mercoledì 9 gennaio 2008

significato di ontologia


Ontologia, dal participio presente (ontos) del verbo greco einai ("essere") e logos ("legge"). L'ontologia è la disciplina filosofica che si occupa dello studio dell'essere in quanto essere, ovvero al di là delle sue determinazioni particolari. L'ontologia si occupa quindi di studiare le qualità dell'esistenza delle cose nella loro caratteristica di essere cose che esistono (enti), per questo motivo, ovvero per la particolarità dell'ontologia di fare riferimento al principio primo che caratterizza l'esistere delle cose, l'ontologia viene spesso identificata con la metafisica.


01/03/2001 Tracce
Parola tra noi
Un mistero di scelta
Luigi Giussani


Appunti da una conversazione di Luigi Giussani con un gruppo di Memores Domini
Tabiano, 1 ottobre 1995

Scusate questa eccezione, ma anche se mi è arrivata dopo il termine massimo, la domanda mi pare preziosa.
Domanda: Avevo avuto l’impressione, ieri, che il richiamo, l’argomentazione fosse sul fondamento, sul Mistero, cioè fosse di tipo ontologico, e non invece basata sulle conseguenze etiche. Volevo sapere se questa impressione è giusta e, se è così, perché.
Don Giussani: Non so se riuscirò a rispondere alla seconda parte della domanda, ma questa è la domanda fondamentale.

I La carenza, cioè la mancanza, il difficile, cui l’animo non può arrivare se non è preso dal braccio del Signore sotto le ascelle e portato avanti da Lui (come dice il Salmo 63: «A Te si stringe l’anima mia e la forza della Tua destra mi sostiene»), la grande verità, è una rivelazione di valore ontologico.
L’ontologico è “come è fatto il reale”. Cos’è la ragione? Coscienza della realtà secondo la totalità dei suoi fattori. Ciò che non è coscienza della realtà è fantasia dettata da un sentimento e, perciò, da un egoismo, da una pusillanimità o da una piccolezza. L’ontologico, anche se la parola è difficile, vuol dire: «ciò che è, in realtà». E in realtà una cosa è come è stata fatta da un Altro, non da noi! Le mani che ci mettiamo, la mente che ci giochiamo, il cuore che ci sacrifichiamo è come se “lisciassero”, è come se giocassero, è come se si giocassero su una cosa altrui, su una realtà, cioè sul rendersi presente dell’Essere, sulla modalità con cui l’Essere si rende presente, con cui Dio, il Mistero, si rende presente.
Voglio partire da una cosa che non vi ricordate più e che per caso ho ricordato ieri o l’altro ieri. Leggo.
«Abbiamo parlato fondamentalmente della natura della ragione come rapporto con l’infinito [un millimetro al di qua dell’infinito, dell’“intero” infinito - che è una contraddizione, ma è un paradosso più che una contraddizione -, si muore!], che si rivela come esigenza di spiegazione totale. Il vertice della ragione è l’intuizione dell’esistenza di una spiegazione che supera la sua misura [il vertice della ragione è l’intuizione che c’è una risposta, ma è al di sopra della sua misura]...
«Ora, quando la ragione prende coscienza di sé fino in fondo e scopre che la sua natura si realizza ultimamente intuendo l’inarrivabile, il mistero, essa non smette di essere esigenza di conoscere [la ragione non smette di essere esigenza di conoscerlo, capisce che non può conoscere il mistero, ma non smette, non può smettere, per natura, di chiedere, di cercarlo]».
Sto rileggendo il XIV capitolo de Il senso religioso,1 che la maggior parte di voi ha messo in cantina, perché è un libro… già letto!
«Perciò una volta scoperto questo [cioè che la risposta è al di là di sé], lo struggimento, per così dire, della ragione è quello di poter conoscere quell’incognita. La vita della ragione è data dalla volontà di penetrare l’ignoto (l’Ulisse dantesco), di passare oltre le colonne d’Ercole, simbolo del limite continuamente, strutturalmente [ontologicamente] posto dalla esistenza a questo desiderio [“ontologicamente”, per la natura stessa della ragione, per la natura stessa delle cose, per la natura stessa del loro significato che si chiama Dio].
«Anzi, è proprio la tensione ad entrare in questo ignoto che definisce l’energia della ragione. Come abbiamo già accennato, negli Atti degli Apostoli san Paolo davanti ai “filosofi” che si raccoglievano all’Areopago di Atene dice: “Il Dio che ha fatto il mondo e tutto ciò che contiene, che è Signore del cielo e della terra, non dimora in templi costruiti dalle mani dell’uomo [non coincide con nulla di ciò cui tu dai forma come ultimo desiderio dell’istante; nell’istante effimero tu dai forma dell’ultimo desiderio a una cosa. Così crei questa forma, identifichi questa cosa falsamente presente, perché non dura: “non è”, sembrando essere], né dalle mani dell’uomo si lascia servire come se avesse bisogno di qualche cosa, essendo lui che dà a tutti la vita e il respiro ad ogni cosa... Per essi ha stabilito l’ordine dei tempi e i confini del loro spazio [rientra qui la misura, la misura misurabile da noi, ma fatta da un Altro. Ha stabilito l’ordine dei tempi e i confini dello spazio, cioè la grandezza, la dilatazione, la larghezza, la lunghezza delle cose, misurabili da noi, ma fatte da un Altro], perché cercassero Dio, se mai arrivino a trovarlo andando come a tentoni, benché non sia lontano da ciascuno di noi. In lui infatti viviamo, ci muoviamo ed esistiamo, come anche alcuni dei vostri poeti hanno detto: Poiché di lui noi stirpe siamo”.
