martedì 8 maggio 2007

VARI BRANI CHE CI AIUTANO A RIPOSIZIONARE LO SGUARDO


SOLO IN UN ABBRACCIO CI SI PUO' ABBANDONARE TOTALMENTE A LUI



Che cos'è la felicità, allora? La felicità non è l'eliminazione delle contraddizioni, di ciò che non ci piace. È possibile che sia anche questo, ma non necessariamente e non sempre. Invece, la felicità è riconoscere che nella realtà è presente qualcosa di assolutamente positivo anche di fronte a molte avversità. Il fatto che nella realtà sia insita una contraddizione non è l'ultima parola sulla realtà stessa, l'ultima parola sulla realtà è il positivo presente in essa.

Il motivo della nostra amicizia è duplice. 1) Ci fa scoprire l'avvenimento dentro il quale capiamo il significato della nostra vita; 2) ci richiama continuamente a questo avvenimento, è un aiuto a capire di più, non un rifugio. L'amicizia è il luogo dell'avvenimento.


....Sono stati giorni di grazia anche per il più profondo rapporto nato con i miei genitori. Mi hanno colpito in particolare per come hanno parlato di mio fratello. Mio padre diceva che un figlio è un dono grandissimo. Quando, appena nato, te lo ritrovi tra le braccia è un avvenimento. È qualcosa che è avvenuto attraverso di te, ma che non hai fatto tu.
Poi, con gli anni, con l'educazione che gli dai, puoi farti tentare dall'idea che sia tuo e perdere quell'evidenza originale. Quando capita una cosa così, è di nuovo chiaro che si tratta di un dono e c'è solo da ringraziare per gli anni che hai passato insieme a lui. È una capacità di amore inimmaginabile: l'amore che arriva al distacco dall'oggetto amato. Mi è venuto in mente il Noli me tangere di cui spesso ho sentito parlare da te e l'idea di amore incarnato da Girolama nel Miguel Mañara (che, tra l'altro, avevamo appena letto alla vacanza). Capisco che vogliono bene a me allo stesso modo: che cosa posso desiderare di più? Come la sua vita, anche la sua morte, il sacrificio della sua vita innocente, sarà (e in qualche modo già è) segno dell'amore del Signore a noi. "Croce e resurrezione" avevi scritto a proposito della morte di Enzo, avvenuta pochi giorni prima; di fronte al corpo immobile e sereno di mio fratello ho cominciato ad intuire questo grande mistero. La croce, il sacrificio, il nostro dolore e l'offerta della vita innocente di mio fratello sono il misterioso, ma necessario veicolo della grazia.....




Ciò che noi abbiamo visto...

Giancarlo Cesana
"Disse un giorno don Giussani ai suoi studenti: "Io vedo le cose che vedete voi, ma voi non vedete quello che vedo io". Essere cristiani significa vedere la realtà in tutta la sua profondità". Appunti da un intervento sintetico durante l'annuale assemblea dei responsabili del Nordamerica.
Washington DC, 14-17 gennaio 2000

