venerdì 21 dicembre 2007

IN OSPEDALE LASCIATI SOLI CONTRO IL DRAMMA


Parla Paola Bonzi, «anima» del Cav alla Mangiagalli di Milano «Mi sono dimessa quindici giorni fa: siamo senza fondi di fronte all'emergenza, ora che fine faremo?»
di Francesca Lozito
Tratto da AVVENIRE del 20 dicembre 2007
«Non ce la fac­cio più: non è possibile guardare negli occhi una donna che sta per abortire e doverle dire che non sono in grado di aiutarla». È un grido di allarme fermo e de­ciso quello di Paola Bonzi, l’anima del Cav della Man­giagalli di Milano.


Il centro di aiuto alla vita dell’ospe­dale milanese si trova in u­na situazione di crisi profonda ed è dimenticato quasi da tutti, dalle istitu­zioni, come dalla struttura ospedaliera stessa, nono- stante qualche tempo fa l’o­spedale sembrasse inten­zionato ad affidare proprio agli operatori del Cav il col­loquio previsto dalla legge 194 per le donne che deci­dono di abortire.

Un collo­quio preliminare che è fon­damentale per capire la si­tuazione di chi decide di compiere un gesto così drammatico come l’aborto. «Quindici giorni fa mi sono dimessa – continua la Bon­zi – c’era bisogno di un ge­sto forte ed io l’ho fatto. Non potevamo andare a­vanti così, da aprile non sia­mo più in grado farci cari­co di nuove persone a cui assegnare il sussidio di aiu­to alla maternità». E il ser­vizio offerto dal Cav che è collocato – unico caso in tutta la città – all’interno di una struttura ospedaliera, a contatto quindi diretto con quelle che sono le ur­genze e le necessità di chi si trova a dover scegliere se portare avanti o meno una gravidanza,

è importante a partire dai numeri: solo lo scorso anno sono nati 841 bambini con il loro sup­porto. Una struttura che conta 114 soci, 4 dipen­denti, 20 collaboratori e 36 volontari. E che è attiva da più di vent’anni. «Eppure – commenta amaramente l’ex direttrice – se sinora ab­biamo accolto una madre, perché 'nascesse' assieme al figlio, oggi potremmo non farlo più».Il primo appello, dunque, è rivolto alla struttura ospe­daliera milanese in cui il Cav si trova: «All’Ospedale – dice la Bonzi – chiediamo che ci riconosca a tutti gli effetti con una sede ade­guata, vicina alla segreteria della 194, perché noi siamo in grado di offrire uno spa­zio di riflessione che è do­vuto secondo la legge a queste donne, è un loro di­ritto sapere e essere infor­mate ».

Il Centro di ascolto sarebbe dovuto partire nel settembre del 2006 per vo­lontà precisa della struttu­ra sanitaria che aveva deci­so di affidare questo com­pito al Cav riconoscendo­ne la professionalità acqui­sita sul campo.

«Nel primo trimestre del 2007 – affer­ma la direttrice dimissio­naria – le donne che si so­no rivolte a noi sono au­mentate dell’83%. All’inter­no dell’ospedale c’è chi af­ferma che l’anticamera del­la zona dove le donne van­no ad abortire è una valle di lacrime, qualcosa vorrà pur dire, no?»

Sono immigrate, ma non solo, le madri di cui il Cav della Mangiagalli diventa u­na sorta di «angelo custo­de ». Le storie che si posso­no ascoltare sono le più in­credibili,

sono soprattutto storie dimenticate e rimos­se dalla coscienza collettiva che non vuole vedere e far­si carico della scelta che qualcuno, a dispetto della povertà e della miseria in cui vive, sceglie di portare avanti: dare spazio alla vita che porta in grembo, assu­mendosi grande responsa­bilità e facendo un immen­so gesto d’amore.

Ma Pao­la Bonzi lancia un appello prima di tutto alle istituzio­ni comunali: «Dovè finita la Milano col cuore in mano? Da lì fino ad ora per noi c’è stato solo silenzio».

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