giovedì 8 marzo 2007

IL SENSO SELLA CARITATIVA-LA RAGIONE DELLA CARITA'


IL SENSO DELLA CARITATIVA
Da "Realtà e giovinezza La sfida" SEI
Luigi Giussani Pg.192-196


La ragione della carità
Appunti dall'intervento al Convegno "Accoglienza volto del gratuito", organizzato dall'Associazione Famiglie per l'accoglienza - Milano 1985
di Mons. Luigi Giussani


IL SENSO DELLA CARITATIVA
SCOPO

I

Innanzitutto la natura nostra ci dà l'esigenza di interessarci degli altri.

Quando c'è qualcosa di bello in noi, noi ci sentiamo spinti a comunicarlo agli altri. Quando si vedono altri che stanno peggio di noi, ci sentiamo spinti ad aiutarli in qualcosa di nostro. Tale esigenza è talmente originale, talmente naturale, che è in noi prima ancora che ne siamo coscienti e noi la chiamiamo giustamente legge dell'esistenza.

Noi andiamo in «caritativa» per soddisfare questa esigenza.

II

Quanto più noi viviamo questa esigenza e questo dovere, tanto più realizziamo noi stessi; comunicare agli altri ci dà proprio l'esperienza di completare noi stessi. Tanto è vero che, se non riusciamo a dare, ci sentiamo diminuiti.

Interessarci degli altri, comunicarci agli altri, ci fa compiere il supremo, anzi unico, dovere della vita, che è realizzare noi stessi, compiere noi stessi.

Noi andiamo in «caritativa» per imparare a compiere questo dovere.

III

Ma Cristo ci ha fatto capire il perché profondo di tutto ciò svelandoci la legge ultima dell'essere e della vita: la carità. La legge suprema, cioè, del nostro essere è condividere l'essere degli altri, è mettere in comune se stessi.

Solo Gesù Cristo ci dice tutto questo, perché Egli sa cos'è ogni cosa, che cos'è Dio da cui nasciamo, che cos'è l'Essere.

Tutta la parola «carità» riesco a spiegarmela quando penso che il Figlio di Dio, amandoci, non ci ha mandato le sue ricchezze come avrebbe potuto fare, rivoluzionando la nostra situazione, ma si è fatto misero come noi, ha «condiviso» la nostra nullità.

Noi andiamo in «caritativa» per imparare a vivere come Cristo.

CONSEGUENZE

I

La carità è legge dell'essere e viene prima di ogni simpatia e di ogni commozione. Perciò il fare per gli altri è nudo e può essere privo di entusiasmo. Potrebbe benissimo non esserci nessun risultato cosiddetto «concreto» - per noi l'unico atteggiamento «concreto» è l'attenzione alla persona, la considerazione della persona, cioè l'amore.

Tutto il resto può venire di conseguenza: come Gesù che dopo fece i miracoli e sfamò la gente.

Due punti di partenza non chiari per la nostra apertura agli altri noi dobbiamo notare:

1. Sovvenire ai bisogni altrui.

È un punto di partenza ancora incompleto!

Qual è il bisogno altrui?

Questa impostazione è ambigua, dipende da cosa noi crediamo che sia il bisogno altrui: e se ciò che io porto non è veramente quello di cui essi hanno bisogno? Ciò di cui hanno veramente bisogno non lo so io, non lo misuro io, non ce l'ho io. È una misura che non possiedo io: è una misura che sta in Dio. Perciò le «leggi» e le «giustizia» possono schiacciare, se dimenticassero o pretendessero sostituirlo, l'unico «concreto» che ci sia: la persona, e l'amore alla persona.

2. L'amicizia.

Anche cominciare puntando sull'amicizia, con tutta l'ambiguità che ci può comportare, è incompleto.

L'amicizia è una corrispondenza che si può trovare o no, un avvenimento non essenziale per la nostra azione di oggi, anche se essenziale per il nostro destino finale.

II

L'andare agli altri liberamente, il condividere un po' della loro vita e il mettere in comune un po' della nostra, ci fa scoprire una cosa sublime e misteriosa (sì capisce facendo!).