Lo scorso gennaio centocinquanta responsabili di Cl negli Stati Uniti e in Canada si sono incontrati a Washington per un momento di giudizio sulla vita e la presenza del movimento nella società nordamericana. Di quei giorni proponiamo un intervento sintetico di Giancarlo Cesana, in risposta a domande emerse durante il dialogo
1. In uno dei suoi ultimi libri don Giussani racconta un fatto accadutogli molti anni fa: mentre era sulla spiaggia, in Italia, di notte osservava nel cielo le stelle della Via Lattea, che, riflettendosi sul mare creavano una scia d'argento. Questo spettacolo lo riempiva di stupore e lo faceva sentire più vicino all'Infinito, a Dio. Sulla spiaggia c'erano altre persone oltre a lui, ma nessuna vide, notò questo spettacolo. Conclude don Giussani: "Io vedo le cose che vedete voi, ma voi non vedete quello che vedo io". Essere cristiani significa vedere la realtà in tutta la sua profondità, nel suo significato reale. Molti non colgono questo significato, questa presenza, questo fatto che è il senso della vita. E quando vediamo la realtà nella sua profondità, nella sua bellezza, in tutti i fattori che la costituiscono, scopriamo che la realtà è corrispondente al nostro desiderio. E questo è ragionevole, ovvero è secondo la ragione umana. Migliora la vita, possiamo vivere meglio. Sono gli altri che sono distratti. Anche noi molte volte siamo distratti e pieni di dimenticanza, ed è questa la ragione principale della nostra infelicità, perché non guardiamo ciò che abbiamo visto e che è presente nella realtà. Infatti, quando don Giussani fece notare le scie d'argento sull'acqua, la gente le vide e vide che era uno spettacolo meraviglioso. Era distratta, ma venendo richiamata non poté fare a meno di ammettere che questa bellezza esisteva e scoprire questa bellezza dentro la realtà, questo significato all'interno della propria realtà, questa possibilità che c'è dentro la realtà - che cioè la vita può essere affascinante. Questo è quello che chiamiamo "avvenimento", "incontro"; siamo qui perché abbiamo scoperto questa possibilità nella nostra vita e nella realtà, e capiamo che se seguiamo quello che abbiamo visto, quello che ci è stato reso evidente, indicato, la nostra vita può essere migliore. Questa è la nostra speranza e il motivo per cui siamo qui. L'origine di questo significato che è presente nella realtà è Gesù Crist o. E noi ci mettiamo in cammino proprio seguendo questa bellezza, questo miracolo, quello che ci è stato mostrato. Questo è il primo punto.
2. Ci è stata data la possibilità di vedere qualcosa che è completamente diverso da ciò che abbiamo sempre immaginato, ma dobbiamo anche riconoscere che la vita è spesso contraddittoria. La vita può sembrare contro di noi dal momento che tutti dobbiamo morire. La domanda è: "Come si fa a essere felici?" oppure "cos'è la felicità?". La realtà è problematica, piena di fattori che ci possono rendere infelici. Che cos'è la felicità, allora? La felicità non è l'eliminazione delle contraddizioni, di ciò che non ci piace. È possibile che sia anche questo, ma non necessariamente e non sempre. Invece, la felicità è riconoscere che nella realtà è presente qualcosa di assolutamente positivo anche di fronte a molte avversità. Il fatto che nella realtà sia insita una contraddizione non è l'ultima parola sulla realtà stessa, l'ultima parola sulla realtà è il positivo presente in essa. Talvolta il positivo presente nella realtà è minuscolo, molto piccolo. Per esempio, stavamo parlando con Giorgio, prima di entrare, e ci si diceva: perché don Giussani era tanto contento dell'incontro all'Onu? Eppure quasi nessun giornale negli Stati Uniti ne ha parlato, negli Usa siamo un numero molto piccolo rispetto ai milioni di americani. L'evento alle Nazioni Unite era un fatto molto piccolo, numericamente parlando, per la città di New York, ma don Giussani diceva che era stato l'evento più importante per il movimento degli ultimi 20-30 anni, perché è stato come l'inizio, un inizio nuovo.
Il positivo può essere molto piccolo, quasi nascosto, e la grandezza dell'uomo è la capacità di cogliere questo positivo, perché si può andare avanti, costruire, promuovere la propria vita e quella della gente che ti sta intorno solo se si riesce a vedere il positivo. Uno di voi ha detto che molte cose sono cariche di drammaticità, che sono molte le cose che non gli piacciono e ha chiesto che cosa deve fare. Chi può aiutarci? Ci può aiutare soltanto chi ci fa vedere il positivo che c'è nella realtà, nonostante quello che non ci piace; la speranza presente nella realtà, nonostante ciò che non ci piace e ciò che davvero non ci piace è la morte, perché ci appare un fatto definitivo, come una pietra che intralcia definitivamente il nostro cammino.
Questa positività che è insita nella realtà è il significato, la possibilità che si riesca a riconoscere il rapporto che esiste tra le persone, tra te e la realtà, tra me e tutto il resto. Per questo vediamo cose che gli altri non vedono e queste cose sono costituite dal significato della realtà. Essere cristiani vuol dire scoprire il significato della realtà, che non è un'idea, ma un uomo, un avvenimento che è storico e, al tempo stesso, eterno.
3. Qual è lo scopo, il motivo della nostra amicizia? - Vedete, noi non capiamo molto di quello che vediamo perché è un mistero, cioè qualcosa che vediamo, ma che non possediamo, ed è per questo che iniziamo a dubitare -. Il motivo della nostra amicizia è duplice. 1) Ci fa scoprire l'avvenimento dentro il quale capiamo il significato della nostra vita; 2) ci richiama continuamente a questo avvenimento, è un aiuto a capire di più, non un rifugio. L'amicizia è il luogo dell'avvenimento. Incontriamo il significato della realtà attraverso un'amicizia, che ci educa. Ciò che dobbiamo decidere ora, non soltanto in America, ma anche in Europa, perché stiamo diventando sempre più simili, è di lasciarci educare. Dobbiamo decidere di essere in una posizione che ci consenta di imparare, di capire la realtà. Dobbiamo dedicare la nostra intelligenza, il nostro tempo e i nostri soldi, la nostra vita insomma, innanzitutto a lasciarci educare, a farci aiutare a capire qual è il significato della realtà. Ci preoccupiamo molto del lavoro e della famiglia, ma pochissimo di quello che sappiamo del significato della nostra vita. La società non si preoccupa affatto di questo aspetto, ma soltanto delle regole. Così siamo qui per aiutarci in questo cammino, in questa consapevolezza. Perché la vita quotidiana, il senso della vita di tutti i giorni è fatto di ciò che accade e della nostra consapevolezza, e la vita di tutti i giorni è caratterizzata dal fatto che gli eventi sono piccoli, esiste una routine. Di solito non ci sono terremoti, bombe, la guerra o ragazze fantastiche che si innamorano di noi; solitamente la vita quotidiana è fatta di normalità, del lavoro, gli eventi eccezionali sono pochi. Cosa può resistere in questa quotidianità? La consapevolezza, la capacità che abbiamo di capire la realtà, ciò che ci accade. Vedere le cose che gli altri non vedono, essere certi della nostra amicizia, del significato della realtà che abbiamo incontrato. Essere educati è il lavoro della nostra vita - tutti abbiamo la nostra vita -, tutta la v ita ci è data per comprenderne il significato. Nessuno ci paga per questo lavoro, al contrario sono molti a pagare per far sì che non lo si faccia, che si eviti di compiere questo cammino educativo. Noi invece dobbiamo educarci, dobbiamo capire, perciò dobbiamo lavorare utilizzando i testi di don Giussani; per capirli, per diventare una cosa sola con essi (immedesimarsi). Perché è di questo che abbiamo bisogno. Don Giussani ha detto che la nostra vita va avanti grazie a due tipi di testo: testi scritti e testi "viventi", cioè le persone. La Scuola di comunità è fatta di testi scritti e viventi, e noi la facciamo per comprendere il motivo per cui viviamo. Questa è la vera decisione. Da essa dipendono molte scelte della vita, perché quando decido di starci, allora decido come uso i soldi, il tempo, il modo in cui sto in famiglia, in un paragone con questo scopo. Non bisogna dare nulla per scontato, soprattutto per quanto riguarda il significato della vita, perché ne sappiamo così poco. In questo senso dobbiamo essere davvero poveri, uomini e donne poveri che desiderano capire cosa vivono, perché noi viviamo, già iniziamo a vivere questo significato della realtà. Ma esso è infinito e così siamo sempre all'inizio.
4. Una di voi chiedeva in che senso la sofferenza e la morte di Cristo possono essere l'origine della positività del reale. E che differenza c'è tra questa positività e il "pensiero positivo". Per rispondere parto da un esempio di don Giussani: immaginate di nascere con la coscienza dei vent'anni. Al primo sguardo sulla realtà la prima percezione, la prima impressione è quella di un fascino: capisci che questa realtà è per te quando apri gli occhi sugli alberi, le montagne, il tramonto, le persone. La prima impressione è il fascino - questa è la posizione originaria dell'uomo -, la percezione che la realtà è per me. E il bambino è fatto veramente come un pezzo di carta assorbente. Perché, cominciando con uno sgorbio, in un anno riesce a imparare completamente una lingua. Il bambino è fatto per la realtà e la realtà è fatta per lui. Questo è il positivo. Noi non siamo in questo mondo per caso. E non è lo stesso che noi esistiamo o meno. Siamo al mondo perché il mondo è stato fatto per noi. Questa è la prima impressione originale delle persone di fronte a ciò che vedono. Poi c'è la contraddizione: c'è il dolore, la fatica, la malattia, la morte. Questo è il problema, la domanda: cosa è vero? L'impressione originale e il fascino che riportiamo dalla realtà, o l'ostilità della realtà che ci viene contro? Cosa è vero? Se fosse la seconda ipotesi, significherebbe che abbiamo torto, che il nostro desiderio è sbagliato, perché il nostro desiderio non trova corrispondenza - tutto è assente e disperato e non vale la pena di vivere. La seconda ipotesi - che non esiste un senso, una corrispondenza - implica che la realtà è cattiva, è contro di noi, e che siamo fatti perché dobbiamo morire. La prima ipotesi, al contrario, è che la realtà è positiva ed è fatta per noi. La seconda è che noi siamo puro caso - senza un senso -, pura disperazione, e non vale la pena di vivere. Ma noi, perché viviamo? Perché è razionale; è secondo la nostra ragione che scegliamo la prima ipotesi, ossia che il mondo, la realtà, tutto ciò che esiste è positivo, c'è una corrispondenza. È per la nostra ragione, non per un'emozione sentimentale. Cerchiamo uno che possa mantenere la promessa che è insita nella realtà. "Il nostro sguardo cerca un volto nella notte" abbiamo cantato questa mattina: l'uomo ha sempre cercato uno che potesse mantenere la promessa che è contenuta nella realtà per poter vivere. Chi è Cristo? Cristo è Colui che ha la capacità di mantenere la promessa contenuta nella realtà - di renderci consapevoli che ciò che abbiamo visto come positivo è la verità. Egli è risorto, è il Signore del mondo, questo è l'annuncio. Dio è venuto sulla terra, si è fatto carne, ha vissuto, sofferto, è morto ed è risorto. Ha condiviso completamente la nostra sorte, perché noi potessimo capire che la realtà è per noi, ma non è nostra. E noi stiamo seguendo Gesù Cristo perché capiamo che questa è l'unica possibilità attraverso la quale possiamo vivere la realtà, secondo l'impressione originale che abbiamo della realtà: che cioè tutto è positivo. E così possiamo avere dolori, sofferenze, possiamo sopportare tutti i problemi, perché sappiamo che c'è qualcuno che può rispondere. Non è semplicemente un'emozione, è la ragione che ci guida. Per vivere in sintonia con la ragione devo avere fede in quest'uomo, in questo fatto, in questa proposta. E davvero, vivendo secondo Gesù Cristo, comprendiamo che la nostra umanità diventa migliore. Riusciamo a capire sempre di più la realtà, riusciamo a vivere meglio insieme, vediamo che esiste la misericordia, il perdono, che esiste l'aiuto, l'amicizia; la vita diventa sempre più consona a ciò che desideriamo dalla vita stessa. È vero, le contraddizioni non vengono eliminate, il dolore, la fatica non sono eliminati, ma possiamo vivere tutte queste situazioni, anche quando diventano molto difficili.
Qual è la differenza tra il riconoscimento della realtà come positiva e un ottimismo sentimentale? Penso che la differenza sia che in questo "pensiero positivo" non si considera il fatto che l'uomo è debole, fragile, che è peccatore, che può fare cose cattive. Si pensa che l'uomo con la propria volontà possa fare qualsiasi cosa, e noi sappiamo che questo è impossibile. Sappiamo che non siamo capaci di esaudire il desiderio del nostro cuore e abbiamo bisogno di qualcuno che non solo ci aiuti, ma che sia davvero capace di risponderci, di darci una risposta - la vera risposta che stiamo cercando. Così sappiamo che "maledetto è l'uomo che confida nell'uomo" (Ger 17,5). Lo sappiamo, e così il nostro pensiero non è positivo nel senso che consideriamo solo le cose positive: noi consideriamo la realtà in tutti i suoi fattori e comprendiamo molto bene quanti problemi ci siano nella vita.
Il contenuto principale della realtà è positivo; sappiamo pure che la ragione principale per cui la realtà ci è divenuta ostile è il nostro peccato. Il nostro peccato originale. Così il pensiero cristiano non è solo sentimento, ma tiene conto di tutti i fattori che sono presenti nella realtà, fattori buoni e fattori cattivi, ogni cosa. Ma il pensiero cristiano non dimentica che la realtà è per il bene, che è in sintonia con l'impressione originale, il sentimento originale dell'uomo di fronte alla realtà, che tutto è per me. Siamo cristiani perché abbiamo sentito l'annuncio che c'è qualcuno che può mantenere la promessa, la promessa che abbiamo visto nella realtà.

