martedì 2 ottobre 2007

GIORNATA INIZIO D'ANNO

Questi sono appunti stenografati quindi integrali naturalmente non rivisti dal relatore.

Intervento di Carron:

Come ha ricordato Giancarlo, l'anno scorso tutto girava intorno alla sfida lanciata da Papa Benedetto sulla questione della “ragione”, “allargare la ragione”. Abbiamo concluso l'anno con gli Esercizi della Fraternità richiamando alla religiosità, a quella insistenza accanita di Gesù sulla religiosità. Le due cose si illuminano a vicenda. Cosa vuol dire “allargare la ragione”?



Non vuol dire altro che vivere la religiosità cioè riconoscere il Mistero. E che cos'è la religiosità? La cima della ragione, perciò la ragione non compie la sua vera natura di ragione se non si apre alla religiosità e la religiosità resta soltanto un sentimento se non coincide con la nostra natura razionale. Così diceva Giovanni Paolo II in un intervento poi aggiunto alla “Fides et ratio”. Quando il perché delle cose viene indagato con integralità alla ricerca della risposta ultima e più esauriente, allora la ragione umana tocca il suo vertice e si apre alla religiosità. In effetti la religiosità rappresenta l'espressione più elevata della persona umana perché culmine della sua natura razionale. E' questo che ci impedisce ridurre o la ragione o la religiosità a qualsiasi delle riduzioni in uso tra di noi, nella nostra cultura, che incidono anche tra di noi. Ma se la religiosità coincide, è l'espressione più elevata della natura razionale dell'uomo; la religiosità è la conoscenza del reale, non è qualcosa di “accanto” al reale. E' quella conoscenza vera, “fino in fondo” del reale. Se fosse qualcosa di “accanto” non me ne potrebbe fregare di meno. Ma questo è fondamentale perché noi scopriamo la religiosità non soprattutto dai gesti religiosi che facciamo ma da come noi ci mettiamo nel reale e viviamo il reale fino a riconoscere il Mistero presente. E questo ci fa capire perché questa insistenza di Gesù sulla religiosità. A volte tra di noi è come se il fatto dell'incontro cristiano bloccasse questa tensione a conoscere il reale nella sua totalità, è come se noi già “sappiamo”; abbiamo incontrato il Mistero presente in un incontro, non basta questo? Tant'è vero che non di rado troviamo tra di noi – come dirò dopo – non un desiderio di entrare di più nel reale ma fare una vita in un certo modo “accanto”. Per capire come l'incontro cristiano non semplicemente non blocca ma spalanca, perché rende possibile lo spalancarsi ultimo della ragione; basta guardare la stessa vita di Gesù. Non è che Gesù non ha dovuto fare il percorso della vita; non è che a Gesù essendo Dio è stato risparmiato qualcosa. Gesù ha vissuto tutte le difficoltà fino alla sofferenza e alla morte, come ci dice la lettera agli Ebrei “nei giorni della Sua vita terrena Egli offrì preghiere e suppliche, conforti, grida e lacrime a Colui che poteva liberarlo da morte. Pur essendo figlio imparò tuttavia l'obbedienza dalle cose che patì”. Imparò. Essendo figlio, imparò. “E' reso perfetto, Lui ha acquistato la Sua perfezione attraverso la vita, attraverso le cose che ha patito e divenne così causa di salvezza eterna per tutti coloro che gli obbediscono, essendo stato proclamato da Dio sommo sacerdote alla maniera di Melchisedek”. Questo si dice di Gesù, capite? Che qualche religiosità ce l'aveva.. ma neanche essendo figlio fu risparmiato, anzi è proprio attraversando tutto fino alla sofferenza e alla morte che è diventato Signore di tutto. Lui è entrato in possesso di tutto proprio “attraverso”, non “accanto”; tutto quanto Lui ha dovuto sopportare e subire. Cioè non è arrivato eludendo il reale ma attraverso il reale. Perciò l'insistenza sulla religiosità è per introdurci nella realtà nella sua totalità perché noi possiamo possedere il reale, il suo significato in un modo vero. Gesù -ci ha ricordato sempre Don Giussani -nell'Assunzione è diventato Signore della realtà, è arrivato fino alla radice delle cose, è arrivato attraverso la Sua vita: questo il valore della Sua vita, del tempo, della storia. Perciò dopo