sabato 26 giugno 2010

APPUNTI SDC CARRON 23 GIUGNO 2010

.....Quando uno non riesce a farcela, ritorna di nuovo a vedere il passettino successivo che deve fare fin quando
si blocca un’altra volta, e avanti così. È un’ipotesi di lavoro per entrare nel reale, per vedere che la vita funziona. Per questo mi piace tantissimo l’espressione di Giussani. Perché parla di ipotesi di lavoro? Perché quello che uno ha acquistato lungo la vita − ed è certo che è stato acquisito −, lo offre a un altro come un amico: «Guarda che facendo così la vita funziona, puoi stare davanti a
qualsiasi situazione, in qualsiasi circostanza pur brutta che sia»......


Testo di riferimento: «Può un uomo nascere di nuovo quando è vecchio?», Esercizi della Fraternità

2010.
• Canto “Luntane, cchiù luntane”
• Canto “Ojos de cielo”
Mi piacerebbe sentire che cosa avete pensato ascoltando questo canto: chi ha questi «occhi di cielo»in grado di cancellare l’inferno della vita? Uno che scopre questi occhi può domandare: «Non abbandonarmi»; posso entrare in qualsiasi inferno con questi occhi, con Lui negli occhi, fino in fondo al buio e lì, per questa certezza, gridare: «Non mi abbandonare in pieno volo». La volta
scorsa avevo incominciato la Scuola di comunità dicendo questo – lo ridico perché mi ha colpito rileggerlo; per come poi si è svolta la Scuola di comunità, abbiamo fatto veramente fatica –: la Scuola di comunità è un’ipotesi di lavoro – ci ha insegnato sempre don Giussani – per entrare nel reale e tutti siamo chiamati a verificarla nella nostra esperienza. Perciò non si viene qui a fare i commenti; si viene a raccontare, a documentare un’esperienza, visto che pochi credono che vivere il
reale con questa ipotesi sia davvero un’altra cosa, neanche noi; è inutile far commenti, perché non ci cambiano veramente la testa, la mentalità, occorre – ma noi non gli diamo credito, abbiamo sentito






– documentare, testimoniare che entrare nel reale secondo quanto ci siamo detti può far respirare,
che uno può entrare nell’inferno di qualsiasi situazione pur drammatica. Abbiamo davanti l’inizio
della prima lezione degli Esercizi, «La provocazione del reale», che descrive che cosa succede
quando io mi lascio provocare dal reale e che cosa significa che la realtà vissuta come segno è
un’altra cosa. Se non avete testimonianze su questo, state seduti tranquilli. Mi scrive una persona:
«L’ultima volta mi è parso che tu fossi “intensamente” interessato a far sì che noi comprendessimo
il lavoro che dobbiamo fare. Ti ringrazio per questo, perché capisco che è la sola speranza,
altrimenti la realtà ti soffoca [la realtà diventa un inferno], la realtà ferma in se stessa, nella sua
immagine esteriore, ti soffoca; a che serve anche la bellezza di mia moglie, di un tramonto, di un
incontro, di una cosa che riesce al lavoro, se l’ipotesi con cui guardi è che questa svanisca e non
abbia un supporto che la sostiene? [Di fronte alle difficoltà è questo che ti provoca a guardare oltre.]
Talvolta basta leggere un passo della Scuola di comunità perché cambi tutto [lasciar entrare una
briciola!], cambia te e perciò cambia tutto. Siccome sono duro a capire, ti volevo chiedere un
approfondimento». Già la volta scorsa avevamo sentito quello che aveva raccontato un nostro
amico: di come era cambiato facendo le pulizie dal primo giorno a quando aveva lasciato entrare
questa ipotesi. Questa è la verifica che noi dobbiamo fare, perché altrimenti, come dicevamo alla
fine della Scuola di comunità, noi non diamo credito. In che cosa si vede? Non nel fatto che
mettiamo in discussione quello che ci diciamo o il libretto degli Esercizi o la Scuola di comunità;
semplicemente non li prendiamo in considerazione nel modo con cui affrontiamo il reale. La frattura tra il sapere e il credere è qua; non è un sapere talmente mio che io non posso entrare nel reale senza di esso. Per questo voglio che intervenga il nostro amico per spiegare quel che mi ha detto prima; è un esempio che può aiutare a spiegare e a capire il modo di lavoro.
