venerdì 19 gennaio 2007

"CATECHESI DIALOGICA SU ARGOMENTI DI ATTUALITA'

QUALE AMORE?
ROMA, giovedì, 18 gennaio 2006- Da un anno monsignor Raffaello Martinelli, Officiale alla Congregazione per la Dottrina della Fede e collaboratore del Cardinale Joseph Ratzinger per 23 anni, ha messo a disposizione dei fedeli presso la Basilica dei SS Ambrogio e Carlo al Corso, a Roma, alcune schede catechistiche su argomenti di attualità, redatte sulla base del Catechismo e di altri documenti pontifici.

Con grande meraviglia monsignor Martinelli, che dal 1987 è anche Rettore del Collegio Ecclesiastico Internazionale San Carlo e Primicerio della Basilica di San Carlo al Corso , ha constatato che più di 800.000 schede sono state prese dalle persone che sono entrate nella Basilica.
Il tema affrontato questa settimana è: “Quale amore?”. Nella scheda vengono presentati alcuni punti principali dell’enciclica di Papa Benedetto XVI, Deus caritas est.



Data pubblicazione: 2007-01-18


CHE COSA LA GENTE PENSA CIRCA L’AMORE?

Virgilio giustamente afferma nelle Bucoliche: “l’amore vince tutto” («Omnia vincit amor»), e aggiunge: «et nos cedamus amori» “cediamo anche noi all’amore”.
• Dante, nella sua “Divina Commedia”, afferma che è “l’amor che move il sole e l’altre stelle” (Paradiso, XXXIII, v. 145). In Dante, luce e amore sono una sola cosa: sono la primordiale potenza creatrice che muove l’universo.
• Il termine amore è oggi diventato una delle parole più usate ed anche abusate, alla quale annettiamo accezioni del tutto differenti: si parla di amor di patria, di amore per la professione, di amore tra amici, di amore per il lavoro, di amore tra genitori e figli, tra fratelli e familiari, dell’amore per il prossimo e dell’amore per Dio.

• Pur avendo significati e interpretazioni molteplici e diverse:
- la parola amore è “una parola primordiale, espressione della realtà primordiale; non si può semplicemente abbandonarla, ma si deve riprenderla, purificarla e riportarla al suo splendore originario, perché possa illuminare la vita umana e portarla sulla retta via”
- l’amore tra uomo e donna emerge come archetipo di amore per eccellenza, al cui confronto, a prima vista, tutti gli altri tipi di amore sbiadiscono. Al realizzarsi di tale amore, corpo e anima concorrono inscindibilmente, e all’essere umano si schiude una promessa di felicità che sembra irresistibile.
QUALI OBIEZIONI CIRCA L’AMORE VENGONO POSTE ALLA CHIESA?
• Qualcuno obbietta: La Chiesa
- con i suoi comandamenti e divieti non rende forse amara la cosa più bella della vita, e cioè l’amore?
- non condanna forse l’“eros” (l’amore d’attrazione) per accettare unicamente l’“agape” (l’amore di dedizione disinteressata)?
- non è avversaria della corporeità, sessualità umana?
- non presenta un messaggio, quello dell’amore, che risulta oggi essere inattuale e inefficace? Viviamo infatti in un’epoca nella quale:
§ l’ostilità e l’avidità sembrano diventate superpotenze
§ si assiste all’apoteosi dell’odio e della vendetta, giungendo ad associare ad essi talvolta il nome di Dio stesso.

• A tali obiezioni, il Papa risponde nelle varie pagine dell’enciclica, sviluppando il tema dell’amore.

DA DOVE SCATURISCE L’AMORE?
Nella concezione cristiana, l’amore proviene da Dio, anzi Dio stesso è l’Amore: “Dio è amore; chi sta nell’amore dimora in Dio e Dio dimora in lui” (1 Gv 4,16). Dire che «Dio è amore» equivale ad affermare che Dio ama.

QUALI SONO LE DIMENSIONI DELL’AMORE?
L’«amore» ha tre dimensioni, manifestazioni: eros, philia, agape (caritas).