l'incontro con Lui non è che la vita si ferma, per noi. Lo sappiamo bene, ma non è che possiamo applicare certi concetti alla vita come risparmiandoci la strada da fare; anzi è quello che ci consente di farla. Non ce la risparmia, ci consente di farla nella Sua Compagnia, con la Sua potenza; è quello che dobbiamo cercare di capire: qual'è la strada da percorrere. Per questo Don Giussani – lo abbiamo letto e ci stiamo lavorando nella SDC che abbiamo ricominciato – dice: “Gesù Cristo è stato il tipo fisico concreto di questa nuova umanità. Si domandavano cosa mai pretendesse, tanto era come gli altri. Quando parlava usava parole e idee del Suo popolo eppure era un altro mondo che Egli rivelava, un mondo non certo estraneo all'uomo ma che l'occhio e il cuore della gente, dapprima ignari, si sentivano come nascere davanti e dentro di loro. In verità, in verità ti dico: se uno non nasce di nuovo non può entrare nella realtà vera. Non può entrare nella realtà, dice Gesù a Nicodemo. E – continua Don Giussani
– il cristianesimo è un nuovo modo di vivere questo mondo. E' un tipo di vita nuova, non rappresenta innanzitutto alcune esperienze particolari, alcuni modi, gesti accanto agli altri, alcune espressioni da aggiungere al solito vocabolario. Il cristiano usa il vocabolario che tutti gli uomini usano ma il significato delle parole, il peso è diverso. Il cristiano guarda tutta la realtà come chi non è cristiano, ma ciò che la realtà gli dice è diverso. Ed egli reagisce in modo diverso”. Per questo la nostra alternativa è proprio qui:
o fare dei gesti accanto agli altri, o fare certi gesti nostri accanto agli altri; o entrare nel reale. Se decidete il primo, io me ne vado; non mi interessa. Perché non è che tra di noi questo non capita. “Si fa perfettamente il Movimento” - mi scrive uno - “con tutto il suo spessore solo nei momenti religiosi cioè la SDC, gli Esercizi, le lezioni degli Esercizi di Rimini; ma fuori di questo non si condivide niente. Né gesti, né giudizi, né stare insieme come se fatto il compitino, la vita andasse de un'altra parte. Tale divisione succede anche nel gesto religioso stesso: nella SDC facciamo il lavoro e poi si mangia insieme ma il problema è che tale cena non c'entra niente col “prima”, ci si abbuffa e si parla di cose vane. E questo si vede nel modo con cui uno si mette davanti al reale, davanti alle persone. C'è chi si mette con uno schema sul reale. Attenti a loro, dicono quelli che stanno intorno, sono falsi. Invece per noi è stato un luogo di incontri umani affascinanti e pieni di prospettive, di Compagnia. Si può essere di CL e vivere in un certo posto col naso turato creandosi una vita “a parte”, soprattutto completamente privi dell'attrattiva del reale, che in questo caso significa una mancanza di stupore per loro e di passione per il Destino.. non sto parlando di lui, sto parlando di noi. E così è impossibile che uno possa correre alcun rischio umano. Lo sa, come noi sappiamo Cristo; basta applicarlo secondo uno schema. Oltre che noioso, non ha nessun interesse per vivere. Quel cristianesimo che a noi è stato proposto è quello che è un modo nuovo di vivere tutto, di entrare in tutta la realtà. Non è fare gesti accanto agli altri o un discorso accanto agli altri; tanto è vero che – come continua Don Giussani nella SDC che stiamo facendo – una lealtà profonda col suo ambiente caratterizza il cristiano, perché il posto che Dio gli ha affidato è dentro questo mondo, dentro le gioie e le fatiche là dove si è, nell'ambiente cioè, come dice la parola, in ciò che ci circonda. Ma questo brano del mondo in cui vive con intensa adesione il cristiano l'affronta secondo uno spirito e un cuore nuovi, nati non da sangue, non da volontà di carne, non da volontà di uomo ma dalla potenza di Dio. E' questo Gesù, non è venuto a risparmiarci il dramma del nostro rapporto con il reale ma a renderlo possibile, è diventato compagno per aiutarci ad entrare nel reale perché questo reale non si ferma. Per questo ci ha ricordato sempre Don Giussani, ce l'ha citata migliaia di volte la frase di