martedì 23 ottobre 2007

VIAGGIO IN CINA LA' DOVE IL POTERE E' TUTTO


lunedì 22 ottobre 2007
Mésoniat: viaggio in Cina, là dove il potere è tutto

Dal Giornale del Popolo del 20 ottobre 2007, grazie a Albi per la segnalazione. A lato il ritratto di Matteo Ricci in abito mandarino

CINA Appunti da un viaggio nel Paese che sta conquistando il mondo
Là dove il Potere è tutto
e il Bimbo è ancora in fasce


Si è appena concluso un viaggio culturale in Cina organizzato dall’Opera diocesana pellegrinaggi, cui hanno preso parte anche mons. Grampa e il direttore del “GdP”. In questa pagina le prime impressioni e riflessioni. Nei prossimi numeri di Catholica il resoconto, anche fotografico, degli eventi e incontri più significativi di questo singolare “pellegrinaggio”.

di CLAUDIO MÉSONIAT

La prima cosa che capisce un europeo che sbarca in Cina è che "qui è un altro mondo". Se vogliamo andare alla radice di questa diversità così "totale" penso che non dobbiamo fermarci alla superficie delle condizioni sociali, politiche o economiche. Dobbiamo capire che c’è una cultura -intesa come modo di guardare le stelle, un albero, la donna, i figli, il lavoro, la malattia, la morte- completamente diversa dalla nostra, così come è diversa, sin dalle origini conosciute che risalgono a 3-4000 anni fa (per loro ma anche per noi, se andiamo alla nostra radice ebraica e a quella greca), la storia dentro cui si è generata e trasmessa questa cultura; due storie, la nostra e la loro, che sono scorse parallele, con qualche interferenza anche significativa (pensiamo solo a Matteo Ricci e alla missione dei Gesuiti, o ancora alle guerre coloniali ottocentesche), ma sostanzialmente estranee; non si è prodotto nessun processo di "meticciato", come ad esempio in Europa tra il mondo greco-romano cristianizzato e i vari popoli "barbari", o come in America latina tra noi europei colonizzatori e le popolazioni indie di cultura precolombiana. Siamo di fronte a 3-4000 anni di storia cinese che fanno un blocco molto coeso e impenetrabile, capace di evoluzione e di adattamento ma rimasto inalterato nelle sue basi culturali profonde. Quali sono?

Confucio e la miscela filosofica cinese
Io vedo una radice fondamentale di tipo religioso -dove stanno le risposte alle domande più radicali dell’uomo sul significato della vita e della realtà- che nasce dall’intreccio di dottrine diverse come il taoismo, il confucianesimo e il buddismo, miscelate secondo una formula originale che costituisce il sostrato della cultura tradizionale cinese. Il confucianesimo, che è il cemento di questa miscela, è un tipo di organizzazione "perfetta" della società, immutabile e gerarchica: ognuno al suo posto, dall’imperatore ai mandarini, al popolo. Ma l’ingrediente essenziale di questa miscela filosofica è ...un’assenza: l’assenza di una vera trascendenza, ossia di un divino totalmente altro rispetto alla realtà umano-terrena.

Un Dio trascendente (e creatore) è del tutto assente dal confucianesimo e dal taoismo (anche se a partire da una certa epoca) ma anche dal buddismo che, com’è noto, concepisce l’io umano come parte decaduta di un tutto che, attraverso successive reincarnazioni e vite di purificazione, tende a rientrare nel mare indeterminato di questo tutto (essere unico e impersonale). Per questo il buddismo, pur se considerato in Cina come un fenomeno di "importazione", è compatibile con la visione generale della realtà, che è appunto di carattere immanentistico (dove panteismo -tutto è fatto di dio, perciò l’uomo è dio- e nichilismo - l’uomo è nulla- sono estremi che si toccano).

