giovedì 30 agosto 2007

INCONTRARE UN'ESPERIENZA

Fausto Leali mi ha mandato un suo commento all'articolo(meeting) che ho messo sul blog.
Mi ha anche detto che anche lui ha un blog e che aveva scritto anche lui la sua esperienza al meeting.
Metto il suo articolo per dare a tutti l'opportunita' di leggerlo.
Potete poi visitare il suo blog.

Tuesday, August 28, 2007
INCONTRARE UN'ESPERIENZA



Un'esperienza.
Forse bisognerebbe spiegarlo a qualche giornalista che tenta di raccontare il Meeting di Rimini senza averlo vissuto, che questa é la dimensione ultima di quel che accade in Fiera ogni anno, alla fine di agosto.
E anche a quelli che lo censurano, semplicemente non parlando di un evento che solo quest'anno ha richiamato più di 700.000 partecipanti.
Un'esperienza, come punto di partenza, imprescindibile, e allo stesso tempo punto d'arrivo, perché se si esce dalla dimensione di un avvenimento, qualcosa che accade e di cui ciascuno può essere protagonista, allora difficilmente si riesce a capire cos'é.

Può essere che chi censura o non comprende non capisca al fondo il ruolo dell'esperienza nella vita di ogni singolo individuo.
Lo spiega bene Antonio Spadaro, in un suo editoriale estivo (1) : essa, nel relativismo di oggi, sembra essersi "svalutata come fonte di autorità e di saggezza" o, peggio, arriva a ridursi a "semplice esperimento".
Esperienza, nel suo significato più profondo, é invece qualcosa che Emilia Guarnieri, presidente dell' Associazione Meeting per l'amicizia tra i popoli, fa intravedere, durante l'incontro conclusivo di quest'anno: "anche il Meeting c'é e continua a essere vivo perché questa storia di affetto e di amicizia tra noi é viva. Perché se non fosse così, anche il Meeting, come tutte le altre cose che facciamo nella nostra vita, non ci sarebbe. Diceva Claudel: "C'é un grande Mistero tra noi" ed é da questo Mistero che noi siamo commossi ed é a questo Mistero che siamo grati. E poiché il Mistero é proprio Mistero, se é vero che non si può prevedere come questo Mistero accadrà, é anche vero che si può raccontare come ci ha cambiato, si può raccontare cosa é accaduto" .

Allora anche per me questo non può che essere il punto di partenza, partire da quello che ho visto accadere e che ho vissuto in prima persona.







Quando arrivo al Meeting quest'anno, insieme alla mia famiglia, mi sento un po' come un contenitore vuoto.
Sentirsi aridi, capita nella vita di passare momenti così.
Croci, stanchezza, soprattutto la durezza del proprio cuore.
E allora arrivo lì con una grande domanda, il desiderio di un cambiamento.
Ma il contenitore, anche se vuoto, non é semplice da riempire: il coperchio é ancora chiuso ben bene.




Appena arrivato a Rimini rimango subito colpito dai volontari: sono più di tremila, giovani, tantissimi giovani, ma anche adulti ed ogni volta é uno spettacolo.
Avevo letto sul Corriere della sera di qualche giorno fa un commento di Giancarlo Cesana, alla domanda se c'era qualcosa del Meeting cui lui tenesse in modo particolare; aveva risposto : "sì, la gratuità dei volontari, giovani e adulti, padri e madri di famiglia che rinunciano a una settimana di ferie per lavorare non solo gratis, ma pagandosi vitto e alloggio. Chi glielo fa fare se l'esperienza di quello che hanno incontrato al Meeting non é vera ?"
E' davvero così e lo cogli in mille sorrisi ed in un'instancabile disponibilità.
E' il primo scossone per me ed il coperchio inizia ad aprirsi un po'.



Il secondo scossone arriva in una delle sale. Inizia l'incontro "Chi é l'uomo perché io lo curi" (2).
Quando Mario Melazzini, primario oncologo e malato di SLA - la maledetta sclerosi laterale amiotrofica - inizia a parlare, é come una fucilata sparata all'improvviso.
Parla della sua attività di medico, poco prima che arrivasse la malattia: "pensavo di essere una persona estremamente attenta all'altro, ma non mi sono mai fermato a chiedermi chi é l'altro".
D'improvviso mi riconosco in quell'affermazione ed il coperchio del mio contenitore questa volta si apre del tutto.
Non posso fare altro che aprire il cuore a ciò che sta accadendo ora.

Le sue parole mi conquistano poco a poco.
Quell'uomo, seduto su una carrozzina, un tutore a sorreggere il capo, l'eloquio già in parte compromesso, conosce bene - da medico - l'inguaribilità della sua malattia; eppure parla di speranza perché dice di conoscere solo l' "inguaribile voglia di vivere" (3).
Quando aveva scoperto d'essere ammalato, egli, lontano dalla fede, aveva considerato la possibilità dell'eutanasia. Ora conclude il suo intervento così: " é bellissimo vedere una sala così colma per ascoltare delle esperienze e delle riflessioni di persone che si pensa sempre abbiano vissuto, abbiano incontrato il dolore e la sofferenza. No, io vi posso garantire che ringrazio Dio di avere incontrato questa malattia; di averla incontrata tardi, ma non é mai troppo tardi, di avere imparato quali sono i veri valori della vita. E la verità forse sta proprio qui: avere il coraggio di amare e di farsi amare, di accettare i propri limiti e di condividerli con gli altri. Vivere é la cosa indispensabile. L'amore per la vita é la benzina che mi permette di affrontare con serenità queste mie difficoltà, che vi posso garantire sono parecchie. E' talmente bello vivere che io non sono malato: sì, ho la sclerosi laterale amiotrofica, ma finché ci sarò io ci sarà anche lei: cammino insieme a lei".
Prima di Melazzini aveva parlato Pierre Mertens, psicoterapeuta belga, oggi presidente della Federazione internazionale per la spina bifida e l'idrocefalo, raccontando dell'esperienza di sua figlia Liesye, affetta da spina bifida e vissuta sino all'età di 11 anni (4).
E' una testimonianza appassionata, di una bambina che viene definita "una bimba felice, probabilmente la più felice di tutta la mia famiglia". Liesye é affetta da una patologia per la quale un gruppo di medici olandesi ha persino proposto un protocollo di eutanasia attiva (5), ma l'esperienza di Mertens é esperienza di vita, non di morte: "la sua breve vita é stata la cosa più bella che sia mai capitata a me ed alla mia famiglia".
Si tratta di qualcosa di forte, anche perché, come dice al termine Felice Achilli, moderatore dell'incontro, ne emerge un "giudizio" che sostiene la vita e questo giudizio é qualcosa di oggettivo; così oggettivo che Mertens stesso giunge ad affermare : "questo mondo sarebbe un mondo migliore senza l'esistenza dei disabili ? Probabilmente no".





Sono davanti all'ingresso de "La città nella città", la mostra preparata dall' Associazione Cometa (6).
Chiara, la più grande dei miei figli é in giro per la Fiera in pattini, a caccia di gadgets; alla fine della giornata avrà saccheggiato tutti gli stands. Mia moglie é al Villaggio Ragazzi, con gli altri due nostri figli. Ci siamo dati il cambio per assistere alla visita guidata della mostra: stamani era andata lei e tornando mi aveva detto che non me la sarei dovuta perdere per nessun motivo.
Le mostre sono un'altra delle cose belle del Meeting e sono tutte guidate.
Questo é un altro piccolo miracolo che accade qui: volontari che si mettono a disposizione, studiano una mostra, ne incontrano i protagonisti e quindi fanno esperienza di quello che poi si mettono a spiegare ai visitatori.
"Una storia di semplice comunione", la mostra sottotitola così e, mano a mano che la seguo, m'immedesimo poco alla volta in questa vicenda, nata da un semplice sì, quello di Erasmo ed Innocente Figini, due fratelli che, con le rispettive famiglie decidono di accettare un bambino in affido. Nel tempo l'accoglienza si amplia e le famiglie diventano quattro, mediamente con dieci ragazzi a testa, tra i figli naturali e quelli in affido. Ma si affiancano anche volontari e nascono scuole, un'associazione sportiva, un progetto educativo, insomma una vera e propria "città nella città".
Quando arrivo alla fine della mostra mi colpisce una frase di Don Giussani: "la cosa più grande che si possa vedere nel mondo é che certi uomini siano uniti tra loro come membra di un unico Corpo. Non perché impegnati in una certa opera, ma perché chiamati dallo stesso gesto di Cristo, da un identico avvenimento, così che, pur non conoscendosi minimamente, fino a quel momento del tutto estranei, sono e si riconoscono legati agli altri in modo imparagonabile".
Estranei sino ad un istante, prima, ma legati in modo imparagonabile.
Come i bambini, quando giungono a Cometa in affido.
E come quel nuovo amico, che ha guidato la mostra a cui ho assistito, e di cui ho incrociato per un attimo lo sguardo, poco dopo che aveva letto la frase di Giussani.




Al Meeting di quest'anno il dvd dell'ultimo concerto di Chieffo (7) é andato letteralmente a ruba. L'ho comprato anch'io e l'abbiamo guardato appena arrivati a casa. Aveva cantato proprio al Meeting dell'anno scorso ed ha salutato questo mondo il giorno d'inizio di quello di quest'anno. "La verità é il destino per il quale siamo stati fatti", recita il titolo questa volta: la Verità, lui, l'aveva cantata per tutta la vita, ora ha raggiunto il Destino che ha così tanto amato.
A un certo punto del concerto, tra una canzone e l'altra, dice: "(...) pensate che a quei tempi c'era il più grande cantautore e pirata della storia, Bob Dylan, che cantava che la risposta non c'era. Cosa dovevo fare io se lui aveva un'ammiraglia pirata ed io una barchetta a remi ?Io l'avevo incontrata questa risposta, lo dovevo dire. E feci queste canzoni: "la ballata della società", "la ballata dell'uomo vecchio", che erano il segno di quella risposta che avevo incontrato io, che era Cristo. Guardate che non si può tacere solo perché si pensa di non avere i mezzi adeguati. E queste canzoni, a quanto mi risulta, sono cantate tuttora esattamente come le canzoni del grande Bob, dopo quarant'anni".
Grande Bob, ma grande, grandissimo Claudio.
E ancor più grande all'inizio del concerto, quando racconta di un giornalista che gli aveva detto: "ho capito che lei non ha un pubblico, ha un popolo" ed al quale lui aveva risposto "guardi, non ha capito fino in fondo, io faccio parte di questo popolo, ed é tutta un'altra cosa"
Già, parte di un popolo.
Strano ma vero, anch'io, ascoltandolo, mi sono sentito così.




E' ora di ricominciare, nel quotidiano di ogni giorno.
Il contenitore alla fine si é riempito, ma non si é reso colmo da solo.
E' stato riempito da Qualcosa che é accaduto.
E' stato riempito da Qualcuno.
Poco prima di uscire dalla Fiera di Rimini, ci fermiamo ancora: incontriamo amici fino all'ultimo istante. Siamo un po' di corsa ormai, ma mia moglie mi spiega poco dopo il senso di ciò che accade: "sembra di perdere tempo - mi dice - ma invece non é così; é il senso di quel che abbiamo sentito sinora: questa é l'incarnazione".
Ha proprio ragione ed é un vero e proprio sussulto.
Il contenitore é tornato finalmente ad essere un cuore.


Note:
(1) Antonio Spadaro - "Ma che significa vacanza?" http://www.bombacarta.com/?p=455#more-455
(2) La replica dell'incontro é visibile sul sito del Meeting: http://www.meetingrimini.org/
(3) Massimo Pandolfi - L'inguaribile voglia di vivere - prefazione di M.Melazzini - ed. Ares
(4) Pierre Mertens - Liesye, mia figlia - ed. Cantagalli
(5) The Groningen Protocol - Euthanasia in severly ill newborns - N Engl J Med 352; 10, 2005
(6) http://www.puntocometa.org/
(7) Claudio Chieffo - Concerto per un amico - dvd . http://www.claudiochieffo.com/

posted by Fausto Leali @ 9:04 PM 4 comments

Saturday, August 25, 2007
CIAO CLAUDIO



Claudio Chieffo
9 marzo 1945 - 19 agosto 2007


"(...) Nella mia vita ho avuto modo di toccare con mano tante volte e con tanta evidenza la presenza di Dio: l'amore di mia moglie e dei miei figli, i volti dei miei amici, l'appartenenza a un popolo, e tante cose che mi sono accadute.
La prima percezione che ho avuto quando i medici mi hanno dato notizia del mio male, é che non mi sia venuta addosso una disgrazia, ma che anche questo é un modo - certo dolorosissimo - di far emergere e di testimoniare la gloria di Dio.
Altrimenti sarei un dis-graziato, uno che non riconosce ciò che la Grazia ha operato e opera nella sua esistenza.
Non si può campare da dis-graziati, sarebbe come negare che la Grazia possa arrivare.
Sarebbe come smettere di sperare.
E io non smetto."
(Claudio Chieffo)

posted by Fausto Leali @ 12:17 PM 0 comments

Thursday, July 26, 2007
HOLIDAY



"Siamo nati per volare, per cadere prima o poi.
Non fermarti,
non fermarti mai"

(Massimo Priviero, dall'album "Dolce resistenza", 2007)




Il blog va in pausa per un po'.
Auguri di una buona estate a tutti coloro che passeranno da qui.