Guardini “nell'esperienza di un grande amore tutto diventa un avvenimento nel suo ambito”, come noi sappiamo che succede, che quando uno si innamora tutto è illuminato -ci ricordava prima Giancarlo -il lavoro, il tempo libero, le fatiche: tutto ci parla di lui o di lei; cioè è quello che ci introduce di più al significato del reale, non che ci fa ritirare di più per soffocare e alla fine stufarsi e cercare un altro. La frase corrispondente a quella che cita di Guardini è quella di San Paolo, la stessa dinamica viene espressa da una frase entusiasmante di San Paolo -scrive Don Giussani -“Pur vivendo nella carne vivo nella fede del figlio di Dio il quale mi ha amato e ha dato se stesso per me”. Questo per me si dilata in tutto il mondo e cerca l'abbraccio del mondo perché tutti lo capiscano. “Pur vivendo nella carne”, per vivere il cristianesimo non ci è richiesto di rinunciare a qualcosa ma di cambiare il modo di rapporto con tutto “Anche i capelli del vostro capo sono contati”. “Pur vivendo nella carne” vale a dire nella situazione così come è, non come io mi aspetterei, non come io immagino. Cosi' come è, davanti alla ragazza che mi colpisce, nella famiglia in cui papà e mamma litigano sempre, si impegnano nel loro lavoro 12 ore al giorno, ammalato, incapace di fare tutto quello che occorre fare, distratto e smemorato. Tutto questo lo vivo nella fede del Figlio di Dio cioè appartengo a un Avvenimento – attenzione – a un'origine che cambia la modalità dello sguardo. Questo è allargare la ragione. La modalità dello sguardo diventa fede, cioè vivendo nella carne partecipo a un Avvenimento che mi rende capace di un'intelligenza nuova, più profonda e più vera nelle mie circostanze. Che cosa vuol dire il volto di una ragazza se guardare il volto di una ragazza secondo la carne significa che tutto si riduce a “mi piace o non mi piace, simpatia o non simpatia, faccio fatica o non faccio fatica”. “Pur vivendo nella carne vivo nella fede” vuol dire invece “affronto il rapporto con lei non con la mia misura ma con quello spalancarsi che ha reso possibile l'incontro con Cristo: lo vivo, questo rapporto, nella fede del figlio di Dio, nell'adesione a Cristo”. Senza questo amore a Cristo, senza questa passione per Cristo io riduco la mia ragione alla mia misura cioè al “mi piace o non mi piace”. Non è che Cristo ci impedisce qualcosa, ma lo rende possibile perché senza questo – è davanti ai nostri occhi – tutto si riduce a “mi piace o non mi piace”, alla mia misura. E allora quando io lo vivo con questo spalancarsi reso possibile da Cristo quella ragazza è, nella misura dell'attrattiva, il segno attraverso cui sono invitato ad aderire nella carne all'essere delle cose, a scendere nella realtà delle cose fino a dove le cose sono fatte. Non è “accanto” al reale che io mi incontro con il Mistero. Nel volto della ragazza che è segno attraverso cui io sono invitato ad aderire all'essere, a scendere nella realtà delle cose, perché non c'è nessuna evidenza più grande, non esiste niente di più evidente per un uomo che usi la ragione del il fatto che in questo istante io non mi faccio da me: io sono tu che mi fai, io sono un altro che mi fa ora. Il Mistero di Dio che mi genera è sceso così vicino a me da svelare la sua identità con la mia fattura, con il mio essere, con la mia consistenza. Per questo San Paolo dice “vivo non io, sei tu che vivi in me”, c'è un rapporto col Mistero che fa tutte le cose, c'è un rapporto con il Mistero diventato carne, uomo, Gesù, che è immensamente più umano, più mio, più immediato, più tenace, più tenero, più inevitabile del rapporto con chiunque: con la madre, con il padre, con la fidanzata, con la sposa, con i figli, con tutti e con tutto. Tutto infatti nasce da lì, non si fa da sé. Per questo la persona che ho davanti, chiunque sia, è e segna la strada seguendo la quale io arrivo a Cristo, al “tu” di cui ogni cosa è fatta; e perciò di essa ho stima, rispetto, l'adoro, posso adorarne il volto. Ma io adoro questo volto se cammino verso la fonte di ogni cosa, la fonte dell'essere, altrimenti