mercoledì 27 agosto 2008

MEETING DI RIMINI: UN CAFFE' CON UN INSEGNANTE

La testimonianza di Franco Nembrini
Ha preso il via il ciclo di incontri “Un caffè con…” che si svolgono nel Padiglione C1 della Fiera, nello spazio della Fondazione per la Sussidiarietà. All’appuntamento odierno con l’insegnante Franco Nembrini hanno partecipato diverse centinaia di persone, per lo più accalcate in piedi o sedute per terra.

“Il ciclo – ha esordito il moderatore Francesco Liuzzi, docente nella Scuola di Impresa della Fondazione per la Sussidiarietà – è dedicato all’esperienza del lavoro ed alle emergenze che in esso si manifestano, con particolare attenzione ai giovani che si stanno accostando a questo mondo”.
Franco Nembrini, docente di Lettere in un Istituto Tecnico, ha raccontato quindi come è diventato insegnante, e più ampiamente, con quale passione, con quale posizione e con quali giudizi si muove nel rapporto coi ragazzi, con le materie che insegna, coi colleghi docenti e con le famiglie. “L’educazione – ha esordito Nembrini – non è propriamente ‘un’ lavoro, ma ‘il’ lavoro (e riguarda in qualche modo tutti). Se togliete l’educazione, cioè un accompagnare gli uomini verso il loro destino, ci si ferma al livello degli animali. Quello dell’insegnante è il lavoro più bello del mondo, perché è quello che esplicita di più ciò che è proprio dell’uomo”. Giudizi indubbiamente singolari, in un contesto sociale in cui abbondano l’analisi delle contraddizioni della scuola, le lamentele, anche giustificate, al fondo lo scetticismo. Ma non giudizi ingenui, nel senso banale del termine. “Ho deciso in III media di diventare insegnante, dopo aver incontrato una giovane insegnante bellissima, che mi ha anche fatto amare Dante - ha raccontato il relatore- , e poi a 17 anni ho incontrato don Giussani ed è stata come la resurrezione di una grande passione”.
Altri giudizi di Franco Nembrini. “L’interesse, ad esempio, per le materie, nasce dalla scoperta che ciò che hai davanti parla di te”. “I ragazzi – gli studenti, i nostri figli – grazie a Dio sono quelli di sempre, cioè con una grandissima attesa di bene e di felicità. Il problema è che adulti hanno davanti”. Ancora: “Non si può aprire la porta di una classe per qualcosa di meno di una paternità, nei confronti degli studenti”.
Rispondendo a diverse domande del pubblico, il relatore ha precisato altri punti importanti. “Non si può educare se non si è educati. Se io non seguissi niente e dicessi agli alunni: ‘venite dietro a me’, farei l’atto più criminale che si possa immaginare. Se pensi di poter educare da solo, l’educazione ti presenta subito il conto”. Nembrini ha esemplificato questo giudizio raccontando anche l’incontro della sera precedente con l’ugandese Vicky: “Sono uscito sconvolto. Mi sembrava di essere a tavola con Dio!”. Siamo alla vigilia di un nuovo anno scolastico: “Ho addosso una frenesia, di cui non avete idea, di incominciare lunedì. Anche per sostenere e farmi sostenere di più, rispetto all’anno passato, dai miei amici”. Insomma, si può essere “vittoriosi”, anche nelle contraddizioni e negli insuccessi, se si è incontrata “quella cosa che vince anche la morte”: non solo quella al termine dell’esistenza terrena, ma “quella che si annida in ogni ora”.




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