mercoledì 10 ottobre 2007

ACCOGLIERE PER EDUCARE

ACCOGLIERE PER EDUCARE - Marco Mazzi

CONVEGNO NAZIONALE FOAM - ROMA 26 Ottobre 2006
Intervento di Marco Mazzi
CONVEGNO NAZIONALE “ACCOGLIERE PER EDUCARE” Roma, 26 ottobre 2005



Marco Mazzi: ringrazio per questa occasione. Io sono il Presidente dell’Associazione “Famiglie per l’accoglienza” e il primo pensiero, il primo contributo che volevo portare in questa giornata è ricordare una storia, la storia di una bimba che si chiama Giulia. Era stata per due anni in Istituto, abbandonata perché era una bambina down. E’ arrivata come segnalazione sul tavolo delle nostre operatrici sociali e, come sempre facciamo, è stata presentata come richiesta di accoglienza agli incontri delle nostre famiglie, la richiesta che qualcuno trovasse in lei quel bene che valeva la pena di condividere per tutta la vita, per viverlo insieme tutta la vita. Quel bene che - senza giudicare, perché abbiamo imparato nella nostra storia a non giudicare mai le singole persone - quel bene che chi le aveva dato la vita non era stato in grado di riconoscere in lei.

E ad uno dei nostri incontri una famiglia normale, anzi per certi versi una famiglia che veniva da una storia particolare (lei aveva militato negli extraparlamentari di sinistra, lui aveva tutta una storia di disagio, ma con una grande domanda dentro) ha detto sì. Quasi come uno di quei lampi che illuminano poi chi li vede, illuminano il cuore delle persone che li conoscono: “proviamo a vedere se la nostra famiglia può essere la famiglia di questa bimba”. E così, con tutto un percorso di valutazione da parte dei servizi sociali e di accompagnamento da parte di noi amici, questa bimba ha trovato una casa, ha trovato i suoi genitori, è cresciuta con tutta la sua letizia e adesso, che studia giardinaggio, tutte le volte in cui ci troviamo lei porta qualche fiore.

Ecco decine di volte lo stesso sì è stato ridetto in questi ultimi anni da parte di famiglie che si riuniscono nell’amicizia di “Famiglie per l’accoglienza”. Sì detti a favore di bambini, di minori che erano ospiti di Istituti. Ecco perché il contributo, anche di contenuti, anche di richieste che voglio portare oggi parte dall’esperienza di quello che è accaduto, dal riaffiorare, in me e in tanti altri, di volti, di storie, piccole e grandi, a volte faticose, ma vere in cui tanti minori hanno trovato una famiglia e dal desiderio che queste esperienze siano sostenute, siano conosciute, siano ri-conosciute.

In questo senso la scadenza del 31 dicembre 2006 è un’ importante occasione per rivedere le politiche sociali, locali e nazionali, nonché le azioni messe in atto nell’intera società a favore dei minori delle famiglie. Azioni e strumenti che promuovono e sostengono i soggetti capaci di realizzare queste risposte e sicuramente tra questi soggetti in primo luogo si pone la famiglia, risposta privilegiata ai bisogni dei minori in difficoltà.

Non sempre esiste una consapevolezza adeguata di questo, basta vedere i dibattiti culturali cui prima si accennava. Basta vedere la fatica a sviluppare una politica reale non meramente assistenziale.
Tante volte, quando si parla di famiglia, si parla di problema da risolvere, non di qualcosa che permette invece alla famiglia di vivere ed esprimere le proprie potenzialità. Per famiglia noi intendiamo il legame (stabile) che si stabilisce fra un uomo e una donna, che nasce da una capacità di accoglienza, che genera un’unità che coinvolge la totalità delle loro persone, totalità che abbraccia lo spazio e il tempo. E val la pena di ricordare come questo legame è pubblico.

È riconosciuto dalla normativa vigente a partire dalla costituzione e da essa derivano diritti e doveri. Di cosa ha bisogno un bambino per crescere?

