martedì 9 ottobre 2007

NEGARE DIO AIUTA LE DITTATURE

Tratto da TEMPI del 4 ottobre 2007
di Claudio Risé
I totalitarismi odiano Dio, perché odiano la libertà che egli dà all’uomo. Sanno però usare con grande abilità la domanda religiosa che risiede nel cuore umano, per affermare il proprio potere.



Il fenomeno era stato in parte già studiato, prima di tutti da Lederer, negli anni Quaranta (Lo Stato delle masse, Bruno Mondadori editore), che, prima ancora di Hannah Arendt, aveva mostrato come i regimi totalitari si fondassero sulla distruzione delle culture e delle appartenenze trasmesse dalle tradizioni (quelle di cui parla Giussani ne Il rischio educativo), la cui origine profonda è sempre religiosa, per costruire l’uomo massa, permeabile alle richieste dei capi, e del loro sistema di schiavitù.

Prima di distruggere le religioni però, i totalitarismi in statu nascenti le usano, conoscendone a fondo la forza inestinguibile. Anzi una delle leve di cui si servono per abbattere le democrazie secolarizzate nate dalle rivoluzioni borghesi del Settecento e dell’Ottocento è proprio il disprezzo che queste ultime, intrise di razionalismo superficiale e di mitologie giacobine, mostrano per il fenomeno religioso.

Hitler, un indiscutibile esperto di totalitarismo, ricordava che «la fede esiste dappertutto in uno stato di dormiveglia, ed il trucco sta nel risvegliarla con un credo politico entusiasmante, così come si fa quando si getta un fiammifero sulla paglia secca». Questa consapevolezza è oggi fortissima anche nei totalitarismi islamici, che Hitler l’hanno studiato molto bene (anche per via del comune nemico: gli ebrei), ed hanno inventato il fondamentalismo come strumento per la propria affermazione e diffusione, servendosi del timore/orrore del popolo per il secolarismo occidentale.
Ora uno degli ultimi studi in materia, “In nome di Dio”, dello storico Michael Burleigh, pubblicato da Rizzoli, fornisce ulteriori prove sulla relazione tra la svalutazione della religione nelle democrazie secolarizzate, ed il rafforzamento di tendenze totalitarie. Mentre infatti il modello culturale occidentale adottava la visione “relativista” (non c’è nessuna verità universalmente valida, e comunque non la si può conoscere), la ricerca di Dio ha vissuto una nuova fioritura. Molti giovani occidentali però, trovando le nostre Chiese troppo “incredule” sulla loro fede, e deboli nella riproposizione delle proprie tradizioni (lo stupefacente dibattito contrario al Motu proprio di Benedetto XVI sulla messa in latino ne è una prova), finiscono - certo sconsideratamente - con l’aderire a organizzazioni religiose che appaiono più agguerrite e convinte, dall’Islam fondamentalista, ad ambigue sette giapponesi ed orientali.

Ciò accade appunto perché la domanda cui la religione risponde è profonda, e ineludibile nell’essere umano, il quale, proprio perché è dotato della ragione, si chiede quale sia il senso della sua vita.

L’esperienza religiosa, da sempre originata da questa domanda, quando viene emarginata o inibita da un modello culturale laicista, viene ricacciata nell’inconscio collettivo. E’ proprio lì, “sotto la paglia”, che i dittatori come Hitler, Lenin, Saddam, Assad e gli altri, ripescano le forze della domanda e della tradizione religiosa per dare forza ai loro regimi di repressione burocratica ed atea.



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