QUALI SONO LE CARATTERISTICHE DELL’EROS?
• L’Eros ha queste principali caratteristiche:
- significa l’amore «mondano»
- è come radicato nella natura stessa dell’uomo
- nella Bibbia, ha la sua origine nella bontà del Creatore
- vuole sollevarci «in estasi» verso il Divino, condurci al di là di noi stessi
- può essere degradato a puro «sesso», merce, una semplice «cosa» che si può comprare e vendere. In tal caso:
§ si ha una degradazione del corpo umano, il quale non è più integrato nel tutto della libertà della nostra esistenza, non è più espressione viva della totalità del nostro essere, ma viene come respinto nel campo puramente biologico
§ l’uomo stesso diventa merce, è privato della sua dignità, disumanizzato.

• L’eros richiede un cammino di ascesa, di rinunce, di purificazioni e di guarigioni. Ha bisogno di disciplina, di purificazione per donare all’uomo non il piacere di un istante, ma un certo pregustamento del vertice dell’esistenza, di quella beatitudine a cui tutto il nostro essere tende.

• Solo così l’eros può trasformarsi in agape: in tal modo l’amore per l’altro non cerca più se stesso, ma diventa preoccupazione per l’altro, disposizione al sacrificio per lui e apertura anche al dono di una nuova vita umana.

CHE COSA SI INTENDE PER PHILIA?
Per philia si intende l’amore di amicizia. Esso viene ripreso e approfondito nel Vangelo di Giovanni per esprimere il rapporto tra Gesù e i suoi discepoli.

QUALI CARATTERISTICHE HA L’AMORE INTESO COME AGAPE (CARITAS)?
L’amore inteso come agape:
• è un amore ablativo: l’amore diventa cura dell’altro e per l’altro. Non cerca più se stesso, l’immersione nell’ebbrezza della felicità; cerca invece il bene dell’amato: diventa rinuncia, è pronto al sacrificio, anzi lo cerca. La felicità dell’altro diventa più importante della mia. Allora non si vuole più solo prendere, ma donare, e proprio in questa liberazione dall’io l’uomo trova se stesso e diviene colmo di gioia

• è «estasi», non nel senso di un momento di ebbrezza, ma estasi come cammino, come esodo permanente dall’io chiuso in se stesso verso la sua liberazione nel dono di sé, e proprio così verso il ritrovamento di sé, anzi verso la scoperta di Dio: «Chi cercherà di salvare la propria vita la perderà, chi invece la perde la salverà» (Lc 17, 33), dice Gesù

• non è soltanto un sentimento. I sentimenti vanno e vengono. E’ anche sentimento, ma non solo: coinvolge tutte le dimensioni e le manifestazioni della persona. L’amore coinvolge anche la volontà e l’intelligenza. Con la sua parola, Dio si rivolge alla nostra intelligenza, alla nostra volontà e al nostro sentimento di modo che possiamo imparare ad amarlo «con tutto il cuore e tutta l’anima»

• ricerca la definitività, e ciò in un duplice senso: nel senso dell’esclusività («solo quest’unica persona»), e nel senso del «per sempre». L’amore comprende la totalità dell’esistenza in ogni sua dimensione, anche in quella del tempo. Non potrebbe essere diversamente, perché la sua promessa mira al definitivo: l’amore mira all’eternità

• non è qualcosa di estraneo, posto accanto o addirittura contro l’eros, ma eros e agape sono uniti tra loro.

COME EROS E AGAPE SONO UNITI TRA LORO?
L’«amore» è un’unica realtà, seppur con diverse dimensioni; di volta in volta, l’una o l’altra dimensione può emergere maggiormente. In realtà eros e agape non si lasciano mai separare completamente l’uno dall’altro. Eros e agape non si oppongono, ma si armonizzano tra di loro. Esigono di non essere mai separati completamente l’uno dall’altra, anzi quanto più ambedue, pur in dimensioni diverse, trovano il loro giusto equilibrio, tanto più si realizza la vera natura dell’amore.

• Anche se l’eros inizialmente è soprattutto bramoso, ascendente — fascinazione per la grande promessa di felicità — nell’avvicinarsi poi all’altro si porrà sempre meno domande su di sé, cercherà sempre di più la felicità dell’altro, si preoccuperà sempre di più di lui, si donerà e desidererà «esserci per» l’altro. Così il momento dell’agape si inserisce in esso; altrimenti l’eros decade e perde anche la sua stessa natura. D’altra parte, l’uomo non può neanche vivere esclusivamente nell’amore oblativo, discendente. Non può sempre soltanto donare, deve anche ricevere. Chi vuol donare amore, deve egli stesso riceverlo in dono.