è come disegnare una figura senza prospettiva, è una perfezione infantile, primitiva. “Pur vivendo nella carne vivo nella fede del figlio di Dio” questa è la definizione del cambiamento profondo dell'intelligenza e dell'espressione dell'uomo: mi inoltro alla radice del volto delle cose e giungo fino al punto in cui la cosa è un altro che la fa, è il “tu” che la fa, Cristo. Il Divino coincide così con la consistenza ultima del reale, dell'uomo. A me interessa conoscere il reale, fino lì. Allora come mi viene incontro il Mistero? Attraverso il reale: persone, avvenimenti, circostanze; ogni pezzo del reale è la modalità con cui Lui mi chiama perché ogni cosa è segno. Segno di chi? Di colui che è la radice, che ha preso possesso di tutto il reale. In Lui è tutta la consistenza. “Amore, amore ogni cosa conclama”, tutto diventa avvenimento nel suo ambito; tutto, non qualche pezzo del reale. Ma occorre un bel coraggio, amici, perché questo non diventi soltanto parole ma che poi in ogni circostanza uno abbia il coraggio di percorrere questo fino all'origine. Affrontare ogni cosa, ogni circostanza, ogni tribolazione fino al Mistero. E tutta la nostra fatica è proprio perché ci fermiamo prima. Per questo mi piace così tanto – e ringrazio la nostra Adriana Mascagni di questa canzone -“Il mio Volto” -perché ci dice il metodo, ci dice cosa vuol dire percorrere la strada della ragione. “Mio Dio, mi guardo ed ecco, scopro che non ho volto; guardo il mio fondo e vedo il buio senza fine” noi tante volte vediamo il buio e parliamo del buio e non è che dobbiamo far finta che non c'è il buio, non è che dobbiamo fare qualche pensiero spirituale sul buio, non è che possiamo far qualcosa “accanto” al buio; dobbiamo guardarlo in faccia. “Guardo il fondo e scopro il buio senza fine” ma che cosa non fa fuori il buio che io mi rendo conto del buio e allora quando mi accorgo che tu sei, quando mi accorgo che in questa circostanza brutta che sia non è fatta da sé, che quando passo un momento buio anche in quel momento io vivo e io anche nel buio non mi faccio da me e nel buio o nella chiarezza solare non mi faccio da me. E solo quando mi accorgo che “tu sei” come un eco risento la mia voce – abbiamo cantato – cioè quando mi rendo conto che io sono arrivato non al buio ma a quello che è più profondo del buio, che “tu sei” di fatto mi rendo conto che io rinasco come il tempo dal ricordo. E tutte le chiacchiere che facciamo intorno al buio non lo fanno fuori, lo fa fuori questo riconoscimento, questo andare fino in fondo a questo “tu”. E chiunque di noi ci volesse risparmiare questo, rimarrà nel buio. Per questo questa strada non ce la possiamo risparmiare, nessuno ce la può risparmiare, e per questo Cristo è andato fino in fondo al buio, perché noi possiamo guardare tutto. Per questo, altro che uno sforzo intellettuale, è semplicemente il riconoscimento del reale secondo tutti i fattori. Ma perché facciamo così tanta fatica e ci sembra che riconoscere il Mistero è ridotto ad uno sforzo di pensiero? Se per sforzo di pensiero si intende usare la ragione, sì: occorre far qualcosa; ma se per sforzo di pensiero si intende che è creazione del mio pensiero no, perché io anche nel buio non mi faccio da me. Perché ci sembra che è creazione del nostro pensiero questo tu? Perché siamo abituati a farlo? Pensiamo che è creazione del nostro pensiero perché noi diamo tutto per ovvio, basta che uno faccia qualche scivolone e va fuori di testa, si vede subito che non ci facciamo. Diamo tutto per ovvio, basta qualsiasi incidente per renderci conto. Riconoscere che qualcuno ci dà la vita ora ci sembra che è un fatto del nostro pensiero, ma chi ha avuto un grave rischio nella vita o l'ha salvata miracolosamente – come ci sono tra di noi – per lui riconoscere il Mistero non è un fatto del pensiero, non è una creazione; lo sa benissimo, eccome se lo sa benissimo; i nostri ammalati qua attestano che è vero. E per questo, perché diamo tutto per ovvio, non siamo come abituati ad usare la ragione secondo la sua vera natura. Paradossalmente i semplici, i semplici di cuore sono quelli che sono più disponibili a questo e capiscono molto di più. Per loro sono più evidenti le cose. Don Giussani racconta in uno dei Tischreden “Vivendo nella carne” quell'aneddoto della carota: una volta