Una religiosità senza Dio In una parola, un po’ brusca ma non fuorviante, la radice della cultura tradizionale cinese è atea (e questo a prescindere dal recente periodo comunista e dal suo furore antireligioso). Tant’ è vero che le svariate forme di religiosità che si rilevano sul terreno (con una diffusione sorprendente, che è comunque indice di nostalgia dell’Infnito) non hanno mai "Dio" come punto di riferimento, bensì i vari budda piuttosto che gli antenati, oppure esseri mitologici piuttosto che simboli di virtù o di fenomeni naturali (fecondità, saggezza, prosperità eccetera), con un "chiodo fisso" che fa da denominatore comune di riti, culti e preci: la longevità. Il che la dice lunga circa il sentimento che domina la coscienza profonda dell’uomo cinese: la paura della morte (superstizioni legate al tema della morte continuano a essere diffusissime a tutti i livelli della popolazione: basti l’esempio del rifiuto -che si è disposti a pagare caro - di targhe d’automobile che contengano la cifra 4, la cui dizione cinese coincide appunto - tono a parte - con quella della parola"morte").

Se non c’è “persona” c’è solo potere Ne emergono due dimensioni culturali decisive, che attraversano tutte le epoche della storia cinese, dalle dinastie imperiali più antiche fino al maoismo contemporaneo. Potremmo definire la prima "assenza della persona" e la seconda "centralità del potere". Due dimensioni che si implicano reciprocamente. Che l’individuo umano sia "persona", abbia cioè un valore intangibile e centrale nell’universo e nella storia, è per noi occidentali un dato acquisito. Ma tutto ciò nasce all’interno della rivelazione cristiana, che svela il rapporto diretto dell’io umano con il Mistero che lo fa, lo ama, lo salva. Una vera traduzione di questa parola (persona) non esiste in cinese, come non esiste, ad esempio, una parola originale per esprime il concetto di "perdono" (essenza stessa del rapporto tra il Dio ebraico-cristiano e la sua creatura umana). Il "potere", come vero centro motore (dio) della civiltà cinese, va inteso come il dominio di chi è "sopra" su chi è "sotto", a tutti i livelli e in tutti gli ambiti sociali e politici, dalla famiglia fino allo Stato.

Si traduce ad esempio nel fatto che i figli tentano di nascondere le proprie aspirazioni e i propri progetti agli stessi genitori (per non essere ostacolati da chi ha potere su di loro), come nel fatto che l’"imperatore" di oggi, lo Stato neocomunista, può permettersi da un giorno all’altro di deportare interi villaggi per consentire il pasaggio di un’autostrada (il potere assoluto dell’imperatore si è espresso fino all’ultima dinastia anche con la terribile usanza di portarsi vivi nella tomba gli artigiani che la dovevano sigillare e ne conoscevano la mappa segreta). Oppure può andare a ledere impunemente diritti fondamentali della persona, come il rispetto della vita o l’autonomia della famiglia: per tenere sotto controllo lo sviluppo demografico lo Stato favorisce l’aborto e impone da tre decenni la regola del figlio unico, la cui violazione è punita con multe che possono rovinare una famiglia povera, come sono a tutt’oggi la maggioranza delle famiglie cinesi.

Bisogna aggiungere che un simile cumulo di disumanità (e di ingiustizia sociale, giacché oggi ancora il divario tra chi ha potere e chi non ne ha, tra ricchi e poveri in particolare, resta colossale, alla faccia dei 60 anni di "dittatura del proletariato") non può essere retto a lungo da nessun popolo senza dare luogo a rivolte e insurezioni. Che infatti puntualmente sono esplose durante tutta la storia cinese, soprattutto ai cambi di dinastia, provocando bagni di sangue di dimensioni per noi inconcepibili (dell’ordine, ogni volta, di decine di milioni di morti). Anche l’attualità registra manifestazioni di piazza e proteste pubbliche (circa 200 ogni giorno: si veda il "GdP" di ieri a p.19) che rivelano il disagio popolare profondo che cova scoppiettante sotto i picchi sempre più alti di Pil scalati dall’economia cinese globalizzata. Disagio sociale represso ma soprattutto mantenuto dal potere accuratamente nascosto ai circuiti turistici e a quelli mediatici.

