mercoledì 13 giugno 2007

LA DIRETTIVA UE CHE APRE ALLA COMPRAVENDITA DI ORGANI

La direttiva Ue che apre (di straforo) alla compravendita di organi
Tratto da IL FOGLIO del 5 giugno 2007
Stavolta non si scherza, come in Olanda
di Assuntina Morresi




Il reality olandese sul rene messo in palio da una malata terminale e conteso da tre dializzati si è rivelato uno scherzo, ma se ci aveva creduto anche il governo, se il commissario europeo alla Salute si era detto “scioccato”, se i media di tutto il mondo hanno rilanciato e commentato il fatto, è perché tutti abbiamo pensato che in qualche modo potesse essere possibile.

La richiesta di regolamentare il traffico di organi per stroncarne il mercato nero non è certo una novità: fu messa in discussione, nel maggio del 2004, a Boston, al Congresso dell’American Society of transplant surgeons, e se ne parla sempre più frequentemente sulla stampa internazionale. Disturba molto meno, invece, la compravendita dei gameti umani, soprattutto degli ovociti, anche se in continuo aumento: le preziose cellule femminili sono molto richieste, sia per la fecondazione in vitro eterologa sia perché la ricerca sugli embrioni non ne può fare a meno.

Nel 2004 il Parlamento europeo ha approvato una direttiva per la qualità e la sicurezza di “donazione, approvvigionamento, controllo, lavorazione, conservazione, stoccaggio e distribuzione di tessuti e cellule umani”, che riguarda anche cellule staminali embrionali, spermatozoi e ovociti. La direttiva, che anche l’Italia dovrà recepire entro i prosssimi mesi, determina i criteri con i quali si possono autorizzare biobanche private a raccogliere e a conservare materiale biologico. Soprattutto, stabilisce che “i donatori possono ricevere un’indennità, strettamente limitata a far fronte alle spese e agli inconvenienti risultanti dalla donazione”, a condizioni fissate dai singoli stati.

Riguardo agli ovociti, come è possibile individuare, quantificare e monetizzare gli “inconvenienti” senza che le indennità diventino un vero e proprio pagamento alle donatrici? Per la cronaca, i farmaci assunti dalle “donatrici” hanno numerosi e pesanti effetti collaterali (fino alla sindrome da iperstimolazione ovarica, che può anche causare danni ai reni e pure la morte) e la loro estrazione richiede un intervento chirurgico in anestesia totale. E poi: quali sono le spese? L’eventuale viaggio da affrontare? Le ore di lavoro perse?

Ma soprattutto: veramente pensiamo che una donna decida spontaneamente di sottoporsi a procedure tanto invasive e pericolose per cedere gratis i propri ovociti a un’altra donna o a un laboratorio di ricerca? Non è in gioco la sopravvivenza di un malato, come per la donazione di midollo spinale: quella dei “motivi puramente altruistici” è un’ipotesi possibile solo in linea teorica, e infatti gli ovociti scarseggiano ovunque. C’è invece il pericolo concretissimo che con indennità e rimborsi spese si introduca surrettiziamente una qualche forma di pagamento, che spinga alla “donazione” le donne più vulnerabili. Insieme con l’accreditamento di biobanche private e con la regolamentazione dell’import/export, si creerebbe un vero e proprio mercato dei gameti, oltre che delle altre cellule e tessuti individuati dalla direttiva.

Eppure, solo nel 2005, il Parlamento europeo, con una risoluzione, aveva duramente condannato la compravendita di ovociti, e chiedeva agli stati membri di applicare in modo trasparente le norme sulla cosiddetta “indennità”. La risoluzione nasceva per censurare un episodio avvenuto nel 2004. Dalla Gran Bretagna, una certa quantità di sperma era stata spedita in Romania, con regolare autorizzazione, erano stati fecondati ovociti “donati” da donne rumene, e i circa quattrocento embrioni formati erano stati poi importati per essere impiantati in cinquantacinque donne inglesi. Non tutto andò liscio. La sindrome da iperstimolazione ovarica colpì almeno due delle donatrici rumene, che non ricevettero nessuna cura dalla Global Art, la clinica che aveva fornito il “servizio”. Scoppiò un caso internazionale e la clinica venne chiusa, nonostante gli ispettori inglesi inviati in Romania non fossero stati in grado di “rinvenire alcuna prova secondo cui i donatori rumeni avrebbero ricevuto compensi superiori alle legittime spese”, a dimostrazione della difficoltà nel distinguere le spese “legittime” da quelle pretestuose.

Rimane il fondato dubbio che il mercato del corpo umano, nelle sue cellule e tessuti, sia già realtà. L’ultimo rapporto della Commissione europea sulla Regolazione della donazione di cellule riproduttive nell’Ue, mostra che su 25 stati solo 11 hanno comunicato i dati – spessi incompleti – sull’import/ export di gameti

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