andando a fare una gita in Brianza ci siamo fermati a bere con i ragazzi dell'oratorio – io ero seminarista – in un cascinale e mentre stavo bevendo al pozzo viene una donna dalla campagna. Io ero vestito con la veste talare. Appena vede me, prete, viene di corsa e mi dice “Guardi, Reverendo, Dio com'è grande; il seme di una carota non si tocca neanche con le dita tanto è piccolo e guardi che cosa è venuto fuori”. Era un carotone così grande... e commenta Don Giussani “non è evidente, queste cose non sono evidenti? Non sono evidenti per il tipo di cultura che ci circonda ma non per il contadino, almeno quello di allora. Per il contadino a sentirle queste cose sono chiarissime”. Per questo dice lui in “Certi di alcune grandi cose” che il ciò per cui vale la pena vivere, il Mistero, è la scoperta, è un'acquisizione non soltanto dell'intellettuale o della gente ricca, è la scoperta della povera gente; ed è quello che ha detto Gesù “Ti benedico, Padre, Signore del cielo e della terra perché hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, perché così ti è piaciuto”. Non posso dimenticarmi che quando sono stato in Brasile all'inizio del mese ho incontrato per caso a cena la nostra amica Cervini, non mi ero quasi seduto a tavola e mi ha sparato quello che ho ripetuto per tutta l'estate e che lei aveva sentito al''internazionale “perfino i capelli del nostro capo sono tutti contati” e mi ha raccontato, oltre la gioia e l'esaltazione che vedevo in lei, quando le venivano a raccontare i problemi – e non sono mica da ridere i problemi che si trova questa donna davanti – non ha incontrato nessuno cui non abbia fatto sentire questo sguardo di cui lei viveva. Io scommetto – posso mettere la mano sul fuoco – che di tutti quanti abbiamo sentito quest'estate questa frase nessuno l'ha usata così spesso come lei, nessuno è entrato nel reale, ha sfidato il reale, qualsiasi circostanza come lei, tanto aveva colto la portata della novità che portava che anche io sono stato colpito da come lei mi ributtava la frase con tutta una vibrazione che neanche io avevo. Questi sono i semplici, non gli scemi.. i semplici. Lei ha capito più di tutti noi che eravamo a La Thuile la portata di questo, ha percepito il valore non per un sentimentalismo di donna: per il giudizio che portava. Non è una donna sentimentale, per me. Con questo sguardo negli occhi ha potuto entrare in tutto. Ma noi tante volte questa familiarità con il Mistero nel modo di vivere tutto ci è ancora molto estranea e ci dice il lungo cammino da percorrere per poter vivere così, lo abbiamo visto quest'estate a La Thuile nell'assemblea che abbiamo fatto sugli Esercizi della Fraternità. Volete fare un test? Basta che ognuno si metta davanti a questa frase che abbiamo ricordato Esercizi della Fraternità. La religiosità non è altro – abbiamo sentito – che la dipendenza da Dio. L'alternativa – ci diceva Don Giussani – è questa: o dipendente solo da Dio e libero da tutto l'universo oppure libero da Dio e schiavo di ogni circostanza. Ognuno di noi vuole capire qual'è il proprio grado di religiosità? Non quante volte pregate... le lodi, ma se siamo liberi perché a volte basta un commento di qualcuno per metterti in crisi. Non dico sia il problema del ruolo o di qualsiasi altra circostanza, perché amici, nessuno può servire due padroni. La natura dell'uomo è così unitaria, la natura della ragione è così “una” che non accetta. O noi dipendiamo da Dio, abbiamo l'esperienza di questa dipendenza da Dio dove uno trova la sua maggiore soddisfazione o volenti o nolenti con tutti i gesti che facciamo, in fondo dipendiamo da tutto, siamo schiavi di tutto, nel modo con cui ci rapportiamo al lavoro, come gestiamo i soldi, come usiamo il tempo libero.. di tutto. Per questo dico che è difficile trovare uomini liberi, che è lo stesso di dire trovare uomini