E non smettete mai di pensare: il tempo della vacanza, diceva Don Giussani, é il tempo "della libertà e della sincerità", quello in cui "viene a galla quello che vuoi veramente".

Peace to everybody.


posted by Fausto Leali @ 3:52 PM 1 comments

Sunday, July 22, 2007
CHIANG MAI



Mi affacciai dalla terrazza di quel meraviglioso tempio.
Dall'alto della collina la città e la natura circostante apparivano serene e discrete nella loro bellezza.
Il Wat Phrathat Doi Suthep era il tempio più bello di Chiang Mai, con la sua piattaforma dominata al centro dal chedi dorato, così simile per grandezza e splendore ai templi birmani. Per arrivare fino a lì avevo fatto una lunga strada e poi una ripida scalinata, quasi trecento gradini, proprio come i pellegrini di un tempo, per giungere fino in cima alla collina, Doi Suthep, mille metri d'altitudine a dominare la città.
La leggenda vuole che questo luogo fosse stato scelto da un elefante bianco che, incaricato dal re Kuena, nel XIV secolo, di scegliere un luogo propizio dove seppellire una reliquia del Buddha, si fermò a Doi Suthep e qui crollò a terra morto, come a dire che quello era il luogo giusto. E così venne eretto il chedi, la pagoda centrale, poi abbellito dai re di Chiang Mai negli anni successivi.




Il tranquillo passeggiare dei monaci e dei pellegrini, mescolati a silenziosi e rispettosi turisti, rende ancor più sacra l'atmosfera del luogo.
Eppure non lontano da qui c'é il triangolo d'oro, e allora come fanno a non venire in mente le contraddizioni di questo paese, disposto a convivere col traffico di droga ed il turismo sessuale ? Ad un occhio superficiale da turista occidentale appare strana e incomprensibile la tolleranza e la connivenza dei governi locali, ma in fondo é solo ipocrisia e senso di superiorità : anche l'Europa, culla di democrazia, é ricca d'incoerenza. E talvolta, nella sua "pretesa" di giustizia, il vecchio continente diviene di fatto incapace di muovere nella giusta direzione coscienze ed energie umane, mentre qui se non la giustizia, almeno percepisci la pazienza, una virtù coltivata e custodita a lungo dal popolo thailandese.



Un po' di anni fa un monaco buddista thailandese capitò col suo maestro a Loppiano, la cittadella del Movimento dei Focolari nei pressi di Incisa Valdarno, vicino a Firenze.
L'amicizia con alcuni membri del movimento era sbocciata in una visita alla comunità ed i due monaci si fermarono per un po' di giorni.
Alla sera erano soliti lasciare le scarpe fuori dalla loro stanza ed al mattino le trovavano sempre pulite per bene. Un gesto semplice, ma che colpì profondamente quei due nuovi amici. Il loro animo, profondo conoscitore della compassione, aveva scoperto la carità. E cristianesimo e buddismo, in una quotidiantità apparentemente semplice e banale, si erano incontrati divenendo esperienza di dialogo ed amore reciproco.
Thongrattana sviluppò un rapporto profondo, dopo quei giorni, con Chiara Lubich e le chiese un nome nuovo. Lei, ben felice, glielo diede. E da quel giorno, per tutti, il nuovo amico fu "Luce ardente".



Passeggio ancora a lungo all'interno di questo tempio.
Mi sembra lontana la frenesia di Bangkok, città che pure mi aveva così affascinato, complice forse l'aver rappresentato per me una sorta di battesimo con l'Asia. Ma c'era già qualcosa che stonava in quella città e che qui a Chiang Mai mi sembra di notare molto meno. Come una patina di modernità, una corsa a inseguire modelli consumistici insensati e tesa alla fine ad offuscare inevitabilmente il fascino di quest'antica città.
Scriverà Tiziano Terzani, qualche anno dopo:
"Con la Thailandia io avevo chiuso anni prima e, non fossi andato a vivere in India, dove le forze dello spirito sembrano ancora fare quadrato contro quelle della materia, anch'io sarei arrivato alla conclusione che in Asia non c'é più niente da imparare, niente di cui nutrirsi.
Bangkok era mutata tantissimo nel suo aspetto fisico e di conseguenza anche nell'anima. Il suo fascino era finito. Da una città assolata, percorsa da canali, era diventata un agglomerato di cemento, rabbuiato dalle tante strade sopraelevate costruite su quelle con cui erano state ricoperte le vie d'acqua. La modernità aveva eroso la tradizionale serenità della gente e accelerato i suoi, un tempo solenni, ritmi di vita". (1)



Nel 1995 Chiara Lubich giunge a Chiang Mai, nel corso di un suo viaggio in Asia.
Viene invitata al campus universitario Mahachulalongkorn dei monaci. L'abate del tempio la presenta alla sala, gremitissima di giovani; molti sono in collegamento audio-video in altre sale. Le si rivolge semplicemente col suo nome: per tutti, anche per i monaci, é semplicemente "Chiara". "E' un momento storico per questo tempio e per questa università - dice - Chiara é una persona-mondo: tutti riconoscono ciò che lei ha fatto e fa per la pace universale" E poi le chiede di raccontare la sua esperienza, affinché possa essere "oggetto di approfondimento nell'università". Piero Coda racconta bene alcuni di quei momenti:
"Chiara non legge il testo che ha preparato. Racconta invece - per rispondere all'invito che le é stato rivolto - la sua esperienza di vita. Quella che nel Movimento dei Focolari é conosciuta come la "storia dell'ideale", il racconto cioé dei primi tempi della vicenda spirituale di Chiara e delle sue compagne, suona qui tutta nuova: per l'uditorio che l'accoglie e per la sensibilità dialogica con cui é raccontata.
Nell'odio della seconda guerra mondiale e nel crollo di tutti gli ideali umani, la legge evangelica della "compassione" diventa per Chiara il segreto di una nuova vita. Il "chiedete e otterrete" delle Sacre Scritture cristiane é sperimentato come una realtà tangibile per quell'andare in soccorso dei poveri in cui s'impegnano Chiara e le sue prime giovani compagne.
Scoppia così una "rivoluzione della compassione", per realizzare la quale ragazzi e ragazze si consacrano con Chiara nella verginità.
Quest'ideale di vita si estende dall'Italia all'Europa, dalla Chiesa cattolica alle altre Chiese, e infine anche fuori dall'Europa nel contatto con le diverse religioni, con le quali si é scoperto di poter condividere la "regola d'oro" : "fà agli altri ciò che vorresti fosse fatto a te; non fare agli altri ciò che non vuoi sia fatto a te".
L'amore - spiega Chiara, quasi sintetizzando l'insegnamento raccolto da quest'esperienza di vita e illuminato dai "libri sacri" della fede cristiana - richiede quattro cose: amare tutti, amare per primi, farsi uno (piangere con chi piange, gioire con chi gioisce), amare l'altro come sé.
Segue un dialogo bellissimo, moderato da Luce Ardente.
Alla fine c'é un scambio di doni. Conclude il gran maestro, dopo un invito a un minuto di silenzio e di concentrazione. Chiara ringrazia e dice ai giovani, vedendoli attenti e illuminati: "puntate in alto, siete giovani, non accontentatevi della mediocrità". E loro, tutti in coro, le rispondono all'unisono con una tipica esclamazione di gioia e di ringraziamento." (2)



Chiang Mai significa "città nuova" e Città Nuova é anche il nome della rivista quindicinale edita dal Movimento dei Focolari. Curioso che proprio sull'ultimo numero il bravo Michele Zanzucchi pubblichi un reportage su una sua visita in quel luogo (3).
Gli echi di quel viaggio di Chiara sono ancora presenti: in questa città il dialogo tra cristiani e buddisti é andato avanti, ma non solo tra di loro.
All'università di Chiang Mai sono quasi in mille tra monaci ed aspiranti ed é un insegnamento moderno che nulla toglie, comunque, alla ricchezza della tradizione buddhista Theravada. E il dialogo coi cristiani ? "Siamo come due matite di colore diverso - spiega il rettore a Zanzucchi - che si avvicinano per la punta: a volte fedeli di religioni diverse sono più vicini tra loro di quanto non avvenga con persone della propria religione. Lo sperimento con alcuni cristiani di Chiang Mai, in particolare coi focolarini". Le parole più incoraggianti sono però quelle dell'imam locale, Ajhan Soleh: "In varie occasioni abbiamo potuto dialogare a fondo con buddhisti e cristiani. Ci unisce soprattutto una parola: pace. Quando vedo dei buddhisti che accendono le loro candele al tempio, mi metto a pregare Allah per loro. Alcuni nella comunità sono rimasti sconcertati quando ho invitato dei monaci buddhisti alla moschea. Ma ora ci sono abituati."
Il vescovo cattolico di Chiang Mai, Joseph Sangval Surasang, appare felice, e parla di testimonianza. Sembra proprio che qui nessuno accenni al proselitismo, ma solo ad esperienza che rende felice l'uomo. E dovrebbe essere proprio così, in fondo, per chiunque e dappertutto: se hai incontrato Qualcosa che rende la tua vita valevole d'essere vissuta, cos'altro vorresti fare se non dirlo ai tuoi amici ? "Il turismo cresce a ritmi vertiginosi - dice il vescovo - e così i danni provocati dalla droga, dal sesso sfrenato, dai soldi sperperati. ma tanti occidentali atei ritrovano il loro rapporto con Dio, grazie alla testimonianza dei cattolici locali, di cui non sospettano neppure l'esistenza".

Strano posto, Chiang Mai, incontri personaggi curiosi, gente che parla ancora di dialogo e che, soprattutto, ne fa esperienza: il famoso sorriso thailandese - "Thai smile" - qui sembra più autentico.
Chissà che da lassù ora non sorrida anche Tiziano Terzani.
Credo che sarebbe anche disposto a tornare in Asia, per nutrirsi ancora di qualcosa.
Anzi, penso proprio che sarei pronto a scommetterci.




Note:

(1) Tiziano Terzani - Un altro giro di giostra - Longanesi & C.
(2) Piero Coda - Viaggio in Asia - Con Chiara Lubich in Thailandia e Filippine - Città Nuova editrice.
(3) Michele Zanzucchi - Elefanti albini, monaci zafferano - Città Nuova, n° 14, 25 luglio 2007

posted by Fausto Leali @ 11:47 PM 0 comments

Thursday, July 19, 2007
I'LL REMEMBER YOU



Giovanni Falcone (Palermo, 18 maggio 1939 - Capaci, 23 maggio 1992)
Paolo Borsellino (Palermo, 19 gennaio 1940 - Palermo, 19 luglio 1992)


"(...) rivolgendomi agli uomini della mafia.... ma certamente non cristiani, sappiate... che anche per voi c'é possibilità di perdono. Io vi perdono però vi dovete mettere in ginocchio. Però... se avete il coraggio di cambiare... (...)"

(Rosanna Costa Schifani ai funerali del marito e di Giovanni Falcone)



"Gesù verso le ore tre grida a gran voce:
"Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato ?" (Mt 27,46)
E' il culmine dei suoi dolori,
é la sua passione interiore.
E' il dramma di un Dio che grida.
Infinito mistero, dolore abissale
che Gesù ha provato come uomo.
Dà la misura del suo amore per gli uomini.
Ha voluto prendere su di sé la separazione
che li teneva lontani dal Padre e fra loro,
E l'ha colmata.
Qualsiasi dolore dell'uomo si trova riassunto
in questo particolare dolore di Gesù.
Non é simile a Lui l'angosciato, il solo, l'arido,
il deluso, il fallito, il debole ?
Non é immagine di Lui ogni divisione dolorosa
tra i membri di una stessa famiglia ?
Amando Lui, il cristiano trova il motivo e la forza
per non sfuggire il dolore, il male, la divisione,
ma per accettarli e portarvi il proprio personale rimedio.
Gesù Abbandonato é la chiave dell'Unità."


"Gesù é il Salvatore, il Redentore, e redime quando versa sull'umanità il Divino, attraverso la Ferita dell'Abbandono, che é la pupilla dell'Occhio di Dio sul mondo: un Vuoto Infinito attraverso il quale Dio guarda noi: la finestra di Dio spalancata sul mondo e la finestra dell'umanità attraverso la quale (si) vede Dio"

(Chiara Lubich)

posted by Fausto Leali @ 12:07 AM 0 comments

Saturday, July 14, 2007
Do they know it's christmas - Live Aid 1985 london



Il finale allo stadio di Wembley


posted by Fausto Leali @ 12:17 AM 5 comments

Friday, July 13, 2007
IL JUKE BOX TOTALE



Feci le ore piccole quel giorno, il 13 luglio 1985, per assistere al concerto.
Accesi il televisore nel pomeriggio e rimasi lì anche di notte, finché gli occhi riuscirono a rimanere aperti.
Il Live Aid, quella grande idea di Bob Geldof, era iniziato allo stadio Wembley di Londra ed era proseguito senza soluzione di continuità negli Stati Uniti, a Philadelphia.
Tutte le rockstars erano lì e Phil Collins aveva perfino preso il Concorde ed era volato da un posto all'altro, per riuscire a cantare in tutti e due gli stadi.
Apparse davvero a tutti come qualcosa di speciale, un superconcerto per l'Etiopia, che riuscisse finalmente a sensibilizzare tutti ed a catalizzare l'attenzione sul continente più sfortunato del mondo.
E fu grandioso, anche se poco o nulla cambiò dopo quel giorno, nonostante la grande quantità di fondi che il progetto fu capace, anche in seguito, di raccogliere. Giorno che poi qualcuno avrebbe comunque definito "the day the music changed the world".




