Presenza che stupiva: “Ma come fa ad essere così?”. È tale e qualequello che viene detto in tutte le frasi che la gente con cui viviamo puòdire, può essere “costretta” a dire […] dalla nostra testimonianza (“Comefanno ad essere così lieti?”, “Ma tu come fai ad essere così sereno?”)»31.Racconta una nostra amica: «Prima di iniziare l’Accademia di Breraero una persona che non faceva molto caso a quello che mi circondava,non approfondivo ciò che mi accadeva e non riuscivo a capire cosa mi sarebbepiaciuto fare nella vita e facevo decidere altri al posto mio. Appenami sono iscritta in Accademia ho iniziato a conoscere persone nuove. Inizialmentemi sembrava tutto strano e non riuscivo a capire il senso delleloro azioni (Scuola di comunità, volantinaggi, assemblee), non avevo mai31 L. Giussani, L’uomo e il suo destino. In cammino, Marietti 1820, Genova 1999, pp. 151-152.LEZIONE20TRACCEL’INESORABILE positività del realevisto una cosa simile. Ma poi la mia curiosità cresceva maggiormente eho dovuto provare a immedesimarmi in loro e iniziare ad andare a vederequelle cose (ad esempio, volantinare). In queste esperienze mi rendevoconto di essere felice. Queste amicizie mi hanno fatto cambiare il mododi pensare e mi hanno aperto la mente, mi chiedono il perché delle cose.Ho cominciato a usare la ragione in un altro modo e a pensare tantoa quello che faccio. Grazie alla loro amicizia sono la persona che sonodiventata adesso. Spero di camminare insieme a loro su questa strada».Oggi come duemila anni fa: «Ma quell’impressione eccezionale, quellostupore iniziale di che cosa era fatto, psicologicamente? Lo stuporeiniziale era un giudizio che diventava immediatamente un attaccamento(come uno che ti vede sul colle settentrionale di Bergamo e dice: “Chebella ragazza!”, e ti si attacca. Capisci?). Era un giudizio che era come unacolla: un giudizio che li incollava. Per cui tutti i giorni passavano manatedi colla e non potevano più liberarsi!». Per questo giudizio la nostradebolezza e fragilità pian piano sono vinte, per queste manate di colla dicui non possiamo fare a meno, da cui non possiamo liberarci. «Non eraun attaccamento sentimentale, non era un fenomeno emozionale: era unfenomeno di ragione, esattamente una manifestazione di quella ragioneche ti attacca alla persona che hai davanti, in quanto è un giudizio di stima;guardandola, nasce una meraviglia di stima che ti fa attaccare. Nonc’è neanche l’ombra della irrazionalità o della forzatura: “Se andiamo viada te, dove andiamo? Tu solo hai parole che spiegano la vita”, gli disse unavolta Pietro, con la solita irruenza»32.Niente, più di queste frasi, è capace di descrivere sinteticamente quelloche è successo: il cuore di Giovanni e Andrea, «quel giorno, si era imbattutoin una presenza che corrispondeva inaspettatamente ed evidentementeal desiderio di verità, di bellezza, di giustizia che costituiva laloro umanità semplice e non presuntuosa. Da allora, seppur tradendolo efraintendendo mille volte, non l’avrebbero più abbandonato, diventando“suoi”»33. Come scriveva la nostra amica: «Spero di camminare insiemea loro su questa strada»; è diventata Sua.Ci ricorda Giussani: «In questo momento storico, in cui una grave re-32 L. Giussani, L’attrattiva Gesù, Bur, Milano 1999, p. IX.33 L. Giussani, Alla ricerca del volto umano, Bur, Milano 2007, p. 14.21TRACCEsponsabilità di cambiamento e di esempio pesa su di noi, bisogna che siaben solido il soggetto cristiano. E il soggetto cristiano è solido quando:1) è solido umanamente, vale a dire afferma il proprio cuore di fronte aqualsiasi cosa; 2) riconoscendo Cristo, senza del quale l’affermazione delproprio cuore va in frantumi»34. Basta questo, semplicemente: il tuo cuoree Cristo; per incontrare Cristo non abbiamo bisogno d’altro che dellanostra umanità bisognosa. Come racconta una di voi dell’amico cineseincontrato di recente: «All’inizio di questo anno accademico, durante ibanchetti matricole io e alcuni amici abbiamo incontrato un ragazzo cinese.Lui vive in Italia da due anni e frequenta l’università di Matematicacome me; poiché è arrivato qui senza sapere l’italiano, l’anno scorso nonè riuscito a dare gli esami e ha cercato di imparare la lingua, che adessoconosce a malapena. Durante le prime settimane di lezione lo invito apranzo con me, dandogli appuntamento nel luogo dove ci troviamo adire l’Angelus. Quando arriva gli spiego che prima di andare a mangiarenoi preghiamo insieme. Vuole rimanere, abbozzando all’inizio della preghierauno strano segno di croce. Finito l’Angelus, si volta verso di me emi chiede: “Ma cosa avete detto?”. Io penso che mi chieda degli avvisi,e così gli inizio a spiegare, ma lui mi interrompe e dice: “No, ma primacosa avete detto?”. Capisco allora che mi sta chiedendo della preghiera, ecosì scopro che non sa niente di Gesù e del cristianesimo. A ottobre organizziamoun convegno di introduzione all’università per le matricole.Anche lui decide di venire. Durante il pranzo di sabato si gira verso di mee mi dice: “Domani c’è messa: io vengo alla messa!”. Non so da chi l’abbiasaputo. Comunque domenica viene in chiesa con noi. Durante la serata ei canti di sabato, il mio amico cinese esclama al ragazzo seduto accanto alui: “Guarda Andrea, che bello! La vita è proprio bella!”. Dal lunedì dopoil convegno viene tutti i giorni all’Angelus e vuole comprare il libro dellaScuola di comunità. La sera prima della festività di Tutti i Santi ricevouna sua telefonata: “Domani per i cristiani è festa. Andiamo a messa!”. Ilgiorno dopo andiamo a messa insieme. Mi stupisce vedere che non vienesolamente per guardare, ma vuole imitare tutti i gesti che facciamo, fino ainginocchiarsi durante l’elevazione del Santissimo. Una sera, mentre andiamoa Scuola di comunità, mi dice: “Ho saputo che bisogna iscriversi34 L. Giussani, Una presenza che cambia, Bur, Milano 2004, p. 369.LEZIONE22TRACCEL’INESORABILE positività del realealla Scuola di comunità”. Io, un po’ sulla difensiva, gli dico: “Ma no, senti,non devi iscriverti se vuoi venire. Noi ci iscriviamo versando una piccolaquota perché è un gesto semplice, con cui uno decide di sostenere lavita del movimento”. Quando capisco che la sua non è un’accusa, quantopiuttosto un fastidio per il fatto che nessuno glielo abbia proposto, la miareazione è quella di scoraggiarlo perché tra me penso “ma cosa ne sai tudel movimento, di Cristo? Perché vuoi iscriverti?”. La risposta totalmenteinaspettata è: “Ma io appartengo” [ce lo deve insegnare uno che viene dafuori: “Ma io appartengo”!]. Dopo la Scuola di comunità torno da lui egli chiedo: “Perché vuoi iscriverti?”. Con fare stupito, oserei dire quasiinfastidito, risponde: “Come? Per seguire”. Ormai da qualche settimanavive in un appartamento con gente di noi, per lui mezza sconosciuta; halasciato infatti la casa in cui è vissuto per un anno con altri ragazzi cinesi.Durante una delle ultime Scuole di comunità Giacomo dà l’avviso degliEsercizi. Quando usciamo dall’aula va da Giacomo e gli chiede: “Tu haidato un avviso importante, gli Esercizi spirituali. Ma cosa sono?”. Lui nonha capito niente, come spesso succede, ma ha trattenuto la parola “importante”.Il giorno dopo pranziamo insieme e chiede a ognuno di noi seandiamo a questi Esercizi. La settimana dopo si è iscritto. Qualche giornofa ci dice: “In Cina abbiamo una tradizione: crediamo che ci siano deglianni fortunati. Quest’anno non dovrebbe essere uno di questi, però perme lo è, perché ho incontrato voi”. Per me è stata una vera grazia incontrarlo.Dovresti vederlo in università, è sempre lieto (anche di fronte agliesami, che per lui non sono per niente facili, soprattutto per la lingua),totalmente afferrato da Qualcosa che per me è chiaro che non sono io, nétanto meno i miei amici».Sapete qual è la positività ultima del reale? Quello che noi facciamofatica a riconoscere, ma che questo ragazzo ha colto in modo solare. Nonè quello che appare, lui è consapevole di questo: «Totalmente afferratoda Qualcosa che per me è chiaro che non sono io»; passa attraverso di leio degli amici, ma è Qualcosa d’altro: «Ogni giorno ha bisogno di venirea salutare una poveretta come me per dirmi quello che fa, e questo miriempie il cuore di commozione. Cosa vede in noi di così affascinanteche lo riempie di così tanta gioia? Chi sei Tu che hai preso così la suavita? Non credevo che l’ultimo arrivato, il più lontano dal cristianesimo,23TRACCEpotesse essere per me di così grande compagnia. Oggi anch’io ho bisognodi vederlo, non perché devo, ma perché possa far mie le parole dellaliturgia delle Ore del giovedì: “Fa splendere il Tuo volto, Signore, e noisaremo salvi”».Oggi è tale e quale l’inizio. Che cosa succede? Qual è la preoccupazionedi Gesù con i suoi, con quelli che iniziano a stare con Lui? Egli incominciaa introdurli in una realtà, in un modo di usare la ragione che listupisce. Consideriamo qualche esempio: immaginate la sorpresa dei discepoliche ritornano dalla missione dove li ha inviati, e sono tutti “gasati”per ciò che è successo; e Lui li guarda con una tenerezza sconfinata: «Isettantadue tornarono pieni di gioia dicendo: “Signore, anche i demònisi sottomettono a noi nel tuo nome”. Egli disse: “Io vedevo Satana caderedal cielo come la folgore. Ecco, io vi ho dato il potere di camminare soprai serpenti e gli scorpioni e sopra ogni potenza del nemico; nulla vi potràdanneggiare. Non rallegratevi però perché i demòni si sottomettono avoi [perché questo non vi basterà]»35. Che sguardo, che consapevolezzadi che cosa è l’uomo, che tenerezza sconfinata ha Gesù nel dire, primache i suoi amici diventino scettici anche dei miracoli da essi compiuti:«Non rallegratevi di questo, perché questo non sarà mai abbastanza. Rallegratevipiuttosto perché i vostri nomi sono scritti nei cieli, perché sietestati scelti, perché siete miei amici, perché solo io posso compiere tuttoil vostro desiderio di pienezza». Quante volte non avranno capito le paroledi Gesù, quando esprimeva tutto lo sguardo pieno di commozionedavanti al mistero dell’io: «Qual vantaggio infatti avrà l’uomo se guadagneràil mondo intero, e poi perderà la propria anima? O che cosa l’uomopotrà dare in cambio della propria anima?»36. Uno sguardo così sull’uomonon era mai capitato: stando con loro, Gesù ha la preoccupazione diintrodurli proprio a uno sguardo vero, pieno sulla realtà: «Per la vostravita non affannatevi di quello che mangerete o berrete, e neanche per ilvostro corpo, di quello che indosserete; la vita forse non vale più del ciboe il corpo più del vestito? Guardate gli uccelli del cielo: non seminano,né mietono, né ammassano nei granai; eppure il Padre vostro celeste li35 Lc 10,17-20.36 Mt 16,26.LEZIONE24TRACCEL’INESORABILE positività del realenutre»37. Gesù non può guardare neanche gli uccelli senza riconoscere laloro origine e Chi li mantiene in vita: «Non contate voi forse più di loro?E chi di voi, per quanto si dia da fare, può aggiungere un’ora sola alla suavita? E perché vi affannate per il vestito? Osservate come crescono i giglidel campo: non lavorano e non filano. Eppure vi dico che neanche Salomone,con tutta la sua gloria, vestiva come uno di loro. Ora se Dio vestecosì l’erba del campo, che oggi c’è e domani verrà gettata nel forno, nonfarà assai più per voi, gente di poca fede? Non affannatevi dunque dicendo:Che cosa mangeremo? Che cosa berremo? Che cosa indosseremo? Ditutte queste cose si preoccupano i pagani; il Padre vostro celeste infattisa che ne avete bisogno»38. La nostra preoccupazione ci logora. Come sepotessimo, con le nostre preoccupazioni, risolvere noi tutti i problemi,invece di fare tutto ciò che è nelle nostre mani, ma con la certezza – senzala quale saremmo come i pagani – che Uno si preoccupa di noi. Se questaintroduzione alla realtà, se questo ridestare la ragione dei discepoli eradecisivo allora, immaginatevi adesso che, come ci ricorda Giussani, «noi[…] nel clima moderno siamo stati staccati non dalle formule cristiane[…], non dai riti cristiani [che possiamo continuare a fare], non dalleleggi del decalogo cristiano, direttamente. Siamo stati staccati dal fondamentoumano, dal senso religioso. Abbiamo una fede che non è piùreligiosità»39. Per questo è decisivo, è urgente, oggi più che mai, un cristianesimoin grado di ridestare la nostra ragione, la nostra libertà; senzaquesto siamo smarriti come tutti.Invece, qual è il segno che qualcosa sta accadendo tra di noi? Che possiamostare davanti alle sfide più grandi che ci capitano con una capacitàsconosciuta di usare la ragione, perfino di fronte alla sfida più grande– per la positività della realtà – che è la morte: «Venerdì mattina Riccardomi ha detto: “Questa notte è morto Bizzo”. Di schianto mi sono resaconto che la vita, l’esistenza tutta, è potentemente altro rispetto alle miecapacità. Veramente la vita non dipende da me. L’esserci mio, di Bizzo odi quelli che ho più cari, per quanto io sia grata della loro presenza, non37 Mt 6,25-26.38 Mt 6,26-32.39 L. Giussani, La coscienza religiosa nell’uomo moderno, pro manuscripto, Chieti, 21 novembre1985, p. 15.25TRACCEdipende da me». Finalmente una persona che non dà per scontato diesserci! «Neanche il mio desiderio, così grande, che ci siano me li tieneaccanto. Mi sono resa conto profondamente che io sono una creatura,Bizzo è una creatura, siamo creati. Sono stata persino una sorpresa peri miei genitori. Mi sono accorta che tutti i miei tratti, il mio carattere ela mia indole sono giunti a loro imprevisti. Il mio esserci è una sorpresaanche per me, allora è esplosa la domanda: ma chi mi ha fatto? Chi mi hapensato? Mi sono scontrata col fatto che Uno, prima di chiunque altro,ha desiderato Bizzo, e non per modo di dire, ma al punto di farlo, di tirarlofuori dal nulla, di farlo essere, di dare vita alle fibre del suo corpo, dipensare per lui un volto unico. Continuamente mi viene da pensare chepotevamo non esserci, invece ci siamo. E mi sono resa conto che il mioesserci, l’esserci di Bizzo, è il gesto di Uno, l’atto continuo di un Altro. Difronte a questo, come pensare che Chi più di chiunque altro ha desideratoBizzo, a un certo punto, si sia dimenticato di lui, non si sia più presocura