mercoledì 16 luglio 2008

ADERIAMO ALL’APPELLO DI FERRARA

SI SCONGIURI IL PRECIPITARE DEGLI EVENTI

MARCO TARQUINIO
AVVENIRE 15 LUGLIO 2008

Continuano a dirci che, in fondo, si tratta di «staccare la spina». E si può persino coinvolgere emotivamente una qualche par¬te dell’opinione pubblica con questa espres¬sione che evoca la fredda potenza di una mac¬china insignoritasi del fragile calore di una vi¬ta umana.

Ma nel caso di Eluana Englaro non c’è una spina da staccare. C’è una persona, Eluana, che da sedici anni vive in stato vegetativo. Dorme e in parte si desta, al ritmo del cuore e del respiro, ma non può più provvedere da sola a placare fame e sete. Non c’è una spina, ci sono le spine di quest’immane vulnerabilità.
E ci sono gesti irrimediabili, che in forza di una sentenza di Corte d’appello e della proclamata disponibilità di un medico, sono diventati possibili e – Dio non voglia – incombenti. Ormai cominciano a capirlo in tanti, sempre di più, sempre più toccati e sconvolti dalle voci di quegli uomini di legge e di medicina che a Eluana, e a noi tutti, hanno spiegato davanti una via di morte. Proprio così. Una via di morte è stata spalancata davanti a Eluana, che si è preteso di destinare «secondo giustizia» alla consunzione per fame e per sete. Ma anche davanti a ognuno di noi, chiamato a inchinarsi al verdetto e ad assistere compreso e silente alla prima «misericordiosa » esecuzione capitale nella storia della Repubblica italiana.
Una pena di morte programmata, sentenziata e avviata ad applicazione da un autoproclamato 'supremo tribunale della salute' composto da toghe nere e camici bianchi.
Una mostruosità, difficile da affrontare e contrastare per chi – medico, giurista, magistrato, politico o semplice cittadino – si ritrova al cospetto dell’inedito e smisurato arbitrio assegnato a coloro che hanno sin qui manifestato la volontà di spegnere Eluana.
Questo è il punto. E questa è l’ambizione 'normativa' della consorteria che ha deciso – in cadenzato e infine concitato crescendo – modi e tempi della «svolta». Ci sono voluti giusto nove mesi – il tempo della vita convertito nel suo contrario – perché da un’inopinata e deflagrante pronuncia autunnale della Corte di Cassazione si arrivasse a questo triste luglio di annunciate pratiche «terminali». Perché ci ritrovassimo, Eluana e noi tutti, affacciati su questo oscuro limitare, consegnati a un’angosciosa precarietà. E come ci si può, allora, rassegnare all’inchino? Come si può chiamare l’opinione pubblica a una dolente comprensione che non sia – da subito, e prima di tutto – una lucida capacità di capire il terrificante significato della decisione di permettere che non si dia più da bere e da mangiare a una persona incapace di provvedere da sola? Come si può rinunciare a mettere bene a fuoco il meccanismo di voleri e poteri costruito, in palese e oggettiva sinergia, da taluni giudici e da taluni medici?
Il fatto che persino la Procura generale milanese, ieri, non sia potuta andare più in là di un preoccupato richiamo alla «responsabilità» e alla «ponderazione», sottolinea con forza il rischio di un tragico precipitare degli eventi.
E l’altra faccia di questo rischio è un polemico e mortale senso d’impotenza che minaccia di prender piede nella società civile, persino tra coloro che per fede e ragione, o anche solo per ragione, non intendono arrendersi alle derive di morte. Questo è, invece, il momento della chiarezza e della generosità. Per farsi sentire, con l’urgente passione messa in campo da Giuliano Ferrara (al cui pensiero, mentre i fatti incalzano, diamo oggi volentieri ospitalità benché sul 'Foglio' di ieri abbia rivolto all’arcivescovo di Milano Dionigi Tettamanzi e a questo giornale uno strano rimprovero di tiepidezza). Non è l’ora delle permalosità e degli inchini. Serve una pressante mobilitazione delle co¬scienze, laiche e cattoliche. E serve adesso.
© Copyright Avvenire, 15 luglio 2008

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