È la scoperta del fatto che proprio perché li amiamo, non siamo noi a farli contenti; e che neppure la più perfetta società, l'organismo legalmente più saldo e avveduto, la ricchezza più ingente, la salute più di ferro, la bellezza più pura, la civiltà più educata li potrà mai fare contenti.

È un Altro che li può fare contenti. - Chi è la ragione di tutto? Chi ha fatto tutto? Dio.

Allora Gesù non rimane più soltanto colui che mi annuncia la parola più vera, che mi spiega la legge della mia realtà, non è più la luce della mia mente soltanto: io scopro che Cristo è il senso della mia vita.

È bellissima la testimonianza di chi ha sperimentato questo valore: «Io continuo ad andare in caritativa perché tutta la mia e la loro sofferenza hanno un senso».

Sperando in Cristo, tutto ha un senso, Cristo.

Questo scopro, finalmente, nell'ambito dove vado in «caritativa», proprio attraverso l'impotenza finale del mio amore: ed è l'esperienza in cui l'intelligenza affonda nella saggezza, nella cultura vera.

III

Ma il Cristo è presente adesso: non «è stato», non «è nato», ma «c'è», «nasce» oggi: è la Chiesa. La Chiesa è il Cristo, presente adesso, come Lui ha voluto.

E la Chiesa è la comunità di noi, proprio di noi, poveri e attaccati a Lui.

Perciò la speranza ci sostiene; Dio stesso è tra noi, è presente tra noi.

Uno di noi, in una discussione ha detto: «Continuo ad andare a .... perché ci siete voi». È verissimo: proprio il senso del nostro essere insieme, della comunità ecclesiale, ci fa tirare avanti oggi fra gli handicappati, negli ospizi, con chiunque è bisognoso e, domani, nella fabbrica, nella città, in Europa, nel Mondo che è così grande e Lo aspetta.

DIRETTIVE
Riferirsi continuamente al movimento, altrimenti è più grande il pericolo di smarrire la ricerca dell'idea profonda che ci sostiene nel fare per gli altri; e più grande è il pericolo di scoraggiamenti, stanchezza o infedeltà.

La fedeltà nel fidarsi delle indicazioni del movimento e di coloro che ne sono i responsabili è il primo merito e avrà il suo frutto.

Le direttive che al riguardo Comunione e Liberazione dà sono tre:

1. Sapere perché.

Finché non sapremo bene, con chiarezza e semplicità il perché ultimo, lo scopo del nostro fare, fino allora non bisognerà mai stare quieti. Il nostro scopo è tirar fuori da quel che facciamo il senso, l'idea, per la quale esclusivamente potremo riuscire ad essere fedeli, quando non saremo più entusiasti o non provassimo più gusto.

Occorrerà quindi dialogare nelle nostre assemblee, a gruppetti, con i responsabili della comunità, con le persone più mature e vive. Soprattutto revisionarsi ogni tanto attraverso contatti «centrali».

2. Fare per comprendere.

Per capire non basta sapere, occorre fare, con quel coraggio, della libertà, che è aderire all'essere che si vede, cioè alla verità.

Se la legge dell'esistenza è mettere in comune se stessi, noi dovremmo condividere tutto, ogni istante.

Questa è la maturità suprema, che si chiama umanità o santità. Per educarci a questo ideale, l'esserci costretti dalle circostanze (il «dovere» nel senso solito) serve molto più difficoltosamente.

È il piccolo tempo libero che mi educa; ciò che dà l'esatta misura della mia disponibilità agli altri è, l'uso di quel tempo che è solo mio, in cui posso fare «ciò che ho voglia». Ci formiamo così una mentalità, un modo quasi istintivo di concepire la vita tutta come un condividere.

Il piccolo tempo libero redime tutto il resto. E, adagio adagio, andando in «caritativa» si incomincia a capire di più il compagno di banco, il papà e la mamma, il collega di lavoro.

È soprattutto l'età della giovinezza il momento unico in cui possiamo con agilità, almeno normalmente, assimilare questa mentalità. Ed è solo cominciando a fare, a donare del tempo libero come integrale gesto di libertà, che la carità cristiana diventerà mentalità, convinzione, dimensione permanente.

