martedì 8 gennaio 2008

TUTTO CIO' CHE E' UMANO CI INTERESSA E CI SENTIAMO MANDATI A OGNI UOMO

DAL BLOG SI ANNA V

Mi ha colpito la testimonianza di don Massimo Camisasca della Fraternità sacerdotale di San carlo Borromeo, che ci racconta l'esperienza commovente di un giovane sacerdote tra i reclusi di un carcere siberiano.
Copio il passaggio più significativo del racconto di don Giampiero Caruso:





"Entrato nel carcere, cammino per diversi metri, in silenzio, scortato da un poliziotto. Supero un lungo cortile, recintato con un’altissima rete in filo spinato e metallo. Incontro alcuni detenuti che passeggiano, altri che spalano la neve, altri ancora che giocano a calcio in un piccolo campetto. Cose che finora ho visto solo nei film. Il poliziotto, lungo il percorso, mi sussurra all’orecchio che quel carcere accoglie 2.200 persone. In un locale ne trovo 15. Sono lì ad attendermi. All’inizio ho paura perché non so bene come i detenuti potrebbero reagire alla mia presenza. Ma poi penso che non sono solo; penso ai sacerdoti della Fraternità che vivono con me; penso alla frase del Vangelo in cui Gesù dice: “Andate fino ai confini del mondo... Io sarò con voi”. Non ho più paura. Comincio a guardarli, uno a uno. È come se vedessi la mia stessa umanità: ferita, bisognosa, mendicante. Poi comincio con qualche domanda: “Come vi chiamate? Da quanti anni siete qui? Quanti ve ne restano ancora da scontare?”. Mi dicono che le pene sono molto alte perché quello di Tagucin è un carcere ad alto regime di sicurezza. Il primo a rispondere è un uomo che parla a fatica e stenta a tenere sollevata la testa; fra tutti è quello che più mi colpisce per la profonda tristezza che rivelano i suoi occhi blu e quel capo quasi sempre ripiegato su se stesso. Sono di fronte a probabili assassini, stupratori, ladri, ma il mio sguardo è teso a riconoscere l’origine di quella tristezza, di quel dolore, di quella profonda malinconia che quei volti rivelano. Come me, quegli uomini desiderano la libertà, la felicità. Loro, come me, non possono darsela da soli. L’attendono. Abbiamo parlato per tre ore, di libertà, di fede, di speranza, di Cristo... Mi sentivo nudo di fronte a loro. Nudo perché non potevo dire delle frasi, ma dovevo parlare di me e del mio rapporto personale con Cristo come fonte della libertà che io vivo, della fede che io vivo, della speranza che io vivo. Ho detto loro che l’uomo non coincide con i propri limiti, con i propri peccati, che essi non sono l’ultima parola sulla nostra vita. Noi siamo oggetto di perdono e di misericordia. È questa l’origine della nostra libertà, della nostra speranza. Mi rendo conto che ho potuto balbettare queste cose solo perché Dio si è umiliato abbassandosi fino a me. Intuisco che, se non arrivo ogni giorno a sperimentare questo amore personale e totalmente gratuito, resto bloccato dai miei limiti. Lo stesso uomo che faceva fatica a tenere alzato il capo, sobbalza quando mi ha sentito dire che la fede è il culmine della ragione. E inizia a ribattere, a farmi domande. Alcune in tono polemico, scettico. L’argomento è interessante, il tempo è poco: giunge presto l’ora di andar via. Prima che il poliziotto venisse a riprendermi li saluto uno a uno. Mi avvicino anche a lui. Poggiandogli una mano sulla spalla gli indico di alzare la testa verso l’alto. Si solleva, io gli do la mano e lui, tirandomi verso di sé, mi abbraccia. Poi mi dice: “Torni presto, l’aspetto”». In queste parole - «torni presto, l’aspetto» - sta tutto il senso della Fraternità San Carlo".

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