martedì 9 ottobre 2007

L'INFERNO ALL'INFERNO

Roberto Benigni al carcere
di Opera

Fonte: settimanale “Vita” n. 28 settembre 2007

Guardate che questo libro non è stato scritto per soldi ma come un regalo, un regalo a tutti noi che ci fa capire che per vincere il male non bisogna far finta di non vederlo, bisogna guardarlo fino in fondo, affrontarlo, attraversarlo, bisogna attraversare l’Inferno per andare in Paradiso.


aiutatemi. Ricordiamoci tutti che quando si ha bisogno di aiuto bisogna chiederlo,
desiderarlo,
gridarlo: Aiu-ta-te-mi! Vedrete che qualcuno risponderà. Il Vangelo è pieno di queste urla: “aiutatemi!”. Verrà un amico, vedrete.


L’Inferno all’inferno -
Gli appunti di un pomeriggio speciale nel carcere di Opera, a Milano. Benigni legge il V canto dell’Inferno ai detenuti. Lo racconta e lo spiega parlando del male, della pietà, della speranza di riscatto. Della infinità fragilità e della grandezza del nostro essere uomini.

Guardate che questo libro non è stato scritto per soldi ma come un regalo, un regalo a tutti noi che ci fa capire che per vincere il male non bisogna far finta di non vederlo, bisogna guardarlo fino in fondo, affrontarlo, attraversarlo, bisogna attraversare l’Inferno per andare in Paradiso. E quando, alla fine della Commedia esci dal Paradiso con il poeta, vedi che ci ha portati tutti con sé. Dante ci
dice che, sì, fa un po’ schifo il mondo e il nostro essere al mondo, che siamo tremendi, orrendi qualche volta, ma che dentro di noi, dentro ciascuno di noi c’è una parte immensa. Noi stiamo sempre a pensare alla nostra parte bassa, e invece siamo immensi, ognuno di noi è protagonista di un dramma epico, memorabile e irripetibile, ognuno di noi è protagonista assoluto di una cosa unica, la sua vita, che non si ripeterà mai più per l’eternità sul palco del mondo. Ognuno di noi ne
è protagonista ora, in questo momento, Dante ci dice che nella nostra vita, noi possiamo scegliere e ci dice anche la maniera, ci dice anche che i fatti del mondo non sono la fine della questione e che il mondo è molto di più di quel che pensiamo.

Ci dice che ognuno è qui per completare l’affresco del mondo e che nessuno è così strano da non poter essere capito. É questa bellezza e mistero che Dante ci racconta con la sua poesia, e ce la regala. Ci dice che per ciascuno di noi c’è uno spazio siderale, cioè uno spazio infinito del nostro desiderio (sidera, cioè che “c’entra con le stelle”). Non si può scegliere il proprio destino ma si può andare a fondo del proprio desiderio qualsiasi cosa ci tocchi vivere, anche in catene c’è per
ciascuno di noi questo spazio libero che nessuno ci può togliere.


In questo senso, siamo invincibili, nessuno può piegare questa libertà, questo sguardo intimo con cui ci presenteremo davanti a colui che ci ha dato il respiro.

Oggi vi voglio leggere un Canto dell’Inferno: il V. Ma prima fatemi fare un po’ il riassunto. I primi versi dell’Inferno li sapete:

Nel mezzo del cammin di nostra vita,

mi ritrovai per una selva oscura,

ché la diritta via era smarrita.



È quello che ci confessiamo quando ci troviamo messi male e diciamo. Ma è possibile che la vita sia questo? Tutto qui? Lo diciamo, eppure sentiamo che per noi c’è qualche altra cosa, sentiamo che c’è qualcos’altro. Dante ci prende per mano proprio in questo punto, nel punto della nostra debolezza e del nostro errore, per farci fare questo viaggio dentro di noi.



Incontra tre belve: la lussuria, la superbia, l’avidità. Ovvero il potere, e se ne deve liberare perché sono i tre vizi che stanno all’origine di tutti gli altri e finché non ce ne liberiamo saremo schiavi.

Sapete cosa dice Dante in questa situazione? “Miserere di me, gridai” (I Canto). Dante dice:
aiutatemi. Ricordiamoci tutti che quando si ha bisogno di aiuto bisogna chiederlo,
desiderarlo,
gridarlo: Aiu-ta-te-mi! Vedrete che qualcuno risponderà. Il Vangelo è pieno di queste urla: “aiutatemi!”. Verrà un amico, vedrete.

Ancora una cosa, la Commedia, Dante non l’ha mica scritta per la Siae e per i soldi come ho detto, la scrive per amore, per rivedere la donna che amava. La vuole rivedere perché quando incontrò i suoi occhi vide una scritta che gli diceva “guarda più in là”, “vai più su”. Lui fa la commedia per
riguardare quegli occhi, per rincontrare quella felicità e per poter portare noi, con lui.

Guardate che quello che conta è avere emozioni potenti, anche la sconfitta se sentita profondamente
diventa una vittoria, quello che conta è sentire il miracolo di esistere.

Dante dice queste cose, ci parla del male, della paura, della pietà, dell’amore, da uomo, mica da
prete. È un passionale, un uomo vero, un fuggiasco. Dante non ha scritto questa cosa perché Dio
esiste, ma perché Dio esista. È un palombaro dell’anima, lui ha il coraggio di un’indagine anche
nelle zone buie, nel profondo, dentro l’anima, questo è il suo viaggio all’Inferno. È la prima volta
che il mondo racconta l’Inferno.