Nonostante il profondo amore che nutro per la musica - e in particolare la musica rock - non ho mai creduto sul serio che potesse cambiare il mondo.
Lo credevano anche i protagonisti di Woodstock, nel 1969, ma dovettero ricredersi anche loro, appena pochi mesi dopo, all'indomani dell'uccisione di uno spettatore nel corso dei tafferugli scoppiati durante un concerto dei Rolling Stones nei pressi di San Francisco.
E così cambiò poco anche dopo il Live Aid, perché é il cuore dell'uomo che deve mutare, affinché la realtà della storia possa finalmente mettersi a girare in modo diverso.
E personalmente sono convinto che ciò avverrà solo quando lo sguardo dell'uomo sarà davvero capace di rivolgersi al volto buono del Mistero, che si é fatto carne per condividere la nostra vita.
Ma quell'evento, il "Juke box totale", fu comunque speciale e nel mio ricordo, più che spettacolo di libertà ed uguaglianza, lo fu di visibile fraternità.
Fraternità ed emozione, tra le rockstars che calcarono le scene, innanzitutto; ma anche tra essi e il pubblico e infine tra la gente tutta intera, sia che fosse dentro gli stadi o in diretta di fronte ad uno schermo televisivo. Disse Jimmy Page: "guardiamo le cose in faccia: quando pensate che tutti questi gruppi stanno suonando e nemmeno uno oltrepassa il tempo concesso, é incredibile ! Questo mostra perfettamente l'impegno di tutti per questa causa".



Tra i tanti racconti di quell'evento, ce n'é uno che fece in quei giorni Peter Hillmore e che rende bene quello che fu il pathos di un concerto forse davvero unico ed irripetibile.
Eccone qui i passaggi finali.


"Se non l'avete visto, cercate di immaginare la scena dello stadio JFK a Philadelphia. Sono le undici di sera, sono passate sedici ore da quando gli Status Quo lontano, lontanissimo, a Londra, hanno aperto questa lunga giornata con Rocking Around The World, una canzone ideale per aprire un concerto del genere.
Bob Dylan termina il suo ultimo pezzo. Dietro di lui, due chitarristi segnano discretamente il ritmo, Keith Richards e Ronnie Wood dei Rolling Stones. La folla, immobilizzata dal mattino, acclama il trio. Un degno finale dello spettacolo che si é appena svolto, ma in realtà é soltanto l'inizio.




Lionel Richie viene fuori da dietro il sipario, abbraccia Dylan, Richards e Wood e saluta la folla. La folla gli risponde. E il sipario si apre. Il palcoscenico é pieno di star fino a scoppiare. Un palcoscenico che una sola tra loro é solitamente sufficiente a riempire.
Lionel Richie intona We Are The World, We Are The Children. La folla eccitata si mette ad urlare. Poi appare Harry Belafonte. Poi Joan Baez. Poi Madonna. D'un tratto si mette a cantare un coro di bambini dalle voci cristalline. Il palco é pieno, gremito di star del rock che cantano all'unisono, o meglio cercano di cantare tutti insieme.
Ci sono i Duran Duran, sparpagliati in mezzo agli altri. C'é Mick Jagger, ha l'aria di non sapere le parole della canzone, ma canta, balla, é felice. Poi Patty Labelle, Tina Turner, Teddy Pondergrass e Dionne Warwick fanno un breve "a solo", accompagnati dai migliori cantanti del mondo, e i più costosi anche, che fanno gorgheggi, cantano, battono le mani e sorridono. C'é stata sì una prova, alla bell'e meglio, dietro al palco, in mezzo alle roulottes. Ma nessuno se ne frega niente di sapere se va bene. Non é una canzone questa, é una celebrazione.

Bob Dylan stringe Robert Plant tra le braccia. Bryan Adams prende Jimmy Page tra le sue. Eric Clapton si abbraccia da solo perché non é rimasto più nessuno da stringere.
La folla é in delirio. Spossata da una giornata simile e dal caldo, ha ritrovato l'energia. Una corrente di adrenalina si é stabilita tra lei e il palco. Si stimolano a vicenda. Anche la folla canta. Quando le star bissano la canzone, novantamila mani si protendono verso il palco. In questo momento preciso, loro sono il mondo, loro sono i bambini. Sanno che più di un miliardo di persone li hanno guardati, da ogni angolo del mondo, per tutta la giornata, e che questa gente, tornando a casa, sta probabilmente come loro tendendo le mani per partecipare a questa celebrazione.







Anche a Wembley lo stesso calore. Dalla musica come dal sole. I Thompson Twins e Nile Rodgers sono appena stati trasmessi dall'America via satellite. Freddy Mercury e Brian May hanno proprio ora finito di interpretare una canzone perché nessuno dimentichi il motivo del concerto: "Pensate a tutte le bocche affamate...". il palcoscenico é vuoto, tranne il piano lasciato lì da Elton John. Il fascio di luce del riflettore accompagna una minuta silhouette. E' Paul McCartney che si mette al piano. La maggior parte degli spettatori non ha mai visto un Beatles in carne ed ossa cantare una delle loro canzoni. McCartney piazza il primo accordo di Let It Be.




E' allora che il microfono salta. E' il genere di incidente che avrebbe potuto mandare tutto a monte, ma non é nulla, al contrario: quando la folla vede sugli schermi giganti che le sue labbra si muovono in silenzio, settantaduemila voci si mettono a cantare al suo posto finché il microfono non verrà riparato. Urlando quando i quattro coristi venuti ad accompagnarlo si dirigono discretamente verso il piano. I loro nomi sono: David Bowie, Alison Moyet, Pete Townshend e Bob Geldof. Cantano insieme ai settantaduemila spettatori finché i musicisti e tutti i cantanti che hanno partecipato al concerto non sono riuniti sul palcoscenico e intonano Do They Know It's Christmas. Ci sono gli Who che si sono ricostituiti per il concerto ("Buon Dio, che cosa strana tornare a cantare davanti a un pubblico", riconosce Townshend). C'é Sting, coi suoi vestiti così impeccabilmente bianchi quando si é esibito sette ore prima, ora sono uno straccio. C'é Bryan Ferry che, lui sì, ha trovato il modo di rimanere impeccabile. Ci sono i Queen, gli Spandau Ballet, Howard Jones, Elton John, Wham!, Style Council, gli U2, tutti quelli che sono passati sul palco in questo 13 luglio.
Nessuno é andato via. Non in un giorno come questo".





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Sunday, July 01, 2007
RUSSIA

Ogni tanto in pronto soccorso ne capitava qualcuno.
Erano vecchi ormai e avevano un sacco di buoni motivi per presentarsi lì.
Ma succedeva sempre la stessa cosa: riconducevano ogni sintomo, anche il più disparato a quella terribile e pregressa avventura.
"Sa dottore - mi dicevano - io ho fatto la campagna di Russia".
Io sorridevo e spesso tagliavo corto : qualunque sintomo e qualsiasi patologia avessero in quel momento, cosa c'entrava una cosa così lontana ?
E così cercavo di sbrigarmi a capire invece cos'avessero, ma poi incrociavo tutte le volte quegli occhi dolci e rassegnati - ora sì che me li ricordo -, come se chi avevo di fronte mi dicesse "no, dottore, forse lei non ha capito".
Ma ero un po' più giovane allora. Credevo di sapere tante cose.




Quando gli alpini giunsero a Nikolajewka, l'accerchiamento dei soldati russi era ormai completo.
Avevano già marciato per giorni, gli italiani, nella neve ed al gelo, da quel maledetto giorno, il 16 dicembre 1942, in cui i russi avevano lanciato la loro grande offensiva lungo il fronte italo-tedesco ed era partito l'ordine di ripiegamento dal Don.
Ed ora si trovavano in pieno nella sacca e la situazione appariva ancor più difficile.
Non erano bastati i quarantacinque gradi sotto zero, senza abbigliamento adatto, lasciando indietro autocarri senza più benzina e viveri sempre più razionati. E poi feriti e congelati a centinaia ogni giorno, difficili da assistere e da trasportare e quei russi che attaccavano ogni giorno, molto più addestrati ed esperti a casa loro.
Ogni tanto, durante la lunga marcia, erano passati anche gli alleati, i tedeschi, meglio equipaggiati e con più automezzi e carri armati. Allora gli italiani cercavano di saltarci su, almeno coi feriti che non erano più in grado di camminare. Ma trovavano solo rabbia e cattiveria e calci e baionette a rimandarli giù, così che ad un certo punto avevano smesso anche di provarci e li guardavano passare con quegli occhi vuoti che assistevano impotenti all'inferno.




E' il tramonto e sulla strada non c'é quasi nessuno.
L'auto scorre via veloce ed il sole, rosso fuoco sulla linea dell'orizzonte, dà un strano senso di calore. Dal lettore cd le note fuoriescono struggenti, un brivido non può fare a meno di percorrere la pelle. La voce di Massimo Priviero accompagna le note della canzone, così azzeccate per quel pezzo, "la strada del Davai":

"Lo sai mamma mia che freddo fa stasera
E quanti occhi senza niente accanto a me
Chissà se mai la finirà, chissà se tu mi rivedrai
Son sulla strada, la strada del davai"

Dicevano così i soldati russi a quei prigionieri, italiani e tedeschi, che si trovavano a ripercorrere, da catturati, l'estenuante marcia nella neve che avevano fatto prima, alla ricerca di una via di scampo. "Davai !", "avanti !" gli urlavano in faccia e chi non ce la faceva veniva finito lì, senza pietà, con una raffica di mitra. Non sapevano, i poveretti che ancora riuscivano a camminare, che quei loro compagni di sventura avevano fatto una fine migliore di quella che aspettava loro, nei lager sovietici. Più di sessantamila dichiarati "dispersi" dalle autorità occidentali alla fine della guerra, ma invece - tutti lo vennero a sapere, molti anni più tardi - fatti morire di fatica, fame e freddo dal regime comunista che aveva "vinto la guerra" contro il nazismo.




"E' mostruoso - diceva poco dopo in quell'unica isba che raccoglieva ormai tutta la ventisei, il colonnello Verdotti, che portava i segni dell'aspra sofferenza divisa con i soldati; - la Julia venendo in Russia aveva circa ventimila uomini. Sapete in quanti siamo usciti dalla sacca ? In quanti siamo rimasti ?
- Compresi gli uomini mandati agli ospedali ? - chiese Serri.
- Compresi quelli.
- Diecimila... - azzardò Bartolan.
- Duemila trecento - rispose il colonnello.
La ritirata nella sacca ci pareva un disastro - proseguì il colonnello - invece é stata una tragedia senza nome. Anche le altre divisioni sono giunte svuotate, nella disgrazia noi non siamo stati neppure tra i più sfortunati. Non avete ancora idea di quello che é successo durante le marce, vedevamo ciò che accadeva intorno a noi, ma spesso non ci accorgevamo di quanto avveniva a chilometri da noi, nella notte, nella tormenta, nei paesi durante le soste: la colonna era lunga molte decine di chilometri, spesso discontinua, i reparti russi attaccavano la coda composta dagli uomini sbandati e più stanchi, li isolavano e li catturavano; nel corpo della colonna battaglioni distanziati, reggimenti interi hanno perduto i contatti, hanno sbagliato strada e sono caduti in blocco nelle mani dei russi. I morti in combattimento sappiamo chi sono, gli assiderati caduti sulla neve li abbiamo visti, in tutto rappresentano una cifra minima al confronto del numero degli assenti: mancano generali, colonnelli, molte decine di migliaia di soldati, reparti al completo che sono rimasti prigionieri. Una tragedia che non poteva essere più grave e dolorosa, figlioli."
(Giulio Bedeschi, Centomila gavette di ghiaccio)



Dicono che Bob Dylan non canti più come una volta, una voce andata in malora, scalette troppo simili l'una all'altra nei concerti del suo Never Ending Tour ed una band sottotono.
Può darsi anche che sia vero, ma l'altra sera, ascoltando la registrazione di uno dei suoi utimi show dell'attuale tour, nel Nord America, quella "Masters of War" - "Padroni della guerra" - mi é sembrata intatta nella sua forza e rabbia di sempre.


"Come Giuda al tempo antico
voi mentite, voi ingannate,
mi volete far sicuro
che una guerra mondiale la vincete.
Ma io vi vedo negli occhi,
io vi vedo fin dentro il pensiero,
come vedo nell'acqua
che mi scende nello scolo


Vi farò una domanda,
quanto vi vale il denaro,
ve lo compra il perdono,
ci credete davvero ?
Io credo che invece scoprirete,
quando la morte vorrà il suo pedaggio,
che con tutto il denaro che avete
la vostra anima non la ricomprerete"


"Mai più la guerra !" e l'aveva detto anche Giovanni Paolo II, ma a guardarsi in giro, anche al giorno d'oggi, sembra davvero che l'uomo non voglia imparare mai.



