mercoledì 28 gennaio 2009

QUELLO CHE I GIORNALI NON RIESCONO A DIRE

......Tutto è ridotto ai “valori”
Dietro una scrivania troppo ingombrante, Marshall spiega a Tempi che la patologia che affligge una influente rappresentazione del mondo è «la profonda divisione fra fede e ragione, un fenomeno che in Europa riguarda la gente normale, mentre in America si trova soprattutto nelle università, negli ambienti della borghesia influente e secolarizzata e, ovviamente, nell’informazione». Significa che l’Europa ha abbandonato completamente la religione? «Non proprio, semplicemente significa che se un negoziante di Dallas mette un cartello sulla vetrina con scritto: “Chiuso perché sono andato a Messa”, la cosa è accettata. Se uno fa lo stesso in Europa è considerato un idiota». Il rapporto fra fede e ragione rimane il nodo cruciale, in un certo senso il rimosso della cultura occidentale: «La fede non è più considerata una forma di conoscenza. ......

Notizia per notizia, così la separazione forzata tra fede e ragione ha nascosto ai media la metà del mondo

di Mattia Ferraresi
Washington
I media, specie quelli americani, hanno un problema con la religione. Prendiamo ad esempio una frase celebre pronunciata da Osama bin Laden nel novembre del 2001: «Questa guerra è fondamentalmente religiosa. Chi cerca di nascondere questo fatto chiarissimo sta ingannando la nazione i-slamica. Per nessuna circostanza dobbiamo dimenticare l’inimicizia fra noi e gli infedeli, perché l’inimicizia è basata sul credo». L’inequivocabile trama religiosa dello scontro è stata masticata per anni dai mezzi di informazione di tutto il mondo e risputata ossessivamente attraverso vaghi termini di lotta all’imperialismo americano, invocando ora l’oppressione economica di un Occidente indistinto, ora l’occupazione militare, fino allo sfruttamento dei paesi poveri e al disegno satanico delle multinazionali. Che fine ha fatto la «guerra fondamentalmente religiosa»? Semplicemente è rimasta incastrata fra un editoriale del New York Times e un reportage dell’Ap orfano di qualche parola chiave, oppure amorevolmente ricondotta dalla Cnn a categorie comprensibili dai giornalisti che la raccontavano: fattori economici, sociologici, strategici, persino psicologici, ma religiosi no, quello mai. L’iper-secolarizzato mondo dell’informazione ha messo alla berlina la religione, ma senza cattiveria, non si è lasciato prendere la mano dai mangiapreti (o mangiaimam o mangiarabbini e così via), semplicemente si è ritrovata in preda a un’ignoranza di ritorno che l’ha reso avulso dai termini elementari del problema religioso. Eppure la religione è ancora una categoria fondamentale per spiegare la realtà.


Là fuori fedeli musulmani si radunano in preghiera davanti a una cattedrale cristiana dopo aver protestato per l’invasione di una città controllata da un movimento islamico da parte dell’esercito dello Stato ebraico. Tanto per dirne una. E se la dimensione religiosa è decisiva per comprendere laicamente quello che accade, allora l’attacco di questo pezzo va corretto: i media, specie quelli americani, hanno un problema con la realtà.
Paul Marshall, episcopaliano «dell’ala conservatrice» – dice lui – si occupa di libertà religiosa all’Hudson Institute, un vivace think tank di Washington lusingato dalla politica e invidiato dall’accademia. Ha messo insieme otto storie – storie serie, tutta roba che vale la prima pagina o qualche settimana di copertura totale – in cui la chiave di spiegazione è il tema religioso e racconta di come i media hanno completamente mancato le notizie quando non hanno preso sul serio la religione, e di come le hanno travisate quando invece l’hanno presa sul serio. C’è la religione dimenticata di John Kerry alle elezioni del 2005 e quella rapace di George Bush, temuta dai giornalisti come una folgore; c’è La Passione di Cristo di Mel Gibson che diventa la passione dei giornalisti per lo splatter e l’antisemitismo. Si scopre anche che il glorioso Time è riuscito a inserire nella lista dei venticinque evangelici più influenti al mondo anche due cattolici. Il titolo del libro di Marshall, Blind Spot (“Angolo morto”), è tratto da una constatazione amara di Roy Peter Clark, giornalista, scrittore e accademico navigato: «Vado a Messa quasi tutte le domeniche, ma nella mia vita di cittadino sono un profondo secolarista. Il mio angolo morto taglia fuori metà dell’America e questo fa di me meno di un cittadino e meno di un giornalista».