veramente religiosi. Che Dio non sia soltanto un sentimento, un ornamento ma un'esperienza dove la dipendenza è l'espressione più profonda dell'io, dove lì raggiunge la maggiore soddisfazione. Per quello dicevamo prima dell'affezione – diceva Giancarlo – quello che dice San Tommaso “La vita dell'uomo consiste nell'affetto che principalmente la sostiene perché lì trova la sua maggiore soddisfazione”. Se non c'è un rapporto che ci dà questa soddisfazione, non possiamo appoggiare tutta la vita su questo affetto, allora dipendiamo da tutto il resto. Per questo tante volte il nostro criterio non è la dipendenza ma la riuscita che è il criterio del divo cioè dell'uomo non religioso. Per questo la religiosità – ci diceva Don Giussani – non è un ornamento per persone pie ma la condizione unica dell'umano; e questo si scopre non “accanto” alla vita ma vivendo la vita per questo – come ricordava Cesana – la verità deve essere realizzata nella vita altrimenti non è verità e si vede che non è verità perché viviamo come tutti. E questa è stata la crisi dell'annuncio cristiano, e noi non siamo diversi. Lo diceva Ratzinger anni fa “la crisi dell'annuncio cristiano non è dovuta a mancanza di chiarezza nel ripetere la dottrina cristiana ma che le risposte cristiane lasciavano da parte le domande umane, la vita”. Soltanto coloro che si mettono in gioco con le loro domande potranno sorprendere chi è Dio, soltanto chi guarda il buio senza fondo potrà scoprire che al fondo c'è un “tu” che fa rinascere; ma chi non lo fa mai, chi non fa questo lavoro fino in fondo, chi non usa la ragione così rimarrà sempre nel buio lamentandosi del buio, ma il buio non è tutto. Il fondo di
questo buio è un “tu”, e questo ci fa capire qual'è l'aiuto, l'altra questione cui alludeva Giancarlo prima, che in tutto questo si vede che non basta una bella proposta come quella che abbiamo sentito seguendo Don Giussani agli Esercizi della Fraternità. E' fin troppo evidente che la fatica che noi facciamo a riconoscere e a vivere così la realtà fino al sorgere di questo “tu” dove uno trova la sua maggiore soddisfazione è che non ce la caviamo da soli, e per questo – lo abbiamo messo all'inizio del libretto di La Thuile ricordando Don Giussani – Dio, da cui tutto deriva, rimarrebbe nella vaghezza come noi e non determinerebbe la vita se non fosse egli stesso entrato nella storia come fattore di essa e se non rimane come fattore di essa. Occorre un luogo che intraprenda con ognuno di noi questa battaglia, che ci aiuti, che ci faciliti questo riconoscere il tu che è il fondo del buio. Per questo diceva Don Giussani davanti a questa domanda “qual'è lo strumento di aiuto più grande?”, “La nostra Compagnia” ma subito diceva “ma attenzione – dice in “certi di alcune grandi cose” -bisogna andare a fondo di queste parole, è la Compagnia come regola della vita, come sorgente della memoria, come ricordo di Cristo. Il nostro Movimento non potrà avere un'incidenza sulla Chiesa e sul mondo se non è un movimento di adulti, una unità di gente matura adulta. Ma qual'è lo scopo di questa Compagnia? E' una Compagnia che non permetta – dice lui – di sospendere o lasciare sospesa la nostra iniziativa. Perciò questa è una responsabilità – la nostra iniziativa – che paradossalmente non si può scaricare sulla Compagnia perché il cuore è l'unica cosa in cui è come se non ci fossero partners, per questo abbiamo letto tutti su Tracce, la nostra è una strana Compagnia; perché non possiamo scaricare sulla Compagnia. Lo ricordava e lo ricordo non per fare archeologia ma perché c'è tanto ancora tra di noi di questa Compagnia come utopia “per una realtà sociale come la nostra la parola compagnia diventa sinonimo di utopia se la si intende come uno strumento cui affidare le proprie speranze, come se bastasse partecipare a certi gesti e non come qualcosa che mi spinge a prendere iniziativa verso il reale: tutto il reale, tutte le circostanze in cui siamo chiamati a vivere. Ma non vi accorgete che umanamente parlando è proprio orribile identificare la compagnia come l'ambito che