venerdì 19 ottobre 2007

UNA RIFLESIONE SU ELUANA ENGLARA

5745 giorni di vita
Eutanasia - gio 18 ott

Dott. Eraldo Ciangherotti
Presidente C.A.V.-ingauno
Vice Presidente MpV Liguria

....non importa ricordare che la vita umana meriti rispetto perché è prima di tutto un diritto naturale indisponibile per nulla paragonabile al diritto di morire, che non esiste nella nostra Costituzione. Ciò che importa è creare una norma, una norma per la quale sia lecito staccare la spina a due condizioni:....


Una ragazza, Eluana Englara, da oramai 5745 giorni in stato vegetativo persistente e permanente a seguito di un incidente; un papà, Giuseppe, dal 1992 impegnato nella battaglia giudiziaria per ottenere l'eutanasia della figlia; una madre, ammalata, che vive in disparte la situazione e che in nessun giornale ha mai preso la parola. Un quadretto familiare ben lontano dalla favola di una famiglia felice, eppure una situazione vera, di grande umanità che richiede profonda attenzione.

Si chiede che venga staccata la spina ad Eluana, per ribadire la sacralità non della vita ma dell'autonomia decisionale, all'insegna della libertà di scelta dell'individuo. Non importa oggi al senso comune della gente e dei mass media che quella ragazza sia tenuta in vita con il minimo indispensabile che spetta a tutti e cioè cibo e acqua; non importa che in quel letto al secondo piano della Casa di cura sezione ortopedia in riabilitazione dell'Ospedale di Lecco ci sia una vita umana di cui non sappiamo nulla e di cui non possiamo prevedere nulla di fasto o nefasto con assoluta certezza; non importa ricordare che la vita umana meriti rispetto perché è prima di tutto un diritto naturale indisponibile per nulla paragonabile al diritto di morire, che non esiste nella nostra Costituzione. Ciò che importa è creare una norma, una norma per la quale sia lecito staccare la spina a due condizioni: quando lo stato vegetativo sia irreversibile, in base ad un decoroso apprezzamento clinico e quando tale istanza sia realmente espressiva della voce del paziente. La dignità della persona a questo punto rischia di diventare un criterio soggettivo, ad personam, escluso e lontano dal buon senso comune della ragione ma radicato nella coscienza e nel sentimento di ciascuno. Trova largo consenso nella maggioranza della gente oggi, grazie anche al caso pietoso, l'idea dell'eutanasia per due ragioni: perché la medicina attuale arriva a mantenere in vita le persone in condizioni estreme e considerate talvolta di pura sopravvivenza, e perché le persone sane hanno paura e più spesso avversione rispetto alla sofferenza, al dolore e alla malattia: è facile così arrivare preventivamente a rinunciare a vivere e chiedere di morire, per non affrontare trattamenti clinici che, fuori dal vissuto concreto di una malattia sulla propria pelle, appaiono sempre oltre misura e inaccettabili. Il diritto alla morte, se verrà sancito, implicherà un dovere e a un diritto richiesto in tal senso dovrà corrispondere un dovere medico di garantire la morte. Tutto ciò vorrebbe essere pietra miliare, nel nuovo millennio, della rinnovata libertà del cittadino, ma da ciò bisogna stare attenti: la vera libertà, come valore da difendere, tutelare e riconoscere a livello sociale, non può essere la pura autodeterminazione, perché la vita e il rispetto della vita, dal concepimento fino alla morte naturale, sono condizioni necessarie per l'esistenza e la sopravvivenza della società stessa. Se non ho titolo io, da persona sana, di affermare che Eluana abbia dignità di vivere, anche se alimentata e idratata da un sondino naso gastrico, allora chiedo che diritto abbiano Beppino Englara, Mina Welby e Marco Riccio per dire che rispettare la vita sì, ma a certe condizioni umanamente favorevoli, per il bene del paziente e per ragioni di compassione. La vita non è oggetto o merce di scambio, ma è il modo di essere di tutti e ciascuno, anche di Eluana Englara.



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