È da notare che a noi non interessa tanto la molteplicità delle attività, la quantità del tempo libero che si dedica. A noi interessa che nella nostra vita e nella nostra coscienza si affermi il principio del condividere attraverso almeno qualche gesto, anche minimo, purché sia sistematicamente messo in preventivo e realizzato. Per questo basterebbe, come inizio, anche una volta al mese. Anche per quanto riguarda la periodicità dell'impegno è bene consultare chi nella comunità può correttamente consigliarci.

3. Ordine.

È il tempo libero che dobbiamo impegnare (e il più a fondo possibile). Duplice è il limite che mantiene nell'ordine la genialità del tempo libero:

a) Non ledere lo studio (o il lavoro).

b) Non venir meno alla discrezione in famiglia.

Anche qui sarà il personale dialogo con l'autorità familiare e con l'autorità nel movimento che ti aiuterà a raggiungere un criterio per definire il tuo tempo libero.

Da "Realtà e giovinezza La sfida" SEI
Luigi Giussani Pg.192-196

La ragione della carità
Appunti dall'intervento al Convegno "Accoglienza volto del gratuito", organizzato dall'Associazione Famiglie per l'accoglienza - Milano 1985
di Mons. Luigi Giussani

Per vivere umanamente e cristianamente la condivisione non è necessario che le condizioni di questo gesto siano coscienti. Normalmente, anzi, esse vengono vissute in modo implicito nella nostra buona volontà. Una buona volontà che, comunque, viene sorretta da una meditata esplicitazione, specialmente nei momenti in cui la fatica è più grande. Perciò la parola del Vangelo: "State all'erta, siate coscienti", "Vigilate", significa: siate coscienti del vostro destino, del vostro rapporto con Dio, con il principio, la consistenza e il fine di quello che siete.
Questa è la premessa più grave che dobbiamo ricordarci.
Ho voluto dire del valore dell'implicito e dell'inconsapevole, perché il dono dello Spirito e della grazia di Dio può agire in chiunque: il Signore non è limitato da nulla. Ma ho voluto anche notare l'importanza della vigilanza, perché sono senza paragone la lucidità, la gioia e la pace che nascono da un impegno di carità che abbia motivi ben delineati. Quanto sto per dire è un piccolo contributo a questa chiarezza di motivi.
Vediamo i motivi profondi che per natura l'uomo ha e da cui è spinto alla condivisione. Se vogliamo immediatamente sentirci riempire di ricchezza nella vita del pensiero, dobbiamo sempre partire alla grande verità primordiale: che non c'eravamo e adesso ci siamo; perciò l'essere! - cioè il vivere, l'esistere, il muoversi - è partecipare a qualcosa d'altro. Com'è pacificamente esauriente poter dire con chiarezza (con chiarezza nella motivazione, non con chiarezza di fronte al contenuto, che è il mistero che ci ha rivelato Cristo) che tutto ciò che facciamo partecipa di qualcosa d'altro! La gratuità ha qui la sua radice: tutto ciò che facciamo e siamo ci è dato, noi partecipiamo a qualcosa d'altro. Io credo non esista nessuna verità più evidente di questa: che in ogni istante della nostra vita non ci facciamo da noi stessi. È nella vibrazione di questa autocoscienza che si sviluppa in noi la possibilità di una preghiera reale. La radice della gratuità sta tutta qui, proprio perché nulla è nostro. In fondo voglio alludere a quel che dice la prima pagina della Bibbia: "Facciamo l'uomo a nostra immagine e somiglianza" (Gen I, 26), vale a dire, nel dinamismo dell'uomo si riverbera ed echeggia, secondo un'analogia immensamente lontana, ma pur reale, la vita del Mistero. Se ne possono trarre tre conseguenze.

LA COSCIENZA DI ESSERE AMATI

Non possiamo condividere, vale a dire non possiamo porre la nostra presenza come parte della presenza di un altro, non possiamo spalancare la nostra presenza ad accogliere la presenza di un altro, se innanzitutto noi non ci sentiamo accolti, se noi non ci sentiamo amati.