Essere cristiani
vuol dire scoprire
il significato
della realtà,
che non è un'idea,
ma un uomo,
un avvenimento
che è storico e,
al tempo stesso, eterno
Stiamo seguendo

Gesù Cristo
perché capiamo
che questa è l'unica
possibilità
attraverso
la quale possiamo
vivere la realtà



«Morte, dov'è la tua vittoria?» -
La morte di un giovane, durante una vacanza. Segno misterioso di Dio che fa tutto, anche quando prova il suo popolo col dolore. Le testimonianze degli amici appena conosciuti, dei genitori e del fratello

Caro don Giussani, durante le vacanze del Clu americano, il 31 maggio, un nostro amico, Andrea Azzoni, ha subìto un incidente durante un gioco, battendo la testa. Malgrado un'operazione per rimuovere un grosso ematoma al cervello, è morto mercoledì 2 giugno. Questo fatto è stato una provocazione grandissima per la nostra vita in questo momento. La prima domanda che ci siamo posti è stata se dovessimo continuare la vacanza dopo questo incidente. Abbiamo atteso di poter confrontarci con Antonio, Michael e Lorna, le persone che ci sono state date come guida: il nostro cuore mendicava che ci venisse riaffermato quello che dà il significato a tutto, malgrado la nostra fragilità. Abbiamo proseguito la vacanza perché, come ci ha detto Antonio, riconosciamo che ciò che ci è stato donato è vero e rende la nostra vita umana, senza escludere nulla; per questo non dobbiamo lasciarci scandalizzare dalla paura e dalla tristezza che proviamo. Preghiamo che Cristo si manifesti, così che possiamo comprendere che la croce non è l'ultima parola. In questa circostanza è apparsa evidente la nostra unità, il nostro essere popolo, e non perché ci sentissimo più vicini in senso sentimentale. Era uno sguardo teso, una domanda, una mendicanza per un miracolo che rendesse presente il Mistero. Nei giorni seguenti l'incidente, avrebbe potuto apparire più facile una distrazione, ma al contrario il modo con cui abbiamo pregato, in cui siamo stati insieme, è stato il più grande segno della presenza di Cristo in mezzo a noi. Il miracolo che ha il potere di cambiare il mondo è la nostra unità. Quello che ci ha maggiormente commosso è stato il "sì" dei genitori di Andrea di fronte alla prospettiva della morte del loro figlio. "Cristo ci ha donato Andrea per 27 anni, e noi ne abbiamo goduto ogni momento. Ora se Egli sceglie di riprenderlo, lo accettiamo".
Il fratello di Andrea, Riccardo, che fa parte della nostra comunità di Chicago, dopo aver passato un giorno in ospedale, è tornato da noi e ci ha ringraziato: "Se questo doveva accadere - ha detto - non poteva accadere in un posto migliore di questo, perché qui è la casa". Adesso, dopo la morte di Andrea, riconosciamo che è morto per affermare il significato della nostra amicizia. Comprendiamo che questo avvenimento è qualcosa che è per noi per sempre, e non nel senso di un semplice ricordo, ma nel senso di un annuncio da portare con coraggio a tutti. Il desiderio di riprendere rinnova la certezza che la vita è degna di essere vissuta solo perché questa esperienza è vera. Tristezza e letizia vanno insieme, ci urgono insieme. Offriamo ogni cosa perché ogni cosa ci è donata, anche il dramma di questo fatto, per rendere più profondo il nostro rapporto. La morte di Andrea prova che ogni cosa proclama la gloria di Cristo; da questo fatto sgorga un desiderio vero perché ci sia un giudizio comune, questo giudizio. Questo avvenimento ci ha riconfermato nella certezza che seguendo questo carisma è possibile che la nostra umanità si compia pienamente secondo verità. Vogliamo ringraziarti, don Giussani, per il dono di questa coscienza, di questo modo di porci di fronte alla realtà. Davvero sei un padre. "Morte, dov'è la tua vittoria?". Con gratitudine e affetto
Annemarie, Sebastian, Julio, Thorn, Stella, Rebecca, Mike, Lorna, Leah e tutto il Clu degli Stati Uniti