• I Padri della Chiesa hanno visto simboleggiata, nella narrazione della scala di Giacobbe, questa connessione inscindibile tra ascesa e discesa, tra l’eros che cerca Dio e l’agape che trasmette il dono ricevuto (cfr Gn 28, 12; Gv 1, 51).

• L’amore dunque, che inizialmente appare soprattutto come eros tra uomo e donna, deve poi interiormente trasformarsi in agape, in dono di sé all’altro, e ciò proprio per rispondere alla vera natura dell’eros.

• Nel matrimonio monogamico, che corrisponde all’immagine del Dio monoteistico, rifulge l’incontro dell’eros con l’agape. Il matrimonio basato su un amore esclusivo e definitivo diventa l’icona del rapporto di Dio con il suo popolo e viceversa: il modo di amare di Dio diventa la misura dell’amore umano. Questo stretto nesso tra eros, agape e matrimonio nella Bibbia quasi non trova paralleli nella letteratura al di fuori di essa.

QUALE POSTO OCCUPA L’AGAPE NEL CRISTIANESIMO?
E’ il fondamento e il centro della fede cristiana. Infatti:
• Dio crea tutto per amore.

• L’uomo soprattutto è creato da Dio-Amore, è creato per amare, ed è creato con la capacità di amare. Dire che si è creati ad immagine di Dio, vuol dire che assomigliamo a Dio nell’amore.

• Dio ama gratuitamente l’uomo, e lo ama in infiniti modi. Infatti Dio:
- è più intimo a me di quanto lo sia io stesso, mi conosce meglio di quanto io conosca me stesso
- perdona il peccato dell’uomo
- si fa Egli stesso uomo in Gesù Cristo, perché l’uomo diventi figlio di Dio

• Gesù Cristo:
- è colui nel quale Dio ha assunto un volto umano e un cuore umano
- è l’Amore che si dona fino alla morte: muore e risorge da morte, per salvare l’uomo
- si fa perfino nostro cibo, nell’Eucari-stia: ciò che era lo stare di fronte a Dio diventa ora, attraverso la partecipazione alla donazione di Gesù, partecipazione al suo corpo e al suo sangue, diventa unione intima e profonda con Lui
- mentre ci lega a Lui ci unisce fra noi, costituendoci in una sola grande famiglia: la Chiesa: «Poiché c’è un solo pane, noi, pur essendo molti, siamo un corpo solo: tutti infatti partecipiamo dell’unico pane», dice san Paolo (1 Cor 10, 17).

• L’agape nel cristianesimo:
- è la realtà più grande: “Ma di tutte più grande è la carità” (1Cor 13,13)
- “sta all’inizio dell’essere cristiano. Infatti alla base dell’essere cristiano non c’è una decisione etica o una grande idea astratta, bensì l’incontro con un avvenimento, con una Persona, con l’Amore, che dà alla vita un nuovo orizzonte e la giusta, definitiva direzione
- incide a livello personale, sociale, culturale proponendo uno stile di vita che spezza il cerchio di effimero e di egoistico dentro il quale si è rinchiusi
- porta a considerare l’uomo sempre come essere uni-duale, nel quale spirito e materia si compenetrano a vicenda, sperimentando proprio così ambedue una nuova nobiltà
- non annulla le legittime differenze, ma le armonizza in una superiore unità, che non viene imposta dall’esterno, ma che dall’interno dà forma, per così dire, all’insieme
- fonde insieme l’Amore di Dio e amore del prossimo: nel più piccolo incontriamo Gesù stesso e in Gesù incontriamo Dio. Io amo, in Dio e con Dio, anche la persona che non gradisco o neanche conosco. Egli vuole che noi diventiamo amici dei suoi amici. Nel «culto» stesso, nella comunione eucaristica è contenuto l’essere amati e l’amare a propria volta gli altri. Un’Eucaristia che non si traduca in amore concretamente praticato è in se stessa frammentata”.