di lui? Così, di fronte a chi sentivo dire: “Non ha senso quello che èsuccesso” [per il volto con cui appare la realtà], mi usciva una ribellioneincredibile». Questa è la potenza di Cristo! Che fa ridestare tutto il nostroio, tanto che quando uno lo vede ridotto prova una ribellione incredibile:«Mi veniva da dire: come può essere che Colui che è stato fedele aBizzo più di tutti noi, più di tutti i suoi amici, facendolo essere istantedopo istante, si sia dimenticato di lui? Al funerale mi sono commossa,ero totalmente ferita per essere una creatura. Mi veniva in mente quelpasso della Bibbia: “Ti ho amato di un amore eterno, ho avuto pietà deltuo niente”».Quello che mi colpisce di questa testimonianza è lo sguardo che leconsente di usare la ragione così, proprio quando tutto sembra crollare.Non ha avuto una qualche visione che le ha fatto vivere questo: ha cominciatoa brandire la sua ragione, guardandosi senza darsi per scontata,come creata, come creatura, osservando il suo esserci come una sorpresa,niente affatto scontata, fino al punto di riconoscere Uno che ha desideratoche Bizzo vivesse, perché la vita è un atto continuo di un Altro. E finoal punto di percepire dentro di sé una ribellione quando qualcuno cercavadi ridurre questa evidenza. Il cristianesimo genera un tipo di uomocosì: non un visionario, ma una persona in grado di non ridurre la realtà,LEZIONE26TRACCEL’INESORABILE positività del realee che si ribella quando un altro la riduce, allora uno inizia a capire cheChi ha la forza di generarci ha anche la forza di darci la vita per sempre.E ciò che impariamo rispetto alla ragione, lo impariamo anche rispettoalla libertà: «La sfida alle circostanze – ci dice ancora don Giussani – èil contenuto del tuo rapporto con Cristo che coincide con la modalitàdel tuo rapporto con l’uomo, con l’altro»40. «La coscienza del rapportocon Cristo, della presenza di Cristo, libera un coraggio […], libera uncoraggio nella risposta alle sfide delle cose, libera un coraggio nell’amorea tutte le circostanze: che uno non schiva niente, uno non ha paura, nonschiva, ma giudica e giudica per quella carità che lo unisce a Cristo, perquesta gratuità suprema che è il riconoscere […] la presenza di Cristo»41.Chi non desidera questa libertà davanti a tutto, anche davanti al voltocontraddittorio della realtà? Ce lo testimonia un’altra lettera: «Ti scrivoper ringraziarti per i passi che mi stai facendo fare, in una situazione cheè molto difficile. Di recente mi è stato comunicato che sono affetto dauna malattia neuro-degenerativa, che prima o poi mi porterà a perderemolte capacità fisiche e mentali. Essendo una malattia genetica sapevoche ci sarebbero state alte probabilità di esserne affetto, e questa condizionemi ha provocato un’inquietudine che si è rivelata inaspettatamentepositiva. Con la paura che avevo, mi sono ritrovato bisognoso di seguirein prima persona il percorso che ci stai facendo fare. Non volevo più viverepassivamente e ho cominciato a intuire che c’era qualcosa in gradodi spaccare il muro delle mie angosce. Così ti ho seguito come non avevomai fatto, cioè ho cominciato a voler vedere se le cose che dicevi dicevanoveramente qualcosa di nuovo alla mia situazione. Per anni mi erocostruito una filosofia religiosa, un modello apparentemente cristianoche potesse schematizzare tutto senza dover far più fatica e che mi facessecredere di essere sempre nel giusto. Quando ho cominciato a guardareseriamente la possibilità di avere questa malattia è saltato fuori un bisognoviscerale che ha stracciato tutti i miei schemi, che non potevano piùreggere. Ora voglio verificare davvero e ho cercato di non dare nulla perscontato. E cosa potevo fare se non stare aggrappato a quella sovrabbondanzadi positività che mi colpiva nelle Scuole di comunità e nel giudizio40 L. Giussani, Ciò che abbiamo di più caro (1988-1989), Bur, Milano 2011, p. 217.41 Ibidem, p. 197.27TRACCEsulla crisi? Ho un bisogno fisico, viscerale, non posso farlo tacere. Così, seprima guardavo con un po’ di distacco, con superbia, le proposte in università,poi ho cominciato a cercare di non perdere nessun gesto, perchéiniziava a diventare veramente soddisfacente seguire questa strada. Poi,nel mezzo di questo percorso, è arrivata dai medici la notizia che sonoaffetto da questa malattia. Subito è balzata fuori una domanda fortissimae incensurabile: “Posso in questa situazione verificare che la realtà è ultimamentepositiva?”. Ho incominciato, allora, a guardare attentamentea come vivo le mie giornate. È incredibile quello che mi sta accadendo!Succede che mi stupisco sempre più di quello che studio in università enoto una profondità nuova in ciò che ascolto a lezione, osservo ancora dipiù quanto ciò che ho intorno sia pieno di un ordine e di una bellezza affascinante.E mi commuovo dello sguardo dei miei amici perché ci trovouna compagnia che supera tutti i miei calcoli e i tornaconti. Noto nellecose una profondità e un fascino che non può essere oscurato nemmenodalla malattia, ma non perché io sia fuggito da essa, ma perché c’è veramentedentro qualcosa di immenso, che niente può nascondere. Anche lamia malattia non è vista con disperazione, anzi considerarla seriamentemi spinge a non essere più falso davanti alle cose, a non ragionare con glischemi del mondo che si rivelano inutili e a cercare chi davvero mi puòaiutare. Ma allora cosa ha permesso tutto questo? Come è possibile cheil mio sguardo non possa essere ridotto dalla fatica e dal dolore? Vedoche le cose hanno una profondità e un significato nuovo, anche quandosono, come spesso sono, drammatiche. Come può succedere una cosa delgenere? Non può essere un mio sforzo individuale, un mio tentativo disalvare il salvabile, non resisterei un secondo. Mi capita, semplicemente,di accorgermi di amare ciò che ho davanti, perché effettivamente c’è undi più, qualcosa che mi viene addosso [quel bene che si impossessa di meprima di qualsiasi distacco], che mi scuote, mi sveglia e mi chiama. Chimi ha donato una ragione così capace di cogliere le cose presenti? Chi,attraverso la sfida che mi è posta davanti, rende la vita affascinante? Perrispondere a queste domande non posso non guardare la mia storia, lemie domande e quei volti e quegli incontri che continuamente accadonodavanti ai miei occhi e tutto il percorso fatto, seguendo te, in questi ultimimesi. È questo che mi ha donato la coscienza della portata di Chi èLEZIONE28TRACCEL’INESORABILE positività del realepresente. Io, adesso, sono solo all’inizio e non posso che seguire con tuttala mia convinzione questa strada, partendo dalla sfida che mi è postadavanti, tanto sto verificando che la sovrabbondanza del Mistero mi abbracciain ogni situazione. È meraviglioso affrontare tutte le cose così edè proprio quello che più desidero adesso. Grazie, grazie davvero».Questa è la novità che Cristo introduce nella vita di chiunque sia disponibilealla verifica.Invito ciascuno di voi al lavoro, per poter andare fino in fondo alleragioni che ci siamo dati.29TRACCEAssemblea Julián Carrón10 dicembre, pomeriggioJulián Carrón: Iniziamo la nostra assemblea. Alle domande che fannoriferimento al lavoro da fare risponderò, più distesamente, nella sintesidomani mattina, come proposta per un cammino. Adesso cerchiamo dirispondere, invece, alle domande che sono emerse rispetto a quello che cisiamo detti questa mattina. La prima.Intervento: Che cosa vuole dire che l’attesa è la definizione dell’istanteche viviamo. A me sembra spesso di attendere qualcosa che so che c’è eche mi riempie il cuore, ma non è mai adesso, è sempre un momentodopo.Carrón: Perché l’attesa è la definizione dell’istante che viviamo? L’attesaè la definizione dell’istante che viviamo perché il nostro io è strutturalmenteattesa di compimento, e se noi siamo veramente noi stessi nonpossiamo non riconoscere che, qualsiasi sia l’istante che viviamo, abbiamoquesta attesa. Lo abbiamo visto nel primo capitolo de Il senso religioso,dove don Giussani ci parla dell’esperienza elementare: egli si riferiscea quelle esigenze ed evidenze originali (di bellezza, di pienezza, di felicità,di compimento) che costituiscono la stoffa del nostro io. Per questo siamosempre in attesa del nostro compimento. Sant’Agostino lo riassumecon una frase conosciuta da tutti: «Ci hai fatti per Te, Signore, e il nostrocuore è inquieto [è in attesa] finché non riposa in Te»42. Perciò, senzaColui che compie, l’istante è così insopportabile che noi fuggiamo. Dovefuggiamo? Di solito fuggiamo dal presente nella distrazione. Invece, setu stai davanti alla faccia del tuo moroso e sei tutta tesa, hai bisogno difuggire? E, nello stesso tempo, vivi o no un’attesa? Per noi queste due cosesono incompatibili; ma se non ci fosse questa tensione, vorrebbe dire chela persona che hai davanti non ti interessa. È chiaro? Quando sei davantia una persona, quanto più fai l’esperienza che ti piace, tanto più sei in42 Sant’Agostino, Confessioni, I, 1.30TRACCEL’INESORABILE positività del realeattesa di un’altra cosa, cioè l’attesa è sempre l’esperienza dell’istante. Perciò,senza essere tesi a questo Tu, l’istante sarebbe proprio insopportabile,e per questo la stoffa del nostro essere uomini è tutta – come ci dice donGiussani – in questa attesa; noi siamo fatti proprio di questa promessa,di questa attesa. Solo se io riconosco questa attesa davanti a questo Tu,posso non fuggire nel passato o nel futuro, posso essere nel mio alloggio,presente a me stesso, posso evitare quello che diceva il personaggio giàcitato di Graham Greene: «Per me il presente non è mai ora»43�(una delleesperienze più terribili che possano succedere nella vita, che fa emergereil fatto che uno non coincide mai con se stesso, non può stare mai finoin fondo con se stesso). Capite perché la gente va fuori di testa? Perchénon coincide mai con se stessa, è sempre agitata, è come se non vivessemai un istante di vero riposo davanti a un Tu. Neanche quando uno siferma, neanche quando uno non fa niente riesce veramente a riposare:domandatevi quante volte voi avete avuto un istante di riposo vero, nonfinto. Perché questo riposo è lo scopo dell’attesa, dove l’attesa non vienecancellata, ma è tutta spalancata davanti a un Tu che non possiede; equanto più questo riposo avviene davanti a un Tu, tanto più è aperto aqualcosa che non possiede ancora, per cui resta sempre in attesa, drammaticamente.Ma per noi il riposo e l’attesa sono quasi in contraddizionee perciò desideriamo qualcosa che ci tolga la sete, che ci tolga l’attesa;così, dopo un istante, siamo di nuovo delusi. Grazie!Intervento: Studio Architettura a Milano. Tu oggi hai parlato dellostupore. Nel filmato il fotografo riconosce che tutta la realtà è donata, manon arriva a dire da Chi. Se penso ai miei compagni di corso, mi accorgoche anche loro si stupiscono e vanno al fondo delle cose, cogliendo avolte aspetti di cui neanche io mi accorgo, ma non sentono il bisogno delriconoscimento di un significato ultimo. Allora perché, nonostante questostupore, c’è bisogno del riconoscimento del senso ultimo della realtà?Carrón: Perché occorre riconoscerlo, secondo te? Perché tu, invece,non ti accontenti, come fanno i tuoi compagni?Intervento: Perché in me lo stupore dopo un po’ cade, cioè non mi43 G. Greene, Fine di una storia, op. cit., p. 53.31TRACCEstupisco più di nulla.Carrón: E perché dovresti stupirti? Voi dovete qualche volta avere ilcoraggio di percorrere la strada fino alla fine della vostra domanda, pervedere dove vi porta. Se voi non riuscite a capire qual è la ragione percui vale la pena compiere il percorso, invece che fermarvi come fannotanti vostri compagni, che cosa stiamo qui a fare? Perché non andiamoin spiaggia? Lo dico per aiutarci a capire: senza le ragioni saremmo scemia spendere soldi, energia e tempo per nulla. Perché è conveniente esserequa a imparare come non rimanere nell’apparenza? Perché vale la penaimpegnarci a fare Scuola di comunità o a partecipare a un’esperienzacome la nostra, se la maggioranza dei nostri compagni vive meglio dinoi? Ma è vero che vivono meglio di noi, se rimangono nell’apparenza?Ciascuno deve paragonarsi. Se uno non trova la ragionevolezza nell’esperienzache fa, perché dovrebbe fare ciò che fa? Dobbiamo porci questedomande. Noi non ci fermiamo, come il fotografo di questa mattina ocome tanti nostri compagni, all’apparenza, per l’urgenza che sentiamodavanti all’apparenza. Guarda la tua esperienza: se ti mandano un regaloche ti riempie di curiosità, non ti sorge la domanda: «Ma chi mivuole così tanto bene?»