Qualcuno é riuscito a raccontare quegli avvenimenti, una volta tornato a casa.
Giulio Bedeschi, Nuto Revelli, Eugenio Corti.
Quando lessi le pagine di Corti - I più non ritornano, Il cavallo rosso - ringraziai il cielo che qualcuno avesse avuto la forza di non dimenticare.
C'é un passaggio del resoconto di Corti in cui tanta tragedia sembra divenire alla fine sorta di castigo all'intera umanità. Ma c'é anche qualcosa che questo grandissimo scrittore ed ex ufficiale scrive in nota, sotto forma di lettera ad un amico :
"(...) prima di chiudere io dovrei introdurre qui un'altra componente molto ma molto importante del quadro (forse la più importante di tutte). Come cioé Dio recuperi la sofferenza degli uomini, soprattutto degli innocenti - crocifissi al pari di Cristo innocente - la quale sofferenza pertanto non va affatto sprecata. Dunque quei morti non sono morti per niente: ti rendi conto di quanto ciò sia importante ? "



Sono passati gli anni ormai ed i superstiti della Russia non li vedi più, ormai sono morti quasi tutti.
Vorrei tanto tornare indietro ed incontrarli di nuovo, in qualche pronto soccorso.
Allora questa volta sì che mi fermerei, per farmi raccontare tutto.
E forse, alla fine, gli direi che se "ghe manca el fia' " é davvero colpa di quella maledetta guerra.
Qualche tempo fa, però, li ho incontrati di nuovo.
Ho girato la testa, per caso, e su quella lapide di marmo c'era il nome di tutte le loro compagnie. La Cuneense, la Tridentina, la Julia, tutte insieme in mezzo ai personaggi celebri, al cimitero Monumentale di Milano.
Allora mi sono domandato quale fosse il significato della parola speranza.
Forse gli occhi di una madre. La madre é l'unica che non la perde mai, anche quando le circostanze sembrano sostenere il contrario.
Mi volto indietro. Di fronte c'é la tomba di Don Giussani.
C'é sempre qualcuno che viene a trovarlo: in qualunque ora del giorno non lo trovi mai da solo.
Vado a salutarlo anch'io. Sulla lapide una sola frase: "Madonna, tu sei la sicurezza della nostra speranza".


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Wednesday, June 27, 2007
LA CAMPANELLA



Quando Chiara Lubich e le sue prime compagne iniziarono la loro avventura a Trento, con la guerra che infuriava sopra le loro teste, si trovavano spesso nei rifugi, ogni volta che le sirene annunciavano il passaggio dei bombardieri.
Non c'era tempo per portare grandi cose con sé: bisognava correre e basta, sia di giorno che di notte.
Ma un piccolo Vangelo, quello riuscivano a portarlo sempre; e fu sempre la loro compagnia, allora come in ogni giorno a venire, per tutta la loro vita.
Racconta Chiara: "(...) il rifugio che ci accoglie non é sempre sicuro. Siamo sempre di fronte alla morte. Ci assale allora una domanda: ma ci sarà una volontà di Dio che piace particolarmente a Lui ? Se morissimo, vorremmo aver messo in pratica, almeno negli ultimi istanti, proprio quella. Il Vangelo risponde e parla di un comandamento nuovo che Gesù dice Suo: "Questo é il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri come io vi ho amati. Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici". Ci guardiamo in faccia l'un l'altra. Ci dichiariamo: "Io sono pronta a dare la vita per te, io per te, tutte per ciascuna". Da questa promessa solenne le mille esigenze quotidiane dell'amore fraterno prendono il via. Non sempre ci é chiesto di morire l'una per l'altra. Intanto possiamo condividere ogni cosa: le preoccupazioni, le gioie, i dolori, i poveri beni, le piccole ricchezze spirituali..."



Se questo é il modello, é affascinante ritrovarsi tra amici e proporsi questa misura d'amore come modalità dello stare insieme. Allora raccontarsi come va - condividere cioé i dolori e le brevi gioie - ha un fascino sopraffino, che non sperimenti altrove.
Ed anche ascoltare insieme parole importanti - c'é chi lo chiama meditare - significa intravedere la chance di veder cambiare il proprio destino.
Così é stato bello, un piccolo gruppetto di amici, sentire ancora Chiara raccontare qualcosa che riguardasse davvero la nostra vita:
"(....) Vivere pienamente il lavoro in perfetto spirito di servizio - quindi amare Gesù nella collettività: in quella scuola, attraverso quell'ufficio, quella burocrazia - é veramente il modo del nostro farci santi ? Qui é un sì talmente categorico che ti dico che non so come fare a dirlo di più. Perché é questa la vostra strada, la sola vostra strada, la bellezza vostra. (...) Voi non dovete, per farvi santi, obbedire al campanello della superiora che chiama alla preghiera. Voi dovete obbedire alla sirena della fabbrica: quello é il vostro campanello; al campanello della scuola: quello é il vostro campanello. La campanella del superiore cappuccino dice la volontà di Dio per il frate di andare a pregare; la sirena dice la volontà di Dio per quell'operaio: di andare a lavorare. ma é volontà di Dio. Del resto, Gesù per trent'anni ha lavorato, non ha predicato. (...) Quindi dovete vedere il vostro lavoro tutto nuovo. Sarà pesante, lo capisco, sia come lavoro, sia come rapporti... Ma é lì che vi santificate, é lì la vostra "notte oscura", é lì che dovete proprio distruggervi perché venga fuori Cristo, con quegli strumenti lì. (...) la penna per il professore, lo scalpello per lo scultore: quello é il vostro crocifisso, con quello voi vi santificate"
.

Allora stamani, riprendendo il lavoro come sempre, tutto mi é apparso nuovo e affascinante: ogni paziente che entrava in ambulatorio, ogni cartella clinica da compilare, ogni compagno di lavoro incontrato, superiore o collaboratore che fosse, tutto il lavoro pianificato, così come quello imprevisto.
E mi son detto: dov'é mai la noia ?
E quando, alla fine della giornata, mi sono voltato indietro, ho visto tanti attimi vissuti bene, uno dopo l'altro; e come un filo d'oro a legarli tutti insieme, così che mi sono parsi veri quei versi che sempre ricordo ed amo così tanto :
"in the fury of the moment I can see the Master's hand / In every leaf that trembles, in every grain of sand" (1)

Note:
(1) "Nella furia dell'istante intravedo la mano del Maestro / In ogni foglia che trema, in ogni granello di sabbia" (Bob Dylan, Every Grain Of Sand)

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Monday, June 25, 2007
ANNIVERSARIO



Anni fa Bob Dylan, il "poeta laureato del rock'n'roll", non esitò a pubblicare, sulla copertina interna di un suo LP, quella frase così bella del Vangelo di Matteo: "Ti benedico o Padre, perché hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli" (1).
Mi capita talvolta, nel corso della giornata, di ricordarmi di quel versetto, e mi accorgo che é sempre capace di ricondurmi ad una percezione più vera della realtà.
Così oggi, all'indomani del 26° anniversario della prima apparizione della Madonna a Medjugorje, mi é venuto in mente per analogia un episodio, narrato da Antonio Socci in un suo libro (2) :
"(...) i ragazzi prendono coraggio.
Le chiedono: "Perché hai scelto proprio noi, che non abbiamo niente di speciale ?"
E Lei, sorridendo: "Non scelgo i migliori"

Note:
(1) Mt 11, 25
(2) Antonio Socci - Mistero Medjugorje - ed. Piemme

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Tuesday, June 19, 2007
GOOD OL' FRIEND NICK



"E cosa succederà la mattina quando il mondo diventerà così affollato da non poter guardare dalla finestra, la mattina ?
Concediti un po' di tempo, ora, per capire la tua storia"
(Nick Drake, Hazey Jane II, dall'album Bryter Layter, 1970)



"Ascoltare la musica di Nicholas Rodney Drake, in arte Nick Drake, significa entrare nel mondo di una sensibilità musicale accesa ed intensa". Comincia così un bell'articolo di Antonio Spadaro su Nick Drake, pubblicato dalla rivista La Civiltà Cattolica (1).
Il musicista inglese avrebbe compiuto oggi 59 anni ed invece morì a soli 26, il 25 novembre 1974, complice forse una dose eccessiva di amitriptilina, farmaco che assumeva in quel periodo.

Provo anch'io ad avventurarmi in un viaggio attraverso la sua opera - tre dischi tra il 1969 e il 1972 e quattro ultime canzoni, per un ulteriore album rimasto incompiuto - e scopro anzitutto il fascino della sua musica.
Colta, essenziale ma raffinata, tristemente malinconica - non é certo difficile cogliere gli echi di quella sindrome depressiva che affliggeva il cantante - vero e proprio spleen, talvolta, ma non del tutto estranea alla dolcezza.
Come in Northern Sky, ad esempio, alla fine dell'album Bryter Layter, sapientemente impiegata anche nel film Serendipity, le cui sequenze finali emergono immediatamente dai miei ricordi.




Ma poi ci sono i testi delle canzoni.
Se la struggente musicalità é la risultante espressiva dei sentimenti, le liriche di Drake sono il grido dell'anima allo stato puro, la domanda più intima e profonda del suo cuore.
Ed é un grido quasi sempre straziante, in cui la delusione sembra spesso superare il desiderio stesso di speranza e di significato; come in Day Is Done : "quando il giorno é finito, il sole sprofonda nella terra, insieme a tutte le cose vinte e perse (...) quando gli uccelli sono volati, non hai nessuno che sia tuo, non hai un posto che sia casa tua (...) quando la partita si é chiusa, hai lanciato la palla attraverso il campo, hai perso molto prima di quanto avresti immaginato, adesso che la partita si é chiusa"
Eppure il bisogno di una via d'uscita non emerge di rado. Come in Time Has Told Me : "un giorno il nostro oceano troverà la sua riva", oppure in Fly: "Sono caduto così giù (...) sono seduto a terra lungo la strada (...) Ti prego dammi una seconda benedizione (grace), Ti prego, dammi un secondo volto".

Mentre ascolto le sue canzoni non riesco a non pensare alla gioia di un approdo, alla scoperta di una misericordia che tutto copre ed a tutto ridona speranza in ogni istante del quuotidiano.
Ascolto la sua I Was Made To Love Magic : "Fui creato per usare i miei occhi, sognare con il sole e con i cieli, fluttuare lontano con la canzone di tutta una vita, nella foschia dove la melodia vola (...) Fui creato per navigare, sino alla terra del sempre, non per essere legato a una vecchia tomba di pietra, nella vostra terra del mai". E così penso, per analogia, alle pagine finali di un libro, che parla di malattia e di croce, ma anche di resurrezione : "assestati i legni, cucite le vele, il vento spingerà al largo. Non so come sarà il mare. Ci saranno giorni di bonaccia e di afa opprimente. Ci saranno mattine impetuose e sere di tenera brezza. Ci sarà il porto dell'estremo arrivo. Ma perché passare a fatica di onda in onda, di scoglio in scoglio, se non é per uno scopo ? E qual é lo scopo che non delude, che dà gusto al tempo, anche nell'ultimo approdo ? Anche allora, perché l'estremo orizzonte non sia solo una linea nera, una sbarra di piombo" (2)

La musica di Nick Drake ridesta in me una domanda di significato e di pienezza.
E mi accorgo di come questa domanda non sia mai vana, in qualunque momento sia pronunciata. E' una sorta di metodo, non immune da sofferenza, ma che sempre più mi appare parte affascinante della natura del mio cammino. E che con gratitudine scopro essere capace - quando si veste di un abito di umiltà - di produrre sempre la medesima risposta: "Signore, da chi andremo ? Tu solo hai parole di vita eterna".(3)


Note:
(1) Antonio Spadaro - La musica di Nick Drake - La civiltà cattolica - 2004 IV, 458-465
(2) Emilio Bonicelli - Ritorno alla vita - Jaca Book
(3) Gv, 6, 68

posted by Fausto Leali @ 12:00 AM 1 comments

Thursday, June 14, 2007
UN DISCO PER L'ESTATE


Anzi tre.
O anche uno qualunque di questi tre.

Il primo, Green On Red, the "BBC sessions".
Una manciata di composizioni di questa grande (e poco conosciuta) band, fuoriuscita da quel fenomeno interessante che fu il Paisley Underground degli anni '80 (anche se Dan Stuart, il leader, contesterebbe l'appartenenza a qualsiasi movimento musicale).
Il periodo in questione va dal 1989 al 1992, durante il quale il gruppo aveva ormai miscelato le matrici punk-psichedeliche dell'esordio con le radici americane di sapore country e gospel.
Rock desertico, la chitarra splendida e lancinante di Chuck Prohet IV, le scorribande tastieristiche di Chris Cacavas e quei testi malinconici e disperati che solo la voce youngiana di Dan Stuart sapeva cantare.
E nel disco una chicca in più : "Billy" di Bob Dylan, tratta dal suo "Pat Garrett & Billy The Kid", colonna sonora del film diretto da Sam Peckinpah; come dire: l'America dei loosers é tutta qui e noi siamo gli storytellers ufficiali.