Di quello che, tante volte, gli Istituti non possono dare, ha bisogno di adulti che si prendano cura di lui, delle sue esigenze materiali sicuramente ma soprattutto che lo introducano alla realtà offrendogli un’ipotesi positiva di significato, per cui val la pena vivere. Ha bisogno quindi di un rapporto educativo e l’educazione implica inevitabilmente una dimensione affettiva di vero amore.

Appunto, un dono di sé. E non c’è dubbio che il luogo naturale dove nella nostra civiltà questo avviene è la famiglia, senza idealizzare, senza dimenticare che - essendo fatta di persone - può essere affetta da tutti i limiti umani. Essa è per antonomasia il luogo dove ci si prende a cuore il bene dell’altro come bene in se, in modo gratuito e carico di affezione, sia esso il coniuge, sia il piccolo, sia l’anziano, sia l’ospite come tante volte nelle nostre esperienze di “Famiglie per l’accoglienza” è accaduto. E poi per il bambino - visto che di bambini, di minori parliamo - la possibilità di identificarsi come soggetto unico e irripetibile è strettamente legata all’esperienza di vivere un legame accogliente in cui sperimenti un rapporto di appartenenza, un legame che si sviluppi nel tempo di tutti i giorni, dentro un luogo preciso, fatto di sguardi, di ritmi, di dialoghi, proprio dentro quella specifica dimora, un luogo dove ciascuno è messo quotidianamente a confronto con la diversità pur con il bene dell’altro. Ecco che, in questa accoglienza e unità stabile, la famiglia diviene capace di fecondità sia come generazione di nuove persone, sia come diffusione attorno a sé della propria esperienza di gratuità, di creatività e di responsabilità sociale. Possiamo quindi dire che essa è un soggetto sociale portatore di una progettualità propria e che è in grado di sviluppare in modo peculiare. Ma l’esperienza ci insegna anche, come si diceva prima, che la famiglia da sola fatica a vivere, a svolgere questo compito complessivo fin qui descritto, in particolare a vivere l’esperienza dell’accoglienza. È difficile che possa tenere nel tempo con motivazioni ed energia adeguata.

Io ho presente tante esperienze in cui alcune famiglie hanno cambiato tutto di loro stesse per accogliere un bambino, per accogliere la sua famiglia di origine. Ma ecco che questi gesti rimangono isolati, rimangono nello stretto ambito di chi li conosce. Non raggiungono la visibilità, l’incidenza che sarebbe importante che raggiungessero. Ecco l’Associazione “Famiglie per l‘accoglienza” è partita, come tante altre, proprio da questa consapevolezza.

Ci siamo messi insieme per una amicizia operosa che ha permesso un cammino di crescita e di consapevolezza per le nostre persone nel vivere la famiglia come luogo di gratuità, un cammino di condivisione del bisogno di chi si incontra accogliendolo nelle proprie case.

E così la storia si è diffusa, allargandosi sostanzialmente per un fascino, per un contagio di famiglia in famiglia fino a provocare la libertà di migliaia di famiglie. Centinaia di gesti sono stati fatti: oggi in tutta Italia ce ne sono in atto 500, in particolare a favore di minori ma anche di adulti, di anziani; gesti che vedono protagoniste famiglie normali, la cui energia non sta in una formazione a tavolino, ma nell’esperienza di essere accompagnati, nella coscienza di essere un luogo di gratuità, nella libertà, tante volte nel rischio di mettersi in gioco accogliendo l’altro senza pretese e senza presunzione.

Diverse sono le funzioni che come associazioni svolgiamo a favore delle nostre famiglie, delle nostre famiglie aderenti: dai percorsi formativi (in particolare sull’affido, sull’adozione), all’aiuto nella vita quotidiana, al sostegno educativo, al ricordare le ragioni e la grandezza di quel sì detto all’inizio e che nel tempo può tendere a venir meno. Fino ad arrivare a dare un supporto con i nostri operatori. Il nostro metodo mira a potenziare il soggetto, la famiglia, a renderla cioè consapevole e protagonista, capace di prendere iniziativa, sempre più in grado di farsi carico delle persone condividendone la condizione di bisogno.

