giovedì 20 novembre 2008

LA MORTE PIETOSA DI ELUANA

Prima di Auschwitz Hitler pensò all’eutanasia e al “modo umanitario” con cui porre fine alla vita delle “persone incurabili”. Una pagina profetica della grande filosofa e scrittrice Hannah Arendt

di Hannah Arendt

La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso della procura di Milano in merito alla decisione della Corte d’Appello del capoluogo lombardo di sospendere l’alimentazione e l’idratazione di Eluana Englaro, la donna di Lecco in stato vegetativo persistente. Pubblichiamo uno stralcio del capitolo “La soluzione finale: sterminio”, tratto da La banalità del male di Hannah Arendt, Feltrinelli, Milano, 2001.


L’idea di sterminare tutti gli ebrei, e non soltanto quelli russi o polacchi, aveva radici molti lontane. Era nata non nell’Rsha o in qualcuno degli altri uffici di Heydrich o di Himmler, ma nella Cancelleria del Führer, cioè nell’ufficio personale di Hitler. Non aveva nulla a che vedere con la guerra e non fu mai giustificata con le necessità militari. Uno dei grandi meriti del libro The final solution di Gerald Reitlinger è quello di aver dimostrato, in base a documenti che non lasciano dubbi, che il programma di sterminare col gas gli ebrei dell’Europa orientale fu uno “sviluppo” del programma dell’eutanasia di Hitler. (…)
Le prime camere a gas furono costruite nel 1939, in ottemperanza al decreto di Hitler, del 1° settembre di quell’anno, secondo cui alle «persone incurabili» doveva essere «concessa una morte pietosa». (Fu probabilmente questa origine a infondere nel dott. Servatius la sorprendente convinzione che lo sterminio coi gas dovesse essere considerato una «questione medica»). L’idea in sé, come abbiamo detto, risaliva a molto tempo prima. Già nel 1935 Hitler aveva spiegato al suo “Capo medico del Reich” Gerhard Wagner che, se fosse venuta la guerra, avrebbe «ripreso e condotto in porto questa faccenda dell’eutanasia, poiché in tempo di guerra è molto più facile». Il decreto entrò immediatamente in vigore per ciò che riguarda i malati di mente, e così tra il dicembre del 1939 e l’agosto del 1941 circa cinquantamila tedeschi furono uccisi con monossido di carbonio in istituti dove le camere della morte erano camuffate in stanze per la doccia – esattamente come lo sarebbero state più tardi ad Auschwitz.
Il programma suscitò enorme scalpore. Era impossibile tener segreta l’uccisione di tanta gente; la popolazione tedesca delle zone in cui sorgevano quegli istituti se ne accorse e ci fu un’ondata di proteste, da parte di persone di ogni ceto che ancora non si erano fatte un’idea “oggettiva” della natura della scienza medica e dei compiti del medico. Nell’Europa orientale lo sterminio coi gas – o, per usare il linguaggio dei nazisti, il «modo umanitario» di «concedere una morte pietosa» – iniziò quasi il giorno stesso in cui in Germania fu sospesa l’uccisione dei malati di mente. Gli uomini che avevano lavorato per il programma di eutanasia furono ora inviati a oriente, a costruire gli impianti per distruggere popoli interi – e questi uomini erano scelti o dalla Cancelleria del Führer o dal ministero della sanità del Reich, e solamente ora furono messi, amministrativamente, sotto il controllo di Himmler.

Gli istituti di carità del Führer
Nessuna delle varie Sprachregelungen (regolamenti della lingua, ndr) studiate in seguito per ingannare e camuffare ebbe sulle menti degli esecutori l’effetto potente di quel decreto hitleriano, contemporaneo allo scoppio della guerra, dove la parola «assassinio» era sostituita dalla perifrasi «concedere una morte pietosa». Eichmann, quando il giudice istruttore gli chiese se l’istruzione di evitare «inutili brutalità» non fosse un po’ ridicola visto che gli interessati erano comunque destinati a morte certa, non capì la domanda, tanto radicata nella sua mente era l’idea che peccato mortale non fosse uccidere, ma causare inutili sofferenze. E durante il processo ebbe scatti di sdegno sincero per le crudeltà e le atrocità commesse dalle Ss e raccontate dai testimoni, anche se la Corte e il pubblico quasi non se ne accorsero perché, fuorviati dal suo sforzo costante di non perdere l’autocontrollo, si erano convinti che egli fosse un uomo incapace di commozione e indifferente.
A scuoterlo veramente non fu l’accusa di aver mandato a morire milioni di persone, ma soltanto l’accusa – mossagli da un testimone e non accolta dalla Corte – di avere un giorno picchiato a morte un ragazzo ebreo. Certo, egli aveva mandato gente anche nell’area dove operavano gli Einsatzgruppen (i reparti speciali tedeschi, ndr), i quali non concedevano “una morte pietosa” ma fucilavano, tuttavia doveva poi aver provato un senso di sollievo quando ciò non fu più necessario data la sempre crescente “capacità di assorbimento” delle camere a gas. Doveva anche aver pensato che il nuovo metodo rappresentava un decisivo miglioramento nell’atteggiamento del governo nazista verso gli ebrei poiché il beneficio dell’eutanasia, a regola, era riservato soltanto ai veri tedeschi. Col passare del tempo, mentre la guerra infuriava e dappertutto era morte e violenza (sul fronte russo, nei deserti africani, in Italia, sulle coste francesi, tra le rovine delle città tedesche), i centri di sterminio di Auschwitz e di Chelmno, di Majdanek e di Belzek, di Treblinka e di Sobibor, dovevano davvero essergli apparsi altrettanti «istituti di carità», come li chiamavano gli esperti di eutanasia.



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