Il secondo, "Live from Austin, TX", di Dave Alvin.
Rock stradaiolo, figlio di quell'altra grande band che furono i Blasters di Dave col fratello Phil.
Blasters che sapevano miscelare esplosivamente rock'n'roll e rockabilly, rhythm & blues e honky tonk. Dave Alvin col tempo é andato oltre, pescando dal country e facendosi tra gli interpreti più autentici della musica a stelle e strisce per eccellenza.
Questo é un bel live, datato 1999, dove emerge il lato più melodico di Dave; un concerto eseguito nel periodo in cui uscì "Blackjack Davey", che lo ricorda per le caratteristiche musicali analoghe.
La chitarra di Alvin ed il lavoro della sua band, The Guilty Men, sono sempre perfetti, ma a lasciare il segno é ancora una volta la voce di Dave, seconda per intensità forse solo a quella che fu di Johnny Cash.

E infine il Boss, col suo "Live in Dublin".
Un Bruce Springsteen ad alti livelli, come siamo abituati a sentirlo da molto tempo a questa parte, ma qui ancora più affascinante, coinvolto com'é in quella straordinaria avventura della Seeger Sessions Band.
Tutta l'America della canzone di protesta, ma anche di quella popolare, é riassunta qui, in una sferzata d'energia, dove malinconia ed allegria riescono ad andare a braccetto.
Ed in queste bellissime sessions dal vivo ecco comparire anche i classici del Boss, da lui sapientemente dosati e gettati in mezzo alla mischia nel punto giusto - come "Highway Patrolman", ad esempio. Ancora i loosers, ma anche la saggezza della vita vera, dalla quale Springsteen ha sempre attinto a piene mani; come dice Antonio Spadaro in un suo bel saggio: "la sua arte non si distacca dalla vita comune: egli desidera riconoscere la dignità, o, meglio, la nobiltà del quotidiano" (1)

Tre dischi per l'estate, allora, anche se non si tratta di novità.
Vecchi artisti per un rock americano incapace ormai di produrre modelli e tendenze innovative ? Forse sì, ma intanto godiamoci in pace l'arte di questi grandi interpreti ed autori.
Gente capace di rivisitare le grandi tradizioni e di farle proprie. Come racconta Dave Alvin: "Ho imparato molto sull'arte del songwriting, mentre guidavo a notte fonda per le vie senza fine del South East di Los Angeles, riprendendomi da un cuore spezzato di un adolescente ad un altro e ascoltando la KLAC suonare gli ultimi successi di Merle Haggard, Johnny Paycheck, Mickey Newbury, Willie and Waylon, Gay Stewart e a volte persino quelli di gente meno conosciuta come Steve Young, Guy Clark e Billy Joe Shaver (...)" (2)
Buon ascolto allora and have fun, it's only rock'n'roll.

Note:
(1) Antonio Spadaro - "La risurrezione" di Bruce Springsteen - La Civiltà cattolica-quaderno 3655
(2) Dalla prefazione di Dave Alvin al libro di Fabio Cerbone - Fuorilegge d'America







posted by Fausto Leali @ 9:57 PM 4 comments

Friday, June 08, 2007
ULTIMO GIORNO DI SCUOLA



Ultimo giorno di scuola.


E il mio pensiero oggi é colmo di gratitudine, per quest'esperienza condotta insieme, e per le insegnanti della scuola elementare dei miei figli, che ci hanno regalato questo pensiero di Sant'Ambrogio, ringraziandoci per la "parte di cammino condivisa insieme" :

"L'educazione dei figli é impresa per adulti, disposti a una dedizione che dimentica se stessa: ne sono capaci marito e moglie che si amano abbastanza, da non mendicare altrove l'affetto necessario.
Il bene dei vostri figli sarà quello che sceglieranno: non sognate per loro i vostri desideri.
Basterà che sappiano amare il bene e guardarsi dal male e che abbiano in orrore la menzogna.
Non pretendete dunque di disegnare il loro futuro: siate fieri piuttosto che vadano incontro al domani di slancio, anche quando sembrerà che si dimentichino di voi.
Non incoraggiate ingenue fantasie di grandezza, ma se Dio li chiama a qualcosa di bello e di grande, non siate voi la zavorra che impedisce di volare.
Non arrogatevi il diritto di prendere decisioni al loro posto, ma aiutateli a capire che decidere bisogna, e non si spaventino se ciò che amano richiede fatica e fa qualche volta soffrire: é più insopportabile una vita vissuta per niente.
Più dei vostri consigli li aiuterà la stima che hanno di voi e la stima che voi avete di loro; più di mille raccomandazioni soffocanti, saranno aiutati dai gesti che videro in casa: gli affetti semplici, certi ed espressi con pudore, la stima vicendevole, il senso della misura, il dominio delle passioni, il gusto per le cose belle e l'arte, la forza anche di sorridere.
E tutti i discorsi sulla carità non mi insegnarono di più del gesto di mia madre, che fa posto in casa per un vagabondo affamato, e non trovo gesto migliore per dire la fierezza di essere uomo, di quando mio padre si fece avanti a prendere le difese di un uomo ingiustamente accusato.
I vostri figli abitino la vostra casa con quel sano trovarsi bene che ti mette a tuo agio e ti incoraggia anche ad uscire di casa, perché ti mette dentro la fiducia in Dio e il gusto di vivere bene."

(Sant'Ambrogio)

posted by Fausto Leali @ 9:31 AM 1 comments

Sunday, June 03, 2007
DAL TEMPERAMENTO UN METODO ?




Parlando del più e del meno, un amico paragonò una volta la mia visione delle cose ad un modo di dipingere. "Non assomigli mica ad un impressionista - mi disse -, qualche pennellata qua e là e tutto l'insieme a dare senso al quadro; no, tu ti soffermi sui particolari, fino ai minimi aspetti, come le opere dei pittori fiamminghi".
L'amico volle farmi un complimento, sottolineando forse una sensibilità in qualche modo a lui gradita.
E' anche vero, pensai, che però sono belli sia i quadri dei fiamminghi che quelli degli impressionisti.
E questo perché, al fondo delle cose, la bellezza dell'umano non sta in un tipo particolare di personalità o modo di essere.
Disse un giorno Don Giussani: "la grazia non opera mai se non attraverso un temperamento; e riesce a passare e a comunicare nonostante il temperamento" (1). Come dire : Dio opera tutto in tutti e il bello é proprio l'unità nella diversità.

Certo, comunque, che lo sguardo che vorrei avere, in ogni momento, é un guardare attento.
Uno sguardo mai superficiale, capace di cogliere i particolari, ma soprattutto sempre pronto allo stupore ed alla gratitudine, di fronte alla realtà che s'impone come mistero d'Amore.
Non é sempre facile ma forse il trucco é quello di non ragionarci troppo su.
Come insegnò un tempo Alexis Carrel, chirurgo e biologo vissuto a cavallo tra il XIX ed il XX secolo, premio Nobel per la medicina nel 1912: "poca osservazione e molto ragionamento portano all'errore, molta osservazione e poco ragionamento portano alla verità".


(1) Luigi Giussani - Dal temperamento un metodo - BUR, i libri dello spirito cristiano, collana "Quasi Tischreden"

posted by Fausto Leali @ 10:49 PM 0 comments

Monday, May 28, 2007
RICORDANDO JEFF



Jeff Buckley (17 novembre 1966 – 29 maggio 1997)

Ricordare Jeff Buckley, a dieci anni esatti dalla morte, in questo video che lo vede cantare la “sua” “Hallelujah” di Leonard Cohen, versione giustamente divenuta famosa, tanto ricca di struggente tristezza e rara bellezza.
Quella tristezza che c’é solo nel rock d’autore, quello che più si abbarbica alle radici dell’anima.
Diceva Nick Cave: “nel rock contemporaneo, l’area in cui io opero, la musica sembra essere meno incline ad avere nella propria anima, irrequieta e fremente, la tristezza di cui parlava Garcia Lorca. Eccitazione, spesso; collera, a volte, ma la vera tristezza raramente. Bob Dylan ce l’ha sempre. Leonard Cohen non si occupa d’altro. Essa perseguita Van Morrison come un cane nero e, per quanto lui ci provi, non può sfuggirle. Tom Waits e Neil Young possono chiamarla a raccolta.” (1)
Di quella tristezza, a volte furibonda disperazione che richiama il percorso musicale del punk, la musica di Jeff Buckley, a mio giudizio, é piena.
Come in questa “Hallelujah”, nei suoi versi finali, la cui disperazione sembra miracolosamente dissolversi nel sommesso e dolce saluto e ringraziamento finale di Jeff, nel video, al termine della canzone...

“Well, maybe there's a god above
But all i've ever learned from love
Was how to shoot somebody who outdrew you
It's not a cry that you hear at night
It's not somebody who's seen the light
It's a cold and it's a broken hallelujah”

“beh forse c'è un Dio lassù
ma tutto quello che ho imparato dall'amore
è come colpire qualcuno che ha
sguainato la spada prima di te
non è un pianto quello che senti di notte
non è qualcuno che ha visto la luce
è un freddo e un grave Hallelujah”

(1) citazione tratta da “Good Rockin’ Tonight!”, a cura di Leonardo Eva, Walter Muto, Paolo Vites, ITACA edizioni


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Friday, May 25, 2007
NEW MORNING



Cominciare bene la giornata : non é sempre facile.
E allora anche una canzone può aiutare.
Così una semplice love song, “Everything” di Michael Bublé, per qualche mattino ha assolto bene al compito. Easy listening, certamente, ma anche “easy thinking”, sin dal mattino presto, quando per esempio calarsi nel traffico vuol dire subito andare contro corrente al nervosismo e all’impazienza.
Allora fermarsi per lasciar passare un auto in più, il gesto di una mano, l’intravedere un sorriso, é già un modo per cambiare la giornata. E poi avanti così, di fronte all’imprevisto, alla persona inopportuna, alla cosa andata storta. Con la stessa serenità e la stessa baldanza che sorgono spontanee per le brevi gioie.
Ti sembra difficile ? Certamente, perché é “rendere eroico il quotidiano e quotidiano l’eroico”.
L’aveva già detto un santo in tempi lontani, e forse adesso é più arduo ancora.
Eppure la sostanza é ancora la stessa e così il bisogno.
Ma anche il limite: se non ti affidi non ce la puoi fare.

La giornata scorre, attimo dopo attimo, vissuto bene, vissuto male.
Ho in mente quella canzone, i miei amori, le gioie della mia vita.
Ma quei versi mi richiamano all’amore più grande, quello che un Altro ha avuto per me :

“...And in this crazy life, and through these crazy times
It’s You, it’s You, You make me sing.
You’re every line, You’re every word, You’re everything”



posted by Fausto Leali @ 12:18 PM 0 comments

Wednesday, May 23, 2007
KNOCKIN' ON HEAVEN'S DOOR




posted by Fausto Leali @ 11:43 PM 2 comments

Friday, May 18, 2007
Bob Dylan - Like A Rolling Stone - 1966



"Una canzone é qualcosa che può camminare da sola /
io scrivo canzoni /
una poesia é un uomo nudo ...
qualcuno dice che io sono un poeta"

(Bob Dylan)


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Wednesday, May 16, 2007
SUONI DI MERCURIO



Quando, il 16 maggio 1966, "Blonde On Blonde" esce nei negozi di dischi, il terremoto su Dylan é già scoppiato da un pezzo. "Bringing It All Back Home", l'album uscito l'anno prima, ha venduto un milione di dischi ed in esso una facciata é "elettrica", cosa che comunque non é stata gradita da molti. Dylan é già passato dalla bufera del Festival Folk di Newport, dove, fischiato dai fans perché presentatosi con la chitarra elettrica, é tornato sul palco per i bis con quella acustica. E, nel momento in cui esce "Blonde On Blonde", é nel pieno del ciclone del famigerato tour europeo del 1966, dove gli spettatori inglesi non gli risparmieranno momenti durissimi. Eppure "Blonde On Blonde" é pieno di capolavori: da "Just Like A Woman" a "Visions Of Johanna", da "I Want You" a "Rainy Day Women", da "Stuck Inside of Mobile" a quella "Sad Eyed Lady Of The Lowlands", brano che - per la prima volta nella storia del rock - occupa un'intera facciata del doppio album. Questo lp rappresenta una delle massime espressioni del genio creativo di Dylan, intriso di liriche zeppe di simbolismi e misticismo e di una musicalità definita da Dylan stesso un suono "sottile, mercuriale e selvaggio".

Durante gli infuocati concerti inglesi, che la Columbia si é decisa a rendere "ufficiali" nel CD "The bootleg series vol.4" (dopo anni di registrazioni pirata circolanti tra gli appassionati del genere), Dylan verrà attaccato più volte dai fans per il suo "abbandono" della tipica canzone folk di protesta americana; si sentirà solo, preso in giro (con i tipici applausi "rallentati" della platea inglese di allora) ed accusato. "Giuda!" gli urla uno spettatore durante il concerto di Manchester e per tutta risposta Dylan gli dirà dal microfono "Non ti credo, sei un bugiardo!" e, girandosi verso la band, inciterà i propri musicisti con un "Play fuckin' loud !", "suonate fottutamente forte!".
Dylan aveva voltato pagina ed iniziato a scrivere un nuovo capitolo della storia del rock.
Chi non l'aveva capito da subito era destinato a ricredersi presto, considerando che il nostro é in pista ancora oggi, dopo 41 anni.
Ma questo é l'inizio di un'altra storia.

posted by Fausto Leali @ 9:33 PM 6 comments

Monday, May 14, 2007
INSIEME PER L'EUROPA



250 movimenti cristiani, insieme a Stoccarda, il 12 maggio, per dare nuova speranza all' Europa ( http://www.focolare.org/articolo.php?codart=4971 ).
Questo il contributo di Chiara Lubich:


Per una cultura di comunione
di Chiara Lubich


Carissimi amici, fratelli e sorelle,

il titolo del tema è coinvolgente. Un tema particolare, adatto a noi che siamo immersi in problemi sempre nuovi.