Carissimo don Giussani, voglio dirti in due parole l'esperienza dell'essere stato vicino fisicamente alla famiglia Azzoni mentre il figlio Andrea moriva. Questi genitori sono persone di grande fede. Tra le mille cose che ci sarebbero da raccontare ti dico solo questa. Mercoledì sera Dino, il padre di Andrea, mi diceva che da tempo aveva in mente di aprire il suo studio di consulente progettista ingegnere ai nostri giovani del Poli, così che potessero imparare a lavorare seguiti da gente che il mestiere già lo conosce e potessero così, anche, guadagnare qualcosa. Me lo diceva a cena, poche ore dopo che Andrea era stato dichiarato clinicamente e legalmente morto. E me lo diceva con una gratitudine immensa verso tutti noi. Stamattina, appena rientrato in Italia, Dino mi ha telefonato, per ringraziare ancora e per chiedere come poter fare un'offerta al movimento negli States in memoria di Andrea. Allora gli ho detto: "Dino, ho ripensato a quel che mi dicevi mercoledì sera e credo che sia il modo più bello in cui tu possa vivere ancora e molto più di prima la paternità di Andrea, diventando padre di tanti". Dopo un attimo di silenzio, mi fa: "Ti devo ringraziare ancora, perché voi avete uno sguardo più profondo su tutte le cose. Sì, lo devo fare". Gius, com'è vero quel che ci dici! Gesù redime il dolore e lo rende razionale, lo rende un cammino umano che porta frutto. Un bacio
Riro


Carissimo don Gius, ti racconto brevemente quel che è accaduto alla vacanza del Clu negli Usa. La seconda sera della vacanza Andrea Azzoni è caduto giocando a pallone e è subito stato portato all'ospedale. Eravamo tutti consapevoli della gravità della situazione e decisamente sconvolti. All'arrivo dell'ambulanza eravamo tutti radunati nel campo di pallone e appena l'ambulanza è partita con Andrea e il fratello Riccardo accompagnati da Fr. Michael ed Elvira ci siamo raccolti per pregare la Madonna, san Pampuri ed Enzo Piccinini. Eravamo radunati in preghiera con una grande confusione in testa e sinceramente il radunarsi in preghiera, più che per la consapevole domanda a Dio per il miracolo, era il riconoscere che soli saremmo stati paralizzati davanti all'accaduto e incapaci di qualsiasi mossa. Mentre attendevamo notizie dall'ospedale, Fr. Antonio e io ci siamo chiesti cosa fare. La tentazione immediata sarebbe stata quella di sospendere la vacanza e andare tutti a casa. Ci siamo accorti che tale reattivo pensiero avrebbe non solo contraddetto la ragione della nostra vacanza, ma avrebbe affermato la disperazione o la paralisi come ultimo giudizio. Abbiamo così continuato la vacanza, pur con la sofferenza e lo smarrimento per l'accaduto, ma certi che Colui che ci tiene insieme ci permette di star davanti alla realtà come Lui la vuole e Lui ci accompagna nella familiarità al Mistero così come Lui ce lo comunica, riconoscendo così che tutto è per la Sua Gloria. Il resto della vacanza è trascorso in una unità intensa e umile tra tutti noi e una gratitudine per il carisma incontrato, senza del quale la realtà sarebbe solo nemica e i rapporti sarebbero effimeri, cioè non umani, e quindi il mondo non avrebbe scopo. La fede dei genitori di Andrea è stata per noi tutti un grande aiuto.
Andrea era con noi solo per affermare la verità e la bellezza di ciò che abbiamo incontrato, pur non conoscendo nessuno di noi (era arrivato il giorno prima per trovare il fratello Riccardo che studia a Chicago) e ciò che il Signore ha chiesto, ha riaffermato ai nostri volti, inizialmente smarriti, che Lui ci ritrova sempre e, per grazia, ci tiene a Lui fedeli e la nostra umanità può abbracciare tutto perché Lui ci abbraccia per primo; non siamo così consapevoli di questo, ma scegliendo di appartenere a questo luogo, nel tempo che Dio vuole, lo capiremo. Don Gius carissimo, ti abbraccio fortemente.
Intuisco che l'infinito amore paterno che hai per ognuno di noi è accompagnato da tanta sofferenza per tutto ciò che il Signore ultimamente chiede; nella mia pochezza desidero esserti vicina il più possibile. A presto
Lorna