Qualche giorno fa per lavoro dovevo assemblare una porta in negozio. L’avevo già fatto altre volte,
questa era una porta un po’ particolare. Allora arrivo lì, la spacchetto e come al solito c’è dentro il disegno di come si fa ad assemblare; io l’ho preso, l’ho messo da parte, ho detto: «Tanto ce la faccio», e comincio a montarla così. Alla fine mi rimangono in mano dei pezzi e non è che dico:
«C’è qualcosa che non va», no, dico: «Che bravo, ce l’ho fatta lo stesso, questo qua era uno inpiù»; il foglietto è sempre là; poi può succedere che un angolo non sta su e dici: «Il solito difetto di fabbrica» e via. Era solo un esempio per dirti come sono io.

Questo è un esempio di quello che facciamo con la Scuola di comunità. Sulle istruzioni facciamo commenti e riflessioni; ma noi continuiamo a entrare nel reale (a rapportarci all’oggetto) secondo la nostra immaginazione, la nostra intelligenza, le nostre doti, tutto quanto volete, tutto quanto abbiamo imparato. È il dualismo alla perfezione. Che cosa serve fare commenti? A un certo momento, ci stufiamo di fare i commenti, perché continuiamo a non entrare nel reale, a non vivere
bene le cose. Che cosa facciamo, invece, di solito davanti a un apparecchio? Che quando non riusciamo a farlo funzionare andiamo alle istruzioni lasciate da parte, le incominciamo a prendere veramente sul serio come l’ipotesi di lavoro per farlo funzionare e non per fare riflessioni sulle istruzioni per l’uso. Così, nella vita è amico chi ti offre qualcosa per entrare nella realtà. Quando uno non riesce a farcela, ritorna di nuovo a vedere il passettino successivo che deve fare fin quando
si blocca un’altra volta, e avanti così. È un’ipotesi di lavoro per entrare nel reale, per vedere che la vita funziona. Per questo mi piace tantissimo l’espressione di Giussani. Perché parla di ipotesi di lavoro? Perché quello che uno ha acquistato lungo la vita − ed è certo che è stato acquisito −, lo offre a un altro come un amico: «Guarda che facendo così la vita funziona, puoi stare davanti a
qualsiasi situazione, in qualsiasi circostanza pur brutta che sia».
Uno che fa così è veramente un
amico, perché ci offre tutta l’esperienza che ha vissuto. Che cosa è la Scuola di comunità?
L’esperienza, che don Giussani ha vissuto, comunicata a noi; ma non può diventare nostra usandola
secondo una modalità che non è quella per cui ci è stata data. Egli la chiama ipotesi di lavoro
proprio perché possiamo verificare che vivendo così la vita si chiarisce, la vita comincia a essere
interessante. Per questo se ciascuno reagisce secondo la mentalità che ha e non prende sul serio
quello, è inutile; a un certo momento, qui non succede più niente. Ma come può succedere se non
l’abbiamo neanche preso in considerazione per entrare nel reale? Davanti al bambino che piange
perché il giocattolo non funziona, l’apparecchio non funziona, che cosa gli dici? Preghi? La prima
preghiera è prendere sul serio le istruzioni; il primo riconoscimento del bisogno che abbiamo è non
essere presuntuosi e cercare di entrare nel reale con a fianco una presenza a cui posso domandare.