Se consideriamo come è oggi il mondo, vediamo che si presenta veramente come è stato descritto da Benedetto XVI, quando era cardinale.
Egli così si esprimeva: "Quanti venti di dottrina abbiamo conosciuto in questi ultimi decenni (…): dal marxismo al liberalismo, fino al libertinismo; dal collettivismo all’individualismo radicale; dall’ateismo ad un vago misticismo religioso; dall’agnosticismo al sincretismo e così via ". (1)

Dio sembra non essere più, soprattutto per noi in Europa, l’interlocutore a cui rivolgersi per risolvere i problemi e i quesiti che ci stanno a cuore.
Si costata con preoccupazione come i valori cristiani facciano sempre meno testo e il dichiararsi cristiano sia ormai abbastanza raro.
Viviamo, quindi, in un mondo in cui, per così dire, Dio sembra assente e il Vangelo non è più considerato fonte di riferimento.
Anche le principali feste liturgiche cristiane portano sì ancora il loro nome, ma sono sempre meno vissute nel loro significato religioso.
La crescita, inoltre, delle scoperte scientifiche e tecnologiche, veloce e senza limiti al giorno d’oggi, è tale che l’etica non riesce più a tenere il passo, aprendo così una spaccatura tra scienza e sapienza, tra cervello e cuore - come nel caso dell’invenzione della bomba atomica o delle manipolazioni genetiche -, cosicché l’umanità rischia di perderne il controllo.
Per questi, e per altri motivi ancora, rimane dolorosamente vero il lamento della filosofa spagnola del ‘900 Maria Zambrano: stiamo vivendo "una delle notti più buie che abbiamo mai visto". (2)

Dio invece non è assente dalla storia. Molti sono i fermenti di vita nuova in atto oggi nel mondo, per una nuova cultura, una cultura di comunione.
Possiamo vedere che lo Spirito Santo - proprio in questo tempo - è stato generoso, irrompendo nella famiglia umana con vari carismi, da cui sono nati movimenti, correnti spirituali, nuove comunità, nuove opere.
E ogni movimento, comunità, opera, è una risposta alla notte collettiva che domina il mondo. Proietta una luce nata dallo Spirito Santo, che è risposta a quella particolare oscurità, e costruisce reti di fraternità.
Occorre, ora più che mai, allargare queste reti e, nell'amore reciproco, comporre una grande rete di fraternità universale.

Giovanni Paolo II lo ha sottolineato: "Occorre promuovere una spiritualità della comunione" (3) ed ha indicato la stella per questo cammino, Gesù crocifisso che è la Via all'unità: "Non finiremo mai - dice - di indagare l’abisso di questo mistero)". Gesù che grida: "Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?" (Mc 15,34). E spiega: "’abbandonato’ dal Padre, egli si ‘abbandona’ nelle mani del Padre". (4)
E' un mistero di cui il Patriarca ecumenico Bartolomeo I ha scritto: "Gesù, il Verbo incarnato ha percorso la distanza più grande che l’umanità perduta possa percorrere: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?»". (5)
Nei secoli passati qualche grande mistico e nei decenni più recenti alcuni teologi di varie Chiese hanno già attirato l'attenzione della cristianità sull'abbandono di Gesù.

Dice il teologo evangelico luterano Hermann Bezzel: "Questo abbandono da Dio (…) ha trasformato la miseria della mia lontananza da Dio in gaudio: il mondo è riconciliato con Dio, il paese straniero è diventato la patria, il deserto è diventato valle verdeggiante, la lontananza da Dio è diventata vicinanza a Dio". (6)

Ed è proprio questo grido d'abbandono che oggi vorremmo proporre a tutti.
Non era forse sopraggiunta per Gesù, alla nona ora, una tenebra così fitta che superava all’infinito ogni nostro senso di buio?
Non sono simili a lui anche le persone affamate, angosciate, tristi, deluse…?
Non è immagine di lui ogni divisione dolorosa tra fratelli e sorelle, fra Chiese, fra brani di umanità con ideologie contrastanti?
Non sono figura di Gesù che s’è fatto "peccato" per noi – come dice Paolo –, tante piaghe dell'umanità?

Pure ciascuno di noi, nella vita, soffre dolori almeno un po’ simili ai suoi. Chi non si sente, in qualche modo, separato da Dio quando l'oscurità invade la sua anima? Chi non ha provato dubbi, perplessità, turbamenti come Gesù che in croce dubitò, fu perplesso, chiese "perché?"

Quando sentiamo queste sofferenze, questi dolori, ricordiamoci di lui che li ha fatti propri: sono quasi una sua presenza, una partecipazione al suo dolore. Facciamo come Gesù, che non è rimasto impietrito, ma aggiungendo a quel grido le parole: "Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito" (Lc 23,46), si è riabbandonato al Padre.
Come lui anche noi possiamo andare al di là del dolore e superare la prova dicendogli: "Amo in essa te, Gesù abbandonato; amo te, mi ricorda te, è una tua espressione, un tuo volto".
E, se nel momento seguente ci buttiamo ad amare il fratello e la sorella e ad attuare ciò che Dio vuole, sperimentiamo, il più delle volte, che il dolore si trasforma in gioia, come per un'alchimia divina. Infatti, per il nostro amore a Gesù abbandonato, i doni del Suo Spirito fioriscono nell'anima.
Allora, anche per noi, la notte sarà un passaggio e la luce della risurrezione ci illuminerà. Si vedrà nascere una nuova cultura, una cultura di comunione.

I piccoli gruppi in cui viviamo - la famiglia, l'ufficio, l'azienda, la scuola, i nostri centri - possono conoscere piccole o grandi divisioni. Anche in quel dolore possiamo vedere il Suo volto, superare quel dolore in noi e far di tutto per ricomporre la fraternità con gli altri.
Così pure di fronte alle divisioni più grandi come quelle tra le Chiese: dobbiamo lavorare a ricomporre la piena e visibile comunione.
Ed anche fra i diversi movimenti e gruppi, dovunque.
E sperimenteremo che Gesù abbandonato amato è sempre chiave dell'unità: in lui troveremo il motivo e la forza per non sfuggire questi mali, ma portarvi il nostro personale e collettivo rimedio.
La cultura della comunione ha come via e modello Gesù crocifisso e abbandonato.

C’è chi pensa a volte che il Vangelo porti soltanto il Regno di Dio inteso in senso religioso e non risolva i problemi umani.
Ma non è così.
Ogni cristiano, come altro Cristo, membro del suo Corpo mistico, può portare un contributo suo tipico ad una cultura di comunione in tutti i campi: nella scienza, nell'arte, nella politica, nelle comunicazioni e così via. E maggiore sarà la sua efficacia se lavora insieme con altri, uniti nel nome di Cristo.
Nasce così, e si diffonde nel mondo, quella che potremmo chiamare "cultura della Risurrezione": cultura del Risorto, dell’Uomo nuovo e, in Lui, dell’umanità nuova.

Come si può diffondere nella società dove io sono questa cultura? Cosa posso fare io?
Nell’ambito economico, per esempio, si può suscitare in modo spontaneo tra quanti vivono il Vangelo una comunione di beni che emuli quella vigente tra i primi cristiani dei quali è scritto che "nessuno tra loro era bisognoso" (At 4,34).
Nelle aziende si può cercare di applicare il comandamento dell'amore scambievole a tutti i livelli e così tendere alla presenza di Gesù in mezzo, promessa dal Vangelo: "Dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro" (Mt 18,20)
Quando poi lui prenderà in mano le redini del mondo economico – e questo avverrà man mano che si moltiplicheranno quanti sapientemente metteranno la loro umanità a sua disposizione – si potrà ben sperare di vedere fiorire la giustizia e di assistere a quel massiccio spostamento di beni di cui molte parti del mondo hanno urgentemente bisogno.
"Ha ricolmato di beni gli affamati, ha rimandato i ricchi a mani vuote" (Lc 1,53). E' questa la rivoluzione sociale che siamo chiamati a portare.

Nel campo delle comunicazioni ci è sempre parso un segno della provvidenza di Dio l’attuale sviluppo di potenti mezzi di comunicazione sociale, atti a rendere più unita la famiglia umana.
Contemporaneamente è evidente - e risulta chiaramente dai fatti - che questi mezzi non bastano da soli ad unire i popoli e le persone e a migliorare la qualità della vita. Bisogna che essi siano messi al servizio del bene comune e che quanti li adoperano siano animati dall’amore.
Bisogna diffondere l’amore vero nei cuori e con esso l’interesse per ogni uomo e per ogni donna e per tutto ciò che riguarda l’umanità. E' essendo l'amore, come insegna il Vangelo, che si suscitano relazioni creative, durature, costruttive e si attua quell'arte del comunicare che sa ricevere, accogliere l'altro, gli avvenimenti del mondo e sa dare, cioè parlare, scrivere al momento e nei modi più opportuni.
Ci sarà allora più comunicazione, valorizzazione dei mezzi che la rendono possibile, ma anche e soprattutto si vedranno maggiori frutti di dialogo, condivisione, partecipazione, comunione.
Si può pensare che quando più professionisti condivideranno quest'arte del comunicare, i media dimostreranno maggiormente la loro capacità di moltiplicare il bene, la voce di Dio si farà più sonora e gli operatori meglio assolveranno la loro vocazione di essere strumenti a servizio dell’intera umanità.

E ancora l’ambito della politica.
Non è forse compito della politica riuscire a comporre, nell’armonia di un solo disegno, la molteplicità, le legittime aspirazioni delle diverse componenti della società? E non dovrebbe forse il politico, per la sua funzione di "mediatore" tra le varie parti sociali, eccellere nell’arte del dialogo e dell’immedesimarsi con tutti?
I politici così vivendo, a qualunque partito appartengano, scelgono di anteporre l’amore reciproco ad ogni personale impegno ed interesse e, perché così fanno, sanno che potrebbero attendersi, non senza proprio sacrificio, la presenza di Gesù in mezzo a loro.
E Gesù, che è luce per il mondo, valorizza quanto di vero può esserci nei diversi punti di vista, e illumina, evidenzia il bene comune e dà la forza di perseguirlo.
Ma il bene sarà ancora maggiore quando molti politici avranno il coraggio di porre le loro persone e i poteri a loro conferiti a servizio del fine ultimo che è Dio, e quindi della fraternità universale.
Allora sì che si potrà sperare di vedere avverarsi l’amore reciproco tra i popoli e con esso la pace e la soluzione di molti problemi e conflitti che tuttora attanagliano l’umanità.
Questi alcuni esempi che si potrebbero estendere ad altri campi.

Gesù abbandonato, il Crocifisso di oggi, irradia la luce del Risorto e ci rende generosi nel condividere i suoi doni.
Se nel 2004 abbiamo fatto un passo avanti con la determinazione di tendere alla fraternità, e a quella universale, ora vogliamo fare un passo più in profondità: dare la priorità ad amare e seguire il nostro modello: Cristo crocifisso e abbandonato. Così potremo raccogliere il grido dell’umanità di oggi, e per il Suo "grido" che ha tutto redento creare attorno a noi la società rinnovata che il mondo attende.
Potremo allora dire davvero con Lorenzo, giovane martire del terzo secolo: "La mia notte non ha oscurità, ma tutte le cose risplendono nella luce". (7)


Note:


(1) Omelia del card. J.RATZINGER alla S. Messa Pro Eligendo Romano Pontifice, 18.04.2005.
(2) MARIA ZAMBRANO, Persone e democrazia, vers. it., Milano 2000, p. 2. 2
(3) GIOVANNI PAOLO II, Novo Millennio Ineunte, n. 43.
(4) ID., n. 25 e n.26.
(5) BARTHOLOMEOS I, Patriarca ecumenico, Gloria a Dio per ogni cosa, Ed. Qiqajon, Comunità di Bose, Magnano 2001, p. 152.
(6) HERMANN BEZZEL, Die Wort am Kreuz, Verlag Ernst Franz, Metzingen/Württ. 1967 (traduzione italiana).
(7) SAN LORENZO, diacono romano, morto martire nel 258: "Mea nox obscurum non habet, sed omnia in luce clarescunt", dalla liturgia delle ore, Vespri, 10 agosto.


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Saturday, May 12, 2007
LA GIOIA IN PIAZZA




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FAMILY DAY



di Igino Giordani (1)

A leggere le cronache di certi giornali uno potrebbe credere che la famiglia sia l'ambiente in cui marito e moglie litigano, e i figli si fanno causa per spartire l'eredità, e i vecchi si spengono nella solitudine.
Secondo quelle cronache, le nozze non sono più che un pretesto per fare un po' di baldoria; dopo di che diventano un motivo per convivere, moglie e marito, per anni, senza capirsi e senza sopportarsi.
Certa letteratura cosparge di scherno la vita coniugale e fa del matrimonio un oggetto di derisione.
E invece la famiglia é una società sacra, un rapporto sacerdotale, una missione divina. Il suo valore é da gente dell'uno e dell'altro sesso sciupato talora perché se ne ignora la bellezza. Nessuno mostra a tanti giovani innamorati la nobiltà, e insieme la responsabilità, di quel sodalizio, che la Chiesa salda col sacramento, facendone una fonte di trasmissione del divino nel convivere umano. Troppi non sanno che cos'é l'amore, contemplato spesso solo in funzione erotica; e ignorano poesia e santità di esso.
Questo succede quando si contempla la famiglia con gli occhi annebbiati del materialismo.
Quando invece essa é contemplata con gli occhi della fede, il suo mistero appare congiunto con tutto il mistero della creazione, dove Dio é Padre e gli uomini sono suoi figli.
Per designare questo, che é il rapporto più grande, non si é trovata un'immagine più precisa e pura che quella di famiglia.

(1) Igino Giordani - Famiglia comunità d'amore - ed. Città Nuova


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Thursday, May 10, 2007
Lavori in corso



"Don't need a shot of heroin to kill my disease
Don't need a shot of turpentine, only bring me to my knees
Don't need a shot of codeine to help me to repent
Don't need a shot of whiskey, help me be president
I need a shot of love,
I need a shot of love"

(Bob Dylan)


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Wednesday, May 09, 2007
IL CORAGGIO DI IVAN



Esistono tante chiavi di lettura di fronte a notizie quali la recente ammissione da parte del ciclista Ivan Basso di essere ricorso al doping per aumentare il livello della propria competitività sportiva.
Lo scalpore, suscitato dal fatto che si tratta del primo campione di rilievo che giunge in questo sport ad un tale livello di ammissione di responsabilità, potrebbe in fondo essere mitigato dal fatto che la notizia non sia poi in sé così stupefacente.
L’esistenza di una pratica consolidata di doping nel ciclismo professionistico, pur mai suffragata da prove sostanziali, é in realtà una sorta di segreto di pulcinella: chi frequenta questi ambienti é perfettamente a conoscenza che l’eritropoietina, ad esempio, già una ventina d’anni fa veniva distribuita tranquillamente nel circuito dei cicloamatori anche oltre i sessant’anni di età. E poi le prove a favore della colpevolezza di Basso cominciavano ad essere un po’ troppo evidenti, al punto da far ritenere quindi la sua confessione non inevitabile, ma per lo meno prevedibile.
Eppure la vicenda stupisce lo stesso e viene da pensare che comunque il campione abbia avuto una discreta dose di coraggio e di lealtà verso se stesso.
E’ l’interpretazione, ad esempio, di Candido Cannavò, che, dalle pagine della Gazzetta dello Sport, sottolinea che “non c’é atto di coraggio nella vita che non meriti non dico un premio, ma un aiuto, un riconoscimento, un gesto di solidarietà, una mano tesa. E noi, al di là dell’inevitabile pena da scontare, abbiamo una grande voglia di tendere una mano a Ivan per questo giorno tristemente storico dal quale potrebbe rinascere un ciclismo più piccolo, meno enfatico, ma vero”. (1)
Certo che l’amaro in bocca rimane comunque, al di là di ogni tentativo di difesa o di sublimazione del fatto in sé – un illecito sportivo e morale – che rimane comunque un fatto di cronaca negativo. Ma é anche vero che il senso di disagio che emerge in circostanze del genere ha pure a che fare con la mancanza di una cultura della sconfitta.
In un suo articolo intitolato appunto “Una cultura della sconfitta, per una nuova cultura della vittoria” (2), Paolo Crepaz mette in rilievo una possibilità di uno sguardo differente: “Se é vero che dal profondo dell’uomo, individuo razionale, simile dei suoi simili in umanità, fiorisce la socialità, come essenza ed esigenza, come prassi del vivere insieme ad altri esseri umani in una rete di rapporti reciproci, é altrettanto vero che tale relazione si fonda sulla differenziazione, sulla distinzione, arrivando fino alla reciproca contrapposizione, nel senso più positivo del termine, elementi che sottolineano, preservano e tutelano l’identità di ciascuno. La competizione é quindi quella forza dell’interrelazione in cui si mette in luce la distinzione. Accettato che sia quindi privo di significato eliminare, e non solo dallo sport, la dimensione della competizione, é ragionevole ipotizzare che il male maggiore, il grande nemico dello sport, sia oggi l’esasperazione di questa dimensione competitiva. Il peso di cui si é caricata la vittoria, e quindi la sconfitta, in termini d’immagine e di denaro, é diventato sempre maggiore e da più parti si riconosce che questo rischia non solo di snaturare la bellezza dello sport, ma la sua stessa fisionomia. (...)
Nella relazione, l’unità con gli altri e la distinzione di sé risultano polarità spesso inconciliabili (...) ma (...) nella relazione realizzata in pienezza si impone vi sia sempre l’unità nella distinzione e la distinzione nell’unità, una dimensione resa possibile, sul piano interpersonale, solo dall’amore reciproco. Ma cosa può significare leggere nell’ottica dell’unità e dell’amore reciproco la competizione e in particolare la sconfitta ? (...) Se prima di tutto chi mi sta accanto, l’altro da me, é dono per me e io per lui, la sconfitta e la vittoria assumono un sapore particolare”.




Allora anche una vicenda come quella di Basso può far bene allo sport, soprattutto se guardata non da un punto di vista genericamente giustizialista, ma attraverso una diversa prospettiva, quella della ricerca di una cultura nuova, che tenga conto del limite non come ostacolo ma come pedana di lancio.
C'é tanta strada da fare ancora, senza dubbio, anche per lo stesso Basso che nella prima conferenza stampa ha già smorzato un po' la portata del suo gesto, ma la speranza di segni nuovi rimane intatta.

E allora tanti auguri Ivan, per un’avventura diversa, sulla strada di una nuova forza, magari quella che, direbbe San Paolo, si manifesta pienamente nella debolezza (3).
E arrivederci, sulle strade di sempre, dove ti abbiamo conosciuto campione, e dove siamo certi di poterti ritrovare un giorno, in un futuro speriamo non troppo lontano.

Note:

(1) C. Cannavò – “Quella voglia di tendergli la mano” – Gazzetta dello Sport, 8 maggio 2007
(2) Paolo Crepaz – Una cultura della sconfitta, per una nuova cultura della vittoria – Nuova Umanità, XXV (2003/6) 150, pp. 717-728
(3) seconda lettera ai Corinti:12,9


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Thursday, May 03, 2007
ASSISI



Un giorno frate Masseo disse a Francesco: "Perché a te ? Perché a te tutto il mondo viene dietro ? Tu non sei bello, tu non sei grande nella scienza, tu non sei nobile !"
Francesco, pieno di gioia, gli rispose : "Vuoi sapere perché ? Perché gli occhi santissimi di Dio non hanno veduto tra i peccatori uno più insufficiente e peccatore di me, e perciò ha scelto me per confondere la sapienza del mondo, e perché tutti sappiano che ogni bene viene da Lui solo".





"Parigi, Parigi, non distruggere Assisi! ".
Si dice che Francesco ammonisse così alcuni dei suoi frati mandati in Francia a studiare.
Ed effettivamente il rischio che qualcosa d'inadeguato possa contaminare la bellezza di questa città é consistente, una possibilità anche dei nostri tempi, in cui la frenesia ha quasi cancellato ogni forma d'armonia.
Eppure, a ben vedere, se é vero che questo é un pericolo, non é scontato che divenga un esito.
E' così tanta la forza che si sprigiona da un luogo come questo, capace a secoli di distanza di richiamare a sé ancora tanta gente e d'essere generatore di vita nuova per innumerevoli persone ogni giorno.
Cammini per le vie, ancora così simili ai tempi andati, e davvero ti pare che questo sia uno dei pochi posti al mondo in cui una conversione del cuore possa germogliare persino dallo sguardo che cade su un sasso lungo la strada o si volge alla pietra di un edificio antico.

Pensi a Francesco, ti accorgi che qui tutto parla di lui e vorresti farlo anche tu.
E ti rendi subito conto che sarebbe meglio il silenzio.
Perché dire di Francesco é esercizio arduo e il rischio é di banalizzare la figura di colui che, per la sua grandezza, fu addirittura definito "alter Christus".
Ma é certamente possibile - questo sì ti appare tempo ben speso - passare da questi luoghi e "portarsi a casa" qualcosa di lui e della sua esperienza terrena.
A me ha colpito l'umiltà senza limiti e la capacità di cogliere la presenza di Dio sotto ogni cosa.
Il suo sguardo, cui non sfuggiva l'apparire della bellezza della volontà di Dio dell'attimo presente, rende ragione del suo giungere a lodare ogni aspetto del creato, anche le cose più scomode ed incomprensibili come le malattie e la morte.
Così, per analogia, mi é riaffiorato alla mente un episodio, rigurdante invece i primi tempi dell'esperienza di Chiara Lubich e delle sue compagne, nel 1943.
Doriana Zamboni lo racconta così:
"C'eravamo solo Chiara, Natalia ed io e andavamo ad una delle conferenze del Terz'ordine di San Francesco. Il Padre assistente aveva portato un quaderno nuovo e aveva detto: "alla fine di questa riunione ognuno dovrà scrivere un pensiero, un proposito, su questo quaderno". La prima a scrivere é stata Chiara e ha scritto una frase: "Non mi lamenterò mai di nulla". Io dovevo scrivere una frase sotto di lei, perciò l'ho letta. Non so cosa ho scritto, una cosa più semplice, certamente. Tutte le volte che spontaneamente nella mia giornata mi viene da lamentarmi di qualcosa, di una persona, del caldo, del freddo, mi torna in mente quella frase di Chiara: "Non mi lamenterò mai di nulla". Allora ricomincio, non mi lamento. Certe volte arrivo a non lasciar uscire il lamento, mi lamento solo dentro di me, poi pian piano riesco a dire: "Non importa, é un piccolo Gesù crocifisso anche questo".

Francesco, nella sua vita, non si lamentò mai di nulla e così non si appoggiò ad altri che a Gesù.
Ma, come "alter Christus", divenne sostegno di molti e amico nel cammino per tutti.
La mia breve permanenza ad Assisi é stato anche sperimentare questa compagnia.
E' il dono più grande che mi porto a casa.

posted by Fausto Leali @ 4:02 PM 0 comments

Tuesday, May 01, 2007
LABOUR DAY



"Lavorare con amore ?
E' tessere un abito con i fili del cuore, come dovesse indossarlo il vostro amato.
E' costrure una casa con affetto, come dovesse abitarla il vostro amato.
E' spargere teneramente i semi e cogliere le messi in allegria, come dovesse mangiarne il frutto il vostro amato.
E' sciogliere in tutto ciò che fate il vostro soffio spirituale."

(Gibran Kahlil Gibran)


"Se l'uomo accetta di mettere a base di tutta la sua vita, e quindi anche del lavoro, l'amore universale verso tutti gli uomini, Dio lo associa alla sua opera di creatore e a quella di redentore. (...) Mediante il lavoro, la natura riceve l'impronta dell'uomo; ma poiché l'uomo, amando, vive il suo essere immagine di Dio, la natura da lui trasformata diventa quasi opera di Dio. L'uomo continua, dunque, il lavoro di Dio creatore. E l'uomo continua, in una certa maniera, anche la redenzione di Cristo. (...)
Dio manda il suo Figlio sulla terra e la redenzione che egli opera raggiunge tutto l'uomo, perciò anche il suo lavoro. La fatica e il dolore rimangono, ma l'uomo che ama collabora attraverso di essi in qualche modo, con il Figlio di Dio, alla redenzione dell'uomo, a quella realtà che chiamiamo regno dei cieli"

(Chiara Lubich)

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Friday, April 20, 2007
ABITO DI SPERANZA



Capitò un giorno che un caro amico mi svelasse un modo nuovo col quale guardare le persone.
Lo ascoltai in un pomeriggio d'inverno, il freddo inverno del 2001, quando le torri gemelle erano cadute da poco.
Parlò di "abiti" che siamo soliti cucire "addosso alle persone" e che, come fardelli insopportabili, ci vengono "sempre di fronte, anche nei momenti più belli". Quegli abiti - spiegò a me e ad altri l'amico quella volta - sono le cattive impressioni, le esperienze deludenti, i nostri giudizi negativi, tutto ciò che ci impedisce di guardare ciascuno con occhi nuovi ogni mattina.
Feci fatica lì per lì ad accettare tutto ciò, ma poi, piano piano, mi parve di capire; stavo entrando in punta di piedi nel cuore di qualcosa che non era un bel discorso morale, giusto e condivisibile, ma un fatto del tutto diverso.
Quel che percepivo vibrava di vita propria: era un fremito nuovo, divenuto d'un tratto avvenimento.
Il mio amico, per la profonda unità che era presente tra noi, era riuscito a far passare il senso di uno sguardo; ora potevo immaginare come Dio ci guardava in ogni istante: la sua misericordia era toglierci di dosso quell'abito di continuo.

Da quel giorno non fui più lo stesso di prima, poiché ora non potevo non sapere.
Certo la realtà era sempre lì, con tutte le sue delusioni, le paure ed i problemi, le situazioni irrisolte.
Ma non potevo più ignorare che la "purificazione della memoria" era possibile in ogni istante, che qualsiasi fratello - qualunque davvero - mi era stato dato in dono.


Ma rimaneva ancora qualcosa ad ingessare il mio agire, che mi bloccava e rendeva vano quel che mi pareva d'aver compreso.
Scoprii che era l'abitino che avevo cucito su di me.
Era sempre stato lì, stretto al punto giusto, fatto di fallimenti, di pretese ed ambizioni, di orgoglio sopraffino.
Uno sguardo anch'esso, in fondo, ma privo di misericordia, freddo e spietato.
Questa volta però non aveva a che fare col prossimo, bensì con me stesso.
Allora mi accorsi, d'un tratto, che quello sguardo pretendeva di farsi da sé: non aveva mai chiesto aiuto.
Così, finalmente, arrivò il momento che da sempre aspettavo: mi tolsi l'abito di dosso e, rimasto nudo, mi affidai.

Da allora l'incoerenza e l'infedeltà non mi spaventano più.
E da quel giorno, nella mia mente affiorano spesso, più di tante altre parole, queste di Chiara Lubich; allora le stringo forti a me, come la perla preziosa di un tesoro che nessuno mi porterà via mai più, e - ora sì, sicuro e felice - continuo per il mio cammino.

" (...) riconosco tante volte al giorno che Tu sei morto per i miei peccati e le mie infedeltà, ma quando ne commetto qualcuna perdo la pace, come se non potessi essere più perdonato. Mi illudo dicendo che é delicatezza di coscienza l'ossessione che le mie infedeltà provocano in me: invece é l'orgoglio sopraffino. (...) RiconoscerTi, abbracciarTi nelle umiliazioni che seguono le mie infedeltà, questo Ti fa piacere, perché allora solo l'Amore può riconoscerTi, l'intelligenza non arriva a tanto. "Chi non ama non ti conosce"


(Chiara Lubich)


posted by Fausto Leali @ 11:52 AM 0 comments

Thursday, April 19, 2007
Bob Dylan and Patti Smith - Dark Eyes



Live in Philadelphia,
december 1995


posted by Fausto Leali @ 9:32 AM 0 comments

Sunday, April 15, 2007
NOT DARK YET



They tell me to be discreet for all intended purposes
They tell me revenge is sweet and from where they stand, I'm sure it is
But I feel nothing for their game where beauty goes unrecognized
All I feel is heat and flame and all I see are dark eyes


(Bob Dylan, Dark Eyes)


I fortunati spettatori di quel di New York e Philadelphia che, nei giorni antecedenti il Natale del 1995, si trovarono ad assistere ai concerti di Bob Dylan, ebbero la fortuna di godersi ogni sera un inedito duetto con Patti Smith, in una canzone che Dylan raramente avrebbe poi ripreso nei concerti del suo Never Ending Tour.
Dark Eyes, intensissimo ed oscuro brano tratto da Empire Burlesque del 1986 - inciso solo voce, chitarra acustica ed armonica, in un album che fa del ritmo e della musicalità la propria struttura portante - appariva davvero scelta ricca di pathos, a conferire ancor più fascino a quei pochi minuti di sodalizio musicale dei due.



Sono passati gli anni e Patti ne ha compiuti da poco 60, ma la vena creativa ed interpretativa appare assai lontana dallo spegnersi.
E' di questi giorni l'uscita del nuovo album, Twelve, fatto di covers di grandi autori - Neil Young, Hendrix, Dylan, Doors, Paul Simon ed altri - eseguite talora con dolcezza, talaltra con grande grinta, sempre e comunque con classe ed originalità.
Per la poetessa del rock, non nuova nella capacità di donare nuova vita anche alle canzoni di altri autori, il tempo sembra davvero non essere passato, anzi sembra averle rivitalizzato anima e cuore.
In questi momenti sembra davvero lontano uno sguardo che nasca da occhi scuri, come par di comprendere da queste sue parole pronunciate all'inizio dell'anno :


"(...) Devo dire che é stato davvero bello incontrare l'alba raccogliendo i soliti vecchi vestiti e camminare scalza sul pavimento e poi uscire nel mondo in cerca di un caffé, incontrando amici, vicini e passando accanto a tutti sentire una parola carina e incoraggiante.
Voglio ringraziare tutti quanti, così come provare a mandare qualche parola d'incoraggiamento anche da parte mia.
Un nuovo anno comincia e ci dà l'opportunità di rivalutarci fisicamente, emotivamente e spiritualmente. Non c'é ragione al mondo per cui ognuno di noi non possa prendersi cura di sé stesso e migliorare la sua situazione. (...) Dire un semplice grazie prima di mangiare. Guardare oltre alle nostre proprietà, andare avanti e pensare a quello che veramente vogliamo o non vogliamo. Se uno ha dei vizi e non può rinunciare a loro, cominci a tagliare. Cominciate con le piccole cose e vi sentirete meglio: compiendole, aggiungerete via via cose più stimolanti. (...)
A volte chiediamo così tanto a noi stessi che ci sentiamo sconfitti prima ancora di cominciare. Non sconfiggetevi. Siamo fortunati ad essere vivi. Penso sempre al verso di Jimi Hendrix: "Hooray I wake up from yesterday". Già soltanto l'essere vivi é un dono.
Su questo pensiero possiamo costruire ogni giorno.
Bene, buon anno. E grazie a tutti.
Prendo i miei consigli, cambio i calzini e me ne vado per la mia strada. "




Twelve é un bel disco, che cresce ascolto dopo ascolto.
Per Patti Smith, direbbe forse Dylan, it's not dark yet.

posted by Fausto Leali @ 5:35 PM 6 comments

Wednesday, April 11, 2007
LA MAGIA DI RADIATOR SPRINGS



John Steinbeck concludeva così il suo punto di vista sulle superstrade americane, nel libro Viaggiando con Charley: "queste strade sono ottime per il trasporto delle merci, ma non riusciranno mai a far capire cosa significhi il paesaggio. Quando imboccheremo una di queste strade che attraversano il Paese da una costa all'altra, cosa che accadrà di sicuro, andremo da New York alla California senza aver visto assolutamente niente".
Di tutt'altra opinione Mike Bryan, che, nel suo Uneasy Rider, afferma : "a mio parere si capisce molto ma molto di più percorrendo una di queste strade (le superstrade, ndr) o visitando i dintorni: si vede l'America non solo com'é, ma come sarà; ci si trova faccia a faccia con la verità, bella o sgradevole che sia..."


I creatori di Cars, il film d'animazione della Pixar che ha seguito il successo de Alla ricerca di Nemo e Gli incredibili, sembrerebbero più seguaci di Steinback che di Mike Bryan, pur apparendo condivisibili anche le affermazioni di quest'ultimo.
Fatto sta che il film, tra le altre cose, è anche l'elegia della Route 66, la mitica strada statale americana, dimenticata per molti anni, ma ora eletta a sorta di nuovo monumento nazionale degli Stati Uniti.
C'é un punto del film, accompagnato dalle melodie struggenti di Randy Newman, in cui Sally, la "bella" del paese di Radiator Springs, porta Saetta McQueen ad ammirare il paesaggio mozzafiato, fatto di canyons e distese sterminate, su un tratto abbandonato della vecchia strada. Saetta si stupisce che lassù non vada più nessuno a godere di una tale bellezza :

Sally: Non é stato sempre così.
Saetta McQueen: Ah no ?
Sally: No, quarant'anni fa quell'autostrada laggiù non esisteva.
Saetta: Davvero ?
Sally: Già. A quei tempi le auto attraversavano il paese in un modo del tutto diverso.
Saetta: Che cosa vuoi dire ?
Saetta: Beh, la strada non era diritta come l'autostrada ora. Seguiva il paesaggio, sai ?
Saliva, scendeva, si arrampicava. Allora il bello non era arrivare. Il bello era viaggiare...



Il cambiamento di Saetta McQueen comincia qui e pian piano quell'auto da corsa giovane, inesperta e presuntuosa imparerà a scoprire le regole degli abitanti di quella piccola cittadina, fatte di dignità e lealtà, di passione ed amicizia, regole che lui non conosceva prima d'allora e che non aveva perciò imparato a rispettare, ma che ora scoprirà essere il tesoro prezioso di quel luogo tagliato fuori dall'autostrada e dalla frenesia dei tempi moderni.
Potrebbe sembrare operetta morale alla fine, ed é il rischio che questi film d'animazione corrono sempre, ma qualcosa in più questa volta c'é.
E' l'esperienza del regista John Lasseter, che racconta così momenti di vita vissuta, alla base dell'ideazione e della realizzazione del film:

"Cars per me é un film molto personale.
Non solo la storia é ispirata al mio amore per le automobili e a mio padre, addetto ai ricambi in una concessionaria Chevrolet, ma é ispirato ad un evento realmente accaduto nella mia vita.
Diressi Toy Story, Megaminimondo e Toy Story 2. Quando completammo Toy Story 2 era il 1999. Erano passati nove anni ed avevamo quattro figli.
Mia moglie mi disse: "John, la sai una cosa, ti abiamo sostenuto mentre giravi questo film e durante la nascita della Pixar e tutto quanto. Ma ti conviene fare attenzione, perché un giorno ti sveglierai, i tuoi figli andranno all'università e ti sarai perso ogni cosa".
Così mi presi una lunga vacanza. Mia moglie ed io comprammo un camper usato e io decisi di esplorare l'America evitando le autostrade.
E sapete cosa é successo ?
La nostra famiglia ne uscì fortificata.
E quell'estate mi ha cambiato la vita.
Tornai a casa sapendo che questo film si sarebbe basato su un personaggio che scopre ciò che ho scoperto io. Cioé che nella vita é il viaggio la vera ricompensa.
Così iniziai a pensare e decisi di usare un'auto da corsa. In quel mondo conta solo la vittoria, la conquista del campionato. Era il personaggio ideale.
D'improvviso sarebbe stato costretto a rallentare."




Rallentare, dunque, e Cars, in una straordinaria miscela di personaggi originali (Carl Attrezzi e Doc Hudson tra gli altri), buoni effetti scenici, vivacità e simpatia, diviene alla fine anche elogio della lentezza.
Ed é proprio quello di cui abbiamo bisogno oggi, perché la corsa senza senso che abbiamo sotto gli occhi ogni giorno possa lasciare spazio ad un po' più di bellezza.


posted by Fausto Leali @ 11:30 PM 1 comments

Thursday, April 05, 2007
IL SEME DENTRO LE COSE



La notai subito, all'inizio dell'anno scolastico, quella frase posta all'ingresso delle scuole dei miei figli, la materna e l'elementare, e mi fece profondamente riflettere.
Campeggiava a mo' di programma e diceva : "cerchiamo insieme cosa c'é dentro le cose".
Sulle prime mi parve di capirla, con gli occhi della fede, ma col tempo appresi che aveva invece a che fare con un cammino.
Furono - e sono tuttora - tante cose: i racconti dei bambini quando tornano a casa, i loro sguardi e quelli dei loro compagni, il percorso educativo, profondamente partecipato alle famiglie; ma anche piccole cose, come il sorriso di un amico genitore, la preparazione di alcuni momenti durante l'anno scolastico, l'unità con gli insegnanti.
Quando l'educazione é conseguenza dello sperimentare un'amicizia speciale, allora ti rendi conto che il maestro é un Altro, Colui che ha garantito di essere presente tra noi quando siamo uniti nel Suo nome ("Dove due o tre sono uniti nel mio nome, ivi sono io in mezzo a loro" - Mt. 18,20).
Così, ancora oggi, l'entusiasmo del cercare cosa c'é dentro le cose nasce da quel farlo insieme: la gioia é quella di un cammino condiviso.

Se i miei figli sono felici di andare a scuola é perché - a sprazzi forse, ma certamente - si fanno capaci, insieme agli altri bambini, agli insegnanti ed ai genitori, di andare avanti giorno per giorno così.
Allora dentro le cose sono in grado di vedere anche il seme, quello di cui Don Carlo ha parlato ai bambini della scuola dell'infanzia:
"il seme é quel "cosino" speciale che Dio ha messo nella natura come "concentrato" di tutto quello che da esso si svilupperà: come fiore, come alberello, come maestosa sequoia.
Possiamo paragonare Gesù a Pollicino, anche lui lascia tracce da tutte le parti, non bricioline di pane, ma semini. Quali semini ? Gli avvenimenti.
Lui stesso é l'avvenimento degli avvenimenti, il semino d'oro più bello che c'é.
Questo semino é caduto in terra, ed é il mistero della morte e della resurrezione di Gesù. Ora é un albero grande e sui suoi rami noi stiamo comodi ed appollaiati.
Sta a noi ricreare, trovare, lasciarci abbracciare e abbracciare a nostra volta con tutto il cuore".

posted by Fausto Leali @ 9:49 AM 0 comments
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Fausto Leali
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Un blog come un diario, ma con un gusto in più: quello della condivisione. Perché quel che disse Chiara Lubich un giorno é ciò che mi muove ancora ad ogni istante: "ecco la grande attrattiva del tempo moderno: penetrare nella più alta contemplazione e rimanere mescolati fra tutti, uomo accanto a uomo"










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