? Questa domanda, il desiderare di capire chi tel’ha mandato, è un’urgenza che hai in te, o no? Perché non ti accontenti?Se ti hanno già mandato un regalo, perché dovresti complicarti la vita?Perché il regalo, senza il riconoscimento di chi te l’ha mandato, perde dispessore. O no?Pensiamo, per esempio, alle cartoline di Natale. A volte le grandi dittespediscono delle cartoline spettacolari per farci gli auguri, perché hannoi soldi e possono mandarcele così. Fotografie belle, stupende, con la cartadi lusso. Il tuo amico, invece, ti manda una cartolina molto modesta. Hailì sia quella grande e bella, che quella modesta dell’amico: quale preferisci?Intervento: Quella dell’amico.Carrón: Perché? Perché l’altra è vuota. La piccola e modesta è, invece,piena di significato. La prima sembra molto di più, ma soltanto all’apparenza,a uno sguardo assolutamente superficiale, a uno sguardo chenon è umano fino in fondo, che non è vero. Ma tu pensi che ci sarebbequalcuno al mondo che preferirebbe l’una all’altra? Nessuno veramenteASSEMBLEA32TRACCEL’INESORABILE positività del realeumano si accontenterebbe della prima, anche se apparentemente più bella,perché è vuota, non ha niente dietro, non c’è un “chi” dietro. Il “chi”è soltanto una “aggiunta” insignificante. Quando manca il “chi”, neanchela realtà che appare particolarmente attrattiva ci interessa. A noi la realtàinteressa per il Chi, senza del quale niente ha spessore.Ci capita così: noi andiamo dietro all’apparenza, che poi ci lascia vuoti(perché dietro non c’è nessuno). E quando ci interessa ciò che è piùmodesto, semplice, povero, meno appariscente, crediamo di vivere unagrande mortificazione o di dovere aggiungere qualcosa. Ma le cose nonstanno così. Non siamo scemi, proprio perché sappiamo distinguere l’apparenzae ciò che è vuoto da quello che ha una densità, una profondità,un significato.Quello che impressiona davanti a questi esempi banali, che potrebbefare ciascuno di noi (io me li faccio – come vi dico sempre – per capiredi più), è che ciò che rende interessante la realtà non è quello che appare,come vediamo in questo caso, ma è il Chi, è il Mistero che la porta, èquello che c’è dietro. Senza questo, nel tempo, non ci interessa più niente.Noi, attraverso questi esempi, ci accorgiamo di qual è la modalità con cuici piacerebbe reagire davanti a tutto quello che succede; ma poi, quandoriconosciamo che questa è la modalità più vera di vivere il reale, pensiamodi fare qualcosa di strano, di complicato, soltanto per gli addetti ailavori o per gente che si monta la testa. Siamo, cioè, così distanti dall’esperienzaelementare, che non ci rendiamo neanche conto di quello cheviviamo e riteniamo che una modalità (quella di fermarsi all’apparenza)sia più vera dell’altra, fino a quando non la guardiamo un istante in facciae, attraverso qualche esempio banale, incominciamo a renderci contoche è esattamente il contrario. Senza il Chi la realtà non è interessante,neanche la più bella. Perché? Perché noi siamo fatti – come dice sant’Agostino– per Lui, per quel Chi di cui la realtà tutta è fatta. Grazie!Intervento: Non credo che la realtà sia ontologicamente positiva senzaaggiungere niente; soltanto in un’esperienza posso dire: «Questo chesembrava brutto è positivo», ma non prima, non a priori.Carrón: Perché fai questa contrapposizione tra ontologia e conoscenza?Tu dove conosci la realtà? Tu conosci la realtà in un’esperienza. L’on33TRACCEtologia dell’amore dove la conosci? Studiando i libri o quando sei amata?È in una esperienza che tu capisci che cos’è l’amore, capisci che cos’è ilbene; cioè lo capisci quando sei davanti a qualcosa che ti attira così tantoche tu non puoi non riconoscere – come diceva Lévinas44 – questo imporsidel bene. Che cos’è la bellezza? Quando tu riconosci che qualcosaè bello? Quando tu fai esperienza del bello. Tu sei introdotta alla realtànell’esperienza. Per questo, dice don Giussani in una delle frasi che doveteimparare a memoria – non soltanto per ripeterla in continuazione, maper sorprenderne il significato nella realtà –: «L’esperienza è il fenomenoin cui la realtà diventa trasparente»45, la realtà si fa trasparente nell’esperienza,cioè l’ontologia della realtà, la natura della realtà si fa trasparentenell’esperienza. Questa è la genialità che ha usato il Mistero per farci capireche cos’è la realtà. Non abbiamo bisogno di andare all’università percapirlo (tanti milioni di persone per secoli non hanno potuto frequentarel’università, ma sapevano che cos’era l’amore). Il Mistero ha inventatoun metodo per fare capire a tutti, in modo semplice, come stanno le cosee di che cosa siamo fatti noi. Noi capiamo attraverso questa strada sempliceche si chiama esperienza. Il Mistero, per farci capire che cos’è l’amore,invece di farci un corso sull’amore, ci fa fare esperienza dell’amore.Questo è il grande cambiamento metodologico, che noi facciamo faticaa capire, introdotto da don Giussani nel primo capitolo de Il sensoreligioso, uno spostamento metodologico che egli attua rispetto a ciò chevuole spiegare, cioè il senso religioso. Se uno volesse sapere che cos’è ilsenso religioso, dice Giussani, che cosa immediatamente farebbe? Cercherebbeun libro che parli di religione o di senso religioso, navigherebbesu Internet, sfoglierebbe l’enciclopedia. Cercherebbe subito qualcosa chedia informazioni. Ma qual è il problema di questo metodo? Una volta chetu leggi un libro che parla del senso religioso, quale problema rimane?Che devi poter giudicare se quello che ti dice è vero o no. E come puoigiudicarlo? Non ne hai la capacità senza un metodo, e allora devi “credere”a ciò che ti hanno detto gli altri e ripetere. Don Giussani è entratonella scuola dicendo proprio il contrario: «Io vengo qui e dall’inizio mettole carte sul tavolo e vi dico: desidero insegnarvi un metodo attraverso44 Vedi qui, nota 19, p. 13.45 L. Giussani, Realtà e giovinezza. La sfida, op. cit., p. 98.ASSEMBLEA34TRACCEL’INESORABILE positività del realecui voi potete capire la verità o meno di quello che io stesso vi dirò».Non vuole convincerci, ma vuole darci il metodo per accorgerci. Qual èquesto metodo? Come dice nel primo capitolo, «l’esperienza». Se tu vuoicapire che cos’è il senso religioso, invece di andare a cercare che cosa diceAristotele o Platone o sant’Agostino, hai come punto di partenza l’esperienza.Cioè, per farti capire qual è l’ontologia, qual è la natura del sensoreligioso, invece di rimandarti altrove, ti rimanda alla tua esperienza. Ècome se ti dicesse: «Osservati nella tua esperienza, perché è soltanto lì chepotrai capire qual è la natura del senso religioso, qual è l’ontologia delsenso religioso!». Questo è il metodo che suggerisce per conoscere qualsiasioggetto della realtà. Ma proprio perché noi, in questo, non seguiamodon Giussani, siamo sempre nella palude, incerti, andiamo ripetendo lefrasi degli altri, che non diventano mai nostre, senza capirle, per cui bastaun soffio e tutto sparisce, si riparte da capo. Se volete rimanere così,costantemente nella palude, basta continuare come fate; ma non sietecostretti, c’è una possibilità diversa, quella che rende il movimento entusiasmante.Fin dall’inizio, come ho detto sempre, il movimento mi haentusiasmato perché metteva nelle mie mani uno strumento per capire,non staccato dall’esperienza, anzi, è l’esperienza stessa l’unico strumento.Io posso dire: «Questo no, questo sì», quando faccio esperienza, non loposso capire prima: «La realtà si fa trasparente nell’esperienza stessa».Per questo, quando diciamo, a volte, che è difficile, è perché invertiamoi termini del metodo di don Giussani. Se una persona deve spiegare aun’altra che cos’è l’amore, ha forse bisogno che ci sia un certo sviluppodell’intelligenza, affinché si capisca? I bambini hanno bisogno di un certosviluppo per capire quando sono amati o quando non sono amati?O possono capire semplicemente? Sono scemi o capiscono? A volte litrattiamo da scemi, ma capiscono molto meglio di noi, tanto è vero che,proprio perché capiscono, a volte rimangono segnati da un’esperienzanegativa o, alla rovescia, da un’esperienza positiva. Certo, se noi cambiamoil metodo, allora sì, abbiamo bisogno di non so quale sviluppointellettuale… Ma per capire che cosa significa essere amato non occorreniente di strano. Per capire la bellezza delle montagne c’è bisogno diqualche particolarità? C’è soltanto bisogno di lasciarsi colpire dal reale.35TRACCEIntervento: Studio Infermieristica a Monza. A partire dalla morte dimio fratello mi sono accorto di quanto la realtà sia ultimamente positiva:il bene che mi vogliono i miei genitori, la crescita dei rapporti con ifratelli e gli amici, che continuamente mi sfidano alla verifica di questogiudizio nelle mie giornate. Io, però, non posso non dire che avverto lamorte di Matteo come una sfortuna e farei volentieri a meno del bene dimia mamma, dei rapporti che ho con gli amici, pur di avere ancora conme mio fratello. Così mi sembra che tutti i giudizi e le cose che nasconodalla morte di Matteo, di Bizzo, dalla crisi, siano solo delle magre consolazioni.Non capisco come la realtà possa essere inesorabilmente positiva;inesorabile nel senso che non ci faccia scappare, e io invece fuggo; e noncapisco come questa positività possa prevalere sul fatto che ciò che ci capita,a partire dalla morte di mio fratello e di Bizzo, non sia una sfortuna.Carrón: Vedete cosa significa la sfida che la realtà pone? Noi non cerchiamodelle consolazioni, quando succedono questi fatti luttuosi; maanche se non succedessero questi fatti, la realtà, per quanto stiamo dicendo,per quanto anche tu adesso dici, per ciò che vedi e che tocchi, è positivao no? Questa è la sfida che la realtà pone davanti a te ora, come allaguardia delle SS. E questa sfida la accogli per consolarti o per riconoscerequalcosa che c’è? Se fosse una tua creazione per consolarti, sarebbe unamagra consolazione; sarebbe da stupidi generare una consolazione chenon riesce a consolare. Una consolazione che non nasce da un fatto reale,infatti, non consola, è inutile. La questione è se noi ci inventiamo unaconsolazione che non ci consola o se la realtà, come abbiamo detto prima,per il fatto stesso che c’è, grida che c’è un Altro che la fa ora: quindila realtà è positiva. Noi diciamo che la realtà è positiva non per consolarci– non sarebbe una consolazione, come dicevo –, ma lo diciamo per unostupore. A questa domanda risponde don Giussani nel capitolo decimode Il senso religioso: «La religione nasce dalla paura o dallo stupore?»;e afferma: «La paura è sempre un secondo momento. Tu hai paura diperdere qualcosa perché ce l’hai». Perciò, identificare come origine dellareligione la paura è falso. La vera sfida per chiunque è la presenza delreale, lo stupore che esso desta in noi, l’attrattiva con la quale ci attira. Èproprio perché tante volte noi siamo sleali, come dicevo questa mattina,che non riusciamo a riconoscere questo, e quando succede una cosa lut-ASSEMBLEA36TRACCEL’INESORABILE positività del realetuosa pensiamo di inventarci la consolazione.Tu devi fare i conti con la realtà così come ti appare, perché solo questopotrà rispondere alla morte di tuo fratello. Il Signore permette cheaccadano questi fatti perché noi capiamo che il disegno non è nostro, èdi un Altro, e per noi tante volte è misterioso. Ma è proprio qui che noisiamo più sfidati e possiamo verificare come viviamo veramente il reale;se quando succedono questi avvenimenti noi rimaniamo senza puntod’appoggio, infatti, significa che siamo messi in crisi da una modalitàdi vivere il rapporto con il reale che non è vera. E questa è l’occasionepositiva per farci finalmente la domanda: «Ma quando io penso che larealtà è positiva è soltanto per ottenere una magra consolazione o è laconseguenza dello stupore davanti al reale, che mi richiama a un Altro?».Questa è la domanda che anche tu devi farti: aspettiamo la tua risposta!Intervento: Studio alla Facoltà di Medicina di Torino. Nonostante ioabbia capito, dal suo discorso, come sia possibile riconoscere che la realtàè positiva e come, attraverso l’uso della ragione, sia possibile arrivare aDio, se non ho una prova tangibile nella mia vita, non posso credere. Miritrovo, per esempio, in una frase di Singleton, il più grande studioso diDante, che riferendosi al grande poeta scrisse: «Io ho compreso perfettamentequello che Dante ha vissuto, ma non mi è mai capitata la stessacosa».Carrón: Tu credi che tua mamma ti vuole bene?Intervento: Ne sono certo.Carrón: Davvero? E mi puoi dare una prova tangibile?Intervento: No.Carrón: Come puoi esserne certo senza una prova tangibile?Intervento: Lo sento.Carrón: Allora non puoi esserne certo: lo senti soltanto; questo non èun giudizio, ma solo un sentimento. Vedete la frattura? «Lo sento». Questaè la nostra massima certezza: «Lo sento». Se domani non lo senti, latua certezza crolla… Vedete in che palude siamo? Noi abbiamo ridotto lanostra certezza a: «Lo sento».Ma tu, anche se non sentissi che la tua mamma ti vuole bene e ti domandassi:«Ma mi vuole bene?», potresti rispondere in modo ragionevo37TRACCEle a uno che ti dice: «Il sentimento non è la prova che la mamma ti vuolebene», potresti dargli qualche segno che ti rende certo che tua mammati vuole bene, o no?Intervento: Sì.Carrón: Per esempio?Intervento: Il comportamento di mia madre…Carrón: Che cos’è il comportamento di tua madre? Ti sto domandandoprove tangibili…Intervento: Il fatto che metta davanti molto spesso i miei interessi aisuoi.Carrón: Perché sei sicuro che ti vuole bene e non che abbia, piuttosto,la preoccupazione che quando diventa vecchia tu ti preoccupi di lei?Dov’è la prova tangibile? Ti basta questa risposta come spiegazione diciò che tua madre fa? Basta un’obiezione e siete a terra: questa è la vostracertezza. Ma a te basta questa come spiegazione di ciò che fa tua madreper te?Intervento: No.Carrón: Vedete? Siccome non siamo certi, crolliamo alla prima obiezione.Ma tu puoi ridurre tutto quello che tua madre fa a un interesseegoistico, e cioè che tu la possa curare quando sarà vecchia?Intervento: No.Carrón: Allora questa non è una ragione esauriente che dia spiegazionedi tutto quello che fa tua madre per te. È vero o no?Intervento: È vero.Carrón: Tu, in realtà, hai una quantità sterminata di segni, non unaprova tangibile nel senso che domandi, ma una valanga di segni per cuipuoi essere sicuro, certo, che tua madre ti vuole bene. Vero?Intervento: Sì.Carrón: E se tu non credessi che tua mamma ti vuole bene, sarestimatto. Questa è la tua certezza: non ti rendi conto di che cosa ti rendecerto, ma hai nell’esperienza questa certezza. E siccome non te ne rendiconto, chiedi una prova tangibile per credere. Il Mistero ti dà tanti segni,come te li dà tua mamma, ma tu non te ne rendi conto. Adesso prova a riconoscerese c’è qualche segno del fatto che il Mistero c’è e ti vuole bene,e poi dimmi se hai ancora bisogno di “prove” per credere.ASSEMBLEA38TRACCEL’INESORABILE positività del realeIntervento: Grazie.Intervento: Studio Ingegneria a Bologna. Come posso affermare nellamia vita, senza dover truccare le carte, la positività della realtà, facendoanche esperienza del peccato mio, di quello altrui e dell’esistenza delmale?Carrón: Tu hai il moroso?Intervento: No.Carrón: Hai la mamma? Facciamo un esempio che nasce da un’esperienzareale. Ti comporti sempre bene con tua mamma? La tratti semprebene?Intervento: No.Carrón: E la mamma non è un bene per te e tu non puoi affermare lapositività della realtà davanti alla mamma, se ti comporti male? Tu puoiaffermare la positività della realtà, anche quando c’è il male, davanti allamamma?Intervento: Davanti a mia mamma, sì, perché sono certa che lei mivuole bene.Carrón: Esatto. Ma a volte tu non la tratti bene o lei non ti tratta bene;il