giovedì 18 ottobre 2007

CHI SALVERA' L'UOMO NUOVO

Il cardinale Camillo Ruini interviene nel dibattito sulle conseguenze etiche delle scoperte della biologia e mette in guardia da una scienza che voglia dire l’ultima parola sul mondo. «Viviamo una svolta storica, che va incoraggiata, ma senza negare a Dio il suo posto»
Chi salverà l’uomo nuovo?
Un esempio di mano artificiale costruito al Mit di Cambridge, in Massachusetts.
DI CAMILLO RUINI


tecnica e libertà

Vorrei tentare di scandagliare le motivazioni più profonde del­l’emergenza educativa, che è sotto gli occhi di tutti e che riguarda moltissimi Paesi, gran parte dei quali hanno il cristianesimo tra le principali matrici della loro cultura.

L’educazione e la formazione della per­sona, non entrando qui nella questione della differenza tra le due nozioni, han­no anzitutto e necessariamente a che fare con la persona stessa, ossia con l’uomo, inteso nel senso di essere uma­no, comprensivo della differenza tra uomo e donna.

Quando dunque non è chiaro, o cambia profondamente il sen­so che attribuiamo alla parola 'uomo', e ancor più radicalmente quando, co­me è oggi il caso, entra in gioco la possi­bilità, almeno ipotetica, di un cambia­mento, per nostra iniziativa, dell’essere dell’uomo, non possono non entrare a loro volta in crisi, o comunque in gran­de movimento, tutti i parametri educa­tivi.

Se guardiamo alle coordinate culturali che caratterizzano il nostro tempo, e che appaiono esse stesse in rapido mo­vimento, siamo pressoché obbligati a riconoscere che ci ritroviamo in una ta­le situazione.

All’origine e alla guida di essa sta chiaramente la razionalità scientifico-tecnologica: un suo aspetto recente, in veloce sviluppo e particolar­mente incisivo, è l’applicazione all’uo­mo delle biotecnologie, che rimangono comunque completamente all’interno del cammino globale della razionalità scientifico-tecnologica, in un’interdi­pendenza che riguarda non solo le pos­sibilità di sviluppo nei singoli campi ma anche la direzione di marcia complessi­va.

Così, ad esempio, le biotecnologie e le neuroscienze hanno molto a che fare con l’informatica, ivi compresi gli svi­luppi delle cosiddette 'intelligenze arti­ficiali', mentre per un altro verso l’at­tuale biologia umana è difficilmente concepibile al di fuori del quadro gene­rale dell’evoluzione biologica, che a sua volta si pone in stretta continuità con l’evoluzione cosmica.

Il risultato che sembra emergere, ri­guardo all’uomo, dal convergere di questi fattori è quello, da una parte, di una riconduzione del soggetto umano – ma nel linguaggio dei biologi si parla piuttosto della specie homo sapiens sa­piens
– all’interno del macroprocesso e­volutivo, con la tendenza a considerare decisiva la continuità del processo stes­so rispetto alle differenze che si genera­no al suo interno. Così i caratteri propri della nostra specie, in ultima analisi l’intelligenza e la libertà, non vengono certo negati, ma considerati semplice­mente sviluppi e affinamenti ulteriori di capacità cerebrali evolutesi progres­sivamente: nella stessa definizione clas­sica dell’uomo come animal rationale,
la differenza specifica rationale finisce per perdere quel rilievo di insormonta­bile differenziale ontologico che le è ap­partenuto nella nostra civiltà.

D’altra parte però, guardando non al passato ma al presen­te e al futuro, l’accento si sposta di nuovo su ciò che appartiene all’uomo in esclusiva, nel senso che le capacità scientifico-tecnologiche da lui acquisite sono giunte ormai a una fase del loro sviluppo che parrebbe consen­tire un potenziamento radicale della nostra specie, il suo miglioramento e anche il suo superamento, in un pro­cesso evolutivo il cui propulsore non ri­siederebbe più nella natura ma nell’in­telligenza umana, più precisamente nell’intelligenza scientifico-tecnologi­ca, e i cui ritmi di sviluppo sarebbero per conseguenza non quelli lentissimi della natura ma quelli rapidissimi della tecnologia.

Così proprio quell’intelli­genza che viene considerata frutto del­l’evoluzione cosmica e poi biologica si sostituirebbe in certo modo alla natura stessa, affermando un suo totale prima­to e dominio, il cui esito positivo e non distruttivo resta affidato, in ultima ana­lisi, soltanto a un uso corretto e ragio­nevole della nostra libertà.

Chi voglia a­vere un quadro sintetico, ma molto informato e assai ben organizzato, di queste prospettive sul nostro passato e sul nostro futuro può leggere il piccolo libro di Aldo Schiavone Storia e destino,
pubblicato quest’anno da Einaudi.