Per questo è decisivo, alla fine di quest’anno e con questi mesi che abbiamo davanti, guadagnare
una chiarezza sul modo di stare nel reale. È quello che mi scrive una persona rispetto alla Scuola di
comunità scorsa: «L’ultima Scuola di comunità è stata per me una provocazione molto intensa, ho
vissuto i giorni successivi avendo sempre di fronte il tuo richiamo: “La Scuola di comunità è
un’ipotesi per entrare nel reale”. Vorrei dire cosa è accaduto. Al lavoro è successo un fatto molto
spiacevole, ho avuto una difficoltà con un collega, il rapporto non è facile, è una persona irritante,
un po’ rompiscatole e che cerca di stare un po’ alla larga. Condivido parecchie attività con questa
persona, non posso scansarla, così spesso ho cercato di parare i colpi con una certa grevità dentro
[uno cerca di gestire la situazione]. La mia reazione a questo ulteriore episodio è stata di grande
fastidio e istintivo risentimento; hanno cominciato a girarmi per la testa ipotesi come: mi chiudo
nella mia stanza e cerco anch’io di limitare i contatti. Incominciano a scattare ipotesi: non ne posso
più, chiedo al direttore di non condividere più le cose con questa persona. Ma quel tuo richiamo
della prima lezione (“Aprendo lo sguardo alla realtà, ho davanti qualcosa che realizza una
provocazione di apertura. […] Il reale mi sollecita a ricercare qualcosa d’altro oltre quello che
immediatamente appare”) e poi l’osservazione di María Zambrano (“L’uomo non si rivolge alla
realtà per conoscerla meglio o peggio, se non dopo, e a partire da, l’averla sentita come una
promessa”) mi hanno provocato a stare davanti a queste cose. In che posizione ero io? Arrestata in
una concezione del reale ridotto all’apparenza e del mio io ridotto a una serie di reazioni; stavo
decidendo io cosa è segno e cosa no [cosa ha dentro una promessa e cosa no: noi viviamo la realtà
come tutti, decidiamo, la fermiamo all’apparenza, decidiamo che cosa è segno]. Questo fatto
[questo è il segno: che qualcosa non va] mi faceva male [le spie, grazie a Dio, funzionano ancora].
L’azione immediatamente conseguente di tale opzione di fondo – perché questa mi pare sia proprio
un’opzione che scopro guardandomi agire – mi sono accorta che è uno sbarramento della strada tra
me e la realtà, infatti stavo scegliendo di mettermi con il gomito davanti alla faccia rispetto al reale
(limito i contatti, chiedo di non averci più a che fare), ma ancora quel richiamo in me (“Ho davanti
qualcosa che realizza una provocazione di apertura”) mi feriva; ho provato a fargli spazio, a
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lasciarlo entrare, ad acuire il mio sguardo. Mi sono accorta che la prima dimenticanza, la prima
distorsione la stavo operando su me stessa, perché non è vero che avevo smesso di desiderare un
rapporto di collaborazione, di solidarietà, di rispetto, insomma di desiderare un bene. Tutte le
ipotesi [perché noi sostituiamo una ipotesi con altre ipotesi, anche le nostre sono ipotesi!] di
evitamento che mi passavano per la testa non erano risposte adeguate, e il malessere che continuavo
ad avvertire ne era un segno chiaro. Con uno sguardo più chiaro su me, l’ipotesi della Scuola di
comunità (“Il reale mi sollecita a ricercare qualcosa d’altro”) mi appare particolarmente chiara
[allora uno incomincia a rendersi conto del valore di quello che gli viene proposto, perché quando
ha visto che tutti i tentativi che ha fatto fino adesso portano al nulla, uno incomincia a tornare alle
istruzioni, a tornare a quella ipotesi che mi ha offerto un amico che ha già percorso la strada]: una
vera mano tesa in mio aiuto [questa è la Scuola di comunità: una mano tesa in mio aiuto]. I giorni
successivi dovevo discutere di alcuni pazienti con la collega in questione e ho potuto starci come
davanti a un nuovo evento, pieno di possibilità, non bloccata sulla spiacevolezza dei giorni
precedenti. Un’altra collega presente al lavoro ha commentato: “Oggi sei particolarmente tranquilla
e paziente”. In effetti ho potuto lavorare insieme non sentendo quell’accanimento e quella rabbiosità
che – ci dicevi a Rimini – connotano il sentimento di sé quando il centro affettivo dal Tu ricade su
di sé. Mi sono sentita molto bene, molto libera, aderente all’istante presente e non bloccata su inutili
analisi degli antefatti. Ho visto anche l’altra collega un po’ sciolta [si scioglie l’altro; il nostro
contributo sarà decisivo per l’altro solo quando facciamo così, non è fare la predica su quanto
sbaglia, sciogliendoci noi diamo il contributo a che l’altro si sciolga in un rapporto sempre
possibile], forse anche perché per lei il sentimento di sé è cambiato». Questa è la promessa, questa è
la verifica di un’ipotesi di lavoro a portata di mano di chiunque, non perché la vita ci viene