peccato c’è, o tu e tua mamma siete senza peccati?Intervento: No.Carrón: Questo non impedisce né a te di riconoscere il bene che ètua mamma, né a tua mamma di riconoscere il bene che tu sei per lei. Ilmale che tu fai alla mamma e il male che la mamma fa a te (essendo tuttipoveri peccatori), non impedisce a nessuna delle due di riconoscere lapositività del fatto che tu sei un bene per tua mamma e che tua mammaè un bene per te.Se questo può succedere tra di noi, immagina ciò che succede con ilMistero. Dice Gesù: «Se voi, che siete cattivi, potete dare cose buone aivostri figli, immaginate il Padre del Cielo, che è buono, come potrà trattarebene tutti»46. Nessun male di questo mondo può cancellare il beneche tua mamma è per te. Nonostante tutto il male che c’è nel mondo,nessuno può cancellare il bene che è tua mamma, la positività del reale46 Cfr. Mt 7,11; Lc 11,13.39TRACCEche è tua mamma, e questo è veramente sconvolgente. Se noi, che siamocosì poveracci, possiamo riconoscere questa positività in altri poveraccicome noi, come, per esempio, tua mamma, immagina quando nell’AnticoTestamento Dio dice: «Anche se tua mamma ti abbandonasse, io nonti dimenticherò mai»47. Il profeta rivolge queste parole a degli uominicome noi, che facciamo il male, ma è come se tutto il male non potessespostare, neanche di una virgola, tutto il bene, tutto l’amore, tutta la passioneche ha Dio, il Mistero che fa la realtà, per ciascuno di noi.Come ci capita di vedere, a volte, in alcuni genitori. Immagina unamamma che ha un figlio che si droga e che la fa soffrire tantissimo. Tupensi che ci sia qualcosa che possa spostare questa mamma dal volerebene a suo figlio? No, neanche quel dramma può impedire alla mammadi riconoscere il bene del figlio e al figlio di riconoscere il bene dellamamma. Se questo succede tra di noi, che siamo così poveracci, immaginalo sguardo del Mistero, che fa tutta la realtà, e che, anche se tu faiil male, continua ad affermare così potentemente la tua vita che non ticancella dalla faccia della terra. Dobbiamo pensare a questo; ma a volteil male ci definisce così tanto che non riusciamo a vedere oltre esso. Invecec’è un fatto più evidente del male che tu fai: un Altro, malgrado iltuo male, continua a darti la vita ora. E questa positività non può esserecancellata neanche dal male che hai fatto. Perché ti dico questo? Perché,quando io facevo l’esperienza del mio male, ero così a disagio con mestesso che pensavo: «Ma dove posso trovare qualcosa di più evidente delmio male?». Lo dico adesso a te, perché è ciò che ho detto tante volte ame stesso e che mi permetteva di continuare a guardarmi. Non dovevoimmaginare che cosa pensava Dio: mi bastava riconoscere il fatto checontinuava a darmi la vita, ad affermare la mia vita; Lui aveva uno sguardosu di me che io non riuscivo ad avere. Pensa che, se siamo battezzati,Cristo nel battesimo ci ha afferrato così potentemente che ci ha detto:«Tu sei mio per sempre. Puoi fare quello che fai, ma tu con il tuo malenon riuscirai a spostarmi neanche di un millimetro da quanto ti vogliobene». Questa è la positività che nessun male di questo mondo può cancellare.A volte noi la scopriamo proprio davanti al male, altrimenti non47 Cfr. Is 49,15.ASSEMBLEA40TRACCEL’INESORABILE positività del realeci penseremmo, per cui Gesù dice: «A chi molto è stato perdonato, moltoama»48. Chi è stato molto perdonato capisce che cosa vuole dire questoamore, questa positività ultima dello sguardo di Cristo; chi non sperimentail perdono non se ne rende conto.Intervento: Studio Ingegneria a Reggio Calabria. Di fronte ai fatti raccontatiin questi giorni (il ragazzo con la malattia degenerativa, la mortedi Giovanni e il video che abbiamo visto questa mattina) è sorta in meuna specie di ribellione. Mi chiedevo: perché nella mia vita sono in prevalenzai fatti negativi a generare la domanda di senso, il desiderio discoprire questo Mistero all’opera e tutto quello che ci è dato? Tu diceviieri che l’attesa è la cifra, l’entità dell’avvenimento che stiamo vivendo inquesto momento. Io mi accorgo che, se questa domanda, questa attesa, èrisvegliata solo quando mi accade qualcosa di brutto, significa che, quandomi accade qualcosa di bello, non gli sto riconoscendo il medesimovalore.Carrón: Bravo!Intervento: Io voglio che tutto quello che mi accade non vada persoe desidero capirne il senso in entrambi i casi, sia che sia bello, sia che siabrutto. Ma perché è più facile che sorga la domanda davanti a qualcosadi negativo che mi accade?Carrón: Non è più facile, è facile anche davanti al bello che ti stupisce.Giovanni e Andrea non hanno dovuto aspettare che succedesse qualcosadi brutto per stupirsi davanti a Gesù; togliamoci dalla testa l’idea che l’unicapossibilità per capire è che succedano delle cose brutte. Il Mistero ciintroduce originariamente al reale nella sua totalità attraverso la verità, labellezza delle cose; ma purtroppo noi, tante volte, per questa mancanzadi impegno con il reale totale (che documentavamo questa mattina), perquesta mancanza di educazione e per questa slealtà nel seguire il contraccolpodell’essere fino al Chi, ci riduciamo a dover aspettare i fattibrutti per essere risvegliati. Ma l’inizio non è stato così, Dio non ha fattole cose brutte, ma ha messo l’uomo in un giardino, in una familiaritàcon Lui (come dice la Genesi) e passeggiava con l’uomo al pomeriggio.48 Cfr. Lc 7,47.41TRACCEQuesta è stata la familiarità con cui il Mistero ci ha fatti, eppure noi nonabbiamo capito. Come il figliol prodigo: il padre non gli ha dato un calcionel sedere, mandandolo via di casa, ma ha generato una casa per lui,che il figlio non ha riconosciuto. Allora ha pensato di fare di testa propria,credendo di vivere più intensamente la vita, ma che cos’è successo?Quando si è accorto? Purtroppo, quando era con i maiali. Ma è avvenutocosì per volontà di Dio o per la nostra stupidaggine? Il fatto è che Diopuò usare perfino tutta la nostra testardaggine per farci capire; e noi lorimproveriamo anche di questo? Non significa che Dio ci fa capitare dellesituazioni negative per farci capire, ma tante volte siamo noi che finiamocosì, e allora capiamo. Quanto tempo deve passare, quante stupidagginidobbiamo ancora fare per capire? Ma questo è un nostro problema, nonè il disegno di Dio. L’amore di Dio per noi è così strepitoso che può usareanche questo per ricordarci che abbiamo una casa, che abbiamo unpadre, come il figliol prodigo. Per questo, come leggiamo in tante testimonianze,accade che uno sia grato: non per la malattia, non per l’eventoluttuoso, ma per aver capito. Un altro, invece, può rimanere in casa comeil figlio maggiore e non capire, non perché il padre l’abbia trattato male(è lì nella casa), ma perché è lui a non capire. Il problema qui è propriocapire, è rendersi conto veramente di che cosa valga la pena. Speriamo dinon dover finire anche noi con i maiali per capire…Intervento: Grazie.Intervento: Studio Giurisprudenza in Cattolica. Stamattina dicevi chelo stupore iniziale è un giudizio che diventa immediatamente un attaccamentonon sentimentale, ma sostenuto dalla ragione. Rispetto all’episodioche citavi di Giovanni e Andrea, anche io come impeto non avreimai abbandonato; il fatto è che spesso succede quello che tu hai descrittoe mi sembra che dal giudizio si scivoli in un attaccamento sentimentale.Non capisco dove sia il gap.Carrón: Semplicemente, se un giudizio è vero, non può essere ridottoa un che di sentimentale, perché è un giudizio di stima sull’altro che mifa attaccare. Tu non ti attacchi a qualcosa che giudichi essere una stupidaggine.Intervento: Esatto.ASSEMBLEA42TRACCEL’INESORABILE positività del realeCarrón: Nell’attaccamento c’è sempre un giudizio, e se voi incominciatea partire dall’esperienza, come dicevamo prima, si capisce più facilmente.Tu a che cosa ti attacchi? A qualcosa che giudichi degno di valore.Intervento: Sì. Il problema è che poi perde valore…Carrón: No, il problema è che dopo devi costantemente riscoprirlo. Ecome lo scopri di nuovo? Attaccandoti. Cioè, se tu lo hai percepito, per ilfatto che domani non lo senti perde valore o questo valore che tu hai riconosciutoieri rimane? La questione è che noi, se questo non diventa unattaccamento, pensiamo che non sia stato un giudizio di riconoscimento,perché ci aspettiamo che questo debba essere automatico, senza doverdecidere, domani, di nuovo. Ma a te piacerebbe poter dire ancora alla tuamorosa: «Ti voglio bene», senza essere soltanto costretto dalla tua biologia?Guardandola, devi riconoscere che cosa significa veramente per te,senza ridurla al tuo stato d’animo, devi riconoscerla e trattarla per il suodestino, per ciò che in fondo in fondo è, non soltanto per il contraccolposentimentale che ti provoca. Questo è frutto di un’educazione, ma un’educazioneche cosa significa? Imparare a volere bene a un altro. In questocaso, se tu vuoi bene alla tua morosa, ti piacerebbe trattarla sempre peril valore che ha, ti piacerebbe riconoscerlo sempre di più, riconosceresempre di più tutta la stima per lei?Intervento: Certo!Carrón: Questo si è rivelato già nel primo momento, ma il fatto chediventi familiare nel rapporto con lei è dentro una strada. A volte noipensiamo che debba essere automatico e che, per una volta che lo abbiamoriconosciuto, già sia diventato familiare. Ma non è così, tante volteanche tu preferisci te stesso a lei, o preferisci i tuoi interessi rispetto a volerlebene, o la tratti secondo la tua istintività, perdendo di vista il valoreche hai riconosciuto: è necessaria una strada. Mi ha stupito tanto, unavolta, un mio amico prete che mi ha raccontato che per spiegare a unapersona che cosa sia questo rapporto vero con la realtà, soprattutto conla morosa, gli diceva: «Ma tu, la prima volta, ti sei così stupito davanti allapresenza della morosa che non l’hai neanche toccata. Questa intensità tipiacerebbe averla sempre?». Questo è il rapporto vero con la realtà, cosìche poi, tutte le volte che l’hai trattata istintivamente, mai ti ha dato unistante di quella pienezza del primo giorno. È vero o no?43TRACCEIntervento: È vero!Carrón: Non è, allora, per una sorta di mortificazione che puoi trattarlacosì, ma per uno stupore, che ti dà una pienezza mai sperimentata,anzi è questa la pienezza (nell’istante in cui ancora non l’hai sfiorata), chenessun’altra cosa è capace di dare.Capite qual è il fascino della verginità? La verginità è questo modovero di trattare l’altro, e ci riguarda tutti: Dio chiama alla verginità perquell’esperienza di pienezza che Cristo introduce nella vita, per cui ioposso trattare l’altro con una gratuità che è come il primo albore provatotrattando la morosa in modo così vero (e che per alcuni, chiamatialla verginità, diventa vocazione). Questo non significa che sia sacrificatal’affezione, ma è la scelta del compimento dell’affezione, in una modalitàdi cui l’altra è soltanto un pallido riflesso. Questa modalità di rapportodell’inizio può diventare la modalità con cui trattare sempre la morosa:domandale se le piacerebbe essere trattata sempre così; sono sicuro dellasua risposta.Intervento: Frequento il primo anno di Psicologia in Cattolica. Tu haiparlato di positività del reale e, di fronte alla domanda di come si possanon ricadere in un vicolo cieco, dicevi: «Solo il divino salva l’umano». Dauna parte, sono stata contenta del fatto che ci sia Uno più grande che puòsalvarmi; dall’altra parte, mi chiedo quale sia ora il mio compito.Carrón: Il tuo compito nasce proprio da questo essere salvata. Tantevolte ritorniamo sulle stesse questioni. Se è grazia, se sono stata salvata,allora qual è il mio compito? Sembra che io non debba fare niente. Ma tu,se pensi alla tua esperienza normale, puoi rispondere da te stessa a tuttoil tuo desiderio di essere amata? Hai bisogno di un altro. Quando troviuno che ti salva, qual è il tuo compito? Lasciarti salvare, lasciarti abbracciare.E questo che cosa attesta in te? Quando fai veramente l’esperienzadell’essere voluta bene, si introduce in te una modalità di essere nel realeche è il compito più grande che tu possa svolgere nella vita: testimoniareche cosa può essere la vita quando uno si lascia salvare. Di che cosa hannopiù bisogno gli uomini? Di vedere una persona che si è lasciata prendereda Cristo e che così testimonia che cos’è la vita quando ci si lasciacolpire, abbracciare e amare da Lui.ASSEMBLEA44TRACCEL’INESORABILE positività del realeMi domandava poco fa un amico che è ammalato, rispetto a tutti iprogetti che ha in mente: «E adesso, come posso fare con la mia malattia?». E io gli dicevo: «Che cos’hai tu di più interessante da dire e dafare nella vita che il tuo “sì”? Tu hai in mente qualche altro progetto piùinteressante che il tuo “sì” a Cristo, attraverso la modalità con cui ti chiama?Pensa alla Madonna. A lei non era capitata una malattia, ma avrebbepotuto scegliere, avrebbe potuto immaginare un altro progetto, un altrocompito, più decisivo per la vita del mondo, più incidente sulla storia cheil suo “sì”? Nessuno è stato salvato come lei. L’abbiamo celebrato il giornodell’Immacolata Concezione: nessuna è stata salvata prima ancora delproprio male, nessuna è stata liberata dal male in anticipo, in previsionedi Cristo. Qual è stato il suo compito? Il suo “sì”. E con questo “sì” ha datoal mondo quello di cui tutti possiamo ringraziarla per tutta la vita e perl’eternità, perché senza quel “sì” non ci sarebbe Cristo; e, senza Cristo, checosa significherebbe la vita? Tu puoi immaginare un altro compito piùgrande di quello della Madonna, proprio perché è stata salvata? Allora,qual è il tuo compito? Testimoniare a tutti, gridare a tutti che cos’è la vita,che cosa può significare la vita, che intensità può acquistare la vita, seuno si lascia abbracciare da Lui, salvare da Lui. Non c’è un’affermazionepiù grande, una testimonianza più grande della positività del reale chevedere una persona fiorire, perché è come dire: guardate, neanche tuttoil male, neanche tutto il disastro, neanche tutta la crisi, neanche tuttoquesto può impedire a un uomo di fiorire; non c’è una testimonianza piùgrande che sfidare tutti, pessimisti o meno, nichilisti