Viene spontaneo osservare che in que­sto modo il soggetto umano riacquista, in forma nuova e profondamente diver­sa, un’assai concreta centralità, almeno in quella parte dell’universo che oggi possiamo osservare in maniera suffi­cientemente particolareggiata e in cui non si incontrano altri viventi dotati di intelligenza. Nello stesso tempo si ri­propone il paradosso dell’uomo, in ter­mini diversi da quelli a cui ci ha abitua- to la tradizione cristiana ma in certo senso ancora più radicali, e sicuramen­te ben più problematici: l’uomo infatti finisce per essere quello 'snodo' nel quale un universo che non è altro che materia-energia diventa razionalità, e in qualche modo responsabilità e li­bertà, che assume il controllo totale della stessa materia-energia.

Varie altre domande si pongono riguar­do a una tale maniera di concepire e spiegare l’uomo e il suo posto nel mon­do. Anzitutto quella se possa assumersi come decisivo criterio esplicativo sol­tanto la stretta connessione che indub­biamente esiste tra i processi mentali e il funzionamento dell’organo cerebrale, oltre che il formarsi di questo organo attraverso i processi evolutivi, senza prendere in altrettanto seria considera­zione un approccio diverso, che parte dall’esame delle 'prestazioni' di cui so­no capaci la nostra intelligenza e la no­stra libertà, in concreto da quella capa­cità di produrre cultura che è propria ed esclusiva dell’uomo e che ha dato luogo, attraverso i millenni, a uno svi­luppo gigantesco e sempre crescente, all’interno del quale emergono 'punte' estremamente significative, come l’atti­tudine ad assumere responsabilità eti­che, il rigore e l’efficacia del pensiero logico, la creatività estetica.

Si tratta certamente di un approccio in ultima analisi filosofico, che risale al pensiero classico, ma questo non è un motivo sufficiente per ritenerlo irrilevante, a meno di postulare che l’unica forma di conoscenza attendibile sia quella che ci viene attraverso la razionalità scientifi­co- tecnologica, con un ragionamento che in realtà è a sua volta di tipo filoso­fico e si è da tempo rivelato privo di consistenza.

Un’ulteriore domanda nasce intorno al­l’ottimismo con il quale spesso si guar­da alla capacità della razionalità scien­tifico- tecnologica di assumere la guida dei processi di trasformazione dell’uo­mo e di assicurarne esiti positivi e be­luppi.

«Al nichilismo che sembra insidiare i giovani d’oggi, non basta indicare, come fa Galimberti, il ritorno alla 'misura greca'.
Il loro desiderio di assoluto è una conquista del cristianesimo che difficilmente può essere messa a tacere»


nefici, dimenticando che questa razio­nalità prescinde, per il suo stesso im­pianto metodologico, dai problemi del significato e dei fini della nostra esi­stenza. Inoltre, e più concretamente, questa razionalità si incarna nell’insie­me degli uomini che fanno ricerca e in­teragisce sempre più intensamente con tutti gli enormi interessi economici, po­­litici, e anche ideologici, che sono colle­gati con i grandi e rapidissimi sviluppi scientifico-tecnologici.

Queste e altre possibili domande non devono però farci perdere di vista un dato di fondo: rima­ne vero che è incominciata, con l’applicazione all’uomo delle biotecno­logie e con tutti gli altri sviluppi tecno­logici connessi, una fase nuova della nostra esistenza nel mondo, della quale siamo solo agli inizi e che appare desti­nata ad accelerarsi e a produrre effetti estremamente rilevanti e potenzial­mente pervasivi di ogni dimensione della nostra umanità, effetti che oggi è ben difficile, per non dire impossibile, prevedere nei loro concreti esiti e svi-

È ugualmente vero che questa nuova fase non appare arrestabile: di più, essa, per quanto impegnativa e ca­rica di rischi, va sinceramente favorita e promossa, perché rappresenta uno svi­luppo di quelle potenzialità che sono intrinseche all’uomo, creato a immagi­ne di Dio. Occorre però liberarsi da una visione deterministica degli sviluppi che ci attendono: in quanto opera del­l’uomo, e non astrattamente delle tec­nologie, essi possono e devono essere orientati in modo che vadano a favore, e non a detrimento, dell’uomo stesso.

Siamo rimandati così al senso della parola 'uomo', al valore che attri­buiamo al soggetto umano, in noi e nel nostro prossimo, al modo in cui viviamo e all’uso che facciamo della nostra libertà. Quella dell’uomo, in­fatti, non è mai una questione soltan­to teoretica, ma sempre anche decisa­mente pratica, nella quale entra in gioco il tutto di noi stessi, con la no­stra intera soggettività: ben diverso, ad esempio, è vivere come se l’uomo fosse soltanto una 'sporgenza' della natura, o avesse invece una dignità inviolabile e un destino eterno. Nes­suno pertanto può pretendere di co­noscere davvero l’uomo per una via puramente 'neutrale', oggettiva e 'scientifica':