risparmiata, no. Ma tanta della fatica che facciamo c’è perché la nostra modalità solita con cui
entriamo nel reale (le nostre ipotesi) ci fa soffocare, ci rende rabbiosi. Quando uno ha capito questo,
incomincia con semplicità, da mendicante, a prendere sul serio l’ipotesi che ci offre il carisma;
allora incomincia la vera verifica, allora incomincia il lavoro. È in quel momento che incomincia la
strada, l’avventura della conoscenza nuova. Io pensavo di conoscere già il reale, avevo deciso che
cosa era interessante e che cosa no, che cosa era segno; noi pensiamo di conoscere, poi ci rendiamo
conto che non conosciamo un cavolo, che è il solito uso della ragione, che facciamo come tutti
davanti a chi ci sfida costantemente. Per questo se noi non ci lasciamo generare da colui che ci
propone questo, poi diciamo che non cambia niente. Ma non cambia niente perché? Perché noi non
ci lasciamo generare (e poi diamo la colpa a tutti i santi perché non cambia niente). Cristo è venuto
rispondendo, rendendosi contemporaneo, e continua ad accompagnarci dandoci un carisma perché
possa ridestarsi tutto l’umano nel modo di affrontare il reale. La grazia è già qua; solo il divino può
salvare l’umano – non è che noi possiamo farlo da soli, solo il divino può stare davanti alla realtà
così –, la dimensione vera, reale, dell’umana figura e del suo destino. Noi possiamo riconoscere
senza spaventarci tutte le nostre esigenze e metterle in atto soltanto se Cristo permane come
un’esperienza reale nel presente, se l’intelligenza della fede diventa intelligenza della realtà. Questa
esperienza di Cristo ora ci consente di entrare in qualsiasi buio da uomini, con tutto l’uso della
ragione (non continuando a guardare la realtà come prima e poi appiccicando Cristo, perché se
Cristo non ci introduce in una conoscenza nuova del reale, in una modalità nuova di guardare il
collega, di guardare la situazione, di guardare la circostanza, noi continuiamo con il solito dualismo;
Cristo non introduce nessuna novità nella vita e perciò nel tempo anche per noi non sarà
interessante).
Ieri, durante la pausa-pranzo del lavoro come sempre sono andato a consumare il mio pranzo alla
solita panchina, solo che ieri un signore che non avevo mai visto si è fermato e si è seduto di fianco
a me. Io ho capito che aveva il desiderio di scambiare due parole e gli ho lasciato spazio perché ho
detto: «Magari da questa conversazione inaspettata può venire del bene anche per me». E lui si è
messo a raccontarmi un po’ di tutte le vicissitudini della sua vita, non ha più la casa e ha perso il
lavoro, e tutte queste cose brutte che sono successe gli hanno suscitato una grande sfiducia sulla
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vita. E io come prima cosa, perché ci tenevo che lui percepisse una compagnia a questo suo
bisogno, gli ho chiesto se insieme con me voleva andare a bere un caffè per continuare a parlare di
queste cose e l’ho portato nel bar dove vado di solito, senza vergognarmi di essere in compagnia di
uno un po’ trasandato, un po’ così, perché per me lui era importante e quello che lui mi diceva era
come se fosse un grido, il suo bisogno era un grido che sfidava la mia sicurezza: «Come io posso
essere sicuro pur non avendo vissuto una prova come quella che vive lui, come posso stare davanti
a uno così»? E io subito ho capito che lì ero come su un solco, che potevo da un lato dargli una
pacca sulle spalle, magari sganciargli anche qualche euro e liquidarlo così, però avvertivo subito
che questo non era adeguato al modo con cui io sono stato guardato nel mio bisogno e ho capito
che lì era messo alla prova se io potevo spendere il nome di Cristo nel rapporto con lui oppure se
Cristo poteva rispondere soltanto ai piccoli bisogni non eccessivi che devo affrontare nella mia
giornata. Era l’unica risposta veramente adeguata a lui e gli ho detto: «Guardi, le dico che io sono
cristiano. Non deve perdere la speranza perché un imprevisto buono può accadere nella sua vita e
cambiarla, e non glielo dico perché io il lavoro ce l’ho e ho una casa in cui vivere, ma perché
questa è la cosa più vera della mia vita». Poi sono anche arrivato al punto di dargli qualcosa,
perché ho pensato che deve essere terribile andare in giro per la città senza avere niente in tasca,
ma questo nasceva dal giudizio che c’era stato prima. E lui, nel salutarmi (perché poi dovevo
tornare al lavoro), mi ha detto: «Io la ringrazio, mi ha fatto del bene, sicuramente le tornerà del
bene in futuro, magari un giorno potrà aiutarmi ancora»; io gli ho detto: «E che ne sa che non sia
lei un domani ad aiutarmi?». Mi veniva in mente che magari, nonostante tutto il male di cui io sono
capace, per un singolo gesto di carità, sarà lui ad aprirmi le porte del Paradiso.