Caro don Gius, mio fratello Andrea era venuto a trovarmi a Chicago per festeggiare la mia laurea americana (Master) e aveva accettato volentieri l'invito alla vacanza degli universitari. Ero molto contento perché avevo sempre desiderato per lui l'incontro con della gente del movimento. Non è andata come mi ero immaginato, ma nel fatto che la sua tragica morte sia capitata in queste circostanze vedo un compimento, se possibile, ancor maggiore del mio desiderio. È morto circondato da persone che sanno amare un uomo per il suo destino, gli amici più veri che uno possa desiderare. Il Signore mi ha voluto far passare attraverso il dolore, farmelo toccare con mano e sperimentare intensamente. Ma sono anche stati giorni di grazia, per la Sua presenza così evidente attraverso gli amici che mi hanno accompagnato. Tuttora non riuscirei ad immaginare un secondo di quello che è stato senza la loro compagnia. Una presenza talmente eccezionale che anche le infermiere erano colpite. Una, credendo fossimo tutti parenti, mi ha detto: "Non abbiamo mai visto una famiglia come la tua". Un'altra ha chiesto a Maria Teresa: "Ma voi chi siete?". La risposta ("friends") era evidentemente inadeguata e l'infermiera ha incalzato di nuovo: "No, no, CHI siete?". Sono stati giorni di grazia anche per il più profondo rapporto nato con i miei genitori. Mi hanno colpito in particolare per come hanno parlato di mio fratello. Mio padre diceva che un figlio è un dono grandissimo. Quando, appena nato, te lo ritrovi tra le braccia è un avvenimento. È qualcosa che è avvenuto attraverso di te, ma che non hai fatto tu.
Poi, con gli anni, con l'educazione che gli dai, puoi farti tentare dall'idea che sia tuo e perdere quell'evidenza originale. Quando capita una cosa così, è di nuovo chiaro che si tratta di un dono e c'è solo da ringraziare per gli anni che hai passato insieme a lui.
È una capacità di amore inimmaginabile: l'amore che arriva al distacco dall'oggetto amato. Mi è venuto in mente il Noli me tangere di cui spesso ho sentito parlare da te e l'idea di amore incarnato da Girolama nel Miguel Mañara (che, tra l'altro, avevamo appena letto alla vacanza). Capisco che vogliono bene a me allo stesso modo: che cosa posso desiderare di più? Come la sua vita, anche la sua morte, il sacrificio della sua vita innocente, sarà (e in qualche modo già è) segno dell'amore del Signore a noi. "Croce e resurrezione" avevi scritto a proposito della morte di Enzo, avvenuta pochi giorni prima; di fronte al corpo immobile e sereno di mio fratello ho cominciato ad intuire questo grande mistero. La croce, il sacrificio, il nostro dolore e l'offerta della vita innocente di mio fratello sono il misterioso, ma necessario veicolo della grazia. Lo dice anche Manzoni, come mi ha ricordato don Pino: il Signore "non turba mai la gioia de' suoi figli, se non per prepararne loro una più certa e più grande". Mia madre mi ha fatto notare che questa frase si trova all'inizio di tutte le tribolazioni, quando Lucia lascia il paese natale attraversando il lago. È quindi una certezza che abbiamo fin da subito, non una specie di consuntivo finale, un bilancio tra gioie e dolori da fare da vecchi.
Sempre mia madre, parlando con Father Michael, diceva che nella vita le sembrava di aver sofferto abbastanza, soprattutto in questi ultimi anni, per la fatica di accudire i miei nonni ammalati. Le capitava però di pensare che questo sacrificio era come bilanciato dal fatto di avere due bravi figli. Quanto stava succedendo con mio fratello, però, dimostrava in modo terribilmente evidente che Dio non fa mai di questi calcoli. Il Signore, diceva Father Micheal, dà tutto, vuole la nostra completa felicità, ma chiede anche tutto, e non esita a mettere alla prova i suoi figli. Fa così con quelli che ama di più, come con la Madonna che per prima ha vissuto un dolore simile. Ora, quello che possiamo fare è offrire questo nostro dolore. Se Dio esiste, come è stato evidente in questi giorni, saprà prenderlo e trasformarlo in bene in luoghi e modalità che Lui deciderà. Preghiamo intanto che continui a manifestarsi come in questi giorni. Già molti rapporti sono cambiati: con i miei, con la mia ragazza e con i miei amici più stretti. Pieno di gratitudine,
Riccardo

Io non mi vergogno del Vangelo
La speranza e il dolore
Quando la malattia colpisce chi è alla guida
Che succede quando un vescovo entra in malattia? O quando si ammala un cristiano comune che ha un ruolo nella Chiesa? Può venirne un grande fatto, di preghiera e di comunità. È capitato più volte, negli ultimi anni e sta ricapitando oggi, a Belluno e nell'Azione cattolica italiana.

Vincenzo Savio: «Mi metto
alla scuola del dolore»Per San Martino, patrono di Belluno, il vescovo è in clinica e scrive alla sua comunità una lettera che viene letta, in cattedrale, dal vicario generale Giuseppe Andrich: «Non so ancora dirvi niente perché solo i prossimi giorni mi permetteranno di valutare lo spessore e la qualità del disturbo che sento da alcuni mesi». La certificazione medica viene pubblicata il 13 novembre: «Affezione neoplastica addominale suscettibile di trattamento chemioterapico per via sistemica».

Ma una diagnosi dice il male e non il malato. Ed ecco che domenica 24 novembre il Gazzettino pubblica un'intervista così intitolata: «Parla il vescovo Savio che ha voluto rendere pubblico il cancro di cui è affetto».

«Sono uno che sta imparando l'alfabeto della malattia. Ero abituato a una corrispondenza tra quello che sognavo e quello che realizzavo. Non so che cosa il Signore sta predisponendo per me. Non so che cosa ci sia oltre la curva. Per i malati non ho parole, ma mi sento partecipe alla loro sofferenza. Ora vivo l'orizzonte delle speranze. La malattia mi sta buttando dentro l'amore sconfinato della gente. Persone che dicono di offrire la loro vita perché io guarisca. È una ricchezza straordinaria che sto vivendo. Spero di non scoraggiarmi, di saper vedere il possibile e poterlo assumere pienamente. Non sopporto bene il dolore, ma imparerò. Mi metto alla scuola del dolore».

«Lei ha voluto rendere pubblica la sua malattia», osserva il giornalista, e il vescovo: «Questa è la mia famiglia. Non volevo che restassero in ansia senza sapere. E ho ritenuto giusto dire qual era la situazione. Ora mi sento fasciato di amore, ma chiedo di non essere un privilegiato. Voglio trascinare con me, nell'amore che tantissima gente mi ha dimostrato, tutti gli ammalati. Desidero che anche loro vengano compresi in questo amore. Perché c'è gente che soffre più di me, senza avere nessuno vicino che li conforta. E questo non posso dimenticarlo».

Sono stato a Belluno per un incontro del clero, a Santa Giustina, il 28 novembre e il vescovo era là, a salutare i preti e l'ospite, che aveva invitato di persona. Scherzava: «I chili che non ero riuscito a perdere in due anni, li ho persi in due mesi». Poi che è partito, il vicario raccomandava a suo nome che «nel pregare per lui, vengano ricordati tutti gli ammalati».

Nelle battute che abbiamo scambiato, don Vincenzo - lo frequento da 27 anni e ancora lo chiamo così - mi ha detto: «Mi tengo in contatto con Paola Bignardi e sto imparando da lei, che è entrata per prima in questa scuola del dolore».