• L’uomo può attuare l’agape, in quanto:
- è creato ad immagine di Dio-Amore ed è amato da Dio, e dunque ama nella completezza delle sue potenzialità
- riceve in dono col Battesimo e la Cresima, lo Spirito Santo.

• “L’agape comporta un cammino di crescita che non è mai concluso e completato; si trasforma nel corso della vita, matura e proprio per questo rimane fedele a se stesso. L’amore, infatti, non lo si trova già bello e pronto, ma cresce; per così dire noi possiamo impararlo lentamente in modo che sempre più esso abbracci tutte le nostre forze e ci apra la strada per una vita retta”.

• Alla domanda di Dostoevskij: quale bellezza salverà il mondo? La risposta è: la bellezza dirompente dell’Amore di Dio.

L’AMORE SI PUÒ COMANDARE?
“Siccome Dio ci ha amati per primo (cfr 1 Gv 4, 10), l’amore adesso non è più solo un «comandamento», ma è la risposta al dono dell’amore, col quale Dio ci viene incontro. Il «comandamento» dell’amore diventa possibile solo perché non è soltanto esigenza: l’amore può essere «comandato», perché prima è donato.

L’amore non si può comandare. Dio non ci ordina un sentimento, ma ci fa sperimentare il suo amore. E da questo, come risposta, può spuntare l’amore anche in noi. Nel cristianesimo l’amore non è un’imposizione, ma una proposizione, un esempio. Un dono si può cogliere, oppure respingere. Ma la grandezza di Cristo è: io sono per chi mi vuole.

Il dare presuppone pertanto l’acquisire: ciò che ci consente di amare è il fatto che siamo stati amati. Il nostro amare è la risposta al dono dell’amore con cui Dio ci viene incontro. Come un bimbo da adulto saprà amare se da piccolo è stato amato dalla madre e dal padre, così l’uomo sa donare perché ha prima preso, ha sperimentato l’amore di Dio”.

È VERAMENTE POSSIBILE AMARE DIO PUR NON VEDENDOLO?
“In effetti, nessuno ha mai visto Dio così come Egli è in se stesso. E tuttavia Dio non è per noi totalmente invisibile, non è rimasto per noi semplicemente inaccessibile. Dio ci ha amati per primo, dice la Lettera di Giovanni (cfr 4, 10) e questo amore di Dio è apparso in mezzo a noi, si è fatto visibile in quanto Egli «ha mandato il suo Figlio unigenito nel mondo, perché noi avessimo la vita per lui» (1Gv 4, 9). Dio si è fatto visibile: in Gesù noi possiamo vedere il Padre (cfr Gv 14, 9).

• Possiamo amare Dio, dato che Egli non è rimasto in una distanza irraggiungibile, ma è entrato ed entra nella nostra vita. Viene verso di noi, verso ciascuno di noi:
- con la sua Parola, contenuta nella S. Scrittura
- nei sacramenti attraverso i quali opera nella nostra esistenza, specialmente nell’Eucaristia
- nella liturgia della Chiesa, nella sua preghiera
- nella comunità viva dei credenti: in essa noi sperimentiamo l’amore di Dio, percepiamo la sua presenza e impariamo in questo modo anche a riconoscerla nel nostro quotidiano
- nell’incontro con il nostro prossimo, in particolare con persone, che sono da lui toccate e trasmettono la sua luce
- negli avvenimenti attraverso i quali Egli interviene nella nostra vita
- nei segni della creazione, che ci ha donato.

• Dio non ci ha solo offerto l’amore, bensì lo ha vissuto per primo e pienamente, e bussa in tanti modi al nostro cuore per suscitare il nostro amore di risposta”.

LA FEDE DIMINUISCE LA CAPACITA’ DI AMARE DELL’UOMO?
No affatto. Anzi la potenzia: la fede ci educa ad amare al di là dei limiti che la storia, la cultura, la politica, il carattere impongono nel rapporto con gli altri. Grazie alla fede si impara a guardare l’altra persona non più soltanto con i propri occhi e con i propri sentimenti, ma secondo la prospettiva di Gesù Cristo. Ogni credente in Cristo può amare meglio e di più. Chi va verso Dio non si allontana dagli uomini, ma si rende invece ad essi veramente vicino.