E questo che cosa ti ha fatto imparare della lezione degli Esercizi?
Innanzitutto che quello che mi smuove sono dei fatti che succedono e non dei discorsi, perché io
tutti i giorni faccio la Scuola di comunità su quella benedetta panchina, però ho capito molto di più
di quello che avevo letto in un momento in cui non ho potuto fare la Scuola di comunità leggendo il
libretto, ma giocandola nel rapporto con lui.
Non avviene con un discorso, ma con la realtà che ci sfida.
E poi un’altra cosa che mi ha colpito è che il pomeriggio quando sono tornato in ufficio e poi la
sera e questa mattina continuavo a ripensare a questa persona: chissà com’è andata a finire, come
sta. Però questo generava un po’ un peso su di me che non riuscivo a sostenere perché mi dicevo:
«Caspita, non gli ho neanche detto del Banco Alimentare», trovavo un sacco di cose in cui ero stato
carente. Però, anche parlandone con la mia morosa, lei mi ha aiutato a capire che io da solo non
so neanche guardare il mio bisogno e rispondervi da solo, è soltanto il divino che può salvare
l’umano, io sono veramente inadeguato perché sono carente da tutti i punti di vista, però,
misteriosamente…
Di che cosa non ti eri reso conto? Che l’imprevisto buono era in te.
Sembrava così assurdo, perché, se penso a me, mi vedo molto incoerente; però ha voluto così e io
ho semplicemente detto di sì.
Ti ha lasciato la ferita per andare fino in fondo di questa consapevolezza.
Infatti quello che adesso mi è rimasto addosso è il desiderio di conoscere di più Cristo per poter
essere ancora più trasparente, in modo che se uno mi vede, vede più facilmente Cristo. Come
dicevano le Lodi di questa mattina: «[...] perché sia sicuro l’agire e chiara la testimonianza»,
perché io da solo vado subito in confusione.
Grazie.
Io volevo raccontarti un fatto che mi è accaduto dopo il ritorno dagli Esercizi della Fraternità dove
tu ci avevi subito provocato richiamandoci alla Resurrezione. Al gruppetto di Fraternità
successivo, riprendendo la tua introduzione, io avevo proprio detto: «Io non so se alla fine ci credo
veramente», mi sentivo un po’ borghese in questo, dico: «Sì, va beh, okay, si è incarnato, c’è stata
la croce, poi...»...
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Vedete? Questa è la questione: posso fidarmi fino in fondo di questo? Posso avere la certezza su
questo in un modo che non sia soltanto devoto? Posso affermarlo come sto affermando che c’è
questo tavolo davanti? E allora?
E allora è successo un fatto particolarmente drammatico per me, che mi ha messo con le spalle al
muro su questo, perché poco dopo sono venuta a sapere da mia mamma che a casa c’era una
situazione molto grave, più grave del solito. Quando me l’ha raccontato sono rimasta un po’ così.