Matteo Ricci e gli uomini d’affari
Cosa può penetrare un mondo così chiuso nella sua fierezza autosufficiente (perché comunque si tratta di una raffinata civiltà millenaria)? Da dove può iniziare un vero incontro e un vero dialogo con altre culture e civiltà, che aiuti anche quella cinese a migliorarsi e a umanizzarsi? Dal cuore dell’uomo. E il cuore dell’uomo è tutto in attesa di uno sguardo che, amandolo totalmente, lo riveli a se stesso. E’ lo sguardo di Cristo, che si incontra e si trasmette per grazia attraverso quello di uomini comuni che sono stati "presi", nel Battesimo, da Lui.

Ma, come capiva bene Matteo Ricci, la proposta cristiana (quello sguardo atteso ma imprevedibile su di sé, che cambia la vita) viaggia sul veicolo degli scambi economici e culturali, che sono quelli che spingono gli uomini ad incontrarsi. Non bisogna averne paura, tutt’altro, ma occorre che i protagonisti di questi scambi e di questi affari siano uomini coscienti e responsabili della ricchezza ricevuta. Purtroppo oggi noi europei, normalmente, non lo siamo affatto: non portiamo con fierezza la cosapevolezza che il benessere e la tecnologia che tutte le altre civiltà ci invidiano hanno origine nella fede cristiana. E di conseguenza non solo non testimoniamo la fede ma ci presentiamo incerti e tremebondi anche rispetto al valore della nostra cultura occidentale e del nostro benessere.

Matteo Ricci destava la meraviglia dei mandarini cinesi con le ultime "diavolerie" della tecnologia e della cultura europee, come gli orologi o i mappamondi, e ne conquistava la stima palesando una conoscenza perfetta della lingua e della cultura cinese, segno di una curiosità, di un’attenzione, di un affetto per il "diverso" del tutto sconosicuti ai suoi interlocutori. E non taceva la scaturigine di questo "centuplo quaggiù": il cristianesimo. I nostri uomini d’affari, e accoliti politici e intellettuali, hanno la stessa coscienza (se non la stessa fede, almeno il desiderio di ri-conoscerla), la stessa curiosità, la stessa fierezza di sé e della propria identità?

Un nuovo “meticciato”?
Se l’avessero porrebbero anche delle condizioni ai loro interlocutori cinesi e partner in affari (sui valori "non negoziabili" di cui parla spesso Benedetto XVI: vita, famiglia, educazione). Strapperebbero delle condizioni sociali e degli spazi di libertà decisivi per il popolo cinese sulle cui schiene avviene l’implementazione degli accordi (rispetto ai colleghi europei, molti uomini d’affari americani sembrano più inclini a porre queste condizioni; e forse anche per questo la presenza protestante in Cina è numericamente assai più forte di quella cattolica). Soprattutto potrebbe accadere - per usare un’immagine - qualcosa di simile a quel che accade ancora oggi quando nei siti archeologici si porta alla luce una di quelle statue di terracotta dei guerrieri di Xi’an che per secoli sono rimaste sepolte dentro l’immensa tomba dell’imperatore: in pochi istanti i colori svaniscono, ma la statua rimane nella sua forma, bisognosa di restauri.

L’entrata in scena di un cristianesimo comunicato da persona a persona potrebbe far dissolvere improvvisamente e senza bagni di sangue l’eredità di un potere assoluto e spietato che domina sui popoli cinesi e minaccia, con la forza dei suoi numeri, di estendere la sua egemonia sul mondo intero. E potrebbe nascere, nel tempo, un nuovo "meticciato" di civiltà, tra quel che di buono e strordinario ancora veicola la nostra cultura occidentale e quel che di buono e straordinario racchiude in sé questo mondo cinese così "totalmente diverso" dal nostro.
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