meccanicamente ti assicura il gusto del vivere? Prima di tutto è ingenuo – dice lui – non tiene presente la precarietà e la brevità della compagnia, ma poi i rapporti umani danno vera sicurezza e gusto solo come esito di una tensione drammatica in cui sono implicate l'intelligenza e la libertà dell'uomo. Perciò una compagnia non può essere evasiva dalla responsabilità”. Questo lo chiama lui “immoralità” fondamentale, e cita Eliot “Essi cercano sempre di evadere dal buio esterno e interiore sognando sistemi talmente perfetti che più nessuno avrebbe bisogno d'essere buono”, cioè di muovere l'io, di usare la nostra libertà. Ma questo è così evidente – raccontava una persona che era andata al Meeting – di come era triste perché quel giorno lì, con tutto il lavoro che doveva fare è come se questa tensione verso il Mistero non ci fosse stata come consapevolezza e dico “Guarda ragazzo, non c'è posto al mondo con più ciellini per metro quadro in quel momento ma neanche questo ti serve perché l'io è rapporto con il Mistero, è rapporto diretto con il Mistero e non c'è nessun luogo, nessuna tana che possa risparmiarci dalla nostra iniziativa, non sarebbe umano e io di questo sono entusiasta”. Perché quando quest'estate, parlando con un amico nostro che adesso è in un posto da solo negli Stati Uniti dicevo “Ma adesso il Mistero ti viene incontro attraverso quella circostanza lì” e nel rispondere mi veniva “Ma qual'è la differenza tra te e me che sono qui a Milano circondato dal Movimento? Nessuna. Perché io ogni mattina se non mi metto io in rapporto con il Mistero non è che voi perché siete vicini me lo risparmiate. Nessuno ce lo può risparmiare e io non voglio che qualcuno me lo risparmi. Io sono contentissimo che ogni mattina io possa giocarmi liberamente davanti al Mistero e riconoscere questo “tu” che mi fa ora”. Per questo, perché l'uomo non è un pezzo di un'organizzazione; non possiamo essere un pezzo di una compagnia concepita meccanicamente. E per questo Don Giussani diceva in “certi di alcune grandi cose”, figuratevi, nell'81 “qual'è la necessità più urgente delle nostre Comunità e quindi del comportamento nostro, dell'impostazione della nostra vita in comunità? La cosa più urgente è la lotta contro il formalismo. E' formalismo ogni atteggiamento che non derivi dalla domanda e dal suo sviluppo come ricerca. E' formalismo ogni attività che non esprima il proprio desiderio originale, il proprio inizio. La vita così resta divisa, il formalismo la lascia divisa; lascia la vita nella menzogna, nell'equivoco. Si fanno le cose, ma il cambiamento di sé e del mondo che ci sta accanto non è più messo in preventivo, non è più sentito come possibile. E qual'è l'opposto del formalismo? -si domanda lui – L'opposto del formalismo è la libertà. E' questa la parola che a mio avviso deve diventare la parola d'ordine: vivere la Comunità nella libertà. E in che senso la libertà è l'opposto del formalismo? -si domanda ancora – La libertà è originalmente l'impeto con cui l'uomo vive cioè tende al suo Destino. La libertà è la natura
dell'uomo, la natura dell'uomo è impeto verso l'infinito (Senso religioso). Questa libertà, questa energia, questo impeto si mette in moto per un'attrattiva che la sollecita e perciò l'inizio della libertà è un giudizio perché l'attrattiva che mi sollecita vuol dire “questa cosa è vera” ”. Allora come ci facciamo compagnia? Soltanto se abbiamo questa tensione. Per questo ho messo come titolo del libro di La Thuile “Amici cioè testimoni”, non “compagnoni”, “testimoni”, testimoni di un vivere così, di questa tensione; non perché siamo bravi, per questa sovrabbondanza di pienezza che uno vive. Come diceva un amico raccontando ciò che ha visto in un altro “vedendoli, guardandoli, sentendoli mi son detto: ma perché mi colpisce così tanto? Non possono essere solo le sue parole perché parole analoghe le ho sentite anche da altre persone e non mi hanno colpito così. Quindi cos'è che mi colpisce così tanto? Ho scoperto che il punto è che quelle parole lui le stava vivendo, erano carne. Erano il Suo