Paola Bignardi: «In famiglia
tutto si porta insieme»Rientrato a Roma da Belluno, mi sono procurato la lettera con cui Paola Bignardi, la presidente dell'Azione cattolica, ha comunicato il suo male all'associazione. Mentre i destinatari ricevevano la lettera, lei era al Gemelli, per un trapianto di midollo.

«Da qualche giorno so di avere una malattia molto seria che apre davanti a me un tempo duro di fatica, di sofferenza e di incertezza; un tempo in cui il mio lavoro per l'associazione non potrà che essere meno intenso e comunque diverso (...) Non posso pensare che dal punto di vista di Dio quello che mi sta accadendo sia banale, per me e per l'associazione; e se a tutto questo cerco un senso, nella fede penso che anche questa mia malattia sia una parola che il Signore vuole dirci, a tutti: una parola misteriosa e oscura come quella del Calvario, ma una sua parola. E dunque un invito a credere che la debolezza e non la forza ci salveranno e salveranno anche l'Azione cattolica; che la vita del Signore risorto e non le nostre strategie sarà la parola che farà nuova questa esperienza cui vogliamo così bene e che crediamo così importante per la Chiesa».

«Ho ritenuto di dover informarvi per rispetto e per affetto: vorrei che l'Azione cattolica fosse soprattutto una famiglia, e in famiglia si condividono gioie e dolori, e tutto si porta insieme (...) So che a molti di voi, pensando di pregare per me, verrà da chiedere al Signore la salute. Io vorrei chiedervi di domandare al Signore di farmi vivere questo momento nell'abbandono al suo amore; di aiutarmi a credere che anche in questo modo o forse proprio in questo modo si realizza quello che il papa ci ha detto all'Assemblea: che il Signore ha a cuore l'Azione cattolica; poi, se volete, pregate per la mia salute, ma solo dopo (...)».

«L'Azione cattolica ci ha insegnato l'amore alla vita. Che il Signore ci conceda di fare della nostra esistenza e della nostra morte un grande inno alla vita».

«Preghiamo in suo nome
ma possiamo anche digiunare»La lettera di Paola Bignardi ai presidenti e agli assistenti diocesani ha la data del 17 novembre ed è stata accompagnata da un affettuoso biglietto dell'assistente, il vescovo Francesco Lambiasi, che segnala «l'umiltà mite e forte» con cui la presidente «sta vivendo questa svolta della sua vita»; parla della preghiera «in suo nome» e aggiunge: «Possiamo anche digiunare, così come il santo padre ci propone spesso di fare, non solo con il digiuno alimentare, ma anche con il digiuno da parole inutili, da pensieri amari, da immagini vane e comunque sempre per la carità verso i fratelli più poveri».

È bello sentire il vescovo Savio che dice di imparare da Paola. C'è un magistero della vita dove siamo tutti alla pari. Del resto, se chiedessimo a Paola, verosimilmente ci direbbe che ha imparato dal vescovo Franceschi, o da altri - preti e cristiani comuni - che hanno scritto buone pagine di questa pedagogia del cristiano nella malattia. Tutti ricordiamo quanto ci mostrò padre Turoldo dieci anni fa e ognuno conosce il cristiano della porta accanto che affronta le prove nell'abbandono al Signore, come dice Paola.

Per limitarci a chi ha funzione di guida, c'è una scuola - ormai - di vescovi che hanno vissuto la malattia in comunicazione diretta con la loro comunità: Franceschi, Agresti, Bello, Corecco, Bianchi.
Il Giovedì santo dei vescovi
Franceschi e BelloProfeta di questa scuola fu Franceschi, l'indimenticabile don Filippo dell'Azione cattolica, divenuto vescovo di Padova e colpito da tumore al fegato: il Giovedì santo del 1988, celebrando in cattedrale, chiede all'assemblea dei suoi preti che lo unga con l'olio degli infermi che ha appena consacrato e che gli imponga le mani con gesto collegiale.

«Vi scrivo per condividere con voi la mia attuale situazione di salute», annuncia ai «carissimi diocesani» l'arcivescovo di Lucca, Giuliano Agresti, il 25 maggio 1990. «È un tempo molto ricco e benedetto per me», arriva a dire del travaglio procurato dal tumore e conclude: «vi prego di starmi vicino».

Tre anni dopo sarà Tonino Bello, vescovo di Molfetta, a parlare a tanti e a tutti nella fase avanzata della sua malattia: lo si vide smagrito alla marcia della pace in Bosnia, nel Natale del 1992 e fece dell'omelia del giovedì santo della Pasqua 1993 il suo testamento di speranza. L'avevo visitato la Domenica delle palme e avevo visto il suo popolo che saliva a salutarlo, come i figli un padre.

Eugenio Corecco, vescovo di Lugano (siamo in Svizzera, ma è Svizzera italiana), colpito da tumore alle ossa, riceve l'unzione degli infermi il 25 agosto 1994 a Lourdes, insieme agli altri malati di un pellegrinaggio della diocesi e in quella celebrazione tiene un'omelia sull'accompagnamento ecclesiale dei malati.

Donato Bianchi, arcivescovo di Urbino, è l'ultimo di questi maestri di comunicazione nella malattia, dei quali ho avuto occasione di occuparmi: una forma improvvisa di leucemia lo costringe al ricovero e ne dà l'annuncio durante un'omelia, l'11 gennaio 1998, affidandosi alla «presenza sponsale e materna di questa chiesa, che porto con me e abbraccio con povero cuore di uomo, di cristiano e di vescovo».

Una lezione di vita
da un uomo di curia Accanto ai vescovi che hanno vissuto nella Chiesa l'ultima malattia, ne vanno ricordati almeno altri due che hanno fatto la stessa scelta e che sono ancora tra noi: Comastri e Marchetto.

Angelo Comastri, ora vescovo di Loreto, fu operato a cuore aperto nel 1994, quand'era vescovo di Massa Marittima-Piombino e raccontò in un libro - intitolato La croce e la gioia, Dehoniane, Roma 1995 - come il suo lamento sia mutato in danza: «Le parole di sempre sono risuonate completamente nuove per me».

Agostino Marchetto - già nunzio e oggi segretario del Pontificio consiglio della pastorale per i migranti e gli itineranti - combatte vittoriosamente, da sette anni, contro un tumore linfatico «ad alta malignità» e ha raccontato la sua vicenda di paura e di fede in un libretto intitolato Nel tunnel della speranza (Camilliane, Torino 1997), nel quale si firma: «Agostino, vescovo in malattia». Lezioni di vita vengono anche dagli uomini di curia.