o meno, dicendo atutti con la propria vita: «Guarda, guarda come la realtà è positiva!». Puoiimmaginare un compito più grande al mondo? Se lo puoi immaginare,perseguilo! Altrimenti mi sembra che tu l’abbia già chiaro e che quindihai delle cose da fare.45TRACCETestimonianza John Waters10 dicembre, seraJulián Carrón: Sono contento di presentarvi un amico dell’Irlanda,John Waters, giornalista e scrittore. Se qualcosa si può dire di lui, vedendoil percorso che ha fatto, è proprio quello che abbiamo appena cantato:«È bella la strada per chi cammina»49, perché vedendolo camminare, vedendololasciarsi colpire dal reale, ogni volta che lo incontro mi sorprende;è sempre nel travaglio di cercare la parola giusta, di scoprire; è sempreirrequieto, nel senso bello del termine, vuole capire sempre di più.Per questo lo sento veramente compagno e perciò voglio presentarvelo,desidero che anche voi possiate conoscerlo, perché ha un’esperienza daraccontare, ha fatto un cammino, da cui in tanti possiamo veramente imparare.Lo ringrazio di avere accettato di essere qui con noi questa sera.Se qualcosa è stato decisivo per lui è quello di cui stiamo parlando dallaGiornata d’inizio anno, quello che l’ha segnato di più è stato proprio ildecimo capitolo de Il senso religioso. Adesso mi auguro che ve lo spieghi,perché sarà un’altra cosa sentirlo da lui. Grazie, John!John Waters: Grazie. Innanzitutto vorrei ringraziarvi per oggi, graziea Colui che fa tutto e a ognuno di voi; vorrei ringraziarvi per la vostrapresenza, nel senso ultimo del termine. Ero in prima fila oggi, più volteguardando lo schermo, guardando le slide, ascoltando la musica; primala sala era vuota e poi si è riempita, ma tutto è successo in silenzio, e misono veramente commosso. È sempre un’occasione eccezionale per mevenire a un avvenimento di Comunione e Liberazione. Oggi sperimentouna cosa speciale, perché avverto un’intensità di silenzio, di ascolto,un’attenzione a tutto, che mi commuove in un modo profondo e michiedo: che cosa vi posso dare? Non tanto per restituirvi qualcosa; ma inche modo posso sperare di avere un rapporto così con voi stasera? Pensavo,oggi pomeriggio: se potessi tornare indietro di trentacinque anni, se49 C. Chieffo, «La strada», Canti, Cooperativa Editoriale Nuovo Mondo, Milano 2007, p. 245.46TRACCEL’INESORABILE positività del realefossi uno di voi mentre qualcuno parla di fronte a me di sé, della propriaesperienza di vita, cambierebbe qualcosa nella mia vita? Ciò che io potreiascoltare dalla persona davanti a me, cambierebbe il mio sentiero, la miastrada? In un certo modo non credo, perché non penso che le parole, diper sé, possano portare un cambiamento del genere. Possiamo comunicaresolo paragonandoci. Quando vi racconto la mia esperienza pensoche quello che succede è che, illuminandosi dentro di me, comprendendolaio meglio, qualcosa di nuovo della mia esperienza possa arrivare avoi. Le parole sono soltanto l’energia della comunicazione, ma non sonola comunicazione in sé.Mi colpisce il tema, «L’inesorabile positività del reale»; questa parola –«positività» – l’abbiamo ascoltata tante volte, anche dal Papa ultimamente,nel Bundestag, e abbiamo sentito parlare del pregiudizio del positivismo;mi colpisce molto che queste due parole siano quasi identiche, in uncerto senso, ma in realtà sono opposte. Quello di cui parliamo, quandoparliamo della positività del reale, è davvero il contrario, è l’opposto delpositivismo di cui parlano il Papa e Giussani. Penso che la mia lotta conla realtà, il mio tentativo di comprendere la realtà, si incentri proprio suquesto.Vi racconto un po’ della mia vita: sono cresciuto in una famiglia cattolica,in Irlanda, e vivevo un’esperienza molto intensa, più di qualsiasialtro bambino degli anni ’60-’70. Ora è facile guardare indietro e pensareche qualcosa mancava, ma, se facessi così, sbaglierei, perché è stata un’esperienzaveramente ricca, da tanti punti di vista. Forse, in un certo senso,era un po’ troppo sentimentale, oppure moralistica, ma nello stesso tempoera veramente reale, era un rapporto vero e reale quello con Cristo.Non ho mai dubitato della Sua esistenza, della Sua presenza. Lui mi haaccompagnato in ogni momento come un fratello, come un padre, comeun amico, mi teneva la mano lungo tutta la mia infanzia, mi ha parlatosempre e io gli parlavo. Era reale questa esperienza che ho fatto, ma forsemancava qualcosa, c’era un blocco di qualche tipo che mi ha impedito dicrescere, e quando sono arrivato all’adolescenza me lo sono lasciato unpo’ indietro. Il primo segno che stavo diventando adulto è stato proprioil fatto che mi sembrava naturale e logico lasciare indietro queste cosedell’infanzia e dell’adolescenza. Per tanti anni io ho pensato così, ho pen47TRACCEsato che fosse una cosa da bambini. Un altro modo di descrivere questo èche, a un certo punto, mi sono accorto del mondo come di qualcosa cheera in opposizione alla mia infanzia cattolica. Negli anni ’70, in Irlanda,quella che prima era una cultura chiusa ha incominciato ad aprirsi, aguardare fuori di sé, e arrivavano tante influenze nuove: la musica pop,il rock, la televisione, il calcio, le celebrità, tante cose che mi seducevanocome teenager e mi offrivano una libertà che non avevo mai immaginato,e mi sembrava – adesso, se guardo indietro, posso descriverlo in mododettagliato, ma in quegli anni no – che ci fosse un conflitto, qualcosadi incompatibile tra il mio rapporto con Cristo e questo mondo nuovo,questa libertà; credevo, in qualche modo, di dover scegliere tra i due: lasciareindietro uno, per rimanere con l’altro. Le due cose non potevanocoesistere. Eppure, non è che io abbia mai rigettato Cristo, non ho maivoltato le spalle al mio rapporto, all’amicizia con Lui, alla mia vicinanzaa Lui. Almeno, se è capitato, non l’ho fatto col pensiero di compierequalcosa di buono. Gli ho voltato le spalle, però l’ho fatto con un senso dicolpevolezza, mi vergognavo di questo fatto, ma allo stesso tempo la seduzionedella libertà era una cosa potente, mi sembrava che non ci fosseun’altra opzione e mi sembrava di intraprendere un viaggio che andavaverso il mondo; non rimanevo nella realtà in questo rapporto infantilecon Lui, questo viaggio mi sembrava l’unico tipo di libertà possibile.Adesso posso descrivere questa esperienza con alcune parole, l’ho anchescritto in un libro: Lapsed Agnostic50. Lì ho seguito un filo rosso perraccontare la mia esperienza, soprattutto quella dell’alcol. È stata un’esperienzareale per me, ma è anche una metafora della libertà, perché tutte lecondizioni di questa idea di libertà, che mi ha sedotto, erano presenti nelrapporto con l’alcol. Quando sono arrivato quasi ai vent’anni ero moltotimido, inibito, ero incapace di interagire con gli altri, di conversare, diballare… non riuscivo; una sera sono entrato in un pub, ho bevuto unabirra e ho scoperto che mi ha cambiato totalmente: era come la parte chemancava di me stesso, come se quando a mia madre in ospedale hannodato me, il suo bambino, si fossero dimenticati di darle anche la bottigliache avrebbe reso completo il “pacchetto”; quando ho bevuto, infatti, mi50 J. Waters, Lapsed Agnostic. Da profugo a pellegrino, Marietti, Genova-Milano 2010.TESTIMONIANZA48TRACCEL’INESORABILE positività del realesono sentito completo, compiuto: potevo conversare, ballare, fare tutte lecose che prima mi erano impossibili. Era come mettere la benzina nellamoto. E questo è stato l’inizio di un senso di libertà, un nuovo senso dilibertà, che mi sembrava non avesse un costo e che fosse senza fine, qualcosache poteva andare avanti anche tutta la vita, se serviva. Ma la miaesperienza è stata diversa e ho scoperto che non era così.Se ascoltiamo come la cultura positivista descrive un tipo come me,come descrive questa esperienza, sembra renderla un problema esclusivamentemedico, una patologia, che c’entra solo con alcuni individui.Ma, in un certo senso, questa è la cosa strana del positivismo: è quasiidentico alla realtà, ma la oscura in tutto. Tu puoi guardare la stessa immagine,la stessa persona, e puoi vedere o la versione che ti è data daquella cultura (una persona, un cittadino, un lavoratore), oppure dietroquell’apparenza una persona creata. Le immagini sembrano aderirel’una all’altra. Nella nostra cultura uno nasconde l’altro ed è possibilevivere la propria vita e non rendersi conto che c’è un’immagine dietrol’apparenza che la cultura ci mette davanti. È così con tutte le cose che cicapitano. La nostra cultura le descrive in modo ridotto, e quindi il mioproblema, l’alcolismo, è chiamato così, e in un certo senso quella parolaè utile, se vuoi andare a farti curare, se vuoi seguire un programma… Sevolete seguire i programmi per gli alcolisti, queste sono cose importantiper tirarvi indietro dalla voragine.Ma c’è un’altra spiegazione, più profonda. Quello che è successo a meè che ho frainteso me stesso nella realtà, ho frainteso la mia umanità. Laseduzione di quella birra che mi aveva reso compiuto e mi faceva sentireme stesso, mi ha fatto, invece, sentire così in un modo falso. Adesso nonvoglio tediarvi con i miei “racconti di guerra”, ma una mattina mi sonosvegliato, non avevo i denti davanti e non mi ricordavo più niente. Dopomi hanno raccontato cos’era successo: ero andato a ballare, ero ai bordidella sala e ho cominciato a immaginare che fosse una piscina, mi sonotuffato nella “piscina” e ho perso i denti. Questo è un fraintendimentoradicale della realtà! Spesso mi dico: questa libertà, questa compiutezzache intuivo, all’inizio, quando bevevo, mi sembrava che mi arrivasse attraversola birra, che invece si spostava sempre più lontano, quindi avevobisogno di bere sempre più, ma non riuscivo ad arrivare a quel punto lì.49TRACCECosì sono arrivato al fondo di questo modo di vivere. Possiamo dire cheè stata una fortuna. Io la chiamo una benedizione; sono stato benedetto.Mi sono trovato al margine di una scogliera e ho trovato che c’eranoaltre persone che avevano percorso la mia stessa strada, che hanno cominciatoa parlarmi di ciò che vivevo anch’io, senza usare le stesse paroledella medicina e della patologia: usavano parole che per me non eranofamiliari, che non capivo. Mi dicevano: «Tu hai frainteso la tua natura,la tua struttura», ed io mi ripetevo: «No, no»; mi sembrava essere unacosa sconnessa, inconcepibile, irrilevante, che non c’entrava. La mia intuizione,poi, è stata: «Allora questa è una strada puritana, moralistica:mi sono divertito fino adesso, ho messo davanti il divertimento e adessodevo pagare». Pensavo così. Loro mi dicevano: «No, non è così. Tu haifrainteso il rapporto con la realtà, la natura del tuo essere, hai capito malela tua dipendenza nella realtà». Io vi sto raccontando questa mia storiain poco tempo, ma ci ho messo mesi, anni, c’è stato tanto dolore, dovevosempre tornare lì e fare domande, guardare l’esperienza che avevo fatto eche continuavo a fare.Un altro esempio: la preghiera. Io non pregavo da forse quindici anni,in nessun modo, non riuscivo a immaginare come, avendo disertato daCristo, avendolo lasciato di notte, potevo pregare. Come potevo? Sembravaun’ignominia, anche presuntuosa, che Lui avesse voluto rivedermidopo tutti questi anni. Quindi non dico che non riuscivo a pregare, mache non potevo pregare. Un giorno uno mi ha chiesto: «Ma tu preghi?»,ho risposto: «No, no, no», e lui mi ha detto: «Dai, prova!». Allora ho provatoa dire qualche parola… è stato un processo molto lento, con pocasoddisfazione, poi un giorno mi ha detto: «Ma forse dovresti pregare inginocchio». Io ho detto: «No, è impensabile»; era impossibile l’idea cheio da solo, con nessuno intorno, potessi mettermi in ginocchio; era unacosa fisicamente impossibile, le mie ginocchia si rifiutavano di piegarsi.Allora glielo ho detto e lui: «Ti capisco. Io ho già visto questa cosa». Emi ha detto: «Ho una soluzione. La mattina, quando ti metti le scarpe,prendi una scarpa e buttala sotto il letto e troverai che devi inginocchiartiper ritrovarla. Quando sei lì, in ginocchio, ricordati di pregare». Sembraassurdo, ma è stato ciò che era necessario per me. Quando Carrón parladel positivismo come un virus, è vero, è un virus e ti entra dentro il DNA,TESTIMONIANZA50TRACCEL’INESORABILE positività del realenei muscoli del tuo essere, non è una metafora astratta, è un fenomenoreale, che accade.Questo è stato l’inizio di un rapporto nuovo con la realtà, l’iniziodi uno scongelamento di me stesso. È come quando vuoi scongelare ilfrigorifero: devi togliere la presa e non succede nulla, non succede nulla,nulla, e poi senti crack, e poi niente, e poi, dopo tanto tempo, un altrocrack. Gradualmente, va avanti questo processo di accorgermi che inginocchiarminon è una cosa così terribile, che mi trovo più felice di esserein ginocchio, poi guardo la mia vita e la gente mi dice: «Adesso comeva?». Dico: «Va meglio. Va meglio». «Sai perché?». «No, non lo so perché,ma è meglio», e questo è evidente, è un’evidenza. La cultura del positivismonon permette che questo sia un’evidenza, ma è un’esperienza, eun’esperienza è un’evidenza. Anche se non capisco bene le ragioni, dicoche è un’evidenza. Non posso dire che la mia vita non migliori e questodeve c’entrare con qualcosa che è successo, con qualcosa che è cambiatoin me.Questo è stato l’inizio del mio viaggio di ritorno a me stesso, nonancora al cattolicesimo e neanche a Cristo, perché quella è una storia diversa,è un racconto più lungo, ma ci tornerò. Volevo raccontarvi questoper illustrare qualcosa della nostra cultura. È come l’idea che un’immaginedella realtà possa essere sovrimposta alla realtà vera e sembra aderirvi,sembra spiegare tutto, ma in verità penetra la nostra coscienza inmodo tale che quello che è vero davvero sembra inconcepibile, deve esserescartato, deve essere marginalizzato. Tutti noi possiamo capire quelloche Giussani ha detto. E noi siamo aperti al fatto che entriamo in unastanza, possiamo parlare con la gente che nega tutto questo ed entrarein rapporto con tutti. Quando Cristo dice a Pietro: «Prima che il gallocanti, tu mi rinnegherai tre volte», e Pietro gli dice: «No, no, no»51, questomi succede tutti i giorni. Sono cosciente