La mamma doveva andare al lavoro, e io mi sono sentita schiacciata da questa circostanza, mi
sentivo soffocare, però non volevo che vincesse questo buio. Ho detto: «Allora io la Resurrezione la
voglio vedere, voglio vedere se vince qui e adesso in questa circostanza». Siccome mi saliva un
panico pazzesco, mi sembrava di non uscirne da sola, ho preso il telefono e ho telefonato a una
persona che nell’ultimo periodo, e soprattutto a Roma, avevo proprio in mente come mi avesse
testimoniato una fede salda e una certezza, e gli ho proprio chiesto: «Ma come faccio adesso a
tornare a casa?». Istintivamente sarei andata a casa a urlare addosso a mio padre. Parlando con
questo amico mi sono sentita proprio subito voluta bene e abbracciata in quel panico. Con questo
sguardo addosso sono riuscita a tornare a casa e capire innanzitutto che non dovevo complicare
ulteriormente la situazione e che dovevo obbedire a quella circostanza e a quello che il Signore mi
stava chiedendo; e non a caso laddove sembrava abbondasse la drammaticità e l’oblio ha
cominciato ad abbondare di più la grazia. Io ero a casa da sola con mio papà. Ho cominciato
proprio a dire: «E adesso?»; non sapevo cosa dirgli perché avevo molta paura di ricadere nella
mia arrabbiatura verso di lui. Allora ho cominciato a pregare e a offrire quello che mi si
presentava, cioè che c’erano le sue camicie da due settimane da lavare, c’era la casa da sistemare;
e ho cominciato a fare le cose di casa (perché mia mamma non c’era e perché per motivi evidenti
non gliele voleva fare) e a offrirle, ma senza aspettare che lui mi dicesse grazie (infatti non è
avvenuto). Quello che è cambiato è che io in quella circostanza, da un iniziale panico e ansia, mi
sono ritrovata proprio grata, quasi come a sentirmi in colpa: loro stanno per autodistruggersi e io
sono grata di uno sguardo così su di me? Allora mi sono accorta che questa drammaticità che io
volevo far fuori era proprio il modo con cui il Signore mi faceva vedere la Sua misericordia per me.
Poi a me viene ogni tanto da scandalizzarmi dei metodi che usa il Signore per educarmi, io vorrei
farlo fuori questo dramma, vorrei sistemare la mia vita, vorrei avere una vita più facile, piatta, che
fosse più semplice; però questa grazia non sarebbe stata possibile senza una libertà mia e senza la
libertà delle persone che me lo testimoniano.
Cioè, sinteticamente, che cosa ti ha fatto vedere che Cristo è risorto, riconoscere all’opera che
Cristo è risorto?
Che io ho cominciato a vedere questa circostanza in un modo nuovo.
Un nuovo modo di guardare il reale; senza questo tu saresti stata schiacciata. Non è che la vita ci
viene risparmiata, non è che tutto il dramma del vivere ci viene risolto con una bacchetta magica;
quello che ha introdotto Cristo nella vita con la Sua incarnazione, morte e resurrezione è una novità
che ci consente di vivere tutto quello che è la vita, il dramma del vivere (perché possono capitare
tutte queste cose) con uno sguardo diverso sul reale. Non è che uno desidera queste complicazioni,
semplicemente non viene schiacciato da esse.
Io capisco che la contemporaneità di Cristo mi ridona la capacità di stare ai rapporti; però al
tempo stesso – ti pongo la domanda – rispetto all’io mi sembra al più, come dicevi tu, di stare
sospeso su un pieno, nel senso che io dico: «Signore, se Tu sei capace di tenere in piedi queste
cose, salva anche questo rapporto». Però ogni tanto viene il dubbio che la distanza vinca.
Quello che dici è vero: uno non può stare davanti all’esigenza senza la contemporaneità di Cristo.
La questione è che tante volte noi possiamo ridurre questa totalità, questa esigenza a una immagine;
per questo dopo non regge davanti alle cose. Al di là delle forme, l’esigenza della totalità del
rapporto non viene meno. E questo è decisivo, perché a volte identifichiamo la totalità con
l’immagine che noi ci facciamo della totalità. Meno male che il Mistero non ci lascia soccombere
all’immagine; e comunque, quando soccombiamo all’immagine, capiamo che non ci basta. Questo
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ci dice che per restare veramente in un atteggiamento all’altezza delle esigenze occorre qualcosa
d’altro che una intenzione: occorre una Presenza talmente presente che mi spalanchi e non mi lasci
soccombere alle immagini che io mi faccio dell’esigenza.