QUALE MODELLO ABBIAMO DI AGAPE?
E’ Gesù Cristo il modello per eccellenza.

• “Egli infatti è l’Amore incarnato di Dio. In Lui l’eros-agape raggiunge la sua forma più radicale. Nella morte in croce, Gesù, donandosi per rialzare e salvare l’uomo, esprime l’amore nella forma più sublime, in quanto si compie quel volgersi di Dio contro se stesso nel quale Egli si dona per rialzare l’uomo e salvarlo.

• A questo atto di offerta Gesù ha assicurato una presenza duratura attraverso l’istituzione dell’Eucaristia, in cui sotto le specie del pane e del vino dona se stesso come nuova manna che ci unisce a Lui. Partecipando all’Eucaristia, anche noi veniamo coinvolti nella dinamica della sua donazione. Ci uniamo a Lui e allo stesso tempo ci uniamo a tutti gli altri ai quali Egli si dona; diventiamo così tutti «un solo corpo». In tal modo amore per Dio e amore per il prossimo sono veramente fusi insieme”.

PERCHE’ LA CHIESA ATTUA IL SERVIZIO DI CARITA’?
“Il servizio di carità appartiene all’essenza della Chiesa, come il servizio dei sacramenti e il servizio dell’annuncio del vangelo. Questi tre servizi si presuppongono a vicenda e non possono essere separati l’uno dall’altro.

• La Chiesa non può mai essere dispensata dall’esercizio della carità come attività organizzata di credenti e, d’altra parte, non ci sarà mai una situazione nella quale non occorra la carità di ciascun singolo cristiano, perché l’uomo, al di là della giustizia, avrà sempre bisogno dell’amore.

• L’organizzazione ecclesiale della carità non è una forma di assistenza sociale che s’aggiunge casualmente alla realtà della Chiesa, un’iniziativa che si potrebbe lasciare anche ad altri. Essa fa parte invece della natura della Chiesa. Come al Logos divino corrisponde l’annuncio umano, la parola della fede, così all’Agape, che è Dio, deve corrispondere l’agape della Chiesa, la sua attività caritativa.

• L’amore del prossimo è compito di ogni fedele, come anche dell’intera comunità ecclesiale a tutti i livelli: comunità locale (parrocchia), Chiesa particolare (diocesi), Chiesa universale. L’atto totalmente personale dell’agape non può mai restare una cosa solamente individuale, ma deve invece diventare anche un atto essenziale della Chiesa come comunità: abbisogna cioè anche della forma istituzionale che s’esprime nell’agire comunitario della Chiesa.

• La coscienza di tale compito caritativo ha avuto rilevanza costitutiva nella Chiesa fin dai suoi inizi (cfr At 2, 44-45) e ben presto si è manifestata anche la necessità di una certa organizzazione quale presupposto per un suo più efficace adempimento. Così nella struttura fondamentale della Chiesa emerse la «diaconia» come servizio dell’amore verso il prossimo, esercitato comunitariamente e in modo ordinato, un servizio concreto, ma al contempo anche spirituale (cfr At 6, 1-6). Con il progressivo diffondersi della Chiesa, questo esercizio della carità si confermò come uno dei suoi ambiti essenziali”.

L’ATTIVITÀ CARITATIVA DELLA CHIESA E’ CONTRARIA ALLA GIUSTIZIA?
“Fin dal secolo XIX, contro l’attività caritativa della Chiesa è stata sollevata un’obiezione fondamentale: essa sarebbe in contrapposizione – s’è detto – con la giustizia e finirebbe per agire come sistema di conservazione dello status quo. Con il compimento di singole opere di carità la Chiesa favorirebbe il mantenimento del sistema ingiusto in atto, rendendolo in qualche sopportabile e frenando così la ribellione e il potenziale rivolgimento verso un mondo migliore”.

Volendo rispondere a tale obiezione, occorre dire che:
• bisogna operare costantemente perchè ognuno abbia il necessario e nessuno soffra di miseria

• l’egoismo di singole persone, di gruppi, di stati è sempre in agguato, e pertanto contro di esso occorre costantemente lottare

• al di là della giustizia, l’uomo avrà sempre bisogno di amore, che solo dà un’anima alla giustizia.