«Tutto l’andare umano [il ragazzo che oggi, domenica, prenderà il treno per andare a trovare la fidanzata a Rovigo; la fidanzata che da Rovigo prenderà il treno per andare a Como, sbagliando posto...], tutto il tentativo di questa “forza operosa che ci affatica di moto in moto”, è la conoscenza di Dio [questo è il sacro di ogni azione umana, anche la più sbagliata, anche dell’assassino]. Perché il movimento dei popoli riassume come formula tutto quanto l’immenso sforzo di ricerca dell’uomo [l’alternativa qual è? Che il movimento dei popoli diventi formula di guerra: la Prima Guerra mondiale, fatta dalla massoneria contro l’impero austro-ungarico, perché era cattolico; la guerra di Hitler, o di Churchill, per il trionfo della potenza tedesca o inglese]. Scoprire il mistero, entrare nel mistero che sottende l’apparenza, sottende ciò che noi vediamo e tocchiamo [sottende l’effimero presente che non dura], è il motivo della ragione, la sua forza motrice.
«Così è il rapporto con quell’al di là che rende possibile anche l’avventura dell’al di qua [vi ricordate l’Ulisse dantesco e i suoi? Tentano l’al di là delle colonne d’Ercole. Questo rende avventura reale anche l’al di qua: navigano nel Mediterraneo con una grinta che fa paura perfino ai pesci! Immaginatevi gli uomini che li vedono], altrimenti la noia, origine della presunzione evasiva, illusiva o della disperazione eliminatrice, domina. È solo il rapporto con l’al di là che rende realizzabile l’avventura della vita. La forza umana nell’afferrare le cose dell’al di qua è data dalla volontà di penetrazione dell’al di là [dal tentativo di penetrazione, dall’impossibilità di penetrazione: ma l’impossibilità di penetrare sta soltanto come test dell’intensità della volontà di penetrare]…
«Ma al di là di questo mare nostrum che possiamo possedere, governare e misurare [al di là di queste “spanne poche” che misurano l’apparenza], che cosa c’è? L’oceano del significato [che incombe]. Ed è nel superamento di quelle colonne d’Ercole che uno comincia a sentirsi [libero, cioè] uomo: quando supera questo limite estremo posto dalla falsa saggezza, da quella sicurezza oppressiva, e si inoltra nell’enigma del significato [solo allora l’uomo incomincia a sentire cos’è la libertà]. La realtà nell’impatto con il cuore umano suscita la dinamica che le colonne d’Ercole hanno suscitato nel cuore di Ulisse e dei suoi compagni, i volti tesi nel desiderio di altro. Per quelle facce ansiose e quei cuori pieni di struggimento le colonne d’Ercole non erano un confine, ma un invito, un segno, qualcosa che richiama oltre sé.
«Ma c’è una pagina più grande ancora di quella dell’Ulisse dantesco... È nella Bibbia, quando dall’esilio, Giacobbe sta ritornando a casa sua. “Non ti chiamerai più Giacobbe, ma ti chiamerai Israele, che significa: ‘ho lottato con Dio’”. Questa è la statura dell’uomo nella rivelazione ebraico-cristiana».
Ed ecco la frase per cui ho letto tutto il capitolo: «Chi giunge a percepire questo di sé è un uomo che se ne va, tra gli altri, zoppo, vale a dire segnato [lavori alla scuola elementare o alla Tv]; non è più come gli altri uomini, è segnato.
«Se questa è la posizione esistenziale della ragione è abbastanza facile capire che una posizione del genere sia vertiginosa [come per me adesso, quando mi si abbassa la pressione e mi alzo di scatto senza ricordarmi gli avvisi di Giancarlo o di Adriano: mi gira la testa, dopo un minuto mi gira la testa].
«Quasi che, come legge, come direttiva del mio vivere dovessi rimanere sospeso [“ontologicamente”, perché questo “è” l’uomo nel creato] a una volontà che non conosco, istante per istante. Sarebbe [essere sospeso alla volontà di uno che non conosco] l’unico atteggiamento razionale... Per tutta la vita [allora] la vera legge morale sarebbe quella di essere sospesi al cenno di questo ignoto “signore”, attenti ai segni di una volontà che ci apparirebbe attraverso la pura [singola], immediata circostanza [e nient’altro]».
Altro che utopico! È bugia l’utopico, è menzogna violenta l’utopico, che libera la tua vertigine in un vorticoso “da fare”. Questo, invece, è l’essere reale, l’esistenza reale sperimentata, toccata, riconosciuta e sentita per quel tocco tangenziale con cui è in rapporto con l’Oltre, con l’Infinito. E questo momento, il momento dove la ragione tocca il vertice suo, si chiama anche con un altro nome: mistica.
«Ripeto: l’uomo, la vita razionale dell’uomo dovrebbe essere sospesa all’istante, sospesa in ogni istante a questo segno apparentemente così volubile, così casuale che sono le circostanze attraverso le quali l’ignoto “signore” mi trascina, mi provoca al suo disegno. E dir “sì” a ogni istante senza vedere niente, semplicemente aderendo alla pressione delle occasioni. È una posizione vertiginosa [come uno che faccia il trapezio a duecento metri da terra senza averlo mai provato]».
Ricordatevi che questo è il capitolo XIV de Il senso religioso, che voi non avete mai più riletto. L’avete letto credendo che fosse ovvio, e invece non l’avete mai sentito, mai! Chi non sente questo, non ha ancora varcato la soglia della fanciullezza, quando si può incominciare ad essere cattivi, ma non ancora aderire liberamente al bene.
Questa è una premessa. È una premessa che troverete confermata da un altro pezzo che andrete a leggere: è un testo intitolato «La fede è un cammino dello sguardo», nell’ultimo numero di 30 Giorni.2 La prima parte di questo “cammino” sottolinea la necessità che uno sia quel che è, altrimenti non può trovar risposta alla domanda che è. Al quattordicesimo capitolo de Il senso religioso corrisponde buona parte della prima parte di questo articolo, che richiama un caso eccezionalmente esemplare nella mia vita, nel mio ricordo, che ho fisso nella testa come un chiodo, perciò lo ricordo centinaia di volte. Guarda caso, è una circostanza non voluta da me, non prevista da me, un’occasione che mi ha trascinato dentro di sé, secondo la infinita logica che ogni circostanza che noi viviamo ha dentro di sé; perché, dentro di sé, ogni circostanza ha una logica che ci porta al cuore del mondo, che si chiama “Verbo di Dio”.
Quella sera ero stanco e sono andato a dormire (allora, quando decidevo di andare a dormire, dormivo: «Quando eri piccolo ti vestivi e andavi dove volevi, quando sarai grande altri ti vestirà»; quando vorrà, alle tre di notte, per esempio; perciò, il giorno dopo uno parla con più fatica - che volete farci! -; ma quand’è così, è provocata la verità del tuo cuore, l’acume bruto, oggettivo, tagliente della tua “zucca”, cioè testa, cioè ragione).
Sono andato dunque a letto. La mattina, siccome dovevo consegnare un pezzo di tesi per la serata, mi sono buttato subito sul testo Natura e destino, l’opera più grande di Reinhold Niebuhr, il più grande pensatore dell’America degli anni ’30 e ’40. Apro il libro, capitolo tal dei tali, incomincio a leggere: «Niente è tanto incredibile quanto la risposta a una domanda che non si pone».3 Leggerete il pezzo. «Due più due uguale quattro» non è così evidente! Questo è più evidente, perché è più umano e perciò è più interessante, trascina dentro di sé molta più parte di noi stessi: «Niente è tanto incredibile quanto la risposta a una domanda che non si pone».Cristo è la risposta all’uomo che si pone coscientemente di fronte a quella domanda immensa, imperitura, inesausta, che è il cuore.
È nella misura in cui uno sente il suo cuore, capisce il suo cuore, tiene presente il suo cuore, ha davanti agli occhi il suo cuore, ha sul fondo dell’orizzonte il suo cuore, ha dentro la faccia della donna amata il suo cuore, ha dentro la faccia dei suoi logaritmi e dei suoi scherzi matematici il suo cuore, ha dentro la faccia dei suoi bambini il suo cuore, ha dentro la faccia della folla il suo cuore; è in quella misura che uno può dire: «Che risposta c’è? A questa mia domanda, che risposta c’è?». Ma in quella misura sei tu, che senti te stesso, che puoi capire quanto più importante di quel che sei è la risposta a quel che sei, perché se non c’è risposta a quel che sei, sei un disgraziato!

Immaginate di andare in piazza Duomo a Milano alle sei di sera, d’estate, o in primavera, o d’autunno, d’autunno presto. Piazza Duomo è quasi piena, gente che va di qui, gente che va di là; ma osservate che c’è qualcosa che non va: sono tutti senza testa! Immaginate di essere lì: sono tutti senza testa, solo voi avete la testa! La vita è così, il mondo è così. Leggerete tutto il primo paragrafo dell’articolo riportato su 30 Giorni.

Come si fa a dire queste cose senza “core”? Come si fa a pensare e ad ascoltare queste cose senza “core”? Solo se le ascoltate senza “core”, queste cose non valgono, nel senso che defluiscono come arrivano: solo se la vostra anima è il vuoto, perché il vuoto rende vuoto tutto, è come un pozzo senza fondo. Questo pezzo l’avete letto peggio di quanto abbiate letto Il senso religioso, molto peggio. Sembrano cose mille volte dette e mai - ogni volta - sono dette come prima; mai, neanche una volta, neanche per caso, come per caso sono dette.

II Chi guida l’uomo è chi l’ha fatto, perché Dio ha risposto. A questa situazione umana che Egli ha permesso - descritta nel capitolo che abbiamo letto: l’uomo vive così, l’esistenza umana è questa, strutturalmente, ontologicamente -, a questa esistenza umana il Mistero ha risposto. Ha risposto, come se fosse in dialogo, come se il grido dell’uomo fosse gridato dentro il cuore di Dio, dentro la casa di Dio, che è l’eterno, che è il paradiso; come se il grido fosse stato gridato lì dentro. C’è uno, lì dentro, che lo riprende come un ripetitore eccezionale. Il grido dell’uomo grida dentro il cuore di Dio attraverso un ripetitore eccezionale: un uomo che è dentro il mistero di Dio, dentro il Mistero ultimo.
Andate a pagina 14 de Il tempo e il tempio, che io presentai dicendo che era come il riassunto di tutto quanto io avessi detto in quarant’anni, di quanto avessi voluto dire “di più” in quarant’anni.

Dio ha risposto. La domanda dell’uomo, come è descritta nel XIV capitolo de Il senso religioso, trova la risposta.
Dio, che ha fatto l’uomo così, il Dio di cui tutte le circostanze sono espressione - e sarebbero per sé l’unica espressione per l’uomo, l’unico motivo, l’unica energia motivante i passi di una cecità umana, di un uomo che cammina totalmente all’oscuro, a tastoni, a tentoni, senza nulla vedere -, Dio ha risposto “con”... il “con” lo diciamo alla fine del capoverso.

Leggo. «Perché Cristo sia tutto in tutti [dunque, è chiaro che la risposta è che la ragione ultima, la consistenza ultima, ciò di cui tutto è fatto, si chiama Cristo], perché Cristo appaia tutto in tutti [appaia, sia riconosciuto, si veda, si sperimenti che è tutto in tutti], perché la gloria di Cristo appaia come la forma e il contenuto di tutte le cose [questa è “ontologia”, non “morale”: la realtà è così] - “tutto in lui consiste” - perché questo appaia, c’è, operata da Dio, dal Mistero, dal Padre, una scelta o elezione».4
Una scelta sta alla radice della risposta di Dio; una scelta, una elezione, che sembrerebbe il “contraddittorio” di una risposta, perché è un punto eletto a risposta intera, un particolare eletto a spiegazione del tutto: un particolare che diventa spiegazione del tutto.

Che scelta è? Che elezione è? Cosa vuol dire scelta?
“Scelta” sarebbe potuto essere il vaso di fiori che Marco ha sul davanzale della sua finestra; sarebbe stato non misterioso, ma innegabilmente irrazionale, perché come faccio io a gridare a un vaso di fiori? Posso gridare a uno che sente, come me, quel che io sento; che è come me, ma è diverso da me; che è come me, ma è quello che io non sono, ed è quello che io chiedo come risposta: un uomo. Ha scelto un uomo. Poteva sceglierlo fra sei anni, nel famoso duemila, al famoso inizio del terzo millennio di cui parlano tutti i grandi della terra (prima che sorga l’alba del terzo millennio, tutti vegliano nell’attesa: un corno!), poteva sceglierlo nel 6222, perché il numero, come tale, è divisibile per due! E perché non poteva scegliere quel grande assassino, Mosè, patriota accanito, tanto accanito che trattò l’altro come un cane?
Invece ha aspettato il momento prima che Israele fosse distrutto come popolo e lo Stato d’Israele raso al suolo, tanto che non si trovava più un solo documento risalente a prima del 70. Proprio su questo si fonderanno tutti, dapprima gli atei e gli scettici, poi i protestanti e persino alcuni cattolici, per sostenere che Cristo o non è mai esistito ed è frutto di fiaba o è esistito e non si può conoscere: è l’alternativa con cui concluse il suo studio sulle ricerche su Cristo Schweitzer, prima di andare in Africa. Dobbiamo ammettere che Dio ha veramente uno humor dell’altro mondo! I pezzi di papiro5 ritrovati adesso risalgono tutti a prima del 70! Credete voi che quei teologi cattolici si ravvedano? Si ravvedono i protestanti e gli altri, ma certi cattolici no. L’abitudine al dogmatismo può far prigionieri della propria scatola cranica. Mi scusi il Signore se rido prendendo spunto da questo; ma forse ride anche lui: ludit in orbe terrarum, gioca nell’esistenza dell’uomo.
«C’è, operata da Dio, dal Mistero, dal Padre, una scelta o elezione». Questa è la categoria fondamentale per spiegare il nesso tra la creatura e Dio, in quanto nesso consapevole, in quanto paragone di due libertà, in quanto dialogo e in quanto sfida (sfida di Dio all’uomo e dell’uomo a Dio), in quanto rabbioso riconoscimento come quello del Capaneo dantesco o amore come quello di Caterina da Siena o come quello di una ragazza del secondo anno di noviziato che ho sorpreso una mattina mentre piangeva. Le dico: «Come mai piangi? Sei scontenta di stare qui?». «No! Ho appena finito di leggere san Giovanni della Croce e piango perché non saprò mai amare il Signore come lui». Beh! Una volta ogni vent’anni ci si trova di fronte a qualcosa di eccezionale - la risposta almeno; non so se lei, ma la risposta sì. Ma mi dia Dio di ricordarmelo.
Gesù di Nazareth si è sentito “preso” (la tradizione dice soprattutto nel momento del Battesimo con Giovanni Battista) come uomo e destinato a un compito nell’universo, a un compito universale. Questo atto dell’Essere è una categoria che l’Essere, in quanto operativo su ciò che crea, mantiene; è una categoria che l’Essere mantiene, proclama come suo metodo nel suo rapporto con ciò che ha creato.
«Al di fuori di questa scelta o elezione non può esserci che la realtà di una folla di pezzenti, di mendicanti, che raccolgono le briciole che cadono dalla mensa dei figli, esattamente come diceva la cananea: anche i cani possono cibarsi delle briciole che cadono dalla mensa dei figli».6
Dio ha risposto a quella domanda descritta nel capitolo XIV de Il senso religioso, a quella situazione vertiginosa dell’uomo serio, dell’uomo che prende sul serio se stesso, perché altrimenti «nulla è tanto incredibile come la risposta a una domanda che non si pone» (Niebuhr può passare alla storia anche solo per questa frase, secondo me. Anzi, se passa per questa frase, è più sicuro, più chiaro, più redditizio che neanche se passa per tutta la sua produzione sterminata, che ha fatto molta impressione ed ha avuto molta incidenza sulla politica americana degli anni ’40 e ’50; ma dopo gli anni ’40 e ’50 l’opposto ha preso il suo posto).
Scelta ed elezione. Ma l’ho già detto, in modo brutale e non drammatico com’è, invece. È la parola “dramma” riferita al mistero della Trinità. E questo si può fare, perché noi possiamo usare solo le più alte parole che descrivono i nostri rapporti per accostarci al Mistero ultimo. È il dramma della Trinità, di quella comunione che fa l’essenza dell’Essere, la natura dell’Essere. Si tratta sempre di ontologia, Laura, come giustamente hai fatto osservare.
Questo dramma della Trinità è stata la scelta di un uomo. L’uomo Gesù di Nazareth, scelto ad essere l’umanità del Verbo, l’umanità di Dio, Dio che è risposta al cuore che ha creato, risposta esauriente, sovrabbondante, al grido del cuore che ha creato: grido che si riverbera nella natura stessa del mistero della Trinità attraverso la presenza, operata dallo Spirito, di un uomo ebreo, nato da una donna di 17 anni. Non so se mi commuove di più che è nato da una donna o che questa abbia avuto 17 anni, ma è lo stesso (il secondo è sentimentale, il primo è una meraviglia a cui sono costretto oggettivamente).
Questa scelta o elezione è permanente come categoria fondamentale del movimento, del modo di muoversi che Dio ha con noi creature, con noi creature coscienti, con la creatura in quanto diventa dialogo con Lui, conoscenza e coscienza di Lui e soggezione, obbedienza, amore a Lui; questo rapporto è permanentemente determinato, governato dalla categoria della scelta, della elezione.
E, infatti, l’Arcangelo Gabriele portò l’annuncio a questa giovane donna che stava nella casetta di Nazareth. E quando si entra in quella casetta vengono davvero i brividi. Credo che se fossi ateo radicato, mi verrebbero i brividi lo stesso, tanto l’oggettività, l’ontologia dell’Essere, così come si muove, dà sentore di sé, lascia documento del suo muoversi, del suo creare: lascia nella terra dell’uomo tracce indelebili e indelebilmente efficaci.
Ma lasciamo la linea seguita da Il tempo e il tempio, che voi leggerete tutto. Ho paura che chi l’ha letto, l’abbia letto senza fare i passaggi (che sono apparentemente evidenti), senza che l’importanza di uno o dell’altro di tutti questi passaggi sia stata percepita determinante di tutto l’elenco. Tutto l’elenco è dominato da accenti diversi dei punti in cui si suddivide.7
La prima scelta è stata di questo uomo! Era un uomo discendente da Abramo: è attraverso Abramo che è un uomo discendente di Adamo. È attraverso Abramo. Non attraverso Cam, Sem, non attraverso un altro: attraverso Abramo! Poteva essere attraverso Lot, che era il nipote di Abramo: era lì vicino! Poteva sbagliare di mezzo millimetro! Da queste osservazioni dipende il valore del cielo e della terra, dipende il valore del calore del sole o il valore del colore del mare.

III Sentite: per eleggere quest’uomo, lo Spirito del Mistero, dove è andato? Dove si è diretto? Quando si è diretto? Non si possono evitare, nella categoria della scelta, della elezione, questo dove e questo quando. “Dove” e “quando” sono le due componenti fondamentali della stesura, della distesa dello spazio umano, del reale naturale, dell’aspetto, della parte, dell’espressione materiale dell’uomo. Perché la parte materiale dell’uomo definisce l’uomo esattamente insieme e allo stesso modo che quella spirituale: non si può concepire un uomo senza materia.
Capite che il concetto di scelta e di elezione - elezione e scelta del Mistero dentro la realtà terrestre e umana, dentro la realtà creata umana - implicano un “quando” e un “dove”, perché il tempo e lo spazio sono coefficienti inevitabili di ciò che l’uomo “è”, appartengono all’ontologia dell’uomo, all’ontologia? Perciò una morale - ma non diciamolo subito, anzi, diciamolo subito -, una morale non può che dipendere da un’ontologia. Un comportamento non può che dipendere dall’essere, da ciò che uno è. Il temperamento, per esempio, apparterrà alla morale o all’ontologia? All’ontologia! È un colore dell’ontologia. Meno male che ci sono i rossi, i verdi e gli zebrati.
Bisognerebbe che si stesse insieme una giornata, mangiando a mezzogiorno, dormendo un po’, ma svolgendo dialogicamente queste cose, come mi pare di preferire; a uno non si riesce a far capire il passaggio; e l’altro non lo fa suo, anche se lo capisce benissimo: lo capisce con la testa, ma non con la vita, con l’esistenza, con l’io; non con l’io, ma con la testa. Mi capite?
Ditemi, per favore, se capite questa espressione: l’elezione o la scelta implica la risposta alla domanda «quando?» e «dove?». Tempo e spazio. Un tempo e uno spazio: Nazareth! Poteva essere: in “quel” tempo, l’angelo del Signore si recò a Ostia, vicino alla capitale Roma. No! Sarebbe stato il centro di tutta la vita del mondo di allora, il mondo mediterraneo, spostato, dalle vittorie, dalla Grecia a Roma; e Ostia era il punto di lancio di tutto: tutte le navi partivano di lì e arrivavano lì. Ma l’angelo del Signore portò l’annuncio a questa giovane donna di Nazareth, che partorì, venuto il suo tempo, dopo nove mesi, a Betlemme. Perciò, che stranezza che i capi chiedessero a Gesù: «Usquam animam nostram tollis, fino a quando ci terrai col fiato sospeso? Di’ chi sei e da che parte vieni». Non so se ha risposto così (il Vangelo non dice altro, però non esclude): «Andate per favore all’anagrafe di Betlemme e avrete la risposta». Tutto si gioca dentro spazi e modalità che sono totalmente e assolutamente comuni.
Qual è il primo luogo da cui questo messaggio - come realtà iniziale, come germe, come seme - si è inserito a viva forza, irresistibilmente, nella vita dell’uomo, nella storia del mondo? Il seno di quella donna! Che cosa impressionante!
E san Giuseppe quando la guardava! Qui Giuseppe è la figura dell’uomo «uomo». Non c’è nessuna figura d’uomo paragonabile. Cioè, l’uomo deve essere paragonato a san Giuseppe. In lui si incarna quello sguardo a due metri dalla faccia della persona amata, più potente del quale sguardo amoroso non c’è. Che san Giuseppe ci aiuti ad averlo! Ma questa è già morale.
Il seno di quella donna e, quindi, quella casetta. Il primo popolo, il primo elemento di popolo, il primo documento di popolo che se n’è accorto è questo giovane falegname, innamorato di quella ragazza, che si trova di fronte a una cosa che assolutamente lo schiaccia da tutte le parti, lo schiaccerebbe da tutte le parti, se non la riconoscesse nella sua ontologia: mistero di Dio rivelato, il Dio che incomincia a rivelare all’uomo la risposta al suo perché, la risposta al suo grido.
Quanto più un uomo sente in sé quel grido, tanto più attende la risposta e tanto più percepisce la risposta che viene: prima che sorga l’alba, vive nell’attesa. I personaggi più commoventi tra gli ebrei, nel popolo ebraico socialmente parlando, dell’Antico Testamento, i personaggi più commoventi sono quelli che, intelligenti o no (ce n’erano di intelligenti, anche colti: Simeone doveva esser colto; la Madonna deve aver letto con attenzione i “libri di scuola”: il Magnificat l’ha fatto facendo centone di frasi bibliche che lei ripeteva sempre, perciò le aveva dentro), attendevano!
Proprio la casetta, quella casetta lì. Poi, dopo, ha incominciato a irradiarsi, e questo irradiamento s’è fissato nelle case di taluni pescatori e, dopo qualche tempo ancora, s’è fissato negli occhi di tutti in strada. Ma per la strada era un po’ troppo mobile, un po’ troppo perseguibile, e allora andava una volta in una casa (Betania), altre volte in un’altra. Poi il momento più terribile e sublime (che è quello dei quattro capitoli di san Giovanni che leggiamo il Venerdì Santo al Triduo pasquale degli universitari), in quella sala male illuminata dalle fiaccole, quando quell’uomo disse (immaginate la faccia degli altri che erano lì, a sentirlo dire): «Senza di me non potete fare niente»8 - niente! niente!!
Secondo me, di fronte a uno che dice quello che sto dicendo io, seriamente, la società civile non può non fare il pensiero: «È meglio chiuderlo in manicomio oppure eliminarlo, piuttosto che lasciarlo parlare». Perché questo discorso, questo messaggio è un aut-aut inevitabile: ciò che non è questo è illusione, menzogna, negazione, brandita sempre dal potere. Sempre, anche dal punto di vista educativo, che era il cauchemar, l’incubo, di Pasolini (quanto mai quella sera non l’ho accostato - aspettavo l’ultimo aereo che partiva da Milano verso Roma -, distratto da monsignor Pisoni! Se Pasolini fosse stato a due nostri raduni, ci avrebbe investito di invettive, ma sarebbe diventato uno dei nostri capi! Dire che queste cose devono ritrovare la loro giustizia è dire il minimo che l’uomo esige per continuare a sentirsi uomo!).
Bene! Poi, quel gruppetto è stato disperso, non potevano più raccogliersi neanche per strada; poi si sono fatti vedere sotto il Portico di Salomone - lì avevano una sede, un salone, il salone dove avevano fatto l’ultima cena con lui. E poi, di lì, hanno dilagato per il mondo - così Marco ha trovato il bellissimo tema del Meeting dell’anno venturo: «Si levò un vento impetuoso da Est [da una parte, “impetuoso” può rappresentare un invito all’entusiasmo e, dall’altra parte, può suscitare le voglie castigative del potere: entusiasmo e prigione] e sicuri [sicuri! Qual è la prima condizione della fede? La certezza, studiavo quando ero ragazzo, e credettero di dissuadermi quando fui grande] della loro guida, navigarono sino ai confini della terra».
Stiamo navigando sino ai confini della terra, perché i confini della terra non sono i confini della “terra”, sono i confini della terra nella storia tutta intera. I confini della terra sono quelli le cui acque, i cui residui, lambiscono i piedi di Cristo che viene a giudicare, «a giudicare tutti gli umili della terra», dice il salmo, dove “giudicare” vuol dire “esaltare”. Non è venuto per giudicare il mondo, ma per salvare il mondo!
Naturalmente tutta questa rete oramai sparsa in tutto il mondo si codificava dovunque arrivava: ci sono ancora tracce nel Kerala dei primi cristiani del quarto secolo, ci sono tracce di san Giacomo a Compostela, come ha dimostrato un ricercatore e scienziato.
Comunque, poi è arrivato a Ravenna. A Ravenna è stata una delle cose più belle, uno dei “dove” e dei “quando” più belli della sua storia! Ha prodotto una umanità che dev’essere tenuta da te e dev’essere difesa da te, perché questo è il tuo compito. E se tu ti senti poveretto, debole, attratto da mille cose, questo rimane; che la tua dignità sia questa, rimane. Questo ti salva, anche se commettessi settanta assassinii come il buon ladrone, che gli avrebbe dato la risposta che gli ha dato Simone; e Simone avrebbe detto la stessa cosa, anche se avesse avuto le mani ancora lorde del sangue dell’assassinio del giorno prima. Ma questo è un altro problema che, mi spiace, non si può trattare: lo tratteremo la volta ventura. Incomincia l’anno nuovo, perciò incomincia il lavoro sull’impegno etico.
Ma la conclusione di quest’anno, così ricco di scoperta... la scoperta si fa dell’essere, dell’ontologia, quella che tutti trascurano perché, come la volpe di esopica memoria, tentano di dirne qualcosa, di saperne qualcosa e, non riuscendoci, si esprimono con la famosa frase: «Nondum matura est», come dire: «Non è vero niente!».
Ma io voglio concludere.
Abbiamo richiamato il modo con cui Dio ha risposto al grido (il “modo” vuol dire l’assetto in cui l’ontologia delle cose si situa, si pone, sta; l’assetto da cui si capisce quello che una cosa è), alla sete suprema dell’uomo, descritta nel XIV capitolo de Il senso religioso, perché si tratta del senso di sé, e quanto più uno si fa la domanda, quanto più uno sente il proprio cuore, tanto più grida per sapere la risposta: «Niente è tanto incredibile quanto la risposta a una domanda che non si pone». Ed è la negazione, il rinnegamento del cuore che può fare indifferenti alla risposta.
La risposta viene: Dio risponde al grido, che è entrato nella sua stessa natura, nella sua stessa vita: il grido tuo è entrato nella sua stessa vita.
Come ha risposto al grido? Usando una categoria che è la suprema affermazione della sua libertà. La suprema affermazione della libertà è l’assoluta scelta, è la categoria della scelta o della elezione.
Perché hai chiamato questo? Perché io - dice Dio - ho voluto chiamare questo! E perché non hai scelto altri? Perché non ho voluto scegliere altri! «Io ho misericordia di chi ho misericordia e non ho misericordia di chi non ho misericordia».9 Solo nel mistero di Dio l’assoluta libertà equivale al diritto della scelta, non in noi. Il diritto della scelta, in noi, è una utopia nel senso della rana rupta et bos, della rana che vuole essere grossa come il bue e scoppia nello sforzo.
Questa categoria della scelta subito indica un punto, un punto della storia dell’uomo, della geografia umana, dell’universo osservabile dall’uomo, un punto infinitesimale perciò, infinitesimale nel senso vero del termine: presente come un punto nel seno di una donna, di una giovane donna a Nazareth, in Palestina, nella razza degli Ebrei. Perciò la salvezza dovrà ripercorrere in sé tutta quanta la storia ebraica. Chi non ripercorre in sé tutti gli accenti e i drammi dell’esperienza della storia del popolo ebraico non è un buon cristiano, non capisce cosa vuol dire essere cristiano. Non è un buon cristiano, perché - dice san Paolo - la storia del popolo ebraico è pedagogia a noi: ci introduce a capire, per esempio, questo concetto di scelta, di vocazione-scelta, che è assolutamente ebraico, perché gli altri popoli non ce l’hanno.
Comunque, scelta o elezione. Perché sei qui, perché? Perché lui è qui? Perché tu sei qui? Perché io sono qui? Ho sufficiente fantasia e mobilità di sentimenti per aver adocchiato un’infinità di altre possibilità che non dettaglio, ma sono qui perché sono stato “fatto per”, eletto. Poi c’è anche una componente morale, che è la mia risposta alla risposta: impostare la vita, cioè risposta. A qualunque punto mettiate la scelta nella traiettoria dell’intervento di Dio sulla vostra vita, la vostra vita è stata scelta e chiamata a corrispondere alla grande risposta di Dio, perciò a corrispondere a Gesù, alla presenza di Gesù - corrispondere a questo, non lavorando, non facendo questo o quello, non organizzando, non creando movimenti; tutto questo sarà eventuale conseguenza, se Dio lo vorrà; perché l’ultimo pensiero era, quarant’anni fa, quando vedevo per la prima volta ridere o sorridere il mio carissimo amico vecchio Adriano, che ora vedo là nel quartiere di sinistra, l’ultimo pensiero era che saremmo stati in più di 23 (eravamo in tre, allora).
La categoria della scelta o della elezione arriva al dunque, arriva al suo oggetto fissato - arriva a Ravenna in un certo momento, che non è il 1890, ma è il 1990 -, e sei tu. Ché se fosse stato 34 anni prima, non saresti stato tu.
Questo è essenziale. Arriva in un tempo e in un luogo: il tempo e il luogo coordinati, congiunti. L’uno si inserisce nell’altro e creano un punto. Il dono che qualifica questo punto si chiama anche carisma, perché normalmente può essere veicolo di un “accento” nel percepire Dio, nel percepire Cristo, nel sentimento di Cristo, nella fedeltà a Cristo, nel sentire la grandezza di Cristo, nella tenacia. Il dono può segnalare questo punto di incrocio che sei tu. Tu, perché il “quando” e il “dove” arriva a casa tua; trafora le finestre e i muri, entra nel ventre di tua madre, ma tu sei già un bambino e sei già fuggito fuori; allora ti cerca, va alla scuola, c’è la tua maestra, quella maestra; poi va dai tuoi amici, “quegli” amici: lì si ferma e prende te! E non puoi più scappare; puoi dire di no, ma non scappare. Puoi dire di no, ma se uno si ribella a due mani che lo accarezzano, si strozza. La libertà è rispondere; allora quelle due mani diventano due sostegni.
La tua scelta, la elezione tua coincide con una realtà contingente di tempo e di spazio (che come nel nostro caso ha qualcosa di eccezionale da testimoniare; perché dire Cristo così è eccezionale; dire Cristo così è eccezionale oggi; il buon popolo dice Gesù, ed è la commovente adesione a una cosa evidente, più evidente che la vita stessa, tanto è vero che si muore in quel nome, per quel nome, in quel nome, ma non è eccezionale), è un luogo, uno spazio in cui sei raggiunto tu. Buon Dio, potevi sbagliare di un millimetro! Se sbagliava di un millimetro, il raggio colpiva un altro; invece ha preso te. Ha preso te, ed è il rovesciarsi su di te, dentro di te, di quel dono dello Spirito, o carisma, con cui tu sei più abilitato a comprendere e ad aderire a Cristo e ad esserne lieto, sereno e gioioso qualunque sia la tua debolezza, perché «Dio è nostro canto e nostra forza» (non noi siamo canto e forza, ma Dio è nostro canto e nostra forza); sei abilitato, perciò, ad essere testimone di fronte agli altri. Nella misura della loro semplicità, ti vedono testimone. Nella misura della loro semplicità: puoi farne dieci volte tante rispetto a quante ne fai, puoi sbagliare dieci volte tanto, ma non si scandalizzano; si scandalizzano, ma non si scandalizzano; si scandalizzano, ma non si fermano, perché il retentissement di quel che dici, quel che dici risuona in loro con evidenza più grande delle ombre che proiettano i tuoi sbagli. Così nessuno va a pensare agli sbagli di san Pietro come ostacolo alla propria speranza su quella pietra. E «chiunque ha questa speranza si purifica come Egli è puro».10
«Si purifica come Egli è puro». L’anno che sta passando siamo stati messi insieme, tenuti insieme da una forza e da un canto più grandi della nostra debolezza e della nostra storditaggine, della nostra pusillanimità, della nostra vigliaccheria; l’anno venturo ci sarà dato, dalla fine di novembre, ancora per lo stesso motivo: perché abbiamo a purificarci come Egli è puro, perché questa speranza è la roccia su cui tutto si costruisce; su cui tutto può essere costruito da noi, su cui tutto tutti costruiamo insieme!
L’ontologia che governa il rapporto con l’infinito - tutti i nostri pensieri, tutte le nostre azioni, tutto quel che siamo - si riverbera sulla terra innanzitutto in una “comunione” terrestre. Per cui ti alzi al mattino e quella casa che vedi, con i suoi cinque abitanti (che ti fanno nausea perché tu, tu, sei col fegato fuori posto, oppure perché loro sono con i nervi fuori posto, mentre grazie a Dio tu sei incoscientemente insensibile), l’essere con quei cinque non è una benevolenza tua: ci sei. E se ti punzecchiassero tutto il giorno? Sono il mistero di Cristo, lì, più vicino a te, che ti urge - ti urge! -, ti preme, per quella continua osmosi per cui, passando il tempo e navigando per tutti gli spazi, tu, di volta in volta, ti sentirai innanzitutto meno te stesso e più Gesù. Ma no, non è così: ti sentirai più te stesso, perché riconosci e ami di più Gesù. Questa, comunque, sarà la meditazione che svolgeremo dall’inizio di Avvento in poi, per tutto l’anno.
Quest’anno non l’ha voluto nessuno, ma l’ho scelto io di esaltare l’ontologia cristiana come l’attore nuovo nella storia del mondo, come l’attore vincitore: mentre era ammazzato vinceva, come dice Eliot (andate a vederlo).
L’anno venturo sarà come sarà, però, siccome è giusto prevedere, è morale prevedere, è un dovere prevedere, se Dio ci permetterà, svolgeremo quella frase misteriosa e bellissima: «Si purifica come Egli è puro». Chiunque ha questa ragione d’essere - che sei Tu, o Cristo - si purifica come Egli è puro, come Tu sei puro.
Non c’è niente che ci possiamo scambiare come l’aiuto in questo. Se ci dessimo l’un l’altro tutti i soldi che abbiamo, dessimo il corpo alle fiamme per gli altri (come dice il 13° capitolo di san Paolo nella prima lettera ai Corinti), dessimo via tutto, non sarebbe niente di fronte a questa somma dote dell’umano, perché è il riflesso, è l’imitazione del mistero di Dio: la carità, la gratuità.
E la gratuità è là dove uno riconosce e ama Gesù ogni giorno, dall’Angelus del mattino all’Angelus della sera e il più spesso possibile durante la giornata: è la casa. Questo è il valore della casa: essere il primo luogo che te Lo ricordi, che ti rinnovi la memoria. Qualsiasi operazione o opera che tu farai, in cui ti butterai, in cui ti dovrai buttare - e più ne generi meglio è - non è negativa, ma nessuna opera che generi, niente di quello che tu puoi creare con le tue mani e governare saggiamente, intelligentemente, per il gusto del tuo carattere, pur essendo strumento di missione, vale rispetto a quel luogo, così amorfo tante volte, che tu rendi amorfo, quel luogo così silenzioso, nel senso brutto della parola, cioè incapace di parole, quel luogo così penoso da sopportare, quel luogo così alternativo come temperamento e come modo di affrontare le cose, che è la casa.
La casa è la prima sorgente della memoria secondo quella vocazione che ha stabilito il “dove” e il “quando” tu fossi colpito.
Perciò dobbiamo rispondere a una realtà oggettiva, non capricciosa, non impositiva da parte di uomini o di tradizioni, ma imposta dall’Essere, cioè di valore ontologico.







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