Con il vescovo Marchetto il cerchio si chiude, perché la sua narrazione della malattia è stata citata nell'incontro del clero di Belluno cui ero presente e da cui sono partito per questa divagazione. «Il volume di mons. Marchetto - ha detto il vicario Giuseppe Andrich - ci può aiutare a intendere il momento che ora vive il nostro vescovo e lo spirito con cui lo vive».

C'è dunque una circolarità nel magistero della vita che ci vede discepoli gli uni degli altri. Perché qui davvero «Uno solo è il vostro maestro e voi siete tutti fratelli» (Mt 23,8).

Luigi Accattoli


La risposta al dolore: Gesù vivo e vicino

Recensione delle cinque cantiche de Il mistero del dolore di Giovanni Scarpitti


di don Giacomo Tantardini






Uno dei volumi de Il mistero del dolore di Giovanni Scarpitti, Piemme, Casale Monferrato (Al) 2005, 4 volumi, euro 100, 00




A quasi quarant’anni dalla morte di Giovanni Scarpitti (1886-1967) sono stati dati alle stampe per i tipi Piemme i 45mila versi del suo poema Il mistero del dolore. Concepite nel 1942, nel pieno della Seconda guerra mondiale, le cinque cantiche di cui si compone l’opera furono scritte da un uomo costretto, a causa di una grave malattia, su una sedia a rotelle. Proprio questa infermità e la conseguente impossibilità a fare sono l’occasione del fare poetico di Scarpitti.
Fu un uomo poliedrico, un brillante docente universitario, uno scienziato e un filosofo che, da giovane, ebbe a dichiararsi ateo. Fino al momento in cui si imbatté nelle Confessioni di sant’Agostino – lette in una notte durante un viaggio per mare – che furono per lui occasione della grazia della fede. Ma la sua vicenda umana fu segnata da un altro evento decisivo: la guarigione insperata del figlio, colpito da una meningite che lo aveva portato al coma profondo. Così il dolore e le grazie che ne costellarono la vita mossero Scarpitti alla scrittura di un’opera poetica nata sostanzialmente dal riconoscimento «del proprio nulla rispetto al Creatore», e dall’affermazione che «rimedio alle umane sofferenze» è «il rifugio nella verità e carità di Cristo». Dal riconoscimento, quindi, della propria incapacità a dare noi una risposta al dolore, e dall’affidamento grato al fare di un Altro: «La vostra superbia non vi fa pensare ad altro che alle vostre forze che non valgono nulla. Voi credete di poter fare da voi stessi qualche cosa e nulla potete senza di me». Così si legge nell’introduzione dell’autore. Una citazione letterale delle parole di Gesù: «Senza di me non potete far nulla» (Gv 15, 5).
Il mistero del dolore è composto, come ho accennato, da cinque cantiche, ognuna delle quali affronta un aspetto particolare: nella prima è trattato «il dolore umano effetto del peccato»; nella seconda, la vita di Benedetto da Norcia e le sue indicazioni «circa il cammino più semplice per il raggiungimento del sommo Bene»; nella terza, la santa Famiglia di Nazareth, la cui vicenda è esempio di come sia possibile vivere sereni anche tra le avversità di questo mondo; nella quarta, la dottrina dell’apostolo Paolo circa il dolore umano; la quinta canta il rimedio all’umana sofferenza, cioè il «rifugio nella verità e carità di Cristo».
Sono due le cose che colpiscono nel Mistero del dolore. Due cose che richiamano una particolare vicinanza dell’autore con don Luigi Giussani.
La prima è l’amore di Scarpitti per Dante e Leopardi. Scrive Scarpitti: «Leopardi è un poeta che sopra ogni altro vive dell’anima e di fronte al suo mistero, non sostenuto dalla fede, dalla speranza e dalla carità, sospira come nessun altro poeta lirico ha mai sospirato». Dante è un riferimento sicuro e continuo in tutta l’opera. Le cantiche sono disseminate di echi danteschi e leopardiani, che si compenetrano spesso all’interno di una medesima strofa o di un medesimo verso. Accennando alla Madonna, «termine fisso d’eterno consiglio», scrive: «L’idea del tuo pensier dominatrice / discese in terra […] in Sua concreta forma, / ad aspettarvi il Creator del mondo / cui piacque di vestire, / nel virginal Suo grembo, / dell’uom l’aspetto, l’alma e la natura! / Così Beltà virginea, sublime / fatta pur essa umana, / calcò di questo esilio lagrimoso / il triste e amaro suolo»; «La bontà somma della Causa prima / concede a nostra mente di proporsi / di conoscere il Fine che la muove / a tanto bene, ove il pensiero annega, / se la Sua Grazia non soccorre il santo / desio, che muove il cuore ad adorarlo».
La seconda cosa che colpisce (e che manifesta ancor più chiaramente una comunanza di sentire tra Scarpitti e Giussani) è che la risposta alla realtà del dolore e della morte si trova nelle poche cose essenziali della Tradizione, come il Catechismo insegna.





In questa pagina, alcuni affreschi di Giotto nella Cappella degli Scrovegni a Padova; Gesù risorto e Maria Maddalena



Di queste poche cose essenziali, tre risaltano in modo particolare nel Mistero del dolore.
Innanzitutto il fatto che il dolore, come la morte, è conseguenza del peccato. Castigo del peccato originale e dei peccati personali. «L’uomo nell’Eden, prima del peccato / era perfetto e lieto contemplante, / intenditore del divino Verbo / col quale discorrea semplicemente: / quando decadde gli si spense il lume / e fu cieco»; «Allor che per la colpa fu dimesso / dal soggiorno felice, Adamo s’ebbe / quest’ordine prescritto dal Signore: / Con fatica trarrai dal suolo il cibo / e il pane sarà frutto del sudore»; «Cadde l’uomo sul punto, quando ruppe / il conversare col creante Amore, / per opera d’Inferno. Allora il corpo / in punizione s’ebbe la sua pena: / putredine è la morte temporale!»; «Dopo la colpa, quell’incarco lieve / di curare dell’Eden la bellezza / fu pel mortale insopportabil pena».
Secondo. La risposta al dolore e alla morte è la vita, morte e resurrezione di Gesù Cristo. «L’Agnello ai tuoi sensibili malanni / offre conforto, tal che il duolo si muta / in godimento pur tra i duri ceppi»; «Sicché da Cristo accolta e consacrata, / divenga a ognuno la fatica grata, / anzi sorgente viva di conforto»; «L’umanità di Cristo, del Suo Amore / ricopre tutto il mondo; e tutto il male / vien circoscritto all’infernal dimora, / ove invano in eterno si dibatte».
Ma la cosa che più sorprende e conforta è il ripetere da parte di Scarpitti in innumerevoli versi che Gesù Cristo è risposta al dolore in quanto, nel presente, tocca, attrae, conforta con la Sua grazia il cuore. Così Gesù Cristo è risposta reale al dolore. Se la fede non sorgesse istante per istante dall’attrattiva della Sua grazia, la risposta cristiana al dolore sarebbe affidata allo sforzo umano di imitare un esempio sempre più lontano. Se il riconoscimento che Gesù risponde al dolore non sorgesse in atto dalla Sua attrattiva presente, anche per un cristiano non ci sarebbe alternativa alla disperazione che si ribella o alla rassegnazione che tenta un’illusoria sublimazione.


La fuga in Egitto



«Per Sua Divina Grazia e per l’Amore, / che ne largisce, entriamo nel mistero / del grande Fine, che a crear Lo mosse»; «Ma per l’umana mente e per carnale / natura attinger dell’amor la cima, / a cui l’ha fatto degno di salire, / non è facile impresa a uman volere, / poiché senza Sua Grazia gli è negato»; «[…] il Redentore / […] a dismisura, largamente / può mettere a profitto dell’amato / l’infinita salvifica sua Grazia, / che gli assicura, nella prova, il grande / trionfo»; «Ove mancasse al misero scaduto / l’ausilio de la Grazia salvatrice / vano saria sperar di vita il dono!»; «Qual debito di Amore, a tanto Amore / può l’uomo or soddisfare? Il pentimento / pel commesso delitto è trasformato / tutto in riconoscenza al Salvatore; / e questo è della Grazia il grande effetto»; «Dio si è procurato / il modo di donar, gratuitamente, / la Grazia Sua, qual pioggia generosa / che su ubertosa e secca terra abbonda»; «[…] Cristo, / dopo l’aiuto per Sua Madre offerto, / affidandoci a Lei mentre spirava, / di largo ausilio ci soccorre e spesso / nel più impensato modo, indirizzando / la nostra volontà con la Sua Grazia»; «[…] pertanto / occorre che all’umana creatura / Iddio si volga, e a Sé la chiami e stringa, / sì ch’ella, per Divina Grazia, giunga / del suo vïaggio faticoso al porto».
Nel momento del dolore concreto o anche solo temuto è ancora più evidente che «gratia facit fidem», che cioè il riconoscimento di Gesù nasce dalla Sua gratuita attrattiva. In altre parole, se Gesù non fosse risorto e quindi non potesse farsi gratuitamente vicino e attrarre a Sé occhi e cuore, come quel mattino di Pasqua con Maria Maddalena, la Sua stessa croce non sarebbe risposta reale al dolore, non sarebbe in atto «sapienza di Dio e fortezza di Dio». Essendo risposta al nostro dolore il Suo gratuito farsi vicino, come la mamma al bambino che piange, a noi è possibile domandare che venga («vieni Gesù») «adesso», in ogni istante della vita, «e nell’ora della nostra morte», nel momento del dolore supremo. E nella gratitudine del Suo gratuito farsi vicino lasciarci abbracciare dal sommo Piacere: «Questo, di Religione è il dolce frutto: / il Rapporto con Dio per i Suoi doni: […] / quello della Forza o della Grazia / sacramentale, che ci stringe a Lui».
Ciò che Il mistero del dolore intende suggerire potrebbe essere espresso con le parole di Heinrich Schlier al termine del suo breve commento alla lettera di san Paolo ai Filippesi in cui umilmente, quasi senza volerlo, corregge per realismo della fede l’espressione di Bernanos: «Senza il Signore Gesù Cristo e senza la sua grazia non ci sarebbe, né a Filippi né altrove, nessuna comunità. “Tutto è grazia”, è la conclusione del Diario di un curato di campagna di Bernanos. “Tutto sia grazia”, è la conclusione della lettera ai Filippesi».


Paul Claudel - L’annuncio a Maria
Che val la vita se non per essere data? E’ difficile accostarsi ad un capolavoro perché lo stupore toglie le parole di bocca e uno vorrebbe essere capace di descrivere (e quindi de-limitare) qualcosa che deborda da tutte le parti.
L’Annuncio a Maria di P. Claudel è un capolavoro; appunto, “il più bel canto della cristianità” del 900, come è stato definito.
Ne esiste una ristampa recente della collana dei “Libri dello spirito cristiano” della BUR ed ha una affascinante presentazione di Mons. Luigi Giussani.
Ma credo che ognuno, leggendo questo dramma sacro scritto agli inizi del 900, finisca per identificarsi con uno dei personaggi, tanto essi sono essenziali e paradigmatici: Pietro di Craon, grande costruttore di cattedrali e genio che interpreta il cuore del suo popolo; Anna Vercors, l’anziano possidente che tutto sacrifica per andare in pellegrinaggio in Terra Santa per mendicare da Dio l’unità dei cristiani.; la dolcissima Violaine, sua giovane figlia, che umile e lieta abbraccia la vita con semplicità e fiducia pur dentro le più atroci contraddizioni, convinta che la positività della vita non sarà distrutta da esse; Giacomo, l’uomo giusto, che calcola tutto e perciò non riesce a percepire il mistero…
“Non c’è una parola che non corrisponda a un’altra dopo, - dice don Giussani nell’introduzione - è bellezza senza fine”(…) “queste pagine contengono l’ideale di tutto”.
Le pagine si inseguono col fascino strano e misterioso di frasi per comprendere le quali occorrono anni di meditazione e di impegno personale con la propria esperienza; e poi uno si accorge che quelle frasi non perdono mai freschezza e fascino: sono come verità preziose in cui uno non finisce mai di inoltrarsi…
Ne cito alcune.
“Forse che il fine della vita è vivere?(…) Non vivere ma morire e dare in letizia quel che abbiamo. Qui sta la gioia, la libertà, la grazia, la giovinezza eterna!”
Oppure:
“Siate uomo, Pietro. Siate degno della fiamma che vi consuma. E se bisogna essere divorati, sia ciò su un candelabro d’oro(…) per la Gloria di tutta la Chiesa.”
Ancora:
“Santità non è farsi lapidare in terra di Paganìa o baciare in bocca un lebbroso, ma fare la volontà di Dio, con prontezza, si tratti di restare al nostro posto, o di salire più alto.”
Ma l’espressione più toccante per me lettrice (e ognuno può trovarne tantissime) è questa:
“Che vale il mondo rispetto alla vita? E che vale la vita se non per essere data?”
Non mi soffermo oltre su questo piccolo capolavoro perché voglio lasciare al lettore il gusto di scoprirne i tesori.
Una raccomandazione: è importante leggere l’introduzione, poi il dramma e poi di nuovo l’introduzione perché aiuta a gustare meglio il tutto.




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