LA CHIESA NON PUÒ LASCIARE QUESTO SERVIZIO ALLE ALTRE ORGANIZZAZIONI FILANTROPICHE?

La risposta è: no, la Chiesa non lo può fare. “Essa deve praticare l’amore per il prossimo anche come comunità, altrimenti annuncia il Dio dell’amore in modo incompleto e insufficiente. L’impegno caritativo ha un senso che va ben oltre la semplice filantropia. È Dio stesso che ci spinge nel nostro intimo ad alleviare la miseria. Così, in definitiva, è Lui stesso che noi portiamo nel mondo sofferente. Quanto più consapevolmente e chiaramente lo portiamo come dono, tanto più efficacemente il nostro amore cambierà il mondo e risveglierà la speranza, una speranza che va al di là della morte” (BENEDETTO XVI, Lettera ai lettori di Famiglia cristiana, febbraio 2006).

QUALI CARATTERISTICHE HA L’ATTIVITA’ CARITATIVA DELLA CHIESA?
L’attività caritativa della Chiesa, per esser autentica ed efficace:
• salvaguarda la propria identità: essa, infatti, “oltre al primo significato molto concreto dell’aiutare il prossimo, possiede essenzialmente anche quello del comunicare agli altri l’amore di Dio, che noi stessi abbiamo ricevuto. Essa deve rendere in qualche modo visibile il Dio vivente. (…) Dio e Cristo nell’organizzazione caritativa non devono essere parole estranee; esse in realtà indicano la fonte originaria della carità ecclesiale. La forza della Caritas dipende dalla forza della fede di tutti i membri e collaboratori”

• si basa, oltre che sulla competenza professionale, “sull’esperienza di un incontro personale con Cristo, il cui amore ha toccato il cuore del credente suscitando in lui l’amore per il prossimo. Il programma del cristiano è il programma di Gesù: un cuore che vede. Questo cuore vede dove c’è bisogno di amore e agisce in modo conseguente”

• ha come Magna Carta l’inno alla carità di San Paolo (cfr 1 Cor 13s), che fa evitare il rischio di degradare in puro attivismo

• s’accompagna necessariamente alla preghiera. “Il contatto vivo con Cristo evita che l’esperienza della smisuratezza del bisogno e dei limiti del proprio operare possano, da un lato, spingere l’operatore nell’ideologia che pretende di fare ora quello che Dio, a quanto pare, non consegue o, dall’altro lato, diventare tentazione a cedere all’inerzia e alla rassegnazione. Chi prega non spreca il suo tempo, anche se la situazione sembra spingere unicamente all’azione, né pretende di cambiare o di correggere i piani di Dio, ma cerca – sull’esempio di Maria e dei Santi – di attingere in Dio la luce e la forza dell’amore che vince ogni oscurità ed egoismo presenti nel mondo”

• si attua in comunione con i Vescovi: senza tale legame, le grandi agenzie ecclesiali di carità potrebbero essere minacciate, in pratica, di dissociarsi dalla Chiesa e identificarsi come organismi non governativi, come una qualunque comune organizzazione assistenziale: in tali casi, la loro filosofia non si distinguerebbe dalla Croce Rossa o dalle agenzie dell’ONU

• è indipendente da partiti ed ideologie. L’attività caritativa della Chiesa “non è un mezzo per cambiare il mondo in modo ideologico e non sta al servizio di strategie mondane, ma è attualizzazione qui ed ora dell’amore, di cui l’uomo ha sempre bisogno”

• coltiva una collaborazione fruttuosa con le molteplici organizzazioni caritative e filantropiche, con le strutture dello Stato e le associazioni umanitarie che assecondano in vari modi la solidarietà espressa dalla società civile

• evita di fare proselitismo. “L’amore è gratuito; non viene esercitato per raggiungere altri scopi. Ma questo non significa che l’azione caritativa debba, per così dire, lasciare Dio e Cristo da parte. Il cristiano sa quando è tempo di parlare di Dio e quando è giusto tacere di Lui e lasciar parlare solamente l’amore. Egli sa che Dio è Amore e si rende presente proprio nei momenti in cui nient’altro viene fatto fuorché amare”.


Il Primicerio della Basilica dei SS.Ambrogio e Carlo in Roma
Mons. Raffaello Martinelli

Nessun commento: