mercoledì 6 febbraio 2008

I FIGLI SONO NOSTRI MA NON CI APPARTENGONO

Il cammino di ciascuno è nel cuore del Mistero. E questo va riaffermato istante dopo istante, sempre ripreso, sempre ricominciato.
La nostra compagnia è solo per questo.


Valerio Lessi
Nel libro che ho dedicato a Gabriella Ugolini, educatrice di Rimini, c’è per intero quello che può essere considerato il suo testamento spirituale. Esprime una posizione nei confronti dei figli che credo possa essere di utilità per molti. Per questa ragione lo propongo per intero.


Mi è stato chiesto – “chiesto”- (e ciò che viene richiesto è sacro) di raccontare l’origine del mio lavoro educativo, fino alla nascita delle scuole e oltre.
Non mi è facile, perché non si tratta di raccontare delle idee, delle intuizioni.
Si tratta di parlare di me e di come il Signore ha interpellato la mia persona, di come si è reso presente alla mia vita.








È un cammino molto lungo, ma che ha un inizio ben preciso, un fatto drammatico che ha segnato tutta la mia vita: la perdita in pochi minuti di due figlie.


Una mia insegnante a dieci anni dall’inizio del mio matrimonio. Mi ha scritto di non aver mai creduto al Paradiso Terrestre prima di conoscere la mia famiglia.
Io invece ero lì che mi domandavo: “tutta qui la vita?”
Poi nelle mani non ho avuto più niente e allora ho dovuto chiedere, gridare, rispettare ora dopo ora, cercare di capire ora dopo ora, avere pazienza ora dopo ora.
La risposta è arrivata (attraverso persone che non conoscevo) dal Carisma del Movimento.
“i figli sono nostri ma non ci appartengono; ci sono dati, da custodire, da venerare, da contemplare e su di loro c’è un progetto e un destino grande di felicità”.
Come capire tutto questo?


Perché ora era indispensabile per continuare a vivere! Le mie figlie così chiaramente, così potentemente mie e non mie. Così pazzescamente protese alla felicità, a qualcosa che rispondesse bastantemente. O sulla punta dei piedini, o a metà discesa con gli sci, felici lì e subito a chiedere: “ma adesso?”
Felici nel mezzo dell’impresa, ma poi sempre in cerca. E quando io sono rimasta col vuoto dentro, ho avuto davvero bisogno di capire cosa fosse l’eternità.

Non più un pensiero, ma un bisogno fisico, un bisogno di ossigeno. Cos’è l’eternità, cos’è il dolore.
La strada non la conosci proprio. Mi ricordo che la mamma di Santa Teresa del Bambin Gesù, dopo la morte di una figlia di 4 anni, diceva: “Vale la pena di tanto dolore per averle dato la possibilità dell’eternità.”E così io avevo bisogno di capire cosa fosse, come ci fosse l’eternità. Come ci fosse per me e per le mie figlie.

E in questo che ormai era diventato il lavoro della mia vita, coinvolgevo i miei nuovi amici e tutti quelli che ci stavano. La missione non è mai un dopo, a volte ero anche violenta se non capivano!

E sentivo che don Giussani rispondeva a tutto questo, Puntualmente, precisamente.
Tanti anni fa una mattina ho dovuto telefonare a don Giussani prestissimo (almeno per me!) per dare una risposta, lui inizia la comunicazione e poi mi dice: “Ma perché hai quella voce roca?” Io per imbarazzo gli rispondo che mi strano che proprio lui mi faccia una domanda del genere, lui che di voce roca se ne intende. Ma il Giuss, duro, mi ripeteva la domanda sempre più serio e quando io – incominciamdo a capire – esplicito che forse mi vuol chiedere se al mattino faccio fatica a partire, risponde: “Ricordati che appena metti i piedi gi dal letto c’è Uno che ama tutti i tuoi figli più di quanto riuscirai mai ad immaginare.”
Che dolore, ma che grandezza!


È un cammino molto lungo quello che abbiamo fatto, iniziato con incontro fra amici, incontri carichi di aspettativa, di attenzione, di ascolto delle cose della realtà, dei nostri bisogni. Uno di noi a quel tempo era solito concludere le riunioni dicendo “anche oggi non abbiamo fatto niente!” Mi pare che la storia abbia smentito quella nostra punta di fretta, o di sfiducia.
Perché il tempo è del Signore. Né fa lui quello che vuole. A noi l’ascoltare con pazienza e obbedienza quello che lui tramite noi fa.

La pazienda è come la parola più sintomatica della nostra esperienza educativa.

Nasce da una certezza: la certezza che il tempo è buono perché il Lavoratore è all’opera. Finiscono per questo motivo, e non per altro, i progetti a tavolino, i progetti sulle persone, sui bambini da educare, sulla loro anima, sulla loro umanità.

Così, in un mondo in cui tutto è valutato in base all’esito, qualcuno ci ha insegnato a prendere un po’ di distanza, a fare un passo indietro, a osservare con rispetto, a non afferrare con una mano che ghermisce.

“I figli sono nostri ma non ci appartengono!” e così la realtà tutta. L’unico lavoro della vita è domandare e ascoltare Colui che risponde.

Domandare per un bisogno vero: la compagnia si attesta su questo. Domandare, ora dopo ora. Il lavoro è su questo e basta.

Anche adesso per me non è quello che una nonna si immagina. Andare al parco coi nipotini, accudirli, fare delle cose con loro, insomma. Averli un po’ tuoi, possederli un po’. Non è così. Non riesco ad alzarli, al massimo me li tengo vicini sul divano. Non è quello che una nonna si immagina.
Davvero le persone, i bambini, i figli, i ragazzi a scuola non sono nostri.
Che dolore ma che grandezza!
Tutto il lavoro della vita è questo.
Le scuole sono appena il frutto dell’insistenza su questo punto: il progetto della vita non è nostro. Il cammino di ciascuno è nel cuore del Mistero. E questo va riaffermato istante dopo istante, sempre ripreso, sempre ricominciato.
La nostra compagnia è solo per questo.

Gabriella Ugolini

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