di evadere il fatto di formularefrasi che comunicano agli altri quello che io so, ho paura di sembrareirrazionale. Vi faccio un esempio che c’entra con la mia esperienza, ma èuna faccenda pubblica.velenata dall’alcol ed è morta per aver bevuto troppo. Nella nostra culturala notizia ci è presentata da punti di vista diversi. Per esempio, dopoessersi curata dall’alcolismo si è ammazzata bevendo (questo è un titolodi giornale). Ma se volessimo dire la verità, dovremmo dire: «Amyè morta perché ha frainteso la sua natura». Questa è la mia intuizione,che viene dalla mia esperienza. L’ho guardata per anni, io penso che leifosse un genio, arrivava dalla tradizione di Billie Holiday, Ella Fitzgerald,la voce dell’umanità, una voce che esprimeva l’anima dell’umanità, eppureviveva una vita di cui la stampa parlava secondo un cliché, quellodel rock and roll: le rockstar bevono alcol, assumono droga… è tuttonormale. Perché dovrebbero stare insieme la droga e l’alcol? Perché unoche lavora sull’autobus o guida il treno dovrebbe bere di meno di unarockstar? Mentre la guardavo cantare io pensavo che lei era veramentefragile, eppure quando cantava aveva una potenza dentro, una potenzache sembrava non essere sua, lei sembrava essere soltanto il veicolo diquesta potenza, come il filamento dentro una lampadina, e quando c’èl’elettricità si accende, c’è la luce forte; sembrava che lei fosse così, comemolti artisti era così, ma mi sembrava anche che non capisse quello chele succedeva. Lei era al centro di questa potenza e non sapeva che cosa lesuccedeva, non sapeva dove era e cosa succedeva, e questo significa esseredestinata a una fine terribile, perché quando la luce viene spenta, nonpuoi venir via. Come per me l’alcol. L’intuizione di questa corrispondenzaè il motore dentro di me, lo scopo del mio desiderio; noi come esseriumani abbiamo questo scopo, questo desiderio dentro di noi, ma c’èsempre quest’altra possibilità: una persona con dei doni eccezionali, conquesta potenza e capacità, è stata distrutta, perché non ha capito quelloche aveva dentro di sé. Qualcuno doveva dirle: «Non ti preoccupare, ti stasuccedendo questo». Tutti noi che abbiamo ascoltato questa vicenda daimedia, abbiamo subìto in modo ridotto la tragedia di Amy, come se fosseinevitabile: è una star, quindi è naturale che beva, che prenda la droga…è normale. In un certo senso lo è, ma per un motivo diverso, e precisamenteperché noi descriviamo l’esperienza in questo modo ridotto piuttostoche domandarci: qual è la mia natura? Qual è il mio desiderio? Qualè lo scopo del mio desiderio? E che cosa testimonia la mia voce? Anche seio non lo conosco. Nella nostra cultura è qualcosa di cui abbiamo esempitutti i giorni. La cultura ci dà una lettura della realtà che sembra aderireai fatti, sembra spiegare tutto, ma invece lascia fuori tante cose. In questocaso, l’umanità della persona, cioè il fatto che sia morta quando non erasul palcoscenico. Lei faceva colazione la mattina, mangiava i toast, si èmessa da sola nel letto per l’ultima volta, è stata trovata dal conducentedella sua auto. C’è una storia umana dietro quello che noi ascoltiamo daimedia.Ci sono molti esempi di questo tipo nella nostra cultura, quasi tutto èun esempio di questo. Adesso parliamo della crisi finanziaria, abbiamo itermini tecnici, debito, proposte, diverse soluzioni, unione fiscale… e poic’è un’altra voce, che è la voce della sinistra che vuole distruggere tutto,tirarsi indietro, rifiutare tutto, dice che non dobbiamo pagare nulla, nondobbiamo pagare i nostri debiti. Quello che manca è una versione umanadelle cose, una versione che rifletta quello che succede da un puntodi vista umano. Se potessimo disegnare il debito dell’Italia e dell’Irlanda,non so quale sarebbe il più grande. Il debito è un’espressione del nostrodesiderio che è stato alterato e indirizzato nella direzione sbagliata.Abbiamo frainteso che cos’era il nostro desiderio. Qual è il debito? Èprendere in prestito qualcosa dalla generazione dopo di noi. Io voglio larisposta ora, però mi protendo nel futuro per tirarlo verso di me, comeho fatto io con un bicchiere di birra, come ha fatto la Winehouse con labottiglia di vodka vicino al letto, sono solo modalità diverse.Se io vado nella redazione di un giornale e parlo di questo come di unfraintendimento del desiderio, mi dicono: «Sei matto!», «Sei pazzo! Questareligione ti è andata alla testa!». Dobbiamo essere coscienti di quelloche succede nella nostra cultura: la versione falsa della realtà è quella chesembra la più ragionevole, razionale. Qualcosa ci è successo, il mondo ciha influenzato in modo tale che la natura di me stesso è la struttura chemi è imposta: per vivere e parlare all’interno della nostra cultura io devoescludere la versione vera, non posso parlarne, devo accettare in un certosenso l’immagine della mia condizione com’è definita dai medici. Questaidea mi terrorizza: la verità è inaccessibile in termini culturali. Questaidea mi terrorizza sia personalmente, che come genitore. Io devo lasciareche mia figlia, che ha quindici anni, entri in un mondo dove la verità èinaccessibile? È un pensiero che mi terrorizza. Per questo mi confortamolto vedere voi oggi, vedere la sincerità, il modo in cui vi comportate.Voglio dirlo in modo sincero: per me è un segno di speranza che quelloche Giussani mi offre, la sua intuizione, il modo in cui l’ha sviluppata,per la prima volta nella mia vita diventi la capacità di comprendere lanostra cultura, e anche l’antidoto, il metodo con cui possiamo vincerla.Il metodo è molto semplice, questa semplicità sciocca, ma è davvero semplice.È la prima pagina del decimo capitolo de Il senso religioso: «Supponetedi nascere, di uscire dal ventre di vostra madre all’età che avete inquesto momento, nel senso di sviluppo e di coscienza […]. Quale sarebbeil primo, l’assolutamente primo sentimento […]? Se io spalancassi perla prima volta gli occhi in questo istante uscendo dal seno di mia madre,io sarei dominato dalla meraviglia e dallo stupore delle cose come di una“presenza”. Sarei investito dal contraccolpo stupefatto di una presenzache viene espressa nel vocabolario corrente della parola “cosa”. Le cose!Che “cosa”! Il che è una versione concreta e, se volete, banale, della parola“essere”. L’essere: non come entità astratta, ma come presenza, presenzache non faccio io, che trovo, una presenza che mi si impone»52.Questa è la storia della mia vita, nel tempo tutto quello che mi è successomi ha portato fino al momento in cui ho trovato questo paragrafoe ho pensato: «Ah! È possibile venire fuori da questa cultura, vedere conocchi chiari, recuperare, riprenderci; è possibile tornare a essere bambino!». Il processo che ho descritto, l’implicazione che c’è al cuore diquesto racconto, andare via da Cristo, cercare la libertà, diventare adulto,tutto questo implica il fatto che ho lasciato indietro le cose da bambino,e questo è vero, ma la nostra cultura ci dice che è una cosa buona, èpositivo diventare più “realisti”, più “razionali”. Ma ciò che ho scopertonella mia vita è che è vero l’opposto: io sono diventato meno “realista”. Secredo che il luogo dove sto ballando è una piscina, non posso pensare diessere realista… Nel modo più estremo la cultura mi ha sviato, il virus miha influenzato fino al punto che io ho perso di vista me stesso. Ma questomi capita tutti i giorni. Il metodo, che Giussani suggerisce, di tornare almomento della nascita non lo applico una volta al mese, ma in un certosenso in tutti i momenti, io rinnovo me stesso in tutti i momenti, perchéanche la cultura è inesorabile nel suo tentativo di sviare la mia strada. IlPapa ha detto che l’uomo ha creato un bunker senza finestre e l’ha fattoper poterlo abitare e dire: «Io l’ho creato, questo bunker», ma è chiusoquesto bunker, ci chiude alla luce e ci chiude al comprendere noi stessi,diventiamo macchine, diventiamo meccanizzati e pensiamo che questosia il progresso.Un paio di mesi fa ho fatto un incontro sul poeta Patrick Kavanagh,che è simile a Leopardi, è un poeta che guarda la realtà e la penetra congrande profondità, in un modo molto religioso. Lui si diceva poeta cattolico,ma non intendeva dire che andava a messa o che aderiva alle regoledella fede, ma che quando lui guardava un albero, un fiore, vedeva unapresenza creata. Ogni parola della sua poesia riflette questo modo di pensare.Anche se lui è celebrato come poeta irlandese, l’unico dopo Yeats, hauna strana “reputazione”: puoi sentire discorsi su Kavanagh, ma nessunoparla del suo essere cattolico, del suo senso del mondo creato. Parlava delflash, che per lui voleva dire l’intrusione dell’Altro nella realtà. Quandosuccedeva, le parole diventavano poesia. Dunque, parlavo di questopoeta non in chiesa, non a un insieme di cattolici; c’erano molti laici, esentivo un disagio nel pubblico. Alla fine un signore è venuto a dirmi:«Io non sono venuto qui per una lezione sul cattolicesimo, sono venuto asentire di Patrick Kavanagh», e io ho detto: «Ma non mi sembra possibileparlarne senza parlare del suo essere cattolico». «Ma non ti rendi contoche l’uomo è andato sulla Luna?». E dopo queste parole, subito dopo, hocompreso in un istante, in un modo quasi impossibile da dire, ho riconosciutoche questa frase esemplificava il positivismo di cui parlano ilPapa e Giussani. Quest’uomo sembrava dire: «Abbiamo lasciato indietrotutto questo perché abbiamo fatto dei progressi, stiamo scoprendo tutto,siamo quasi arrivati, siamo stati anche sulla Luna, capiamo quasi tutto,c’è poco da raggiungere ancora, e sappiamo già che tutto questo è un nonsenso». Io gli ho domandato: «Ma tu sei stato sulla Luna?». E lui ha detto:«No». «Conosci qualcuno che è stato sulla Luna?». «No». «E quindi chedifferenza fa per te se un altro è stato sulla Luna? Come ti cambia questofatto? Perché ti sembra che questa scoperta sia tua? Che cosa vuol dire perte?». Non ha capito quello che intendevo, e al momento non sapevo neancheio bene che cosa volessi dire, ma mi sembra che c’entri con quelloche noi sappiamo di noi stessi, della nostra condizione. Ci vengono datesempre informazioni sul progresso dell’uomo, e la seduzione sta nel fattoche ogni cosa indicherebbe che l’onniscienza è dietro l’angolo, che siamoquasi arrivati, che dobbiamo solo accumulare alcune cose, poi capiamotutto e l’uomo diventa il maestro di se stesso. Io non mi fido di questo!Non volevo minimizzare i risultati a cui l’uomo è arrivato, la scienza èuna cosa meravigliosa, il sapere è una cosa fantastica, e io sono convintoche non ci sia conoscenza che possa minare quello che io credo, ma dire:«L’uomo è stato sulla Luna» che cosa significa nella vastità dell’universo?È un risultato meraviglioso visto da qui, ma dal punto più lontanodell’universo che cosa vuol dire? Immaginate che un bambino che noncammini ancora sia qui per terra, sotto il palcoscenico, a gattonare. Immaginateche il bambino arrivi qui, vicino a me, sul palcoscenico. Questoè un risultato più grande del fatto che l’uomo vada sulla Luna, intermini reali. Non minimizza il risultato, ma dà un’altra prospettiva allacosa. Quello che manca, in questa idea di onnipotenza di cui si parla e sichiacchiera, è una prospettiva, la prospettiva cui si può arrivare soltantoin ginocchio. Solo in questo modo noi vediamo l’universo nella sua prospettivagiusta.Una delle cose che mi è stata detta quando ero sull’orlo del baratro,per descrivere la mia condizione, è che io avevo tolto Dio dal Suo trono,avevo visto il trono vuoto e mi ero seduto. Lì ho scoperto, avendo detronizzatoDio, avendo tolto Dio dalla mia esistenza, che avevo la responsabilitàdi Dio nella mia vita e non avevo il Suo potere, la Sua potenza;questo ha amplificato le paure dentro di me. Quindi, il processo che hacominciato tutto questo, la ricerca della libertà attraverso l’alcol, ha fattosì che per estinguere le mie paure dovevo bere sempre di più, e quindiil ciclo accelerava in modo esponenziale, finché sono arrivato sull’orlodell’abisso.Io vi offro questo, una storia breve dei miei sbagli e la gioia di viverenel vederli per quello che sono davvero, la gioia di poter leggere questolibro di Giussani. È un libro strano, molto difficile, eppure non puoi direche ci sia molto che non sapevi in qualche modo, che in qualche modonon era già familiare. Ciò che di nuovo c’è è il risvegliarsi, leggendolo,delle intuizioni che avevi dentro di te. È il lavoro di un genio, è il libro piùradicale che io abbia mai letto, perché descrive me, la condizione in cuivivo, le tendenze che ho, e poi mi offre la via per tornare. Grazie.Carrón: Sentendo John si capisce bene perché don Giussani insisteche il problema della vita è un problema di conoscenza, perché quelloche veramente è in discussione – come abbiamo visto oggi – è la naturadell’io. Quello che la nostra cultura ha frainteso è la nostra umanità,pensando che sia un problema di malattia, o un problema di altra natura;avere frainteso qual è il vero rapporto con la realtà e trovare uno comeJohn che ci aiuta a capire questo è veramente una grazia, perché ci rendeconsapevoli di qual è la portata della strada che stiamo facendo insieme.Lui ci ha testimoniato che se noi non capiamo questo, non capiremonoi stessi e ci esporremo a sbagliare di nuovo. Per questo si capisce beneperché Il senso religioso è un libro che gli fa compagnia. Io l’ho visto portarloin televisione o alla radio, quando è chiamato a fare un’intervista,perché – come ci ha detto: non lo legge una volta ogni tanto, lo rileggesempre – gli fa compagnia, che è diverso dal leggerlo come se fosse undovere: è la possibilità di capire se stesso, perciò dice che è il libro piùradicale che abbia mai letto. Per questo lo ringraziamo, perché abbiamovisto in lui che cosa vuol dire rendere nuovo se stesso, ritornare a se stesso,avendo davanti una storia, un cammino, una persona che ha già fattoquesta strada. Grazie!Mi domandavano questa mattina che cosa volessi dire affermandoche la realtà è positiva. Basterebbe rileggere insieme i canti che abbiamoappena fatto per incominciare a capire, perché nella semplicità dei cantisi dice tutto. Adesso in Romaria dicevamo: «È di sogno e polvere il destinodi un uomo solo come me, perso nei miei pensieri, sul mio cavallo.