Qui si capisce che, senza Dio, è come affrontare un problema senza un'ipotesi adeguata. Perché ci può essere una magnanimità, un'apertura, una capacità di condiscendenza, una capacità di "accoglienza" (per usare una parola sintetica) grandiosa, anche se uno non vive una corrispondenza umana in nessun senso, ma ha una percezione chiara di quello che sta all'origine del suo momento: cioè che, se vive, è perché è voluto; se esiste, è perché è amato. Ho detto percezione chiara: può essere anche una coscienza non chiara, confusa, un presentimento o una intuizione, anche in una persona che non si direbbe religiosa, ma che, senza saperlo, lo è. Comunque sia, senza l'incombenza di Dio sull'orizzonte della nostra vita, noi non possiamo spalancarci all'accoglienza, dedicarci a una condivisione, accettare una presenza che non sia la nostra e che, proprio in quanto non è nostra, non coincida con la nostra.

È una imitazione che definisce il nostro comportamento ("Facciamo l'uomo a nostra immagine e somiglianza") o, come ho detto, è la partecipazione a qualcosa d'altro. Per questo una religiosità vera si documenta nella capacità di condivisione e di accoglienza prima che in qualunque altra cosa, in un certo senso prima che nel dire "Dio", poiché se si ha dentro quanto detto è perché Dio lo si pre-sente, anche inconsapevolmente.

Comunque, solo se si è amati, si ama: amati non da chi e nei modi che noi desideriamo, ma molto più profondamente, essenzialmente. Io lo intuisco dall'esperienza della mia vita. Perché, se un ragazzo è veramente amato dai genitori, sa che cosa è amare, cresce sapendolo, anche se non sa di saperlo, anche se questa sua sapienza (sì, è proprio una sapienza) non è riflessa.

IL PERDONO DELLA DIVERSITA'

L'assetto dell'accoglienza, che la parola cristiana "misericordia" definisce, è il perdono della diversità.

Per capire bene i fondamenti, i motivi ultimi della capacità di accoglienza, non si pensi al povero che si tiene in casa, ma alla moglie, al marito, o al figlio che diventa grande: se nel rapporto con loro non emergono questi fattori, è solo perché lo si vive ottusamente, lo si dà per scontato, non ci si accorge di ciò che sta accadendo.
La parola "misericordia" indica l'accoglienza come un'energia, una libertà che - come intelligenza e come affettività - supera il vuoto, il gap, la lontananza della diversità. Com'è impressionante pensare all'infinita distanza che Dio ha superato rispetto al nostro niente! "Ti ho amato di un amore eterno", dice la Bibbia, "ti ho attratto a me, ti ho accolto avendo pietà del tuo niente" (cfr. Gen 31, 3). Non c'è nessuna diversità più grande di quella tra l'essere e il nulla!

Io credo che questo sia un aspetto della coscienza che deve essere ravvivato sempre. Perché, se un uomo accoglie una donna, paradossalmente acuendo la consapevolezza della diversità, e l'abbraccia in questa consapevolezza, mai l'avrà accolta così interamente: occorre che sia cosciente di questa diversità e che la presenza sia abbracciata in questa coscienza. Non sto "definendo" la misericordia con cui Cristo identifica il Dio vivente, l'ultima umana parola possibile sul Dio vivente; ma sto indicando la connessione impressionante che noi siamo chiamati a vivere con essa: perché, come osserva san Paolo, "Cristo ci ha amati quando eravamo peccatori" (cfr. Rm 5, 8), ci ama quindi come peccatori (immaginiamoci quanto deve amarci quando Lo cerchiamo, invocandoLo)!

L'AMORE ALLA PERSONA

L'accoglienza e la condivisione sono l'unica modalità di un rapporto umanamente degno, perché solo in esse la persona è esattamente persona, vale a dire rapporto con l'Infinito. "I loro angeli nel cielo vedono sempre la faccia del Padre mio che è nei cieli" (Mt 18, 10), diceva Gesù parlando dei bambini.

L'itinerario attraverso cui la condivisione, quindi l'abbraccio accogliente di una presenza a un'altra presenza, avviene può essere qualsiasi. Quindi, è un itinerario qualsiasi che ha però un punto a quo ed un punto ad quem. Lo spunto iniziale può essere uno qualsiasi, anche un interesse banale e concreto, ma il punto ad quem, il punto d'arrivo obbligato è la persona, vale a dire un essere il cui angelo vede la faccia del Padre che sta nei cieli, un essere che è rapporto con l'Infinito: l'abbraccio all'altro non si può quindi esaurire nella motivazione per la quale, inizialmente, io l'ho raccordato a me, l'ho accettato.

È per questo che nell'accoglienza di un povero e in quella della persona più amata ultimamente deve vivere la stessa gratuità, altrimenti è come se tristemente ciò che dovrebbe essere più grande diventasse più ottuso, meno grande.

La partecipazione dell'Avvenimento iniziale, dunque, è la sorgente della gratuità: partecipazione in cui la vigilanza o la consapevolezza recano il contributo di una chiarezza e di una possibilità di gioia altrimenti difficili.

Solo se abbiamo coscienza di essere amati - chiaramente o confusamente, implicitamente o esplicitamente - , noi possiamo amare, vale a dire abbracciare, accogliere in noi, condividere.

La grande strada da percorrere per renderci conto simili all'immagine che la Bibbia dà di Cristo - che, dall'eternità, viene percorrendo la via come un gigante sulla nostra terra - è il superamento, l'attraversamento della diversità: la misericordia. Abbracciare l'altro significa abbracciare un diverso - ricordiamoci che Dio è il Diverso, l'Altro per eccellenza -.

L'itinerario può prendere avvio da qualunque spunto, anche il più banale (il Signore ci è maestro in questo attraverso la natura), però deve giungere all'amore della presenza intesa come luogo di rapporto con l'Eterno, con l'Infinito: il punto d'arrivo è la persona, che ha il suo destino infinito, che è rapporto con l'Infinito.

FATTORI METODOLOGICI

1) Essere liberi. Senza libertà non ci può essere accoglienza ma un invito illusorio; l'altro si troverebbe in una prigione, si troverebbe a essere usato, strumentalizzato. Essere se stessi appieno, questo vuoi dire essere liberi; libertà, dunque come condizione di metodo per l'accoglienza.

Ora, questa libertà, che ho definito essere se stessi appieno, ha delle note costitutive ben precise.

Innanzitutto, la coscienza della propria appartenenza all'Infinito, al Mistero. Quanto più uno vive il rapporto con Dio, quanto più ha la coscienza del proprio destino, e riconosce questo destino, tanto più vive l'affezione all'essere. L'affezione al destino, all'essere, poi, si dimostra nella calma affezione alle circostanze (salvando tutti i caratteri possibili: un carattere iroso lo dimostrerà come può, un carattere flemmatico lo dimostrerà come può!).
Quindi, la libertà. Con quella punta acuta che è il perdono a sé, la capacità di perdonarsi.

Questa è la più difficile imitazione di Dio: il perdono è infatti la Sua "condanna", la misericordia il Suo modo di giudicare. Qui si radica quell'umiltà che permette la gratuità: perché l'umiltà è fatta di una coscienza della propria miseria che vibra, paradossalmente, dentro una certezza totale, perché Cristo è risorto, ha vinto e mi vince.

2) Il secondo fattore metodologico è quello che i Padri della Chiesa hanno più sottolineato, spiegando la figura di Cristo nel suo rapporto con l'uomo: la sua condiscendenza; questa libertà, questo essere se stessi, deve piegarsi e plasmarsi, per così dire, aderendo alla presenza che accoglie, secondo tutti gli anfratti, le angolosità, secondo tutte le forme che quella presenza ha.

Questo vuol dire che bisogna evitare la pretesa. Non abbiamo alcun motivo per pretendere che l'altro sia diverso: non sarebbe accoglienza! Ben altro è il desiderio che l'altro diventi se stesso secondo l'ideale che la nostra coscienza ha del rapporto con Dio, con l'Ultimo: ma allora è desiderio di camminare insieme verso l'identico Destino, Cristo. Il realismo della condizione in base alla quale uno riesce ad accettare un altro è già implicato in quello che abbiamo chiamato l'itinerario da seguire e in ciò che abbiamo detto a proposito della libertà. La condiscendenza come tale insiste sull'adeguamento all'altro, senza che noi pretendiamo.