Lasciate ogni speranza, voi che entrate



Sta scritto così all’inizio del Canto III, una frase che oggi purtroppo potremmo scrivere su tanti
luoghi, anche davanti alle discoteche. Lasciate ogni speranza, un avvertimento terribile e che oggi
pare così banale, tutti sembrano dire che tanto speranza non c’è.

Ma veniamo al V Canto. È una storia d’amore, quella di Paolo e Francesca. Guardate che se si
sbaglia il rapporto con l’amore si sbaglia la vita, non ci si riprende più. Dio ci dà quello che
chiediamo ( le anime del V canto stanno nel girone dei lussuriosi e volano nel buio sbattendo di qua
e di là, sbattono nel buio per l’eternità), se chiediamo il male ci dà il male, se chiediamo il bene ci
dà il bene.

Noi siamo sempre a rischio di perderci , qualunque cosa facciamo, se siamo un po’ onesti sentiamo
che possiamo perderci in un attimo, Dante ce lo fa sentire questo. Perciò il primo sentimento che
Dante prova all’Inferno è questo:



Pietà mi giunse, e fui quasi smarrito



Innanzitutto c’è al pietà, Dante ha pietà, ed è un sentimento che abbiamo quasi perduto. La pietà per
chi soffre, la commiserazione, è un sentimento immenso, è amore disinteressato. La nostra unicità e
l’amore disinteressato sono le due cose che i regimi totalitari odiano di più. L’amore
disinteressato, quello che ci ha insegnato Cristo, quello che non ha interessi, quello che dice mi
interessano i tuoi fatti che è il contrario di “ fatti gli affari tuoi”.

Con questa pietà nello sguardo Dante nota due anime e le chiama a sé.



O anime affannate,

venite a noi parlar, s’altri nol niega!



L’affanno che ben conosciamo è il non voler più il male e saper che poi ci si ricasca, che peso.
Sentite cosa dice l’anima chiamata da Dante a uno che gli si è rivolto in modo gentile:



O animal grazioso e benigno

Che visitando vai per l’aere perso

Noi che tingeremmo il mondo di sanguigno,

se fosse amico il re dell’universo,

noi pregheremmo lui de la tua pace,

poi c’hai pietà del nostro mal perverso




Tu che mi hai chiamato con affetto nel luogo della perdizione, la tua pietà mi ha talmente toccata
che mi ha fatta sentire una persona umana, se io conoscessi Dio gli direi “sii buono con lui”. Ecco,
quando sbagliamo e ci sentiamo in colpa e tutti ci sono contro, basta uno sguardo, un gesto, una
parola di qualcuno che ci capisce e gli daremmo il mondo intero nelle mani. È un sentimento
immenso, grande, quello della pietà.

Dante vuole capire come Paolo e Francesca si siano perduti, e chiede come è scoppiato il loro
amore. Francesca risponde così:



Amor, ch’al cor gentil ratto s’apprende

Prese costui de la bella persona

Che mi fu tolta; e’l modo ancor m’offende



Fermiamoci su questa definizione di cuore gentile, cioè ingentilito, educato. Se qualcuno non ce le
dice le cose, non le si sanno. Nessuno oggi che ci dica una parola sul rispetto di noi e degli altri,
sulla lealtà, sul coraggio, sull’amore e sulla bellezza. Diceva un grande pedagogo: datemi sette
anni di vita di un uomo e tenetevi il resto. L’educazione: bisogna che qualcuno ci dica queste cose.
Continua Francesca con una terzina famosissima:



Amor, ch’a nullo amato amar perdona,

mi prese del costui piacer sì forte,

che, come vedi, ancor non m’abbandona



Quando si ama, quell’amore ci sarà restituito in egual misura, è una legge, come quella di gravità.
Quando si ama quella cosa non ce la leverà nessuno. Nel vangelo c’è un episodio che spiega questa
legge, quello dell’emorroissa che vuole sfiorare quello sguardo che ha cambiato il mondo e si
trascina fino a sfiorarlo. Il Vangelo di Luca racconta così l’episodio: «Una donna che soffriva di
emorragia da dodici anni, e che nessuno era riuscito a guarire, gli si avvicinò alle spalle e gli toccò
il lembo del mantello e subito il flusso di sangue si arrestò. Gesù disse: “Chi mi ha toccato?”.
Mentre tutti negavano, Pietro disse: “Maestro, la folla ti si stringe da ogni parte e ti schiaccia”. Ma
Gesù disse: “Qualcuno mi ha toccato. Ho sentito che una forza è uscita da me”». L’amore di quella
donna genera l’amore di Gesù. Non esiste amore sprecato.

Il canto finisce con Dante che dice:



Mentre che l’uno spirto questo disse,

l’altro piangea; sì che di pietade

io venni men così com’io morisse.



Bisognerebbe rileggere tutto questo canto sentendo sotto il dialogo tra Francesca e Dante il pianto
di quest’uomo, di Paolo, che non dice niente e piange. Come lo capiamo, s’è perso per un momento,
un momento solo. Noi, ogni ora del giorno, ogni momento, siamo lì per fare qualcosa di sbagliato, e
per quel momento siamo condannati. Dante stesso non capisce, e questo dolore lo fa andare al
manicomio. Il suo cuore non resiste a tanta passione. Attenti a quelle dottrine che dicono che per
essere felici non bisogna avere passioni, no, siamo fatti di carne e sangue, bisogna invece aprire le
ali mentre stiamo precipitando. Soffre da uomo e da cristiano. Come se chiedesse a Dio: perché? E
crolla. Lui ha pietà per questi due che si sono perduti per un attimo di amore, e cade, come morto.









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