È un destino di lazzo e nodo, di poveri calzoni da festa e gilet, di questavita sofferta in solitudine. […] Mio padre era un “peão”, mia madre erala solitudine, i miei fratelli si sono dispersi cercando l’avventura. Sonodivorziato, ho giocato, ho investito, poi ho abbandonato. Se esiste lafortuna, non lo so, non l’ho mai vista»53.Se la vita è ciò a cui tutta la cultura ci spinge, dove tutto è ridotto aquello che si tocca e si vede, allora capisco che si possa dire: «Se esiste lafortuna non l’ho mai vista». Infatti, se tutto è ridotto a “giocare”, a “investire”,e poi, siccome questo non riesce a rispondere, ad “abbandonare”,come può uno dire che la realtà è positiva? Se vince questo positivismoa cui si riferiva ieri John Waters, se questa è la vita, allora uno finisceper abbandonare tutto, perché tutto è soffocante. Se tutto finisce nelnulla, se suscita un interesse che poi mi abbandona, che cos’è la vita? Ildolore, il male, la morte, sono queste, allora, le ultime parole? La nostracultura fatica, noi, che siamo immersi in questa cultura fino al midollo,fatichiamo a comprendere, perché parlare della realtà è parlare dellarealtà ridotta ad apparenza. Il problema, amici, è che tante volte noici accontentiamo di questo e non sentiamo l’urgenza di qualcosa d’altro,tranne in certi momenti, nei quali, quasi per miracolo, si apre unosquarcio in questo positivismo soffocante, perché non ce la facciamopiù. È come se noi non avessimo bisogno del Tu, come se non avessimobisogno di andare oltre l’apparenza. Ma tutto ciò che c’è Chi lo ha fatto?Chi lo fa ora? Noi, uomini del nostro tempo, siamo così immorali che,come diceva don Giussani, ultimamente restiamo nell’apparenza, checi porta poi a soffocare; noi non sentiamo l’urgenza e poi soffochiamonel reale. La realtà ci sembra positiva soltanto quando è piacevole, ma– come dicevo ieri nell’esempio delle cartoline natalizie – l’esperienzaci dice che la cartolina ci interessa veramente per il tu, anche se è piùmodesta. Il reale è interessante per il Tu; perciò l’unica questione dellavita è che questo Tu, che la rende positiva (altrimenti tutto finirebbe nelnulla), diventi familiare. Ogni mattina si ripropone lo stesso drammaper ciascuno di noi: «Al mattino / la mia anfora è vuota alla fonte / […]Uno è l’alveo del mio desiderio: ch’io ti veda [che io possa vedere questoTu, come per il bambino il tu della mamma], ed è questo il mattino»54.Affermare la positività della vita non significa che la vita non riservidelle sofferenze, che non ci sia il male, che non ci sia la morte. Il problema,ragazzi, è un altro, il problema è: ma questo male, questo peccato,questa morte sono l’ultima parola sulla vita? Occorre rispondere a questadomanda: ciò che c’è dietro a questa affermazione (la positività, lainesorabile positività del reale), ciò che è in gioco è se l’ultima paroladella vita, lo scopo per cui siamo stati fatti, è il nulla o il positivo, ilbene che vince sul nulla. La lotta è proprio contro il nichilismo, perciòabbiamo toccato un tasto che interessa tutti, soprattutto quando la vitaurge e quando vediamo morire i nostri amici. Ma, l’ultima parola sullavita di Bizzo è la morte? Siete sicuri? Potete mettere la mano sul fuoco?È a questo che dovete rispondere: Chi fa la vita adesso, quella di ciascunodi noi? Ve la date voi, ce la diamo da noi stessi? C’è o non c’è? E sec’è, almeno come categoria della possibilità, Chi ce la dà ora non ce lapuò dare per sempre? La categoria della possibilità apre uno squarcio inmezzo al muro del nostro scetticismo.Se, addirittura, noi abbiamo incominciato a toccare con mano, perl’incontro che abbiamo fatto, che la vita può diventare appassionante,molto più di quanto pensavamo prima, che può riempirsi di significato,allora quella possibilità incomincia a diventare certezza che non tuttodecade, che non tutto finisce nel nulla, che abbiamo incominciato a fareun’esperienza del vivere veramente desiderabile, che prima non pensa-vamo potesse esserci fino a questo punto: interessante, gustosa (comedice una di voi). E allora che cosa accade? «Iniziando a fare esperienzadi questo, mi accorgo che desidero sempre più: con questa apertura,sotto il Suo sguardo, la vita è talmente tanto interessante e gustosa chenon voglio vivere più per meno di questo». Questo se lo inventa, se losogna, o è un’esperienza presente, in cui incomincia a toccare con manoche quella vita può diventare sempre più vita per qualcosa che accade?E per questo uno desidera sempre di più: «Quindi ti chiedo un aiuto:come si può dilatare questa apertura?». Perché alla nostra amica vieneil desiderio di dilatare questa apertura? Che cosa ha intravisto in questaapertura? Solleva la domanda per complicarsi la vita o per non perderequello che ha già incominciato a sperimentare? «Come questa tensionedi vita può permanere? Come questo nuovo uso della ragione può diventareuna costante e non più una rarità o un’eccezione passeggera?».E allora la domanda urge.O come dice quest’altra lettera: «Vedo la sproporzione totale traquesta coscienza di me come creatura, cui il mio cuore anela, e unaconcezione di me ridotta. Volevo chiederti: come questa coscienza,emersa così chiara in questi giorni [vivendo la morte di Bizzo], puòdiventare stabile, radicata in me? Vedo che si offusca in me facilmente,viene coperta da mille preoccupazioni. Così il fatto di vivere non è piùuna provocazione, ma una preoccupazione». Ha proprio ragione Gesù,quando dice che noi ci preoccupiamo come i pagani per la nostra mancanzadi certezza: invece di essere provocati a riscoprirLo sempre di più,diventiamo sempre più preoccupati. Chi può rispondere a questo? Checosa può far diventare chiara questa coscienza, che in certi momenti,come dicevamo ieri nell’assemblea, si apre per un dolore, come nel casodella morte di un amico? Rispondevo alla domanda nell’assemblea cheabbiamo fatto a Scienze dopo la morte di Bizzo (potete rileggerlo poisu Tracce di dicembre). «Una ragione capace di riconoscere il reale intutta la sua profondità nasce e si realizza nell’avvenimento cristiano»55,avevamo detto alla Giornata d’inizio anno. Noi partecipiamo a questoavvenimento nella comunità cristiana, perciò possiamo educarci aquesta capacità di riconoscimento e farla diventare stabile solo se viviamonella comunità cristiana. Una comunità cristiana è una comunitàche costantemente ci sfida e permette che accadano dei fatti capaci dieducarci in continuazione, perché neanche un evento doloroso come lamorte riesce a mantenere aperta la ferita: noi, poco dopo, decadiamo.Da qui sorge la domanda, l’abbiamo sentito, nella Giornata d’inizioanno, nella lettera di quel ragazzo di Roma: quando era all’ospedaletutto sembrava nuovo, niente era più scontato, ma, una settimana dopoessere uscito, tutto era ritornato a essere di nuovo piatto. Neanche unaferita come quella permane aperta. Ma se neanche un evento molto dolorosoè capace di aprirci definitivamente, che cosa sostiene la nostrasperanza di non decadere dopo un po’, di non abituarsi di nuovo altrantran?Allora si incomincia a capire che cosa ha introdotto Cristo nella vitae che cosa permane nella comunità cristiana. Ciascuno pensi a se stesso:ognuno di voi, se non fosse qui, dove sarebbe? Che apertura avrebbe allavita? Se la comunità cristiana è la realtà che ci apre costantemente allapossibilità di non restare nell’apparenza, se ci fa vivere tutto in questomodo, qual è il suo valore? Come può un gruppo di uomini, poveraccie pieni di limiti come noi siamo, come ognuno di noi sa di essere,se è minimamente cosciente, dare un contributo così decisivo a vivereil reale con verità? Siamo bravi? Non abbiamo limiti? Non sbagliamo?Sappiamo tutti di essere pieni di limiti fino al collo, ma, malgrado tuttii nostri limiti, non possiamo non riconoscere che, stando insieme,abbiamo uno slancio che non dipende da noi e non ha paragoni, abbiamoun desiderio vivo, ci si riapre sempre la ferita, una tensione chela vita diventi interessante e gustosa. «Non voglio vivere più per menodi questo»: almeno in qualche istante del nostro stare insieme questo èapparso. Allora capiamo che quello che dicevamo ieri rimane, permane,oggi, tra di noi: «Solo il divino può “salvare” l’uomo, cioè le dimensionivere ed essenziali dell’umana figura»56. E allora riconosciamo il valoredella comunità cristiana: se tra noi che siamo, come dice san Paolo, vasidi creta, pieni di limiti, accade questa novità, vuole dire che in questivasi di creta che siamo c’è la forza di un Altro, c’è una forza che vienedall’alto, c’è qualcosa di divino nell’umano della nostra fragilità57.Noi vediamo che Lui è all’opera in mezzo a noi, e questo incominciaa farci gustare la positività della vita, la positività della realtà. La realtàè positiva perché c’è Lui, perché c’è Lui all’opera in mezzo a noi. Incominciamoa toccare con mano che cosa sia la realtà quando noi Lovediamo all’opera, non perché siamo bravi, ma perché accettiamo di essereall’interno di un luogo dove Lui ci fa capire, sperimentare, gustareChi è e, quindi, che cos’è la vita, che cosa può essere la vita.Questo è reale oppure no? È reale il fatto che, senza negare nientedi tutta la nostra distrazione, di tutto il nostro male, di tutte le nostrestupidaggini, abbiamo incominciato a gustare questo, o è un sogno? Ilnostro amico cinese che ci segue ha percepito qualcosa o è anche lui unvisionario? È un visionario o c’è qualcosa nella realtà che è così positivoper lui, così desiderabile, che non vuole perdere niente, e ogni volta siincolla di più, sono manate di colla, come per Giovanni e Andrea?Noi pensavamo di sapere già che cosa fosse il cristianesimo. Ma,come raccontava ieri la nostra amica parlandoci del ragazzo cinese, è unaltro – che non sapeva neppure chi fosse Cristo – a dirci quale interesseha Cristo, qual è la Sua positività e quale positività introduce nella vita.Non c’è niente di nuovo in questo, perché è ciò che è descritto nel Vangelo.La donna cananea, che mendicava le briciole dei cagnolini, capivadi più di tanti in Israele, e per questo Gesù diceva agli israeliti del tempo:«Attenzione, perché voi, anche se siete stati scelti, potete rimanerefuori, e gli altri entrare al banchetto». Noi che abbiamo ricevuto per primil’annuncio cristiano, se non capiamo, se non abbiamo la semplicitàche ci testimonia, per esempio, il nostro amico cinese, possiamo rimanerefuori, con le nostre disquisizioni, con le nostre teorie, con il nostronichilismo, con tutti i nostri pensieri, perché pensiamo di essere piùintelligenti degli altri, come vediamo che sta succedendo dappertutto inOccidente. Il fatto che, neanche quando ce l’abbiamo davanti, quasi Loriconosciamo è un segno di intelligenza o esattamente il contrario? Ciòche l’amico cinese vede è una realtà? E qual è l’origine di questa realtà?È Uno reale, presente, che rende tutto positivo, non è qualcosa divirtuale, ma qualcosa che si può toccare. Come scriveva la nostra amica,il ragazzo cinese non si ferma a quello che noi siamo, ma va oltre, perchéquello che gli interessa è ciò che noi portiamo. L’origine deve esserereale, per questo nella nostra comunità cristiana noi siamo chiamati avivere la stessa esperienza del nostro amico. E affinché questo diventisempre più nostro, e noi, che siamo stati chiamati per primi, possiamoresistere, don Giussani ci dice: «Una fede che non potesse essere repertae trovata nell’esperienza presente, confermata da essa, utile a risponderealle sue esigenze, non sarebbe stata una fede in grado di resistere in unmondo dove tutto, tutto, diceva e dice l’opposto»58. Guardate, ragazzi,che la fede o è un’esperienza presente, in cui io trovo la conferma, vivendo,di come sia desiderabile, interessante e gustosa, oppure non potràresistere in un mondo in cui tutto dice l’opposto.E qui dobbiamo veramente aiutarci. Mi ha colpito moltissimo la letterache ha lasciato scritta il nostro amico Marco Gallo, il ragazzo diMonza che è morto quasi contemporaneamente a Bizzo. Ascoltate checosa dice: «Sono Marco Gallo, un ragazzo monzese di 17 anni. Ieri, andandoin pellegrinaggio alla beatificazione di Giovanni Paolo II, è comese fosse nato in me un prepotente desiderio di conoscerlo. Ho cercatodi capire chi era, e sono rimasto profondamente colpito da queste sueparole: “Non abbiate paura! Aprite, anzi, spalancate le porte a Cristo!Alla sua salvatrice potestà aprite i confini degli Stati, i sistemi economicicome quelli politici, i vasti campi di cultura, di civiltà, di sviluppo.Non abbiate paura!” [cita tutto questo brano del Papa] “Cristo sa “cosaè dentro l’uomo”. Solo Lui lo sa! Oggi così spesso l’uomo non sa cosa siporta dentro, nel profondo del suo animo, del suo cuore. Così spesso èincerto del senso della sua vita su questa terra. È invaso dal dubbio che sitramuta in disperazione. Permettete quindi – vi prego [finisce il Papa],vi imploro con umiltà e con fiducia – permettete a Cristo di parlareall’uomo. Solo lui ha parole di vita, sì!, di vita eterna”». E commenta: «Ècome se, finalmente, qualcuno mi abbia capito». Sono rimasto di sasso!