abbraccio, era il Suo volto preciso, era Lui attraverso di essa, era la Sua Presenza”. E' questo che ci consente guardare tutto. Finisco leggendo questa lettera di una nostra amica dell'Uganda. Quando vado in giro mi porto questa negli occhi, raccontata dalla Cervini, questa Vicky: “Mi chiamo Vicky, ho 42 anni e vengo dalla regione orientale dell'Uganda, voglio ringraziare voi e Dio per la vita preziosa che mi ha dato. Nel 1992 quando rimasi incinta del mio ultimo figlio Brian mio marito mi pose davanti alla scelta se rimanere sua moglie rinunciando alla gravidanza o separarmi da lui se volevo tenere il bambino. A quell'epoca avevo solo due figli e decisi di portare avanti la gravidanza, cosa che segnò la fine della mia relazione con lui. Davvero non capivo perché lui fosse così crudele e intransigente. Poi nel 1997 persi il lavoro a causa della malattia e nello stesso tempo il mio bambino Brian manifestò sintomi di tubercolosi ed ebbi i primi sospetti. L'anno seguente mi aggravai, nell'ospedale di Nsambya fui visitata e sottoposta al test dell'AIDS che risultò positivo. Fu allora che ricordai e capii perché mio marito non aveva voluto la gravidanza di Brian, perché all'epoca anche lui era sieropositivo. La vita in casa con i tre bambini si fece difficile. I due ragazzi erano sani ma non avevano i soldi per la scuola, non avevano da mangiare né soldi per le medicine e peggio di tutto non avevano amore da nessuna parte del mondo, non sapevano più se Dio esisteva davvero. Nel 2001 qualcuno mi ha indirizzato al Meeting Point internazionale dove ho incontrato donne che facevo fatica a credere potessero vivere in quel modo pur essendo tutte ammalate anche loro di AIDS tale era la gioia che portavano sul viso. Ballavano ed erano liete; e io mi chiedevo come uno che aveva questa malattia potesse cantare e ballare. Al Meeting Point mi accolgono con musica e canzoni di popoli differenti africani, europei, indiani; ho persino trovato qualcuno della mia stessa tribù. Dopo lungo tempo ho incominciato a vedere una luce far capolino nel mio essere a pezzi così ho preso a stare con loro. Una cosa importante che non ho dimenticato è il giorno che qualcuno mi ha guardato con uno sguardo che aveva in sé i raggi della speranza e dell'amore. In tutto questo tempo io ero costretta a letto e tutti i miei amici, parenti, persino i vicini guardavano con rifiuto e disprezzo me e i miei bambini. Con questo sguardo di amore e speranza che qualcuno mi ha rivolto mi ha mostrato qualcosa che ha portato la vita nel mio spirito e nel mio corpo a pezzi. Mi ha detto: Vicky, tu hai un valore, il tuo valore è più grande del peso della tua malattia e della morte. Nel 2002 iniziò a comperare i farmaci per il mio bambino che stava per morire dopo aver dovuto lasciare la scuola per il marchio di discriminazione con cui era bollato, l'avevano soprannominato scheletro. Nel 2003 cominciò a comprare i farmaci anche per me. Brian adesso è davvero sano. Il mio ragazzo più grande è all'università. Dov'è il potere della morte? E' nella perdita della speranza e nella mancanza di amore. Ora sono volontaria al Meeting Point ed ogni volta che ricevo delle persone dico loro che il valore della vita è più grande di quello del virus che portano dentro di sé. Questa affermazione nutre la speranza di una persona che soffre e sta per morire e la riporta alla vita. Tutti i miei risultati sono stati possibili perché mi sono rivestita di qualcosa oltre la morte, grazie a tutte le persone che ci hanno educato anche se non le abbiamo viste in faccia. Siamo i più ricchi del mondo perché qualcuno ha recato un sorriso, almeno sul volto di una persona”. Riporto questo, quelli che mi fanno compagnia anche se probabilmente non li vedrò più, perché non posso trovare delle persone così in nessuna circostanza che non sia possibile guardare in faccia e che possa tutto cambiare proprio se uno la guarda con questo spalancarsi che ha reso possibile Cristo. Questo è per ognuno di noi in qualsiasi circostanza. Forse ci conviene.

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