3) Questa condiscendenza è amore al dolore, non da masochisti, ma come lo ha avuto Cristo, che ha detto: "Padre, se è possibile, che io non muoia" (cfr. Mt 26,39). Il dolore nasce dall'impossibilità di corrispondenza dell'assetto o dell'atteggiamento dell'altro con quello che noi abbiamo pensato o immaginato, sia come progetto buono su di lui, sia come soddisfazione di una nostra esigenza affettiva. Il dolore nasce dall'accorgersi di essere incapaci di colmare l'abisso della diversità. Perché la diversità è veramente un abisso, che soltanto un nesso con l'Infinito, con Dio, può far superare (provate a pensare, mogli e mariti, alla diversità su un particolare: anche questa è un abisso!).

La gratuità, nella pratica, nasce in questo dolore. Esso ci purifica, al fondo, dal progetto che è pur naturale avere, dall'esigenza di corrispondenza affettiva che è naturale avere, dall'esigenza di sentirci utili che è naturale avere, dall'esigenza di manipolare qualcosa che è naturale avere. Non è che la gratuità stia in questo dolore, ma questo dolore la prova e la purifica, la fa esistere concretamente. La purezza che è nella gratuità è proprio salvata dal dolore, inteso come percezione della non corrispondenza; una non corrispondenza che è alla radice di qualsiasi rapporto, perché soltanto nell'Eterno noi avremo la vera corrispondenza. Io ho sempre raccontato ai miei alunni un episodio accaduto nei primi anni di sacerdozio che mi ha colpito molto. Una signora veniva a confessarsi da me tutte le settimane; poi, per un certo periodo, non venne più. Ritornò dopo qualche mese: aveva avuto la seconda bambina. Mi disse: "Sapesse! Il primo sentimento che ho avuto appena si è distaccata non è stato la curiosità di sapere se era maschio o femmina, se stava bene o male, ma: "Ecco, incomincia ad andarsene!"".

Accettare questo distacco è una sublime gratuità. E questo è proprio il seme iniziale che normalmente tutti i genitori devono affrontare quando si tratti della vocazione del figlio. "Incomincia ad andarsene" significa che, chi nasce, nasce per il suo destino, che non è fissato neanche da lui, perché la vocazione la da Dio e nessun altro.
Nel tredicesimo capitolo della Lettera agli Ebrei, Paolo dice: "Soffrite con quelli che sono perseguitati come se voi soffriste nel vostro stesso corpo e preoccupatevi dei prigionieri come se voi foste in prigione" (cfr. Eb 13,3). Quando leggo questo brano mi viene il terrore e vorrei scomparire, avendo partecipato con tutta la mia libertà e coscienza a questa cristianità occidentale che è vissuta cinquant'anni senza mai citare una volta i propri fratelli dell'Est europei perseguitati sotto il regime sovietico. Se Dio non ci avesse scosso con questo Papa!

La frase di san Paolo vuoi dire che l'accoglienza è immedesimazione: tu sei me, io sono te. L'ospitalità è grande, se la persona capisce, sente che ogni rapporto è un'ospitalità, è l'accoglienza di un altro. Ma la parola "ospitalità" è significativamente espressiva di tutto il fenomeno dell'accoglienza. In quel capitolo san Paolo dice: "Praticate l'ospitalità, perché Dio si compiace di queste cose" (cfr. Eb 13,16). È nell'ospitalità, in senso stretto, che questa immedesimazione viene operata, secondo tutta la concretezza dei suoi fattori. Non per nulla il Concilio dà ai genitori cristiani come loro primo ideale l'adozione.

Non esiste oggettivamente nessun atto più grande dell'ospitalità: da un'ospitalità così radicale come l'adozione, fino all'ospitalità a pranzo o all'offerta di un tetto a una persona che passi per Milano anche una volta sola.

Una delle cose più belle che fra i miei amici ho visto realizzare è questo nesso, questa trama di famiglie disponibili a ospitare chiunque. In una società dove spesso si invoca una diversa qualità della vita, raramente si evidenzia quell'elemento fondamentale che consente alla vita di essere vissuta: l'accoglienza. Una diversa qualità della vita può nascere solo dall'accoglienza della persona con il suo bisogno e non tanto da una risposta tecnica a esso, che censura l'identità della persona.

Tratto da: Buone Notizie - Tende 2002 - www.avsi.org








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