L’angolo morto/1. La Passione di Gibson
In Blind Spot di Paul Marshall anche il film di Mel Gibson sulla Passione di Cristo è preso in esame come uno dei fenomeni più fraintesi dai media americani, che lo hanno sempre trattato come un film splatter o un manifesto antisemita.

L’angolo morto/2. Bin Laden e la guerra santa
Nel novembre del 2001, appena due mesi dopo l’attentato alle Torri Gemelle, Osama bin Laden disse che «questa guerra è fondamentalmente religiosa. Chi cerca di nascondere questo fatto chiarissimo sta ingannando la nazione islamica. Non dobbiamo dimenticare l’inimicizia fra noi e gli infedeli, perché l’inimicizia è basata sul credo». Eppure molti giornalisti, spiega Marshall nel suo libro, “dimenticano” sempre che è innanzitutto religioso il motivo che ha spinto al Qaeda a dichiarare guerra all’Occidente.


Tutto è ridotto ai “valori”
Dietro una scrivania troppo ingombrante, Marshall spiega a Tempi che la patologia che affligge una influente rappresentazione del mondo è «la profonda divisione fra fede e ragione, un fenomeno che in Europa riguarda la gente normale, mentre in America si trova soprattutto nelle università, negli ambienti della borghesia influente e secolarizzata e, ovviamente, nell’informazione». Significa che l’Europa ha abbandonato completamente la religione? «Non proprio, semplicemente significa che se un negoziante di Dallas mette un cartello sulla vetrina con scritto: “Chiuso perché sono andato a Messa”, la cosa è accettata. Se uno fa lo stesso in Europa è considerato un idiota». Il rapporto fra fede e ragione rimane il nodo cruciale, in un certo senso il rimosso della cultura occidentale: «La fede non è più considerata una forma di conoscenza. Tutti i giorni siamo inondati da informazioni che descrivono la religione come necessariamente irrazionale, tutt’al più il secolarismo ha trasformato la grammatica religiosa in una specie di reazione psicologica. Ecco, la religione al massimo è ridotta a psicologia. In questo senso, Benedetto XVI sta facendo un lavoro straordinario per riportare alla luce il legame rimosso fra fede e ragione».
Ultimamente sono usciti diversi testi che contestano radicalmente la legittimità del di-scorso religioso, la sua sensatezza, basta prendere ad esempio l’osannato Cristopher Hitchens, e il suo bestseller Dio non è grande. Da dove viene questa foga secolarizzatrice? «Si è come creata una divisione profonda: da una parte nella conoscenza: il metodo, dopo essere passato per lo scientismo, coincide ora totalmente con l’efficienza. Faccio A, ottengo B, come se non ci fosse altro modo per conoscere la realtà. Ma questo approccio non basta e allora si è costretti a ricorrere alla retorica dei “valori”, cose irrazionali e incontestabili che vivono in una sfera dell’uomo inaccessibile alla ragione. Non a caso si usa il termine al plurale: i “valori” sono quelli esclusivamente soggettivi descritti da Nietzsche e tramandati da Max Weber».
Il tema dei valori rimanda al discorso pervaso di retorica religiosa di Barack Obama, fresco di nomina presidenziale. «La figura di Obama – spiega Marshall – è fortemente religiosa, molto di più di quella di Bush, che in quanto a religiosità espressa in pubblico era superato anche da Bill Clinton. Il problema di Obama è che questo potenziale è confinato nella dimensione privata, nemmeno lui considera legittimo che il tema religioso ispiri la vita pubblica e infatti sui temi della vita, che sono laici ma interessano innegabilmente chi parte da una prospettiva religiosa, si è dimostrato molto liberal. Obama abbraccia personalmente ciò che tiene a distanza pubblicamente, e lo fa in un paese come l’America, dove le enormi spinte secolariste non hanno ancora separato completamente la fede dalla razionalità».

2 commenti:

Anonymous ha detto...

Grazie a Mattia Ferraresi giornalista di vivace talento e caro amico per l'aiuto, prezioso e necessario, ci da' a giudicare quel che respiriamo - sempre troppo di fretta- in questa parte del mondo! davvero un bell'articolo.

Simona

Anonymous ha detto...

Grazie a Mattia Ferraresi giornalista di vivace talento e caro amico per l'aiuto, prezioso e necessario, ci da' a giudicare quel che respiriamo - sempre troppo di fretta- in questa parte del mondo! davvero un bell'articolo.

Simona