Ti racconto cosa mi è successa ieri sera. Un amico viene a trovarci, e io sapevo che lui aveva delle
grossissime difficoltà sul lavoro: ha un negozio, doveva andare in pensione in questi mesi, sei o
sette dei suoi più grossi clienti falliscono per cui non lo pagano per la merce che aveva dato e lui
rimane scoperto con le banche che gli dicono: «Primo, tutto quello che hai messo da parte me lo
dai; secondo, adesso continui a lavorare fin quando non hai ripianato il debito». Arriva e mi
aspetto che racconti di questa difficoltà. E lui: «Ma non sai che bel periodo che è questo!».
Pensavo volesse raccontarmi di qualcosa d’altro. Ma dice «Sto facendo una fatica terribile sul
lavoro (che mi si è sbriciolato nelle mani), e questa fatica mi ha dato la possibilità di rendermi
conto che il lavoro di Scuola di comunità di quest’anno è dentro di me, è mio: io sono questo
lavoro. E me ne sono reso conto perché quando negli ultimi mesi si sono presentate delle difficoltà,
di fronte a quella circostanza dura, mi venivano in mente tutti i fatti di quest’anno...». E comincia a
raccontarmi un sacco di episodi finché gli vengono le lacrime agli occhi e dice: «Io mi rendo conto
che la più grande grazia che ho avuto è stata la possibilità di partecipare alla Scuola di comunità
di Carrón attraverso la diretta, perché se questo crollo lavorativo mi fosse successo un anno fa io
sarei stato distrutto umanamente» (e questo è del movimento da cinquant’anni almeno). Racconto
un fatto che lui mi ha riferito: aveva un dipendente (che sapeva benissimo della situazione), ha
dovuto lasciarlo fuori, si accordano sulla libera uscita (una certa cifra). Il giorno dopo va per
portar l’assegno e quello gli fa arrivare la lettera dell’avvocato che lo denuncia, e via così. Tutti gli
amici e parenti gli dicono: «Tu questo lo devi distruggere, non esiste, l’hai tirato su da ragazzo, ti
ha pugnalato, fagli la guerra!». Ha risposto: «Io stamattina gli ho portato la lettera di risposta del
mio avvocato – perché questa è la prassi, non si scherza –, e quando l’ho avuto davanti non ho
potuto non volergli bene».
Non ha potuto non volergli bene. Questa è la promessa per chiunque prende sul serio questa ipotesi
che abbiamo ricevuto, quell’insegnamento che ci è stato consegnato.
Scuola di comunità. Fino alla fine dell’estate si prosegue il lavoro sul libretto degli Esercizi e da
settembre riprenderemo il lavoro su Si può vivere così?, a partire da «Il Sacrificio».
Allo scorso Consiglio Nazionale con i responsabili è stato deciso di continuare il collegamento alla
scuola di comunità come possibilità per quanti liberamente (liberamente, sottolineo) desiderano
partecipare. Riprenderemo ad Ottobre. Più avanti vi daremo le indicazioni.
Vacanze.«La vacanza è il tempo della libertà. [...] È il tempo in cui viene a galla quello che vuoi
veramente». Questo giudizio di don Giussani ci sorprende sempre perché ci fa accorgere,
guardandoci in azione, di che cosa vogliamo nel tempo “libero”, nelle vacanze: se sono una
dispersione o un’occasione per approfondire quello che abbiamo incontrato.
Meeting. «Quella natura che ci spinge a desiderare cose grandi è il cuore». Il titolo del Meeting di
quest’anno ci fa guardare al fatto che la nostra umanità è aspirazione e attesa di qualcosa di grande.
Questo non è un ostacolo o qualcosa che complica l’esistenza, ma è proprio il segno che l’uomo è
rapporto con l’infinito. Questo è il punto che accomuna tutti gli uomini ed è l’inizio anche di un
reale dialogo con tutti. Perciò, partecipando al Meeting, anche un solo giorno, possiamo vedere
documentato questo nella realtà di oggi.
• Gloria


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