«Qualcuno mi abbia capito…»: questo è ciò che lui stava desiderando.E che cosa vuole dire capire? Ce lo spiega la riga dopo: «Una comprensioneche va oltre quella degli amici e delle persone che ho incontrato».Mi ha colpito perché noi tante volte diciamo: «Ma che cos’è il concreto eche cosa è l’astratto?». È impressionante che attraverso uno che è morto(Giovanni Paolo II) gli sia venuta la curiosità, andando alla beatificazione,di conoscerlo, e rileggendo delle parole (quelle che ho citato) luitrova che finalmente qualcuno lo ha capito. Possiamo avere tra di noitante persone che si agitano, che sono apparentemente più concrete,eppure non ci capiscono.Per questo comprendo veramente quello che uno di voi mi scrive:«Avverto oggi con più coscienza, per il cammino fatto, che è sempre inagguato un rischio (che non ci permette di dare per scontato nulla: ilnostro stare insieme può sempre essere vissuto come una compagniabella, affascinante, ricca di iniziativa [come diceva Marco dei suoi amici],ma non realmente e totalmente umana. [Può essere] uno stare insiemeche diventa “compagnoneria”: si può essere complici, nascondendoo mettendo da parte il dramma del vivere [per questo uno come Marco,che aveva questo dramma, non si sentiva capito: ha dovuto leggere unoche non nascondeva il dramma per sentirsi capito]. Pur conoscendo il“discorso” su Cristo, pur vivendo tante esperienze belle e appassionanti,Egli può non diventare “il punto di riferimento centrale nel mododi pensare e di agire, nelle scelte fondamentali della vita” [come ha ricordatodue settimane fa Benedetto XVI]. Quando è così [lui è moltopreoccupato vedendo gli amici che sono usciti dal CLU], appena unoesce dal CLU [e non è più nell’ovile con tutti quanti insieme] e si trovaa vivere in situazioni di difficoltà o di solitudine, le certezze ripetute edichiarate tante volte si sciolgono come neve al sole».Per questo, se il nostro stare insieme non è un’esperienza vissuta,durante il tempo che stiamo insieme nel CLU, nella quale verifichiamol’incontro fatto, non potremo resistere. Già è difficile resistere neltempo del CLU, immaginatevi dopo… La vita urge, ragazzi, allora dobbiamochiarirci subito, per non avere degli amici che non ci capiscanoe per non stare insieme, come il nostro amico scriveva, in un modo chediventa “compagnoneria”.talmente umana. E, per aiutarci a capire che cos’è la compagnia, diceva:«L’ideale dell’uomo è dal di dentro dell’uomo. Qualsiasi ideale che nonscaturisca dall’uomo stesso [dalla sua esperienza elementare, dalla suaesigenza di verità, di bellezza, di giustizia] lo aliena. […] Ricercandol’ideale, l’uomo diventa sempre più se stesso […]. L’ideale dell’uomoscaturisce nell’uomo stesso, costituendone l’essenza»59. Per Giussani ilpunto di partenza per aiutarci a capire è una lealtà con il nostro essereuomini, con l’esigenza che ci troviamo addosso di bellezza, di giustizia,di compimento e di felicità. Questo è l’ideale: e a partire da qui uno,poi, riconosce i compagni con cui camminare verso lo stesso destino; lacompagnia è per l’uomo. «Se la compagnia è per l’uomo, essa è un fenomenodi rapporti tra uomini che si aiutano ad andare al destino, all’ideale.L’equivoco sta nell’invertire la questione, facendo della compagniail termine dominatore, l’orizzonte dominatore, la forma dominatricedell’uomo, così che di essa l’uomo diviene schiavo. Invece che essere lacompagnia per l’uomo, è l’uomo per la compagnia»60.«L’equivoco, perciò, sta in questo: la compagnia può diventare iltradimento totale dell’io, invece che essere il cammino che l’io compieverso il destino, l’aiuto che è dato all’uomo per camminare versoil destino»61. Il punto non è fare fuori la compagnia, ma se essa è unacompagnia per l’uomo, per aiutare l’uomo a raggiungere il destino, lapienezza, perché altrimenti smetterà di essere interessante. «Una compagniache è per l’uomo, e quindi è lo strumento che lo accompagna alsuo destino, è una compagnia costruita dall’uomo»62. Per questo primadecidiamo nella «recondita partenza»63 qual è il nostro ideale e poi scegliamogli amici. Vedete che è il contrario di quello che spesso pensiamo?!Prima decidiamo noi dove vogliamo andare, poi scegliamo chidecide di andare dove andiamo noi. Per questo il Signore ha messo nellacompagnia alcuni che sono come profeti, chiama dentro la compagniaalcuni che sono chiamati a gridare davanti a tutti qual è il significato delvivere. Dà la vocazione alla verginità ad alcuni, perché gridino a tutti ilsenso e il significato del vivere. Li sceglie, chiamandoli per nome, permetterli davanti a tutti noi come profeti che ci dicano, con il loro mododi vivere, per che cosa noi siamo stati fatti, in modo tale che, guardandoloro, possiamo avere la luce in mezzo al buio: guarda, questo è vivere,per questo vale la pena vivere!Per spiegare che cos’è la verginità, don Giussani dice: «La verginitàè il capovolgimento, è la rivoluzione del rapporto solito [così ci aiuta acapire qual è la verità del nostro rapporto. E qual è il rapporto solito?].Il rapporto solito è “attraverso” il reale creato, sé o il mondo, e arriva alrapporto con Dio come conseguenza. La verginità [invece] capovolge,rivoluziona questo rapporto […]: il primum, il preponderante […] èCristo in me»64�, che prende così tanto l’uomo, che lo affascina così tanto,che lo chiama così tanto a un rapporto con Sé, che attraverso questapienezza entra in rapporto libero, gratuito, con tutto, di cui quello chedicevo ieri era come lo spunto: tutti possiamo capire – dicevo – che cos’èaccaduto la prima volta che hai conosciuto la tua ragazza, o il tuo ragazzo,e quel rapporto, assolutamente unico, verginale e gratuito, ha avutoun’intensità più grande di qualsiasi momento successivo. Il Mistero, perfarci capire qual è la verità del rapporto che hai con la morosa o con ilmoroso, chiama qualcuno a essere profeta della verità del rapporto, diquello che anche a te piacerebbe vivere con la tua morosa o con il tuomoroso. E, invece di fare una lezione, lo fa accadere, chiama qualcunoe lo mette davanti a tutti per dire: «Ragazzi, questo è vivere», perché ilsignificato della compagnia, del nostro stare insieme, non venga perso.Come riconoscere, allora, una vera compagnia? Una compagnia èvera quando mi introduce a un’esperienza in cui io posso imparare ausare la ragione. Ascoltate due testi di don Giussani che ci spiegano illavoro da fare, sul quale ieri domandavate un aiuto. Il primo è questo:«Il problema de Il senso religioso è proprio quello di aiutarci a capireche l’orizzonte umano non si esaurisce in quello che si vede e si tocca.[Stiamo cercando di capire che l’orizzonte umano non si esaurisce inquello che si vede e si tocca, che è soltanto l’apparenza. Ma come possocapire che tutto non finisce in quello che si vede e si tocca?] Allora ècome un esercizio: è esercitando la ragione in funzione della fede [cioè,del riconoscimento di quello che non si vede e non si tocca] – la fedecome grazia che fa fiorire la ragione – [è proprio l’avvenimento del cristianesimo,infatti, che fa fiorire la ragione], è esercitando la propriavita razionale che, più o meno lentamente, il “come se Dio non ci fosse”diventa il Dio che si vede, il Dio che si sente, il Dio che diventa amico»65.Don Giussani ci invita e ci offre un cammino da fare usando la ragione,brandendo la ragione. Perché, se tu ti riduci a quello che senti, allo statod’animo, sei finito e soffochi; ma anche lì tu puoi usare la ragione e nonridurti a quello che in quel momento ti soffoca. A noi questo sembrauna complicazione, ma Giussani ci offre una strada: possiamo seguirlaper uscire da questo positivismo soffocante, per aprire le finestre e usarela ragione secondo la sua vera natura. Come? Esercitando la propriavita razionale. E allora quello che definiamo vivere «come se Dio non cifosse», come atei, diventa il Dio che si vede, che si tocca e che si sente.Possiamo decidere.Il secondo testo descrive una compagnia capace di farci superare lafrattura tra il riconoscimento e l’affezione, l’altro grande tema. «Il nessotra riconoscimento e affezione è l’ultima trincea della battaglia. Che ilriconoscimento che Dio c’è [che è quello che opera la ragione] diventistabile, abbia una certa stabilità, è sufficientemente facile con il tempoche passa. La cosa più difficile è che [guardate come lo dice, è bellissimo!],da questo Dio che c’è, che quasi si vede [quando uno usa bene laragione], si passi all’affezione a esso. [Questo è il passaggio: che quelDio che noi riconosciamo diventi sempre più familiare, tanto da affezionarcia Lui]. Questa mancanza di affezione è superata dall’ulteriorematurità: è il tempo che fa, se si è impostati bene, vale a dire se si sa cos’èla ragione, se ci si stupisce bene, se ci si accorge bene di che cos’è la fede,[…] della spinta che c’è dentro ogni cosa: [perché] ogni cosa è segno[e allora pian piano si arriva a questa affezione]. Se ci si accorge, se sicomincia a intravedere la grande presenza [ma non come una questionesentimentale: uno incomincia a guardare le cose reali, come nell’esempiodella cartolina, e attraverso la cartolina incomincia a intravedere iltu. E se uno si abitua a guardare il reale come il primo richiamo del Tu,come la modalità attraverso cui il Tu si rende presente], allora il tempoche passa fa diventare questa presenza continua e fa diventare questacontinua presenza sempre più facilmente l’oggetto dell’affezione, cheattraversa, che è dentro la faccia della donna che ami e che è dentrola faccia delle montagne che vedi. Ci vuole il tempo, ma prima ancoraoccorre essere impostati bene»66. Soltanto se noi incominciamo a farequesta strada che stiamo percorrendo insieme, per cui non ci fermiamopiù all’apparenza, ma sempre più usiamo la ragione secondo la suanatura fino al Tu, come descrive il capitolo decimo de Il senso religioso,saremo sempre più affezionati a questo Tu. Senza affezionarci semprepiù a questo Tu, senza il riconoscimento che diventa affezione, senzauna ragione che diventa amorosa, noi non potremo sapere fino in fondoche cosa è la positività del reale, perché la positività del reale è Lui.Ma questo avviene nel tempo che passa, senza misurare e senza scandalizzarcidi niente. La nostra non è altro che una tensione e, se uno hala pazienza nel tempo che passa, la positività del reale diventerà semprepiù sua, sempre più nostra, fino al punto che non ci accontenteremo piùdi meno di questo.Perciò, qual è la verifica ultima che una compagnia è vera? Se ci introducealla preghiera, secondo un concetto di preghiera non soltantopietistico, ma vero, perché la preghiera è coscienza ultima di sé, coscienzadi dipendenza costitutiva, e rappresenta il tessuto del sentimento disé che aveva Cristo. Lui era sempre in rapporto con il Padre ed è entratonella storia per testimoniarci questo: «In verità vi dico, il Figlio da sé nonpuò fare nulla se non ciò che vede fare dal Padre»67. Cristo, entrandonella storia, ci ha testimoniato il rapporto con il Padre che lo costituisce:questa è la vita vera dell’uomo. Per questo nella preghiera, vissuta così,risorge e prende consistenza l’esistenza umana, perché accorgersi dellapropria originale dipendenza non significa semplicemente prendere coscienzadi un passato (quando siamo nati), del gesto che ci ha creati; ladipendenza dell’uomo, al contrario, è continua, di ogni istante, di ognisfumatura del nostro agire. Ogni frammento della nostra esistenza hanel mistero dell’Essere la sua totale origine. Dio è il vero nostro padre, cista generando ora; ma noi possiamo vivere come figli, con la coscienzadi avere un padre, o come orfani. Più ancora, noi possiamo dire di avereun padre che ci genera ora e, tante volte, vivere come orfani. Quantevolte diciamo di essere da soli? È soltanto il prendere coscienza di Lui,di nostro Padre, che elimina per sempre la solitudine, perché l’esistenzasi realizza sostanzialmente come dialogo con la grande Presenza che lacostituisce, con questo Compagno indivisibile da noi.«La compagnia – dice don Giussani – è nell’io»68. Perché la compagniaè nell’io? Perché io, se prendo coscienza di me fino in fondo ora,non posso non riconoscere la sorgente di cui sono il fiotto: io sono Tuche mi fai ora. Ogni amicizia umana è soltanto riverbero dell’originalestruttura dell’essere. Allora la preghiera non è un gesto a parte, è ladimensione di ogni azione, di ogni istante, questa coscienza di un Altroche mi fa, è la dimensione di qualsiasi cosa. Ma, attenzione, se è ladimensione di ogni cosa, perché devo fare un atto di preghiera, perchéin certi momenti devo pregare? Guardate che cosa dice don Giussani:«L’atto di preghiera sarà necessario per allenarci a tale coscienza di ogniazione»69. Se noi non ci fermassimo in qualche momento per “allenarci”,sappiamo tutti che vivremmo ogni azione nella distrazione. È per allenarcia questo che occorre pregare con questa consapevolezza.«L’espressione compiuta della preghiera è di essere domanda. […]L’evidente dipendenza ultima e totale esistenzialmente non può che tradursiin domanda. Colui che ci fa, ci fa vita: l’accorgersi di Colui che cifa, coincide con la domanda che ci faccia vita. Noi siamo fatti come simpatiae sete di vita. Se la grande consapevolezza […] non si traduce indomanda [domanda di questa vita], non è vera consapevolezza». Questaè la nostra speranza, e «la preghiera è soltanto domandare, domandareprendendo spunto da qualsiasi cosa»70. È vedendo come Gesù rispondealla nostra domanda, vedendo quale vita ci comunica, restando sorpresie stupiti di quanto Lui ci fa essere di più, che possiamo finalmente capirela inesorabile positività del reale, non come una frase da ripetere,ma come un’esperienza da vivere con lo stupore di Colui che riempie divita la vita e che neanche la morte, o la sofferenza, o il buio, può sconfiggere.Se resta soltanto una frase, l’inesorabile positività del reale, puòessere mandata in crisi dal primo cambiamento d’animo: immaginatecosa accade di fronte alla morte o alla sofferenza! È soltanto questa vita,questa sovrabbondanza di vita, che noi non potevamo neanche sognarci,che Cristo ha portato nella storia – «Sono venuto perché abbiano lavita e l’abbiano in abbondanza»71�–, che può convincerci della positivitàinesorabile del reale, del fatto che niente può minacciarla, che nientepuò sconfiggerla, che sempre è possibile riconoscere la Sua vittoria sulnulla, sulla sofferenza o sulla morte. Ma questo significato viene rivelatosoltanto a chi, accettando di partecipare, nella compagnia cristiana,della presenza di Cristo, partecipa di quella esperienza dove uno ricevela vita per sempre. Noi non siamo un club che organizza eventi, vacanzeo iniziative. Noi siamo quel luogo che Cristo genera costantemente conla Sua presenza che ci riempie di vita. Questo è ciò che ciascuno di noideve aver intravisto per il fatto stesso di essere qui; se non l’avessimointravisto, nessuno di noi ci sarebbe. È la nostra stessa presenza qui chedocumenta, che grida che la Sua presenza è sperimentabile. Noi siamoinsieme perché questa esperienza diventi sempre più nostra, più grande,e prenda il sopravvento su tutto e su tutti.
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