gli sfuggirebbe quello che è proprio dell’uomo, il suo essere soggetto e non soltanto oggetto.
In concreto, per orientare a favore del­l’uomo la nuova fase che si sta aprendo, è dunque molto importante quale im­magine, quale ideale e quale esperienza vissuta dell’uomo portano con sé quan­ti lavorano direttamente nel campo del­le biotecnologie e degli ambiti scientifi­ci ad esse collegati, e alla fine è ancora più importante l’immagine e l’espe­rienza dell’uomo che prevale nello spa­zio complessivo della cultura e della so­cietà, a livello di una nazione, di una ci­viltà e ormai sempre più dell’intera u­manità. (...) La difesa dell’uomo assume un rilievo concreto che cresce esponenzialmente adesso che diventa possibile la sua tra­sformazione attraverso le biotecnolo­gie. Non dobbiamo temere, insistendo in questa difesa, di essere di nuovo in ritardo sui tempi. In primo luogo non si tratta infatti, per la fede cristiana e per la Chiesa, di un’opzione provviso­ria e rinunciabile: come ha affermato Benedetto XVI nell’omelia all’ordina­zione episcopale dello scorso 29 set­tembre, «cosa si potrebbe dire e pensa­re di più grande sull’uomo del fatto che Dio stesso si è fatto uomo?». Pro­prio questo costituisce «la pienezza del tempo» (Gal 4,4) e in questa pienezza l’uomo trova il suo posto definitivo e la forma più alta possibile e umanamen­te impensabile di unione con Dio, nel­la persona del Figlio. Sta qui la ragione di fondo per la quale la grandezza del­l’uomo, insieme alla sua fragilità, la sua collocazione storica ma anche e­scatologica, non possono essere consi­derate semplicemente come un assun­to teologico modificabile e ridimensio­nabile a seconda degli sviluppi storici, come lo sono invece altre affermazioni teologiche che pure sono apparse per lungo tempo indiscutibili.
Negli anni ’60 ebbe un’effimera fortuna la 'teologia della morte di Dio', che cercava di venire a patti, in forme e mi­sure diverse, con l’ateismo. Ugualmen­te effimero sarebbe il destino di un pensiero cristiano che volesse incorpo­rare la 'morte dell’uomo', oggi soprat­tutto per accordarsi con certe interpre­tazioni, attualmente assai diffuse, del significato e dei risultati più o meno prevedibili dell’applicazione all’uomo della razionalità scientifico-tecnologi­ca.

Ènoto e sostanzialmente acquisito che questa razionalità, finché ri­mane sul suo piano, non può por­si il problema di Dio, a motivo dei pro­pri intrinseci limiti metodologici, che sono la condizione stessa dei suoi gran­di successi: in questo senso si può par­lare legittimamente di un suo 'ateismo metodico'. Non di rado però, con moti­vazioni che possono essere tra loro as­sai diverse ma che in larga misura si ri­conducono alla tendenza della ragione umana ad essere autosufficiente, si passa dall’ateismo metodico a quello contenutistico, e a volte programmati­co, o almeno – e più spesso – a posizio­ni agnostiche, ritenendo di potersi ri­chiamare per questo alla razionalità scientifica, ma lasciandosi guidare in­vece da sue interpretazioni talvolta i­deologiche.
(...) È uscito in questi ultimi giorni, presso Feltrinelli, un libro di Umberto Galim­berti che ha un titolo assai significati­vo:
L’ospite inquietante. Il nichilismo e i giovani. Esso riconduce il malessere che appare diffuso tra la gioventù a una causa culturale, l’atmosfera nichilista del nostro tempo. Non mi sento di as­sumere
in toto la descrizione assai preoccupata che Galimberti fa dello stato d’animo dei giovani, e non posso certo condividere la via d’uscita che e­gli indica, ossia il ritorno a una 'misu­ra' della vita tipo quella della grecità classica, ritorno motivato con il fatto che Dio sarebbe «davvero morto» e quindi sarebbe vana la ricerca di un senso in qualche modo assoluto della nostra esistenza. Rimane però il fatto che è difficile negare il legame tra gli a­spetti più inquietanti della vita nella nostra società – in particolare ma non unicamente tra i giovani – e la presenza pervasiva del nichilismo. (...) A mio modesto parere il nichilismo non costi­tuisce il nostro destino epocale non su­perabile positivamente, come ha rite­nuto Heidegger dopo Nietzsche, ma rappresenta pur sempre una specie di spirito del nostro tempo ( Zeitgeist), che si riconduce anzitutto a ciò che Nietz­sche ha denominato la morte di Dio.
Questa infatti sembra essere la vera ra­dice sia della 'transvalutazione' di tutti i valori sia del fenomeno complessivo del nichilismo: nel fare questa diagnosi Nietzsche è stato non solo il primo ma anche il più penetrante.


Diversamente da quel che pensa Ga­limberti, ed altri con lui, il ritorno alla misura greca appare d’altronde assai poco praticabile, perché due millenni di cristianesimo hanno risvegliato in maniera difficilmente sopprimibile quella nostalgia di un senso assoluto che è al fondo del nostro essere di uo­mini, e anche perché quella 'nuova fa­se' in cui sta entrando la nostra esisten­za sulla terra sembra richiedere un at­teggiamento ben più dinamico e aperto al futuro di quello che la 'misura' greca implica e sottintende. Proprio attraver­so le ombre del nichilismo, e per ten­tare di non rimanere prigionieri di es­se, siamo dunque rimandati ancora u­na volta al legame tra uomo e Dio.


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