La legge sull’associazionismo di promozione sociale in particolare ci ha permesso di accedere a un riconoscimento e a un sostegno economico senza il quale molte iniziative sarebbero state irrealizzabili, convegni, campagne di sensibilizzazione, percorsi di formazione congiunta tra famiglie e operatori, percorsi di accompagnamento, sviluppati in una modalità non subalterna e questo sicuramente ha permesso lo sviluppo di una cultura della famiglia diversa, una cultura di accoglienza che non partisse solo dai contributi tecnici ma dall’esperienza sapienziale che le famiglie portano. Negli ultimi anni in particolare voglio menzionare - tra i vari progetti che abbiamo fatto e che ci è stata data l’opportunità di fare - un progetto che si chiama “una rete di punti famiglia”,

primo progetto nazionale finanziato dal fondo per l’associazionismo a favore di un’associazione di famiglie, che ha visto impegnate centinaia di famiglie in 20 città italiane, in 13 regioni, a sviluppare tutta la rete dell’attività che portiamo avanti come promozione dell’accoglienza e come capacità di rispondere ai bisogni dei minori. A questo punto volevo fare alcune richieste. Richieste che naturalmente sono per alcuni veri ideali, per altri versi più puntuali.

Una è quella della valorizzazione economica delle associazioni di famiglie. Guardando la nostra storia posso dire che abbiamo tratto vantaggio dalla partecipazione ai bandi, ma non basta. Bisogna arrivare a riconoscere che economicamente i servizi forniti come la sensibilizzazione all’accoglienza, la formazione delle famiglie, la diffusione della segnalazione in caso di un affido, il primo contatto con la famiglia disponibile, l’accompagnamento della famiglia che dice di sì all’abbinamento col minore che ha bisogno, il sostegno nell’affido, la valutazione in itinere del percorso. Per ora ci sono solo alcuni tentativi, cioè il fatto che alcuni Comuni hanno fatto delle convenzioni al riguardo.

Le associazioni di famiglia sono trattate in modo troppo strumentale dall’ente pubblico, che le vede come collaboratrici di quello che lui fa già. Seconda richiesta: la valorizzazione normativa delle associazioni di famiglie. C’è qualcosa (vedi la legge 149 del 2001) ma è ancora parziale, non distingue ad esempio i vari tipi di enti del privato sociale, quindi non sottolinea il diverso ruolo delle associazioni di famiglie rispetto ad altri organismi.

Mancano poi dei criteri unitari per le normative regionali che poi sono quelle che realmente incidono sulla politica dei servizi. Noi chiediamo la valorizzazione dell’appartenenza associativa della famiglia, come requisito di miglior qualità del suo impegno, del suo essere soggetto nel termine che dicevo prima. In questo senso vi sono diverse tipologie di associazioni di famiglie che fanno accoglienza, in particolare nell’esperienza dell’affido, con modalità operative diverse, frutto di percorsi peculiari e tutti da valorizzare.

È comunque nostra preoccupazione che tale appartenenza non pregiudichi il ruolo di protagonista educativo ed anche affettivo che la famiglia ha. Non vogliamo puntare a famiglie professionalizzate al punto da non distinguersi più dagli educatori dipendenti di un qualche Ente del Terzo settore. In questo senso chiediamo che, anche nell’applicazione della legge 328, ci sia una maggiore sensibilità rispetto alle associazioni di famiglia.

Raramente vengono convocate ai Tavoli di lavoro, per esempio nell’ambito dei piani di zona. Di fatto vengono privilegiati come interlocutori le cooperative sociali o altre organizzazioni più orientate alla logica dell’impresa sociale. Volevo poi spendere due parole su un argomento profondamente legato alla chiusura degli Istituti, che è quello dell’affido famigliare.

