giovedì 2 aprile 2009

IL MIRACOLO NELLA QUETE DEI CAMPI

Ars è il più normale dei piccoli paesi del mondo. Eppure ancora oggi ogni anno arrivano qui 400 mila pellegrini. Tutto, nel borgo di san Giovanni Vianney, racconta di uno “straordinario” invisibile, sepolto nelle cose quotidiane


di Marina Corradi
Giovanni Maria Vianney, il curato d’Ars, verrà proclamato quest’anno dal Papa patrono di tutti i sacerdoti. Nato tre anni prima della Rivoluzione, figlio di contadini, comunicato in un granaio da un prete clandestino, il curato d’Ars oggi sembra una sfida: nel parroco di campagna che confessava quindici ore al giorno, il simbolo di un sacerdozio povero e audace.



Ma se oggi vai nell’Ain, a nord di Lione, fatichi a trovare l’indicazione di Ars. Centocinquanta anni dopo la morte del suo curato, Ars è rimasta piccola, milleduecento abitanti e un tabaccaio e due bar davanti alla chiesa. Appena oltre la piazza è già campagna: pecore e oche nel verde sterminato delle colline. Un silenzio rotto solo dal vento, e dal Tgv lanciato verso Parigi. Qui e là tra le distese di grano che germoglia, il campanile aguzzo di una chiesetta di paese. Senza l’asfalto, e le rare auto che passano, non è difficile immaginare l’Ain di centocinquanta anni fa: uguale a oggi, in questa giornata di marzo che alterna scrosci d’acqua a radiose sortite del sole. Uguale a oggi, nella pace di un orizzonte infinito su cui s’affacciano nuvole gonfie. L’aria, dopo la pioggia, è così limpida che la respiri ingorda, te ne colmi i polmoni.
Eppure è strano, ti dici. Qui attorno non c’è nulla se non stalle, e il fango trascinato dai trattori che invade la strada in lunghe tracce melmose. Nulla, se non il quieto rincasare delle donne, con il pane appena comprato, e un bambino per mano; e la trattoria con l’immagine del santo, ma, accanto, il cartello di contadina diffidenza: “Non si fa credito a nessuno”. Ars, sembra il più normale dei piccoli paesi del mondo.
Ma qui i pellegrini arrivavano a notte fonda per mettersi in coda e confessarsi, e se ne andavano sbalorditi e commossi, perché quel piccolo prete –un metro e 58 centimetri – sapeva già ciò che erano andati a raccontargli. Il dono della profezia aleggiava sul suo confessionale di legno scuro. Cosa si ascolta, di cosa si assolve in quindici ore al giorno? La notte, talvolta, violenti boati squassavano la canonica, ma quei ladri non lasciavano alcuna traccia sulla neve. Il curato si difendeva recitando il rosario.
E tutto questo, e i 400 mila pellegrini che ancora oggi arrivano ogni anno, e gli ex voto – uno, nuovo, veniva murato nel santuario l’altro giorno – tutto ad Ars racconta di uno “straordinario” gettato nella quiete dei campi. Uno “straordinario” invisibile, sepolto dentro le cose quotidiane: il panificio, l’autobus di linea, e il tornare ridente dei bambini da scuola. Il miracolo di Ars non si vede. È un seme, sottoterra. Da vent’anni, nel luogo dove venne a pregare nel 1986 Giovanni Paolo II, c’è un seminario. Ci studiano in cinquanta. Karol Wojtyla, passato di qui, sconosciuto prete, già subito dopo la guerra, nell’entrare nella sua prima parrocchia in Polonia imitò il gesto del curato d’Ars: ne baciò la terra. (Il seme è invisibile, ma vive. E tra quei cinquanta ragazzi, chissà).



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