L’affido famigliare è la principale modalità in cui le famiglie sono coinvolte nell’accoglienza dei minori presenti negli Istituti. Sicuramente ospitare un bambino in affido, anche se per breve tempo, vuol dire mettere a disposizione la propria casa, il proprio tempo, le proprie energie e prestargli attenzione, come si fa con un figlio proprio.

E in questo senso accogliere è stare con. E questo la famiglia lo può vivere come un’opportunità stimolante, anche se a volte faticosa. Essa si pone accanto per portare insieme, in un abbraccio temporaneo ma intenso, tutta la persona del minore a partire dalla sua ferita e dalla fatica che vive la sua famiglia.

Infatti l’affido è anche un aiuto alla famiglia di origine, sostenuta e accompagnata perché possa ritornare ad essere pienamente ciò di cui quel minore ha bisogno. Insomma noi riteniamo che questa esperienza sia educativa innanzitutto per la famiglia che la fa. La famiglia matura una competenza esperienziale che va riconosciuta ed implicata nell’azione a favore del minore.

Non di rado avviene invece che l’attribuzione della normativa di disporre l’affido ai servizi sociali venga interpretato in modo restrittivo, in chiave di centralità delle Istituzioni rispetto alla famiglia, secondo un modello che ritiene preminente l’azione dello Stato come titolare dei bisogni, erogatore di servizi e garante delle risposte. Proprio per questo alcune associazioni di famiglie svolgono una funzione di mediatore quando non di difesa tra la famiglia e l’ente pubblico.

A questo punto quello che ci sentiamo di chiedere è che ci sia un forte riconoscimento del ruolo della famiglia affidataria.
Non è una mera risorsa al servizio, ma una coprotagonista.

In particolare va sottolineata l’importanza di un progetto educativo che si traduca in una progettazione personalizzata, condivisa dalla famiglia affidataria, che va pertanto coinvolta nella sua formulazione. Questa progettualità personalizzata è requisito necessario per un minore allontanato dalla propria famiglia sia per esigenze di tutela sia di sviluppo e crescita. Occorre cioè un lavoro concertato che veda sì il servizio ma anche la famiglia affidataria e, là dove possibile, anche la famiglia di origine e il minore se costui è in grado di poter dare il suo contributo.

Poi chiediamo la valorizzazione di questo ruolo che tante volte in modo nascosto le famiglie affidatarie svolgono a favore delle famiglie di origine. Quante volte nelle nostre esperienze accogliere un minore ha coinciso con accogliere la storia da cui lui veniva! Farsene carico ha voluto dire prendersi a cuore anche la famiglia da cui lui veniva.

Poi chiediamo che siano concordati e approvati nelle varie Regioni dei protocolli per idoneità all’affido, in modo da rendere più omogenee le pratiche sul territorio nazionale. La scelta dell’affido non deve essere determinata da motivi economici perché altre soluzioni sono più costose, ma per motivi ideali.

Anche per questo è necessario assicurare alla famiglia che accoglie adeguate risorse economiche e servizi. Non dappertutto le famiglie che fanno accoglienza ricevono un adeguato contributo, qualche volta non ne ricevono per nulla. In conclusione come accennavo all’inizio c’è una storia dietro a queste richieste, una storia di persone che erano estranee e sono diventate come figli, di famiglie come quella che domenica scorsa a casa mia ha detto di sì ad accogliere un bambino di colore cardiopatico ricoverato in un Istituto, una storia che chiede alle Istituzioni di essere valorizzata in una reale sussidiarietà.

Ci ha scritto due anni fa monsignor Giussani dopo i 20 anni di storia della nostra associazione: “Se il Signore si è chinato sui piccoli per segnare la strada ai grandi, voi che fate lo stesso siete resi segno di una novità che come onda si dilata in un movimento come inizio di una società più umana perché fatta di persone appassionate al destino degli uomini”. Ecco, ci interessa continuare a vivere questo. Grazie.
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